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Sciascia leonardo - 11 novembre 1980
AFFARE MORO-SCANDALO PETROLI - INTERVISTA A LEONARDO SCIASCIA
QUELLE ERANO MANI PULITE, SE MORO AVESSE DOVUTO RESPINGERE OGNI INTRALLAZZO DELLA SUA CORRENTE, AVREBBE DOVUTO RINUNCIARE A FARE POLITICA. IN REALTA' ERA LUI, COME DICEVA PASOLINI, IL MENO IMPLICATO DI TUTTI.

MORO POTEVA ESSERE SALVATO DALLA POLIZIA, CHE HA AVUTO TUTTO IL TEMPO.

SOMMARIO: Interessante intervista, in cui Sciascia fornisce giudizi penetranti su Moro, la sua politica e la sua personaltà. Non ritiene che sia stato un corrotto, e pensa che sia ancora molto scomodo "per come è scomparso, per come è stato ucciso..." Vengono quindi alcuni giudizi molto acuti sul cattolicesimo di Moro, sul suo rapporto, molto cattolico e "pessimista", con il potere, sul suo comportamento in prigione e sui suoi rapporti con le BR, una "dimestichezza" da cui in realtà comincia la loro "fine". Giudica che Moro fosseun "buon professore", e che il suo rapporto con Freato fosse necessario, perché Freato era uomo "pratico" e "volitivo" ed era impossibile per Moro, come per qualunque politico, non avere rapporti "con gente con le mani sporche".

(NOTIZIE RADICALI, 11 novembre 1980)

Roma, 11 novembre '80 - N.R. - Leonardo Sciascia, scrittore e parlamentare radicale, membro della commissione parlamentare d'inchiesta sull'affare Moro torna, con questa intervista all'"Europeo" a parlare della vicenda, tornata, con la vicenda petroli, di drammatica attualità.

Sciascia, lei pensa che Moro sia stato un uomo politico corrotto come tanti?

"Assolutamente no. Io credo che quest'uomo, nella sua vita, non abbia accumulato più di quanto possa accumulare un professore di università, con i suoi stipendi e con i suoi libri che pubblica. Secondo me Moro non ha lasciato nulla, nessun profitto di regime".

Ma allora a chi giova uno scandalo che faccia apparire Moro corrotto?

"Giova a chi non vuole trovarselo tra i piedi. A chi non vuole il reingresso del morto nella vita politica, per tornare all'immagine iniziale. Tra le tante cose lucide che Moro disse, c'è questa: "Io sarò un punto irriducibile di contestazione". All'interno della DC e della vita italiana, naturalmente".

Perché è un morto così scomodo?

"Per come è scomparso, per come è stato ucciso, per quello che si è mosso intorno al caso. Insomma, per quello che Moro rappresentava. Le ragioni sono tante. E' un mistero che i migliori, in questo paese, tengono a svelare e che i peggiori vogliono cancellare con il silenzio. Moro era diverso dagli altri, e questo è dimostrato da quella specie di senso di liberazione che si è avvertito nel non volerlo salvare".

Secondo lei Moro si poteva salvare?

"Moro poteva essere salvato dalla polizia, che ha avuto tutto il tempo. E se lo avessero lasciato fare, se avessero assecondato il suo gioco, ci sarebbe stato ancora più tempo. Moro era capace di prolungare il tempo della trattativa, dell'attesa: questo rispondeva al suo carattere, a ciò che aveva fatto per tutta la vita, un'opera di intermediazione, di compromesso, di ricucitura. C'era riuscito per 54 giorni, e in 54 giorni la polizia più inefficiente di questo mondo credo che sarebbe riuscita a trovarlo. Non c'è riuscita la polizia italiana. Questa è la prima domanda cui la commissione dovrà rispondere: perché?"

In questi mesi di lavoro nella commissione, lei ha riveduto il suo giudizio sull'uomo e sul politico Moro?

"Moro mi era assolutamente estraneo, da vivo. Anzi, io ritenevo la sua politica micidiale per questo paese. Era un cattolico italiano, di un cattolicesimo che dalla breccia di Porta Pia, e anche da prima, ha avversato lo stato italiano. Penso che il cattolico italiano di una certa levatura stenti ancora a riconoscersi nello Stato. E difatti i democristiani hanno amministrato così questo paese: da fuori."

