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Vecellio Valter - 1 agosto 1981
I radicali: compagni, qualunquisti, destabilizzatori ?
Prefazione di Valter Vecellio

SOMMARIO: Nella prefazione ad una raccolta di articoli sul Partito radicale pubblicati nel periodo 79-81, l'autore ricostruisce e analizza i difficili rapporti fra i radicali e gli altri partiti della sinistra, in particolare il Pci. Ripercorre alcuni dei motivi di maggiore antagonismo politico che per anni hanno diviso radicali e comunisti: solo due vere strategie si sono misurate nello scenario politico italiano, quella del Pci e quella radicale.

("I radicali: compagni qualunquisti, destabilizzatori", Edizioni Quaderni radicali, agosto 1981)

La cosa più giusta sui radicali, probabilmente, l'ha scritta Leonardo Sciascia, rispondendo ad una nota pubblicata da Eugenio Scalfari su "La Repubblica"(1): "...Travede a tal punto che ritiene che io abbia perso quota tra i giovani e che, facendo il deputato tra i radicali, stia alla briglia di Pannella e della Aglietta. Non ha ancora capito che tra i radicali non ci sono briglie".

Naturalmente non è solo mancanza di briglie. E' ancora Sciascia a cogliere, nella sua essenza, cosa rappresenta e cosa vale il "fenomeno" radicale: "Per quello che il PR nella sua nonviolenza vuole e tenta di fare e fa, credo si possa usare il verbo rompere in tutta la sua violenza morale e metaforica. Rompere i compromessi e le compromissioni, i giochi delle parti, le mafie, gli intrallazzi, i silenzi, le omertà; rompere quella specie di patto tra la stupidità e la violenza che si viene manifestando nelle cose italiane; rompere l'equivalenza tra il potere, la scienza e la morte che sembra stia per stabilirsi nel mondo; rompere le uova nel paniere, se si vuole dirla con linguaggio ed immagine più quotidiana, prima che ci preparino la letale frittata; e così via...

Come dice il titolo del recente libro di Jean Daniel, questa è l'era della rottura - o soltanto l'ora. Non bisogna lasciarla scivolare sulla nostra indifferenza, sulla nostra ignavia"(2).

Scelgo, tra la vecchia documentazione che ho sotto gli occhi, un opuscoletto smilzo, editato nel 1963, "Il voto radicale", meno di venti pagine, curate da Elio Vittorini, Marco Pannella e Luca Boneschi, con indicazioni di voto "per uno dei quattro partiti della sinistra" (a cui risposero Vittorini, Pasolini, Gozzi, Risi N., Rendi A., Rogers, Sorrentino, Roversi, Cagli, Mila, Ceccato, Gaggero, Monteverdi, Sciascia, Eco, Baroncelli D., Boneschi M.).

Vittorini, proprio in quel periodo, aveva accettato di essere designato presidente del Partito Radicale. Erano, come abbiamo detto, i primi anni sessanta; dieci anni prima, con la "finezza" di cui spesso era capace, Togliatti aveva scritto su "Rinascita", "Vittorini se n'è ghiuto. E soli ci ha lasciato"(3).

Apro una parentesi, e riporto un brano di questo "corsivo", per molti versi esemplare. "A dire il vero, nelle nostre file pochi se ne sono accorti. Pochi si erano accorti ugualmente che nelle nostre file egli ci fosse ancora. Vittorini? Sì, era stato accanto nel combattimento contro la tirannide interna e contro l'invasore straniero. Come tanti altri. Né meglio né peggio, dicono... Paragona se stesso con Silone. Ha torto, moralmente, perché quello è un poco di buono; ma ha torto anche per un altro motivo. Quando Silone se ne andò, anzi fu messo fuori dalle nostre fila (per conto suo ci sarebbe rimasto a dire bugie e a tessere l'intrigo), l'avvenimento contò. Silone ci aiutò, in sostanza, non solo ad approfondire e veder meglio, discutendo e lottando, parecchie cose; ma anche a riconoscere un tipo umano, determinante, singolari forme di ipocrisia, di slealtà di fronte ai fatti e agli uomini. Ma Vittorini, in che cosa, per che cosa conta?... Vittorini pensa che rimanga, per lui e per gli altri, la "libertà".

Ma già ragiona, egli stesso, come uno schiavo". Prosit. Credo ce ne sia a sufficienza, di quella che Giuseppe Saltini ha definito "scadente e saccente intellighenzia post-fascista, ideologicamente antifascista ma caratterialmente demagogica e tuttora trionfalistica, che suona i pifferi del Partito"(4).

Erano, quelli, gli anni in cui "L'Unità", giuliva, annunciava che "a cura del centro diffusione stampa del PCI è uscito in questi giorni l'opuscolo "La Russia, paese libero, pacifico e felice", primo della serie: "La vera faccia della Russia", arma preziosa per tutti i compagni e tutti i democratici sinceri che di fronte alla dilagante campagna di menzogne contro l'URSS sentono il dovere di smascherare i calunniatori e di proclamare la simpatia del popolo italiano per il paese e il socialismo"(5).

Anni bui, come si vede, di medioevo mentale, culturale. Silone e Vittorini, del resto non furono i soli ad essere scomunicati perché si rifiutavano di trasformarsi in predicatori della Norma, non vollero esser e non furono funzionari di quell'ottimismo coatto che rappresentava l'Unico Discorso Autorizzato.

