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Bandinelli Angiolo - 1 novembre 1980
NOI E I FASCISTI: (21) Esiste ancora una destra liberaldemocratica?
di Angiolo Bandinelli

("Città e Regione" maggio 1978)

SOMMARIO: Una raccolta di scritti sull'antifascimo libertario dei radicali: riconoscere il fascismo vuol dire capire quello che è stato e soprattutto quello che può essere. Troppo spesso dietro l'antifascismo di facciata si copre la complicità con chi ha rappresentato la vera continuità con il fascismo, la riproposizione di leggi e di metodi propri di quel regime.

("NOI E I FASCISTI", L'antifascismo libertario dei radicali

a cura di Valter Vecellio, prefazione di Giuseppe Rippa - Edizioni di Quaderni Radicali/1, novembre 1980)

Il giorno precedente al ritrovamento del corpo di Aldo Moro, abbandonato in una macchina a soli cento metri di distanza da Piazza del Gesù e dalle Botteghe Oscure, "Il Giornale" scriveva: "Guardiamo bene le biografie di due ``capi storici'' delle Brigate Rosse. Vi riscontriamo due componenti essenziali: una cattolica e l'altra comunista. Il religiosissimo Curcio era, ancora alla metà degli Anni Sessanta, uno studente modello, un buon allievo di quella facoltà sociologica di Trento dove il professor Alberoni, che oggi invoca la massima spietatezza repressiva contro i terroristi, seminava il vento per le tempeste che ora lo riempiono di spavento... Quanto a Franceschini... si portava addosso tutte le stimmate dello stalinista deluso: ex comunista rifugiato all'Est, ex propagandista di Radio Praga, ex secchiano sempre più disgustato dalla progressiva tabe riformistica del PCI".

Chi scrive è Enzo Bettiza, giornalista principe del quotidiano di Indro Montanelli e, come senatore, uno degli scarsi frutti dell'accordo elettorale liberalrepubblicano alle ultime elezioni. Lo scritto non è una esercitazione di antropologa culturale, ma il "fondo" dettato in una giornata particolarmente tesa della recente, drammatica, cronaca italiana. E' però uno scritto dai risvolti ambiziosi. Il ragionamento prosegue: "La componente ``cattocomunista'' dei brigatisti è inconfondibile... Le radici sia pure distorte dei brigatisti hanno... una radice duplice e riconoscibile nel millenarismo di due Chiese, nel terzomondismo palingenetico, nel leninismo di guerra, nel maostalinismo quale fu praticato dai guerriglieri vietnamiti sul fronte e nelle retrovie: tutti spezzoni di fedi rivoluzionarie ``liberatrici'' che per anni videro concordi pietisti cattolici e stalinisti e che ora ritroviamo, come raffreddati e stravolti, nell'ideologia di guerriglia delle Br".

Come negare, a questa ricostruzione e interpretazione di fatti e di temi la dignità di una sia pur sommaria epigrafe, nella quale si conclude e si sintetizza una riflessione più ampia e ambiziosa, una filosofia della storia, insomma, con i suoi valori e una sua architettura?

Quale riflessione, quale architettura? In buona sostanza quella che ha in Europa, quale suo massimo esponente, Raymond Aron. Sebbene pronta a un ossequio formale alla sua memoria, questa cultura non si richiama più al pensiero del maggior esponente del libertismo italiano del secolo, Benedetto Croce. Questi, infatti, non può fornire ormai, se non a seguito di un attento lavoro di riscrittura che non mi pare sia stato ancora tentato (l'opera di un Gennaro Sasso ha un diverso obiettivo), categorie adeguate a reggere la rapida usura di una società industriale e a suo modo capitalista. Quella di Croce è una eredità illanguidita e smorta; e forse addirittura, si può dire che è stata viva in questi trent'anni, in Italia, solo o soprattutto nel recupero dialettico e polemico fattone dai gramsciani e dalle zone di storicismo comunista. Invece Aron può offrire ancora l'ipotesi di un progetto prestigioso, moderno e adeguato, anche se sono lontani agli anni della impetuosa crescita del paese, quando si poté anche da no

i prospettare una soluzione istituzione e politica alla francese, nel senso - diciamo - giscardiano.