Perché Moro diventò democristiano?

"Era un cattolico. Dal momento che esisteva un partito cattolico, anche se non confessionale, lui si è messo lì. Il mondo democristiano non sapeva nemmeno lui quanto spaventoso fosse. Se ne è accorto dopo".

In cattività?

"Sì, quando è stato catturato dalle BR e ha preso coscienza di essere fuori dal potere. C'è una frase bellissima ai suoi amici di una volta, ai suoi amici politici, in cui dice: "Io vi perdo con la stessa gioia con cui spero vi perderanno gli altri". Un augurio agli italiani, insomma. E' questo che mi ha affascinato di Moro, questa sua nudità: spogliato del potere, con la coscienza di non aver più nulla a che fare con esso. Nel verbale di Peci si legge di un comportamento di Moro che è tutt'altro di quello di un uomo impazzito di paura, che non è più in sé: stringe la mano ai suoi carcerieri al momento in cui sa che dovranno ammazzarlo, lascia i saluti per l'assente Moretti... Questo atteggiamento di Moro, con tutta la dimestichezza che avevano acquistato in quei 54 giorni, ha portato le BR sull'orlo della perdizione, secondo me. Io avevo intuito che quella pietà, da quell'ammirazione per il prigioniero, che nasceva nelle BR, sarebbe cominciata la fine. Penso che nella prigionia e nella morte Aldo Moro sia s

tato un grande uomo".

Qual era, secondo lei, la passione di Moro?

"Il potere, ma un potere che lui usava in modo diverso dagli altri."

Come lo usava?

"In un certo senso, direi, molto cattolico. Era un potere usato in senso pessimistico, che gli permetteva di stare sopra gli altri, non per conculcarli ma per affermare la sua superiorità su di essi."

Nel disprezzo?"

"Si. Quando si ama il potere, senza volerne avere i profitti pratici, economici, ecc., lo si ama soltanto per questo: per disprezzare gli altri. E oltre a disprezzare i suoi, credo disprezzasse un po' questo paese. Riteneva che nulla di ideale potesse durare quindi nessuna tensione potesse andare oltre l'effimero in Italia".

E dell'uomo Moro che idea si è fatto?

"Credo che fosse un uomo che amava lo studio, la famiglia, le letture. So che amava molto il nipotino, che giocava con lui, che era veramente una delle sue ragioni di vita. Non so altro. Era un buon professore, a quanto pare. Me lo hanno detto i suoi allievi, che pur essendo di idee e posizioni diverse avevano per lui un certo attaccamento, una certa riconoscenza. Un moto di simpatia l'ho sempre avuto per lui, anche prima, quando lo vedevo sul video, per la sua trasandatezza e per una sua certa aria indolente. Alberto Ronchey disse di lui che c'erano "secoli di scirocco nel suo sguardo".

Nell'ultima lettera Moro affida la famiglia a Freato. Molti, oggi, leggono questa lettera come un avvertimento mafioso, come a dire: "I soldi, ricordati, sono anche miei, quindi della mia famiglia". E' attendibile secondo lei questa interpretazione?

"Lo escludo in modo assoluto. Tra l'altro Moro ha scritto a Freato tra gli ultimi, non tra i primi. E credo si sia rivolto a lui, che abbia raccomandato a lui la sua famiglia, soltanto perché lo riteneva l'uomo più pratico e più volitivo che conoscesse".

Lei afferma che Moro aveva le mani pulite. Ma trattava con gente dalle mani sporche, questo è sicuro. Il problema del finanziamento delle correnti, per esempio...

"Se Moro avesse dovuto respingere o sindacare ogni possibile intrallazzo che poteva fare la sua corrente, e credo che ne avrà fatti meno di tutti, perché la sua corrente era debolissima, tra l'altro, avrebbe dovuto rinunciare anche a fare politica. Non poteva sottrarsi a questo, e credo che nessun uomo politico al mondo si sia mai sottratto. Ma come disse Pasolini 20 anni fa, anch'io penso che Moro fosse "il meno implicato di tutti".

Lei pensa che la commissione Moro racconterà al paese qualcosa di diverso, qualcosa di più, sulla sua prigionia e sulla sua morte?

"Se non lo racconterà la commissione Moro, lo racconterò io."

 
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