Guttuso bollava come "Bassa pornografia" Paul Delvaux (6); soldati doveva mettersi in testa che "il sesso non può dar luogo a una problematica umana ma solo ad una sofisticata casistica"(7); l'articolo 7, sul Concordato, non era stato votato dai comunisti per conquistarsi la gratitudine dei clericali, "semmai per fare loro un dispetto!"(8); Pasolini e Patroni Griffi venivano rampognati da Giovanni Berlinguer, colpevoli di aver mostrato, in "Ragazzi di vita" e "Ragazzo di Trastevere" un ladro di cavoli che ha la tessera in tasca, le Sezioni (notare la maiuscola), quali ritrovi per il ballo, uno dei "Clienti" di Otello che simpatizza per le sinistre"(9); "La retrospettiva di Alberto Savinio e le piccole cose di Clerici" costituivano il "modesto altarino" italiano del surrealismo(10); Camus falsificava i fatti, perché sosteneva che "tutti possono constatare come ormai il socialismo sia capace di partorire le guerre al pari del capitalismo"(11); Lawrence era un "tipico autore decadente, soprattutto un individual

ista, ribelle dalla falsa prospettiva"(12); "Lo scialo" di Vasco Pratolini era un romanzo "brutto, noioso e sporco"(13).

Quel campione di tolleranza che fu Togliatti scriveva(14) che "Al sentire Gide, di fronte al problema dei rapporti fra i partiti e le classi, dare tutto per risalto identificando l'assenza dei partiti di opposizione, in una società senza classi, con la tirannide e relativo terrorismo, vien voglia di invitarlo ad occuparsi di pederastia, dov'è specialista, ma lasciar queste cose, dove non ne capisce proprio niente".. Oh, che nobile, che profondo sentimento! Scrive, Ruggero Guarini, di quegli anni: "Unico araldo del Bene nel pantano della corruzione occidentale è ovviamente il proletariato, e il solo autorizzato, infallibile nocchiero è l'intellighenzia del Partito; laboriosità, tenacia, disciplina e combattività, sacrificio e castità, morigeratezza e fiducia nell'avvenire, salute e moralità, semplicità e sentimento, vera sofferenza e schietta gioia di vivere - queste sono per insindacabile decreto del nocchiero, le inconcusse virtù dell'araldo..."(15).

Mi ricordo di un articolo dell'adesso presidente del Consiglio, senatore Giovanni Spadolini(16); si chiedeva cosa rimaneva del radicalismo degli anni 55-60, quello di ex-liberali come Leone Cattani, Nicolò Carandini, Mario Ferrara, Franco Libonati, ex iscritti al Partito d'Azione, come Ferruccio Parri, Ugo La Malfa, Mario Paggi, Leo Valiani, Guido Calogero; ex azionisti diventati socialisti come Riccardo Lombardi; vecchi socialisti come Lelio Basso; scrittori come Vitaliano Brancati, Sandro de Feo, Ennio Flaiano; isolati come Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi... con l'attuale movimento radicale, che è al centro della polemica aperta in questi mesi dai gesti e dalle dichiarazioni del Pannella post-referendario... "Poco o niente", rispondeva Spadolini.

Il fatto che Pannella avesse "rinunciato proprio in queste settimane alla simbolica tessera del Partito radicale", non era, per Spadolini, senza significato. Stava a sottolineare "una posizione di "protesta" contro ogni formazione politica, contro ogni schema costruttivo e disciplinare". Questa opinione di Spadolini è condivisa da parecchi, soprattutto comunisti, i quali vanno spesso più in là. "Perché l'anticomunismo, soprattutto quando è occulto e strisciante come nel caso dei radicali, va messo a nudo in quanto attacco generale alla democrazia", hanno più volte sostenuto. "L'attuale movimento radicaleggiante è del tutto estraneo a quello che fu, ad esempio, la controversia fra i comunisti italiani e Gaetano Salvemini o Ernesto Rossi o gli scrittori del "Mondo", sostiene con la sua simpatica-antipatica, conosciuta, foga, Antonello Trombadori(17). Per Trombadori, Pannella, non è neppure un radicale: piuttosto è un massimalista e un confusionario"(18), e i radicali si dovrebbero porre in "una logica costrutt

iva rispetto alle istituzioni, e potrebbero dare un apprezzabile contributo".

Non è solo un "battitore libero" come Trombadori, a sostenerlo. Lo ha detto anche un autorevole esponente comunista, Emanuele Macaluso: "Il nucleo centrale del Partito Radicale, negli anni '60, fu costituito dal gruppo del "Mondo" che condusse una battaglia da sponde opposte rispetto a quelle oggi occupate da Pannella e dalla sua variopinta compagnia. Uno dei frutti centrali di quella battaglia fu il costante e sferzante attacco al qualunquismo, al pressapochismo, alla demagogia che sono oggi la bandiera di Pannella e dei suoi seguaci"(19).

Ve bene. I radicali d'oggi, sono reprobi, giuda traditori della "Sinistra". Quelli di una volta, invece, loro sì, che...

Su "Rinascita" del marzo 1950, Togliatti scrive così di Salvemini: "O quest'uomo le beve veramente tutte le panzane, purché siano di marca americana e anticomunista, o è disonesto". Cosa aveva combinato Salvemini? Aveva ricordato che l'anarchico Camillo Berneri era stato ucciso dai comunisti.

Questa, la versione di Togliatti: "Camillo Berneri era anarchico, e tra gli anarchici di Barcellona, egli apparteneva alla tendenza che in certo modo si stava avvicinando ai socialisti unificati, ai catalanisti e ai repubblicani, in quanto si era opposto anche vivacemente e suscitando contrasti, alla condotta dei famosi "incontrolados". Vi fu la nota rivolta barcellonese del maggio: una serie confusa di sanguinose battaglie di strade, da casa a casa, dai tetti, ecc. Il Berneri cadde in uno di questi scontri: ecco tutto...".

Da allora - sono trascorsi trent'anni - i comunisti non hanno corretto questa versione. In effetti, Camillo Berneri venne ammazzato la sera del 5 maggio 1937. Berneri, che abitava al numero 3 di Plaza del Angel, a Barcellona, venne prelevato da casa sua, assieme ad un suo compagno, Antonio Barbieri, da un gruppo di comunisti, e ucciso. La ricostruzione del "caso" Berneri, fatta da Pier Carlo Masini e Alberto Sorti, in appendice ad una raccolta di scritti del militante anarchico(20), è sempre stata negata dai comunisti. Tuttavia l'organo del PCI di Parigi, "Il grido del Popolo", il 20 maggio 1237 rivendicava: "Camillo Berneri, uno dei dirigenti del gruppo degli "Amici di Durruti", che, sconfessato dalla stessa direzione della FAI, ha provocato l'insurrezione sanguinosa contro il governo del fronte popolare della Catalogna, è stato "giustiziato" dalla Rivoluzione democratica, a cui nessun antifascista può negare il diritto di legittima difesa".