Penso, in particolare, all'Aron de "L'Oppio degli intellettuali" del 1954 (edizione italiana: Cappelli, 1958) un libro scritto agli inizi della destalinizzazione, quando per la prima volta agli intellettuali liberaldemocratici europei venne offerta l'occasione di rovesciare sui loro colleghi comunisti e progressisti, messi in crisi dalle denunce dei crimini staliniani fatte da Krusciov, quei rimproveri e quel sarcasmo che avevano dovuto subire loro stessi, fino ad allora, in una pesante atmosfera di intimidazione e persino di colpevolizzazione. In questo libro, Aron fornisce tutti gli strumenti critici e polemici con i quali mettere in difficoltà ed incalzare l'avversario, smontando in primo luogo i ragionamenti interni dei suoi miti rivoluzionari: "La tendenza a giustificare un potere assoluto, essenzialmente tecnocratico, mediante schemi storici d'ispirazione marxista; l'aspirazione a un ordine sociale totalmente razionale; il dispregio della tradizione; l'irritazione contro la lentezza delle riforme; il g

usto della violenza redentrice". Secondo una interpretazione ormai rituale, anche per Aron la funzione dell'intellettuale è di svolgere una funzione di libera critica rispetto a questi dogmi, e soprattutto a quel dogma primario che per lui in fondo resta l'ideologia comunista. L'avvenire della società moderna riposa nella ormai prossima crisi delle ideologie e nell'irrobustimento del metodo scientifico, razionale e laico, sul quale fondare la ripresa e lo sviluppo della democrazia e delle sue istituzioni (essenzialmente le parlamentari) nella libera articolazione delle componenti storiche peculiari di ciascun paese.

Seguendo schemi di ragionamento persino - ormai - ovvi, Aron difende da trent'anni, in sostanza, quell'ideale di civiltà e di politica che definiamo, usualmente, come "laica". Nell'interpretazione che ne dà lo scrittore francese, non si tratta di un modello "terzoforzista". C'è in lui la convinzione che l'avvenire lavori nella direzione giusta. Bisogna quindi avere la forza non tanto di inserirsi nell'equilibrio instabile che si intravvede, nello spazio e terra di nessuno tra i blocchi che si confrontano ("capitalismo/collttivismo"; "cattolicesimo/comunismo", eccetera), quanto di esplicare e fare crescere una grande forza progettuale fondata sui principi del liberalismo e della democrazia, nella certezza che essa sola, in definitiva, sia capace di fornire le risposte valide e una soluzione ai problemi e ai conflitti del nostro tempo.

Non vi è dubbio che da più di trent'anni Raymond Aron riesce a svolgere, in Francia e in vasti circuiti culturali europei, un magistero indiscusso, mai scalfito dal mutar delle mode e rispettato anche dagli avversari: i comunisti in primo luogo, che mostrano di rispettarlo e persino di ascoltarlo. Nel confronto con Sartre, è stato lui ad uscire vittorioso; i "nouveaux philosophes" rielaborano, nei loro abili "pastiches", molte delle sue idee. La sociologia della cultura europea ha, nel suo esempio, un punto di riferimento insostituibile.

La cosa si spiega, anche al di là e prescindendo dall'abilità polemica e dalla giustezza delle idee. "La forza di Aron sta nel fatto che in Francia persistono ancora, ed anzi sono molto forti, strutture sociali collegate al modello borghese e ad una economia "libera". A queste dà voce" autonoma "una classe politica robusta, capace di rappresentarne gli interessi e gli ideali con dignità. Probabilmente, la libertà che essi predicano è una libertà per pochi e per privilegiati, ma sa comunque esprimersi e proporre obiettivi largamente sentiti. Di questi settori Aron è il naturale, valido interprete."

Mi pare che, su questo terreno, un parallelo con la situazione italiana non sia facile a instaurarsi. I modelli strutturali italiani sono profondamente diversi da quelli prevalenti oltralpe. Il capitalismo italiano è in primo luogo un capitalismo di Stato con, subalterne, frange di economia formalmente "privata", oltretutto in inarrestabile declino. Quando, all'annuale recente assemblea della Confindustria, il suo presidente Carli ha osato spezzare una lancia in favore del ripristino delle condizioni di una economia di mercato, è stato sottoposto ad un bombardamento concentrico di critiche, e la sua proposta è stata giudicata o stravagante o pericolosa. Nessuno ha invece menato scalpore per la constatazione in sé che il presidente della Confindustria stava facendo; cioè che in Italia non c'è una economia di mercato. Eppure, l'asserzione è enorme, per ciò che implica. Se davvero le cose stanno come le denuncia il presidente della Confindustria, si impone una revisione completa di alcuni dei principali paramet

ri con i quali politologi, sociologi e studiosi cercano di interpretare la realtà italiana.

