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Rutelli Francesco - 15 dicembre 1981
La guerra viene dall'Est
Il rischio di una nuova Monaco

di F. R.

SOMMARIO: La proposta di politica estera del Partito radicale è antireaganiana e antisovietica. Siamo contro le scelte di politica violenta dell'Amministrazione americana, non siamo antiamericani. La proposta di uscire dalla Nato: il sostegno dell'Alleanza Atlantica al regime golpista turco. Dall'Urss il maggior pericolo per la sicurezza: politica riarmista, espansionismo, totalitarismo interno, interesse strumentale alla tragedia del Terzo Mondo. L'Occidente rischia di comportarsi con l'Urss come già fece con la Germania nazista. Il definitivo fallimento della strategia dell'appeasement. Gli aiuti alimentari americani al regime sovietico. Gli interessi dei centri di potere del complesso militare-industriale: il miglior modo per chiudere gli spazi di rinnovamento all'interno dell'Urss è offrire al regime occasioni di risposta sul terreno che gli è proprio. Quello che i russi temono è il contagio democratico, l'estensione del caso polacco, la libera circolazione delle persone e delle idee. Necessario per ques

to sviluppare una procedura unilateralista di azione politica, per l'applicazione dell'Atto Finale della Conferenza di Helsinki.

(NOTIZIE RADICALI n. 42, 15 dicembre 1981)

Antireaganiana ed antisovietica, la proposta di politica estera del Partito Radicale è centrata su un obiettivo di fondo: indicare una nuova via di pace e di sviluppo a partire da un paese come l'Italia.

Essere contro la politica dell'attuale Amministrazione statunitense non significa essere antiamericani. Al contrario, i radicali hanno sempre vissuto come un fatto drammatico la polemica con le scelte di violenza internazionale praticate dagli Usa, proprio in relazione alla grande sintonia culturale, storica e politica con le tradizioni e le istituzioni della democrazia di oltre Oceano. E nel momento in cui la divaricazione rispetto alle scelte di Reagan (si pensi solo alla politica militare, a quella in campo energetico, alla liquidazione degli aiuti allo sviluppo) si fa più netta ed i radicali rafforzano la loro proposta di uscita dell'Italia dalla NATO (e rilanciano una polemica urgente quanto dimenticata sul gravissimo ruolo dell'Alleanza Atlantica nel sorreggere il regime golpista della Turchia: cosa dice in proposito il nostro Governo? E le forze politiche della sinistra?) appare indispensabile chiarire la nostra posizione sul conflitto Est-Ovest, sulla cosiddetta "crisi della distensione", sull'attual

e politica sovietica.

Noi riteniamo che per la sua natura e struttura l'URSS costituisca oggi il maggior pericolo soggettivo e oggettivo per lo scatenamento della guerra. Il recente comportamento sovietico (accrescimento della minaccia militare sull'Europa per ottenere vantaggi politici, espansionismo militarista nelle aree più delicate del globo, mantenimento dei peggiori assetti totalitari ed illiberali all'interno, totale indifferenza - se non per finalità di potenza - alla tragedia del Terzo Mondo) non costituisce infatti una fase involutiva in un processo statuale e politico contraddittorio.

"L'Occidente - ha dichiarato Pannella - rischia di comportarsi con l'URSS di oggi come già fece all'epoca di Monaco con la Germania nazista". Non è, questo, "anticomunismo viscerale": è la pubblica dichiarazione d'accusa del comunismo reale, quello che si è tristemente e spesso atrocemente realizzato nell'Est d'Europa.

Ciò che non è dato di comprendere dai governanti delle democrazie occidentali è la reale strategia di ciò che essi definiscono il "mondo libero" nei confronti di Mosca. Ciò che emerge è il definitivo fallimento di un "appeacement" i cui fondamenti teorici erano evidentemente del tutto sbagliati, se oggi noi leggiamo presso i più accreditati analisti democratici che mentre buona parte dell'Ovest perseguiva un dialogo reale in funzione di un futuro di integrazione con l'Est attraverso il processo di distensione, quest'ultimo è stato vissuto dai sovietici come una delle fasi più proficue della prosecuzione istituzionale della lotta ideologica contro l'Occidente, e che in questi anno sono stato dedicati dai russi non a confermare o superare la filosofia e di dispositivi dell'equilibrio del terrore, ma ad acquistare posizione di vantaggio in numerosi settori della corsa agli armamenti.