Se Salvemini era, a sua scelta, un credulone fazioso anticomunista o un disonesto, Ernesto Rossi era un individuo i cui ragionamenti contribuivano "al trionfo dei reazionari e dei clericali"(21). La "colpa" di Ernesto Rossi era quella di aver sostenuto che i comunisti difendevano certe posizioni che sono nella lotta democratica, ma che lo fanno solo per prendere in giro coloro che credono in queste cose. Se comandassero loro, i comunisti, farebbero certamente le stesse cose che fanno i reazionari. Ergo, diceva Togliatti, per Ernesto Rossi "la libertà non è più una prospettiva storica reale, è un gioco di concetti nel migliore dei casi. Questo è uno dei sintomi più seri del logorio della loro coscienza politica"(22).

In effetti, col senno di trent'anni in cui se ne sono viste di tutti i colori, possiamo dire che Ernesto Rossi si è sbagliato: il PCI non difende le posizioni che sono nella tradizione democratica: fa una politica di reazione, e basta. No a tutto: no al referendum; no all'abolizione di leggi sull'ordine pubblico che sono bestemmie giuridiche e fanno rivoltare dalla tomba tutti coloro che furono, da Beccaria a Calamandrei, i padri del diritto; no allo stato laico, all'antimilitarismo concreto e non di maniera; no ad una normativa che garantisca veramente la possibilità d'aborto...

A dire queste cose, l'accusa che subito viene scagliata è: anticomunismo, viscerale. Ora sarebbe il caso di farla finita con queste repliche imbecilli: viscerali, come tutti, lo siamo una sola volta al giorno, salvo complicazione, e tutto finisce col tirare giù l'acqua.

Mi provo a mettere qualche parola in croce, in questa faccenda dell'anticomunismo. Dirà, qualcuno, che strologo.

Da qualche tempo i radicali, specialmente in occasione delle elezioni, quando il partito non è presente con liste proprie, vengono accettati nella grande famiglia dei "compagni". Oddio, non che sia una cosa che esalti: esser "compagni", in fondo, non è cosa così straordinaria. E' "compagno" anche Renato Curcio, e, tra loro, si chiamano "compagni" anche Pietro Longo e Luigi Preti. E' un "compagno" Lagorio, il quale sta dando un'interpretazione alquanto originale del messaggio pertiniano. Svuotiamo gli armamenti strumenti di morte, riempiamo i granai fonti di vita. Lui prende i missili e li nasconde nelle campagne di Comiso; dai granai ai pagliai, come ha ironizzato Pintor sul "Manifesto". Sono "compagni" i comunisti. Federico Stame, uno dei migliori cervelli della sinistra non storica, sui "Quaderni Piacentini" si lasciò andare a quello che definì un "paradosso": che leciti sono tutti i mezzi pur di impedire che Pecchioli entri nella stanza del potere e si sieda nella poltrona di ministro dell'interno. Non c'

è dubbio - e non è un paradosso - che le uscite "pubbliche" del senatore Pecchioli confermano che, per il bene di tutti e di ciascuno, egli andrebbe escluso da qualsivoglia potere, sempre.

Dicevo che da qualche tempo i radicali sono stati accettati anche loro fra i "compagni". E' accaduto da quando gli "altri" sono costretti a fare i conti con loro; per dirla in modo grossolano, da quando, alle elezioni del 1979, hanno portato a casa voti per 18 deputati, due senatori, tre parlamentari europei. L'antifona è stata capita al volo, e "Rinascita", il settimanale comunista, organizza uno "storico" numero del "Contemporaneo", il supplemento mensile della cultura, su "Il radicalismo degli anni settanta"; il dossier viene integralmente pubblicato in questa antologia di testi sui radicali dal 1979 al 1981. Intervennero: Boffa, Abruzzese, Badaloni, Baget Bozzo, Boato, Bobbio, Boccia, Bolaffi, Cacciari, Cecchi, Coppola, de Felice, de Giovanni, Gravagnuolo, Natta, Marramao, Panebianco, Pasquinelli, Rodotà, Roversi, Stame, Tranfaglia, Vacca. Il dibattito, successivamente, si arricchì dei contributi - anch'essi pubblicati nella presente antologia - di Umberto Eco )"L'Espresso"), Angiolo Bandinelli ("Rinasci

ta"), Renato Guttuso e Leonardo Sciascia ("L'Espresso").

Quell'inserto del "Contemporaneo" venne interpretato come il sintomo che il partito di Berlinguer inaugurava l stagione del disgelo nei confronti dei radicali. Giudizio azzardato, come i fatti dimostrano. Non sono, da allora, mancate le occasioni (referendum, caso d'Urso, ecc.) di polemica dura, feroce, condita abbondantemente di insulti, falsificazioni. Allora, però, quel fascicolo di "Rinascita" fu inteso come la chiusura di un decennio, nel corso del quale qualsiasi vicinanza tra PCI e PR sprizzava scintille. L'ultimo esempio si era avuto proprio qualche settimana prima delle elezioni del 3 giugno. Erano in corso, simultaneamente, a Roma, i congressi del PR e del PCI. Marco Pannella, dalla tribuna del congresso fece il famoso cenno a via Rasella; "Compagni del PCI, voi che siete così feroci contro i Curcio, il loro errore e la loro disperazione, rendeteci conto dei 33 ragazzi altoatesini fatti saltare per aria a via Rasella solo perché portavano un'altra divisa e per cui sono morti poi i compagni di Giust

izia e Libertà e ebrei alle Ardeatine!".