La verità, a ben vedere, è persino più grave di quanto dice Carli. Questi si limita a denunciare l'aspetto emozionalmente più intenso della realtà. In un suo recente saggio, uno studioso appartenente all'area socialista, Giuliano Amato, ha rimproverato alla CGIL e alle sinistre di essersi battute per anni, e di aver ottenuto al fine dell'autofinanziamento, con la conseguente scomunica del reddito azionario, come "reddito peccaminoso da capitale". La conseguenza di queste scelte della sinistra italiana sono, secondo lo studioso, disastrose, in termini di struttura. E' cresciuto a dismisura, infatti, "il ruolo assunto dalle banche di intermediari necessari fra il risparmio e chi lo utilizza"; così, mentre il capitalismo "puro" è praticamente scomparso, le banche sono divenute gli enti gestori della manovra creditizia, dell'espansione come dell'incentivazione: e dire che banche significa dire, innanzitutto, potere politico, classe politica, al novanta per cento democristiana.

E' possibile che gli imprenditori, come "ceto", rappresentino ancora qualcosa: le cronache mondane vivono ancora sulla propensione alla dissipatezza, reale o presunta che sia, dei loro rampolli; ma certo non rappresentano più molto, come classe politica capace di fornire risposte e proposte autonome alle domande ed esigenze del paese. Ed è anche vero che il ceto imprenditoriale ha accettato di buon grado le menomazioni inflittegli ad opera della classe politica. Abituato da sempre a contare più sulle commesse pubbliche, sulle rendite di posizione, sul protezionismo, sullo sfruttamento dei settori a minor rischio, sulla manodopera a basso prezzo piuttosto che non sul libero e duro gioco dell'imprenditorialità, sul libero mercato, sullo sviluppo tecnologico, nelle nuove imposizioni ha trovato solo un modo ancor più comodo ed efficace per perseguire i suoi tradizionali obiettivi. Pur lamentandosene ad ogni momento, questo ceto ha imparato molto bene a navigare tra le acque del sottobosco politico e nei minister

i romani, assecondandone i vizi e le distorsioni. Le pastoie e le barriere per la cui rimozione Carli si è mobilitato sono elementi marginali, rispetto alle questioni davvero centrali poste dal nuovo rapporto instauratosi tra la sfera imprenditoriale privata e la cosa pubblica.

Se le cose stanno in questo modo, e mi pare che non vi sia molto motivo per dubitarne, è evidente che le ambizioni della cosiddetta destra laica liberaldemocratica debbano essere drasticamente ridotte, come fenomeni davvero "sovrastrutturali", che non possono assolutamente pretendere ad un ruolo centrale del confronto politico. E' illusoria la speranza di un Rosario Romeo di poter rappresentare un punto di riferimento moderno. Non vi è dubbio che, da grandissimo storico, egli avesse pienamente ragione, nella polemica che lo contrappose agli storici marxisti e gramsciani sulla interpretazione da dare al Risorgimento: se fosse stato un grande moto di liberazione o un ennesimo sopruso ai danni delle grandi masse contadine, spremute per realizzare un'accumulazione di capitale distorta rispetto alle esigenze loro e degli altri ceti popolari. Ma è fuori del tempo riproporre oggi una poderosa e nobile meditazione sull'archetipo del buongoverno cavouriano. Guardiamo poi alla sorte toccata a un De Felice. Con la sua

monumentale storia del fascismo, egli apparve quale personificazione di una tendenza al revisionismo, che fu vista quale pericolosa avvisaglia di una massiccia espansione di forze reazionarie, o almeno conservatrici, culturali e politiche.