Ora, il "sapiente realismo" del Presidente Reagan ha completamente cancellato il significato politico del boicottaggio delle Olimpiadi, ma soprattutto ha tolto di mezzo il tetto fissato da Carter per la fornitura di aiuti alimentari ad un URSS che si trova in difficilissime acque. Le critiche americane all'accettazione da parte europea della realizzazione del colossale gasdotto che legherà per decenni Europa Orientale ed Occidentale non appaiono tanto come un appello alla "tenuta" dell'Europa rispetto a rischi di finalizzazione, quanto la nervosa reazione ad un'efficace ed autonoma operazione di "realpolitik" realizzata nel vecchio Continente. A nessuna motivazione morale né politica obbedisce infatti la decisione reaganiana di sfondare il "tetto" dell'assistenza alimentare ai sovietici, ma innanzitutto alla poderosa pressione delle lobbies direttamente interessate (che si sono viste tra l'altro ridurre la possibilità di operare con i paesi del Terzo Mondo).

Il problema è quindi un altro: al rimorchio degli interessi astronomici dei centri di potere dello complesso militare-industriale, gli USA hanno impresso una svolta senza precedenti al processo di riarmo, ed hanno centrato sul terreno militare la competizione con l'Unione sovietica. E' giusta questa scelta? L'esperienza di insegna il contrario. Il terreno su cui l'URSS ha dimostrato di non perdere un colpo è quello della competizione strategica con l'altra superpotenza. In generale, è sul terreno militare (si veda l'Afghanistan, come il Corno d'Africa, come lo Yemen) che una struttura come quella sovietica sa dare le sue risposte. Anzi, abbiamo imparato che il miglior modo per chiudere ogni spazio di rinnovamento e confermare lo strapotere dell'attuale casta militar-burocratica è quello di offrirle occasioni di iniziativa in cui può proporre l'unico modello di gestione politica che sa realizzare.

Leggevo qualche tempo fa le dichiarazioni di un leader dell'opposizione democratica rumena in esilio; egli affermava che gli occidentali non capiscono nulla, se credono di mettere in crisi l'URSS puntandole addosso dei missili od altri armamenti: ciò che i russi temono è il contagio democratico, è l'estensione del caso polacco, è la libera circolazione delle idee, delle persone e delle notizie. Ora, l'Occidente ha scelto di rinunciare - nel confronto con i sovietici - a quello che dovrebbe essere il proprio cavallo di battaglia: l'affermazione dei diritti umani, dei valori liberali e libertari di democrazia.

E' su questo che occorre muovere una forte iniziativa, se necessario - anche qui - attraverso una procedura unilateralista di azione politica. Su questo esiste una grande terreno di lotta per l'applicazione dell'Atto Finale di Helsinki, nonostante l'impasse diplomatica e politica imposta dalla contestualità dei principi di libertà di diffusione dell'informazione (propugnato ad Occidente a difesa dei diritti negati nell'URSS) e di sovranità dello Stato (utilizzato dai sovietici per confermare l'esclusivo diritto dello Stato di "fornire informazioni in quanto utili alla pace e all'amicizia tra i popoli", e quindi la gestione dittatoriale della cosa pubblica). Avremo presto l'occasione di definire meglio i possibili sbocchi di iniziativa politica di un'azione aggressiva sui diritti umani fondata sul contenuto del "terzo cesto" della CSCE, sullo sviluppo delle cosiddette "Misure per la creazione di fiducia e sicurezza in Europa" (CSBM), sulla creazione di strutture ad hoc (si veda qui accanto la proposta di isti

tuzione di un'Agenzia addetta alla diffusione di un'informazione veritiera in tutti i paesi dittatoriali, da quelli di stampo fascista e golpista a quelli di comunismo reale).

 
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