L'essenza del discorso era che tanto il comando partigiano di via Rasella, che Curcio e soci erano ispirati da un'unica filosofia terroristica da condannare. Poi la discussione continuò a lungo(23). Sul momento, però, Giorgio Amendola e Luciano Lama replicarono accusando di fascismo Pannella, mentre Antonello Trombadori lo denunciava. "Neoqualunquismo", diciannovismo", altre esegesi che spaziavano tra D'Annunzio e Guglielmo Giannini, facevano da griglia alle chiose preelettorali dei commentatori comunisti chiamati a pronunciare i loro atti di fede sul "pericolo" radicale.

Non è un'operazione inutile ripercorrere, anche sommariamente, le tappe di vent'anni di calci e carezze. Più calci, che carezze.

La prima "polemica" è datata 1959. Nel marzo di quell'anno appare sul "Paese" un articolo di Marco Pannella, allora leader della sinistra radicale. Pannella voleva aprire un rapporto con il PCI, senza nascondersi, anzi mettendole in evidenza, le diversità sostanziali, e la necessità di un confronto tra la concezione comunista e quella della sinistra democratica. Rispose, chiudendo seccamente la questione, Togliatti, sempre sul "Paese": "Non possiamo accettare queste polemiche sulla politica che svolge il PCI".

Qualche anno dopo, tra il 1961 e il 1964, in seno alla consulta italiana per la pace si susseguirono incontri e scontri tra radicali e comunisti: disarmisti, antiblocchi, antinucleari, i primi; alfieri della necessità di accordi bilaterali tra i due blocchi, i secondi. E' in quegli anni che si cominciò a coniare il termine "neo-qualunquisti", ovviamente rivolto ai radicali.

Altra occasione di polemica è costituita da una intervista che Pannella rilascia a "Nuova Repubblica", il periodico del movimento presidenziale di Pacciardi; tema dell'intervista lo svilupparsi di elementi corporativi nello stato italiano. Il PCI reagì immediatamente con Maurizio Ferrara, su "L'Unità": "Si è svelata la vera natura di un personaggio che si è aggirato negli ultimi tempi negli ambienti della sinistra; quella di essere un compagno di Pacciardi". "Radical-fascisti", nasce in questo periodo.

Maturano i tempi per una delle poche, vere, riforme realizzate in Italia, il divorzio. I radicali sostengono la necessità di creare un fronte laico, che vada dai liberali ai comunisti, per battere la DC e i clericali. Da parte comunista viene mossa l'accusa che in realtà i radicali sono complici dei clericali oltranzisti di Gabrio Lombardi. I radicali vogliono il referendum per spaccare il paese, dicono.

Con i radicali in Parlamento, nel 1976, siamo all storia dei giorni nostri. Sono gli anni dell'unità nazionale, i comunisti entrano virtualmente nella maggioranza. E' nata "l'ammucchiata". A far da opposizione, democratica, laica, di sinistra, i parlamentari radicali nel parlamento, i militanti per i diritti civili, nel paese, a raccogliere le firme per i referendum. Natta qualifica quest'iniziativa "un tentativo dichiarato di fare ostacolo, suscitando occasioni di scontro, alla faticosa ricerca di unità tra le forze democratiche". I radicali vengono accusati d'essere irresponsabili e destabilizzatori; così fino alle elezioni del 1979, e le sedici pagine "Rinascita", con le 24 opinioni sui radicali, molte critiche, anche aspre, ma neppure una riga di invettiva.

La giornalista Rita Tripodi, dell'"Espresso", raccolse le opinioni di alcuni esponenti comunisti, su che cosa il partito dovrebbe fare proprie delle iniziative, dei programmi, dei temi radicali. In sintesi, le risposte furono tre:

a) I radicali non hanno inventato niente.

b) Le loro iniziative sono buone, ma mancano di un progetto politico complessivo.

c) Hanno inventato un nuovo modo di fare politica e i comunisti devono prendere atto di ciò.

"I diritti civili sono patrimonio antico del PCI. - disse Maurizio Ferrara - Non li ha inventati Pannella, e i radicali possono fare oggi la loro parte perché i comunisti e il movimento operaio hanno fatto, e continuano a fare la loro. Bisogna però riconoscere che i radicali sono dei grandissimi propagandisti delle nuove forme di lotta politica: marce,, digiuni, su cui noi spesso abbiamo fatto dei sorrisi, hanno avuto indubbiamente successo".

Per lo scrittore-deputato-sentinella Edoardo Sanguineti: "Tutta una serie di problemi, dalla condizione della donna, alle discriminazioni sessuali, vengono agitate dai radicali con un rapporto di tipo moralistico, di ingiustizia nei confronti della natura, mentre nel PCI si presentano in un'ottica di ingiustizia sociale. In generale, quello radicale è un atteggiamento moralistico psicologico, con tratti eminentemente borghesi. Anche il loro ostruzionismo in Parlamento ha il carattere di sabotaggio alle istituzioni, che trova un consenso perché presuppone l'immagine della politica come cosa sporca".

Biagio de Giovanni, intellettuale comunista (uno degli intervenuti su "Rinascita"), disse che le battaglie dei radicali, quelle referendarie e in particolare, "impostate sul particolare, impediscono di vedere in quale dimensione politica è inserito l'obiettivo. Dove vogliono andare a parare? Sono comunque favorevole - dice de Giovanni - a tutte le battaglie che rendono la politica più vicina alla vita reale, e non escludo che da parte radicale ci sia stato questo forte segnale".

Antonello Trombadori riconobbe che i radicali "pongono spesso problemi di vitale importanza che altri trascurano, salvo, però, quando fanno i demagoghi (contro il finanziamento pubblico ai partiti) o i cripto-eversivi (Contro la legge Reale o il generale Dalla Chiesa). Ad ogni modo i temi giusti dei radicali valgono solo se le grandi masse li accettano e li vivono come terreno di progresso unitario". Dopo quest'originale tesi sul valore dei temi, di chiara marca leninista, ultimo, Mario Spinella, un'intellettuale che ha diretto per vari anni la scuola di partito a Bologna. Il PCI, per Spinella, ha già cominciato ad assumere molti temi agitati dai radicali. "L'atteggiamento nei confronti degli omosessuali, per esempio, è cambiato. Ma c'è anche il problema di come le cose vengono poste. Ci sono forme di fantasia politica che sono indubbiamente efficaci, e che corrispondono alla cosiddetta "civiltà dello spettacolo", che bisogna criticare, ma dentro la quale bisogna vivere".