Sono bastati pochi anni per spazzare via timori e sospetti. La rivistazione e "rivalutazione" dell'esperienza economico-strutturale del fascismo, come fatto storico fondamentale, irreversibile e profondamente incardinato nel paese, viene fatta adesso, dall'interno del PCI. Da filosofi "ufficiali" come un Tronti o un Luigi Berlinguer. La crisi italiana, in definitiva, con i problemi delle istituzioni e dell'economia che sono ad essa conseguenti, non riporta alla ribalta la destra "classica", la destra economica, liberista, capitalista, ma una destra diversa e più oscura che, prendendo atto della centralità delle strutture ereditate dal fascismo, oscilla in una ambigua (e, certo, preoccupata) ricerca del loro superamento se non del loro inveramento, ma in direzioni ancora ignote ed inesplorate.

Tale destra attraversa "tutti" i partiti dello schieramento costituzionale: e questo non è un rimprovero, ma una preoccupata constatazione.

L'ultimo atto politico espresso dalla destra "classica" che abbia avuto una qualche dignità e autonomia è stata la difesa del divorzio durante la campagna referendaria. Giornali come "Il Messaggero" e il "Corriere della Sera", allora di proprietà, rispettivamente, di Sandro Perrone e di Giulia Crespi, svolsero in quella circostanza un ruolo che deve essere giudicato essenziale per la vittoria del "no"; con una scelta di campo rigorosa, e su una linea di attacco all'intero malgoverno democristiano e alla sua trentennale gestione del potere. Ma proprio in conseguenza di questa scelta quei giornali sono stati subito dopo sottratti ai loro tradizionali proprietari, per essere allineati alle posizioni dei partiti, nel momento in cui questi concludevano, o si apprestavano a concludere, il loro patto costituzionale, con conseguente spartizione di sfere d'influenza, in specie tra DC e PSI.

Dopo questo episodio, la "destra economica" capisce l'antifona e cambia rapidamente rotta. La DC alza, nei loro confronti non meno che verso il resto del paese, il tiro della sua pretesa di egemonia. L'esito del referendum sul divorzio, lo smacco elettorale delle regionali del '75, l'avvertono che altre indecisioni non le sono ormai più consentite. Secondo alcune testimonianze, già dopo questo episodio elettorale, Fanfani in persona caldeggia un accordo organico con il suo partito ad una delegazione del Partito Liberale venuta ad incontrarlo al Senato. Ma questa prospettiva dovrà passare prima attraverso altre prove e incunaboli, in primo luogo quella "Alleanza laica" con la quale i partiti intermedi sperano di evitare, alle politiche del '76, la definitiva scomparsa.

Sono note le vicende di questa sortita elettoralistica. Invano Rosario Romeo, le fornisce alcune pezze d'appoggio culturali e storiche. E, soprattutto, invano Giovanni Agnelli se ne fa non tanto segreto sostenitore. L'iniziativa si sgretola e va a pezzi; non per le intemperanze di un La Malfa che vede come il fumo negli occhi Malagodi e minaccia ad ogni piè sospinto di sfasciare tutto: "ma perché il ceto padronale non si lascia incantare dalle belle parole, e ancora una volta, come con il fascismo, sceglie il potere, quello vero. Così è Umberto Agnelli a varcare la soglia del Palamento, nelle file della DC".

Anche Montanelli mostra di avere buon fiuto: quando si accorge che l'Alleanza non ha serie speranze di riuscita, invita il suo elettorato a votare, sia pure "turandosi il naso", per il partito maggioritario, la DC. C'è da stupirsi, di questi mutamenti di rotta, di queste improvvise serpentine? Niente affatto. La grande destra economica è da sempre - e Rosario Romeo lo avrebbe dovuto sapere - profondamente e ineluttabilmente integrata nel meccanismo del potere e non può fare a meno di appoggiarsi al partito che ne detiene le leve. Va fallita - e non poteva essere altrimenti - anche l'altra carta giocata da alcuni suoi esponenti, la carta dell'incontro "storico" tra le forze progressiste del capitale e quelle avanzate dell'operaiato gobettiano, sul comune obiettivo di battere le rendite parassitarie e le sacche di spreco organico che mettono in forse le prospettive di sviluppo moderno del paese. L'ipotesi, così "amendoliana" e apparentemente lucida, va a monte al primo stringer di freni della Democrazia Cristi