E' vero, in parte, quello che dice Spinella: l'atteggiamento del PCI è cambiato, nei confronti degli omosessuali; le loro lettere vengono pubblicate su "Rinascita" e "L'Unità"; l'amministrazione di sinistra del comune di Roma organizza convegni con la collaborazione del FUORI! (sottolineare che tutto ciò accade in periodo di campagna elettorale è naturalmente una meschineria, di pessimo gusto); tra breve la direzione del Partito arriverà ad istituire una sezione diritti civili, omosessuali, lesbiche e transessuali. Vedremo.

Per ora, vediamo che a far digiuni, non è più solo Pannella. Fa lo sciopero della fame il detenuto, il pensionato, il senza casa, il professore dell'Aquila, l'ammalato napoletano che vuole essere operato, e che invece giace in corsia da settimane.

Le firme per petizioni referendum progetti di legge vengono raccolte un po' da tutti, ogni occasione è diventata buona per chiedere autografi. Anche il PCI, ora organizza marce, e qualche volta, sit-in di protesta. Se i radicali facevano politica anche con la musica, organizzando manifestazioni a piazza Navona, ora l'assessore Nicolini porta tutti a Massenzio, e i risultati della sua estate romana li conta con le preferenze alle elezioni... A piazza Navona senti suonare, vai, e vedi che sono i socialisti della federazione romana, o la UIL, ad aver organizzato la festa. Gli "strumenti" di lotta, la nonviolenza, la disobbedienza civile, diventano non solo patrimonio radicale; se ne impadroniscono anche coloro che, come diceva Ferrara, "sorridevano".

Tutto bene, dunque? Un corno.

Tra i vari articoli compresi in questa antologia, sottolineerei, in modo particolare, quello di Michelangelo Notarianni, "Pannella il politico", che apparve su "Il Manifesto"; un articolo da ritagliare, conservare.

Notarianni a commentava i lavori del XXV congresso radicale, e osservava che "nella politica internazionale, nella battaglia contro la fame e il riarmo, il PR individua il terreno principale di rottura col PSI, l'asse di una propria rinnovata iniziativa politica e l'inevitabile avvio di un terreno di confronto con la politica e la tradizione comunista".

Ecco, allora, che il discorso si allarga. E' vero quello che si diceva prima, del nuovo "volto", se così lo vogliamo chiamare, che il PCI cerca di modellarsi; e non è senza significato che Ferrara (sempre lui), intervenendo al XXV congresso, e rivolgendosi poi in una lettera aperta ai radicali, cominci con "Cari compagni radicali".

Però sono altre, le cose che si devono dire, e vanno dette; nel giugno del 1979 la direzione comunista, al termine di una riunione dove era stato preso in esame l'andamento della campagna elettorale, sosteneva che "non si può non guardare con preoccupazione al riemergere di un costume politico alimentato dal PR, caratterizzato da una confusa ammucchiata di forze e motivi disparati, dalla totale assenza di proposte e scelte politiche e programmatiche, e quindi tale da terminare un movimento qualunquistico di destra pericoloso per le istituzioni repubblicane e per la democrazia". Paolo Spriano, l'autorevole studioso autore della storia del PCI, scriveva che i radicali erano i "nuovi qualunquisti"(24), e Giglia Tedesco avvertiva che dei radicali non c'era alcun bisogno(25). Paolo Franchi, dal canto suo, dava man forte, aggiungendo che i radicali costituivano un simbolo della crisi della nostra democrazia(26).

I motivi e i casi di queste polemiche, sono noti, già li abbiamo accennati: in Parlamento e nel paese i radicali si erano trovati innumerevoli volte sotto il fuoco comunista, per le iniziative sul Concordato, sull'aborto, sulla RAI-TV lottizzata, sui diritti civili. Massimalisti si diceva. Il rimprovero più frequente era: anche se lo rivendicano, questi qui non hanno niente a che spartire con quelli di una volta, "radicali veri", doc; non sono gli eredi di Ernesto Rossi, del "mondo", loro, piuttosto, sono una feccia, un'accozzaglia "de gente assai lasciva, finocchi e vacche ignude alla Godiva"(27). Come abbiamo visto, dimenticavano le polemiche di Togliatti, quando, con argomenti simili, si scagliava contro Salvemini, Rossi, Bobbio.

Forse, i "compagni", dimenticano che cosa l'ineffabile Palmiro Togliatti replicava all'obiezione: "Non c'è pane senza libertà, proprio la spregiata libertà borghese": spregiata libertà borghese": "Se ti accade di trovarti accanto ad un redattore del "Mondo", attento al portafoglio! Sarà un liberale, di destra o di sinistra, un mangiapreti, o un baciapile; certamente però è un disonesto"(28).

Non so davvero se pensa anche a queste cose l'onorevole Berlinguer, quando dice: "Politica si faceva nel '45, nel '48, e ancora negli anni cinquanta e sin verso la fine degli anni sessanta. Grandi dibattiti, grandi scontri di idee, e, certo, anche di interessi corposi, ma illuminati da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune. Che passione c'era, allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante! Soprattutto c'era lo sforzo di capire la realtà del paese e di interpretarla,. E tra avversari ci si stimava. De Gasperi stimava Togliatti e Nenni e, al di là delle asprezze polemiche, n'era ricambiato"(29). Sarà. Però, premesso che il volto del PCI ci piace poco, quello rimpianto da Berlinguer ci piace ancora meno; ma torniamo ai nostri giorni. Bisognerebbe, innanzi tutto - piuttosto che rimpiangere mitici happy days - prendere atto, coraggiosamente, che in tutti questi anni, la sinistra - e la cultura da essa prodotta - non hanno saputo e voluto accettare tesi e propost

e radicali che, innanzitutto rappresentavano un dato teorico che postulava un confronto rispetto all'intelligenza della società e delle istituzioni statuali di oggi. E' quel confronto, quel dibattito, che veniva sollecitato già nel 1959, con l'articolo di Pannella, già citato, sul "Paese", e in cui venivano fissati due temi destinati a diventare centrali e a caratterizzare la strategia radicale: la necessità di un'alleanza di tutta la sinistra, compreso il PCI; e la formulazione di una proposta di candidatura al potere della sinistra attraverso una "alternativa democratica" di governo.

La ricerca di un dialogo tra "sinistra democratica" e PCI, veniva intesa, già allora, non come mera alleanza frontista, ma in positivo, come piattaforma i alternativa riformatrice di governo, che sapesse porsi nell'orizzonte internazionale e avere come interlocutori effettivi le socialdemocrazie e i sindacati europei. Togliatti liquidò tutto, senza entrare nel merito delle questioni, limitandosi a difendere i comportamenti tradizionali dei partiti comunisti europei.

Ora, trascorsi vent'anni, la DC - e il blocco conservatore che questo partito rappresenta - sembrano avviati alla catastrofe, talvolta da decine di scandali e da un processo disgregativo che pare inarrestabile. Pre di assistere alla tragica profezia di Moro, quando annunciava un ciclo terribile; si sta, parimenti, realizzando l'augurio per "una libertà" che Moro negli ultimi suoi giorni di vita, acquisì con "immenso piacere"; stiamo insomma, perdendo, ad uno ad uno, tutta la dirigenza democristiana, sepolta da scandali e faide intestine.

Tutto ciò accade in un'Italia che - lo testimoniano i risultati dei recenti referendum - mostra un inequivocabile colto laico, dove il voto cattolico è voto di minoranza. Subito dopo il voto per i referendum 1981, abbiamo assistito ad una certa qual esultanza festaiola da parte del PCI. Certamente il doppio NO sull'aborto ha prevalso, sicuramente i radicali non possono dirsi vincenti e vincitori. Ma c'è, in questi risultati dei referendum di più e altro, e si tratta di quel che emerge dai voti sul referendum contro l'ergastolo.

La sinistra non ha risicato che la metà dei consensi che ci si poteva e doveva attendere. Come mai, perché? Il PCI dice che non c'è stato tempo a sufficienza per fare dibattiti, per discutere, dialogare con la gente. E' originale, questa spiegazione. Per spiegare che la pena dell'ergastolo è intollerabile in Italia, paese che sbandiera i valori più nobili e tradizionali della sua antica civiltà e cultura, il PCI avrebbe atteso i tre mesi di campagna referendaria (facendola, comunque poco e male). E finora, cosa hanno fatto? In che cosa si è tradotto l'impegno per diffondere tra le "masse" una diversa e migliore cultura, da quella reazionaria e borghese? E anche in Emilia Romagna, anche a Bologna, dove governano da trent'anni, non hanno trovato il tempo di "dialogare2?

"Il Resto del carlino" informa che solo i cittadini di Crespellano, piccolo paese in provincia di Bologna, si è realizzata la maggioranza di sì per l'abrogazione dell'ergastolo; una maggioranza comunque risicata: 50,2%; alle ultime elezioni PCI e PSI avevano raccolto, il 77% dei consensi. Dunque, nella "regione rossa" non c'è stato il tempo di dibattere, di discutere, di dialogare, convincere. O forse, piuttosto, c'è dell'altro?

Bisognerà bene cominciare a interrogarsi su quali sono state e sono le carenze, le mancanze, le rinunce della sinistra. Si raccoglie tempesta solo se si semina vento. E le sinistra ne hanno seminato parecchio. Ha assistito senza batter ciglio, quando non gli ha fornito forma e dignità teorica, al suonar della grancassa dell'allarmismo sociale; ha accettato che la lotta al terrorismo venisse condotta con strumenti pericolosi, sbagliti, inutili. Non ha saputo trovare serie alternative, ha fatto suoi i bluff governativi. Si è compiaciuta che nella sinistra ci sia ancora una consistente componente intrisa di cultura autoritaria, che vede la giustizia più in chiave "biblica" che in chiave "evangelica", per cui giunge a giustificare l'occhio per occhio e il dente per dente, e magari si risolve - com'è accaduto - a firmare la proposta di ripristinare la pena di morte, che "è in vigore anche in Russia".

Dunque, l'Italia nella quale viviamo è quella del buon senso e della mediocrità. Ha rinunciato ad essere più giusta, più forte, più libera, abolendo la legge Cossiga, l'ergastolo, il porto d'armi; è un'Italia laica, in cui c'è una minoranza consistente su posizioni decisamente libertarie, e un'altra ancora più consistente minoranza su posizioni reazionarie e clericali; la maggioranza è invece, solidamente laica, tollerante, e, al tempo stesso, desiderosa di ordine, sicurezza e autorità. Una maggioranza che non si pone il problema alcuno a convivere con una legge che ha una sola norma, qualche volta utile per la lotta al terrorismo (la norma sui "pentiti"), e che si disinteressa del fatto che si possa restare in carcere - magari innocenti - per una decina d'anni, in attesa del processo.

Rossana Rossanda, che scrive i suoi articoli con la testa oltre che col cuore, sul "Manifesto" ha pubblicato un bell'articolo dal titolo "Considerazioni" antipatiche". Osserva, Rossanda, che in questa occasione si era stati meno intelligenti del solito, e bisognava dirselo, non fosse che "per andare controcorrente alle bugiarde e sbrigative soddisfazioni generali".

Facciamole, dunque, alcune di queste considerazioni antipatiche". Intanto, dal voto referendario è emerso con sufficiente chiarezza, che a misurarsi ci sono solo due strategie, quella del PCI e quella radicale. Ancora "oggi" le domande essenziali, i "terreni" su cui occorre ragionare e cercare le risposte, sono le stesse di "ieri": quale diritto? Quale Stato? Quale "classe"? Quale "internazionalismo"? Violenza o nonviolenza? Si chiedeva e chiedeva Bandinelli, in polemica con Sechi.(30). E' così.