ana. Infine, quando gli intellettuali laici, all'interno o dal di fuori della neocostituita "Associazione per il Rinnovamento della Cultura, dell'Economia e della Società" (ARCES), tentarono di proporsi come la coscienza moderna, la testa "pensante" del gran corpo cattolico, i cattolici rispondono loro per le rime, rifiutando di lasciarsi incapsulare in una posizione subalterna. Sul mensile "Prospettive nel Mondo", fanfaniano, Domenico Settembrini propone per la DC una "laicizzazione radicale", risponde Sergio Cotta, cattolico, rifiutandosi ad una operazione "meccanica come quella di chi pensasse di unire una ``testa'' laica ad un ``corpo'' democristiano". E' lecito perlomeno dubitare, ammonisce orgogliosamente l'intellettuale cattolico, che "``il corpo'' cristiano sia del tutto privo di testa".

Se oggi si scruta in quanto avviene nelle sparse membra della cultura che si dice liberaldemocratica, si avverte bene che l'ipotesi è rovesciata; sono gli intellettuali laici che lentamente rassegnatamente, rifluiscono dietro gli spalti democristiani. Ad un convegno di "Stato e Libertà", la relazione introduttiva è tenuta da Garosci e Gonella assieme. Altri analoghi indizi non mancano certo, anzi abbondano. Il declino appare inarrestabile, la prospettiva di un nuovo 18 aprile, con una rinnovata fuga della borghesia italiana, con tutti i suoi intellettuali, sotto le ampie ali protettive della DC, appare prossima e senza alternativa.

Il modello Aron, dunque, è inesportabile: almeno in Italia. Perché possa attecchire mancano alcuni presupposti fondamentali. Le tesi liberaldemocratiche si sfilacciano sempre più, non riescono più ad entrare nel circuito del dibattito e del confronto politico. Alcune, ieri essenziali, discutibili ma importanti a definire un'immagine tradizionale, spariscono: e pensiamo alla centralissima critica della partitocrazia in difesa di importanti poteri e caratteristiche del Parlamento; il tema diviene cavallo di battaglia radicale, mentre il "Giornale" abbraccia le tesi degli oltranzisti della cosiddetta "efficienza", anche quando a scapitarne è il Parlamento stesso.

Le polemiche perdono mordente e convinzione. L'opposizione al paventato connubio si fa querula e inconsistente, povera di credibilità. Manca qualsiasi progetto alternativo. L'anticomunismo diviene ossessione. Nel suo "Labirinto marxista", Domenico Settembrini si sforza di dimostrare che il corpo intero della dottrina comunista è un coacervo di massime, privo di un qualsiasi rigore scientifico e quindi incapace di fornire strumenti di conoscenza delle realtà complesse del mondo moderno, indicazioni possibili di prospettiva. Il "Giornale" ogni giorno sciorina notizie su notizie relative alle contraddizioni interne dei paesi dell'Est, alle loro difficoltà economiche e sociali. All'interno, l'impegno predominante è quello di dare la caccia, di smascherare il "criptocomunista": che, obbedendo ad un subdolo disegno, o per semplice stupidità, tradisce il suo dovere di cittadino, di funzionario, di magistrato, per deviazionismo ideologico o per lassismo dinanzi all'odiato nemico.

Mentre la borghesia imprenditoriale dimostra ogni giorno con maggior chiarezza di essere ormai un'appendice del credito bancario controllato dalla DC, la cultura laica democratica sembra ripiegarsi sullo sfruttamento dei condizionamenti di paura della piccolo borghesia, dei ceti medi più frustrati, secondo una linea vecchia e abusata, ma sempre valida. Così essa diviene un collettore di voti recalcitranti alla DC. Che una tale operazione sia in corso nello stesso momento in cui anche il PCI sta tentando di fare breccia, come partito d'ordine, negli stessi ceti, è l'unico elemento che offra qualche curiosità e margini di incertezza.

Per il resto, questa destra non ha nessuna possibilità e probabilità di poter tornare ad avere una funzione ed un ruolo autonomi. E' solo per necessità e per gioco delle parti che i partiti della sinistra mostrano di darle importanza e di temerne la crescita. Per una curiosa inversione delle parti, per rinverdire e ridiscutere alcuni dei grandi temi che furono un tempo propri della destra liberaldemocratica, occorre oggi rifarsi a sempre più consistenti frange degli extraparlamentari, di cui uno Stame è l'autorevole e insospettata espressione.

 
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