"Considerazioni antipatiche", però, bisogna farle anche guardando dentro il Partito radicale. Subito dopo il voto referendario, ci si è cominciati a chiedere se per caso la strategia referendaria non fosse entrata definitivamente in crisi, se non si riproponeva un problema sul quale, spesso, ci si era interrogati: se essere solo un movimento o un partito meno informale.

Il 1981 mostra inequivocabilmente come vi sia chi lavori per questa prima ipotesi; altri, invece, rivendicano la necessità di dare corpo e forma al secondo progetto. Interrogato dall'Espresso", Giuseppe Rippa ha formulato una opinione che pur nella secchezza dovuta per le esigenze giornalistiche, centra il termine della questione: il PR può ancora diventare un partito di massa di una società post-industriale. A patto che prima non si autodistrugga.

Commentando i risultati dei referendum, Ernesto Galli della Loggia, sull'"Espresso" ha scritto una nota di cui riporto uno stralcio; contiene alcune cose che mi paiono sensate, sulle quali riflettere credo sia bene(31).

Sostiene Galli della Loggia che "... se mai la giornata dei referendum ha prodotto una sorpresa, questa direi, è stata offerta dai radicali. Ed è stata una sorpresa sotto ogni aspetto negativa, soprattutto per chi si ostina a considerarli tra quanto di meglio offre il panorama politico italiano. Innanzi tutto la loro reazione alla sconfitta: quel loro non voler prendere atto, quell'arrampicarsi sugli specchi dando la colpa agli avversari (?) o agli elettori è stato un penoso spettacolo che ricordava i migliori Covelli e Saragat d'annata. Tutti sotto accusa: la stampa (d'accordo, ma nel '74 per il divorzio la stampa era tutta contro Fanfani, sono le regole del gioco), la presa "sovietica" del PCI sul suo elettorato (ma come? se nel '78 e '79 era tutto un teorizzare l'ormai avvenuta "laicizzazione" dell'elettorato), le menzogne degli avversari (già, ma perché altre volte erano rimaste senza effetto?), e chi più ne ha più ne metta. Ma una parola di autocritica non s'è sentita: e sì che ce ne sarebbe stato bis

ogno. Infatti i risultati del 17-18 maggio segnano la crisi probabilmente irreversibile del "progetto referendario" con cui i radicali hanno pensato di dare l'assalto al sistema dei partiti che domina l'Italia. I referendum dovevano servire a contrapporre la società civile ai partiti travolgendo questi ultimi con un'ondata di delegittimazione: secondo i radicali la società civile l'elettorato (innanzi tutto quello di sinistra), era contro il sistema dei partiti in nome di ideali che per comodità si possono definire libertario - pacifistico - antindustrialistico. La sostanza portante della protesta contro il sistema politico, cioè, sarebbe stata una sostanza ideologica ben dentro la tradizione della sinistra e che i partiti della sinistra avrebbero tradito. Nulla di più sbagliato. La protesta della società contro i partiti e il governo che essi esprimono, è in Italia, da parecchi anni, soprattutto una protesta contro la corruzione diffusa, contro l'incapacità a dirigere, è richiesta di efficienza, di ordine,

di sicurezza. E' ben possibile che a tale richiesta sia data una veste ideologica di sinistra, ma è per l'appunto questa la scommessa da vincere, il problema da affrontare: per il quale lo strumento del referendum è alla lunga inservibile.

La sera del 18 maggio i radicali si sono consolati dicendo che comunque il loro partito (ma la logica partitica, non era stata bandita?), aveva triplicato la loro "audience". Fosse anche vero, va però chiaramente detto che un partito del 7-8% composto di paladini dell'antinucleare, del disarmo e della fame nel mondo, ha tante speranze di servire a qualcosa, per la sinistra e per il paese, che un partito del 10% di ultras filosovietici o di un'altra qualunque frangia "folle" che la Provvidenza volesse riservarci".

Questo Galli della Loggia. Come dicevo, cose sulle quali un minimo di riflessione davvero non guasterebbe. Mi viene in mente un episodio a cui ho avuto occasione di assistere, anche questo in certa misura sintomatico. Ero al mare, una spiaggia piena di gente, come lo sono le riviere dell'Adriatico d'estate. Persone prendevano il sole, e intanto parlavano, con toni e gli accenti tipici della vacanza: la vita, i problemi, il lavoro, la politica. Fanno il gioco della torre: chi butteresti giù, Berlinguer, Craxi, Pannella?

Un massacro. Buttavano giù tutti, non salvavano nessuno.

Ecco, con onestà io credo che bisogna riconoscere che alcuni nodi vengono al pettine. Alcuni mi pare siano stati individuati in un articolo recente di Giuseppe Rippa(32): "... bisogna discutere e verificare se e nel caso perché, nella crisi e nella trasformazione della politica, il ruolo egemone del PR rischia di attenuarsi. Se la causa di ciò è anche da ricercare nell'incapacità degli stessi radicali di trasformarsi, nei fatti e nella politica, per alcuni vizi di fondo, in protagonisti del cambiamento e del mutamento in chiave democratica e libertaria..."

La partita, è ancora aperta, vedremo. Per ora mi preme rammentare un passo del "Paragrafo settimo" dell'intervento che Pier Paolo Pasolini avrebbe tenuto al congresso radicale di Firenze del 1975, se non fosse stato ammazzato il giorno prima:

"... Attraverso l'adozione marxistizzata dei diritti civili da parte degli estremisti di cui ho parlato nei primi paragrafi di questo mio intervento, i diritti civili sono entrati a far parte non solo della coscienza, ma anche della dinamica di tutta la classe dirigente italiana di fede progressista. Non parlo dei vostri simpatizzanti. Non parlo di coloro che avete raggiunto nei luoghi più lontani e diversi: fatto di cui siete giustamente orgogliosi. Parlo degli intellettuali socialisti, degli intellettuali comunisti, degli intellettuali cattolici di sinistra, degli intellettuali generici, sic et simpliciter: in questa massa di intellettuali - attraverso i vostri successi - la vostra passione irregolare per la libertà si è codificata., ha acquistato certezza del conformismo e, addirittura (attraverso un "modello" imitato sempre dai giovani estremisti), del terrorismo e della demagogia..."

Ecco, io sono convinto che "i barbari già sono entrati in città", e forse non sarà più possibile vincerli. Ma voglio chiudere con un sorriso, e dunque dedicare una poesia, che recentemente mi è capitata per le mani, a tutti noi, radicali libertari, nonviolenti, pacifisti, nonostante. La poesia è del bolognese Roberto Roversi, si intitola: "Dramma di un vero sapiente nel mese di aprile".

Un saggio antico

(il suo nome lo so, ma non lo dico)

con la mano destra scriveva

sul libro della verità

mentre con la sinistra

accarezzava la luna

ferma nel cielo a metà.

Poi la luna calò nel mare

essendo il mese di aprile

e andò con un branco di tonni a pescare.

Il saggio restò solo

e continua a scrivere, a chiosare

tuttavia si annoia

perché con la mano sinistra non sa più

che cosa fare.

E non ha gioia.

Basta; chiuso. Anche se mi accorgo di aver appena sfiorato il problema.

Questo è un discorso da continuare.

------------------

(1) Leonardo Sciascia, "Le chiare spiegazioni di chi non ha capito", "Corriere della Sera" 4 luglio 1980; riportato anche in "La palma va a nord", antologia di scritti di Leonardo Sciascia, ed. "Quaderni Radicali".

(2) Leonardo Sciascia, "no all'indifferenza, no all'ignavia", "Notizie Radicali" 15 maggio 1979; riportato anche in "La palma va a nord".

(3) Palmiro Togliatti, "Rinascita" 8-9, 1951; riportato anche in "I corsivi di Rodrerigo", ed. De Donato.

(4) Giuseppe Saltini, "L'utile pratico e la sua venerazione", in "I primi della classe", ed. SugarCo.

(5) F.F., "Unità" 31 ottobre 1946.

(6) Renato Guttuso, "Rinascita" giugno 1954.

(7) "Unità", 20 gennaio 1956.

(8) "Rinascita", marzo 1949.

(9) Giovanni Berlinguer, "Unità", 29 luglio 1955.

(10) Paolo Ricci, "Unità", 25 giugno 1954.

(11) Carlo Salinari, "Il contemporaneo", 5 gennaio 1956.

(12) "Unità", 7 settembre 1956.

(13) Carlo Salinari, "Il contemporaneo luglio-agosto 1960.

(14) Palmiro Togliatti, "Unità 9 giugno 1950.

(15) Ruggero Guarini, "Quel monotono delirio", in "I primi della classe", SugarCo.

(16) Giovanni Spadolini, "La battaglia dei radicali", "Corriere della Sera", 25 luglio 1974; riportata anche in "Il pugno e la rosa", ed. Bertani.

(17) Antonello Trombadori, "Il PCI, replica a Pannella: troppo vittimismo", "Corriere della Sera" 14 dicembre 1976; riportata anche in "Il pugno e la rosa", ed Bertani.

(18) Antonello Trombadori. "L'astio del PCI", "Panorama", 4 gennaio 1977; riportato anche in "Il pugno e la rosa", ed. Bertani.

(19) Emanuele Macaluso, "Dire no a tutto per rendere ingovernabile la Repubblica", "Unità", 10 maggio 1979.

(20) Pier Carlo Masini e Alberto Sorti, "Pietroburgo 1917, Barcellona 1937", SugarCo.

(21) Palmiro Togliatti, "Rinascita", n.10, 1952

(22) Palmiro Togliatti, "Rinascita", n.10, 1952

(23) Rimando, a questo proposito, al dibattito organizzato per "Quaderni Radicali". In particolare, nel n.5-6 è possibile trovare il testo integrale degli interventi di Marco Pannella. Nel n.7 gli interventi di Bobbio, Baget Bozzo, Guiducci. Nel n.8-9 gli interventi di Bandinelli, Galli della Loggia, Ronfani, Roversi, Sechi, Stame, Pannella. Nel n.10 gli interventi di Alfassio Grimaldi, Saltini, Mughini, Tarizzo, Timpanaro. Nel n.11-12 gli interventi di Bocca, Del Buono, Lombardo, Manconi, Scalia, Settembrini. E' utile consultare anche l'intervista resa da Pannella a Tajani, per il "Settimanale", e pubblicata nel volume "Noi e i fascisti", ed. "Quaderni Radicali".

(24) Paolo Spriano, "Il nuovo qualunquismo", "L'Unità", 3 maggio 1979, riportato anche in "Il pugno e la rosa", ed. Bertani.

(25) Giglia Tedesco, "Non ci serve certo Pannella", "Rinascita", 11 maggio 1977 riportato in "Il pugno e la rosa", ed. Bertani.

(26) Paolo Franchi, "Marco Pannella, un simbolo della crisi della nostra democrazia. Un radicale all'americana", "Paese sera", 6 aprile 1979; riportato anche in "Il pugno e la rosa", ed. Bertani.

(27) Maurizio Ferrara, "Er trionfo della LID", sonetto, 15 maggio 1974; compreso nella raccolta "Er compromesso rivoluzzionario".

(28) Palmiro Togliatti, "Rinascita", 1951.

(29) Enrico Berlinguer, intervista a Eugenio Scalfari, "Repubblica", 28 luglio 1981.

(30) Angiolo Bandinelli, "Polemica con Salvatore Sechi. Per chi suona la campana?", "Messaggero", 2 giugno 1981.

(31) Ernesto Galli della Loggia, "Era prevedibile", in "Espresso", 31 maggio 1981.

(32) Giuseppe Rippa, "Dove vanno i radicali?", in "Quaderni Radicali", n.11-12.

 
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