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Melega Gianluigi - 18 luglio 1985
Sì, il Pr è cambiato
di Gianluigi Melega

SOMMARIO: Melega afferma che "anche il partito radicale è cambiato" ed "è cambiata la realtà politica attorno al partito radicale". Pone tre questioni cui si dovrà rispondere nel dibattito aperto da Paissan e Manconi. Rievoca la sua vicenda personale a partire dalle esperienze con Unità Popolare del 1953-55. Ricorda come venne costituito il nucleo dei 18 deputati e 2 senatori alle elezioni del 1979, che riuscì anche a superare le rotture interne nel partito, il Congresso di Genova, ecc. Analizza gli sviluppi successivi, con gli eletti non-iscritti che chiedevano insistentemente che il partito si occupasse non solo di fame nel mondo ma anche delle faccende interne italiane, "le pensioni, la casa, ecc."; ma la crescente influenza di alcuni eletti non-iscritti era vista male dai dirigenti del partito. Così gli anni '80 furono anni "di distacchi, non di avvicinamenti". Il partito di oggi "non risponde ad una domanda politica di opposizione parallela a quella del 1979", e tuttavia è ancora "il meglio fico del big

oncio", perché né il PCI né tantomeno DP fanno bene il mestiere dell'opposizione.

(IL MANIFESTO, 18 luglio 1985)

Sì: è cambiato il partito radicale ed è cambiata la realtà politica intorno al partito radicale. Anche nell'analisi politica non si può fare a meno della relatività. Non ha senso indicizzare l'identità di un partito, radicale o altro, a un determinato anno, e contare quindi le rughe, le facce, le devastazioni o le fioriture che il tempo ha portato.

Se il dibattito aperto da Paissan e Manconi sul Pr deve avere un senso, propongo che debba cercare una risposta a queste due domande: 1) il Pr di oggi risponde a una domanda politica parallela a quella a cui rispondeva nel 1979, l'anno di sua massima espansione elettorale? 2) può esistere, se non oggi, domani, un rapporto tra Pr e domanda politica che ripeta in una situazione oggettivamente diversa il momento quasi magico di speranza del 1979?

Non mi interessa, invece, rispondere alla eventuale terza domanda: di chi è stata la colpa (o il merito)? Alla politica come contenzioso tra amici ho sempre preferito quella come lotta contro gli avversari.

Non posso non partire dalla mia vicenda personale. Ho fatto brevemente politica nel 1953-55 con Ferruccio Parri, in Unità popolare, poi la professione mi ha assorbito. Nel 1976 ho firmato il manifesto per il voto al Pr, nell'elezione che segnò l'ingresso dei radicali in Parlamento. Negli anni successivi, in vicende che toccavano la libertà di stampa o la questione morale nella storia Leone-Lockheed, ebbi modo di constatare personalmente che soltanto il Pr offriva una risposta politica istituzionale a una "opposizione" civile (nel senso di extrapartitica ed extraistituzionale). Nel 1979, di fronte alla storia recente dei governi di unità nazionale, parve a me, e a moltissimi non radicali, che le liste del Pr alle politiche di quell'anno fossero la sola risposta di opposizione. Entrammo in Parlamento, con quelle liste, in molti non iscritti al partito radicale. L'elenco era significativo: Leonardo Sciascia, Sandro Tessari (veniva dal Pci), Aldo Ajello e Franco Roccella (dal Psi), Marco Boato, Mimmo Pinto e Pio

Baldelli (da Lotta continua e dalla Nuova sinistra), Maria Antonietta Macciocchi (dalla Cina, post-Cina, ecc.) E nelle liste elettorali la costellazione di coloro che non praticavano politica a tempo pieno con targa Pr era ancora più impressionante: da Gianni Vattimo a Marco Bisceglie, da Tinto Brass ad Alfredo Todisco, da Fernanda Pivano a Giorgio Albertazzi, da Adriano Buzzati Traverso a Barbara Alberti. In che cosa speravamo?

Che attraverso il Pr fosse possibile fare opposizione istituzionale senza compromessi (in questo senso, alternativa), che fosse al tempo stesso rivoluzionaria e nonviolenta. La grande speranza in quegli anni di compromesso storico e di piombo (due facce della stessa realtà), la grande speranza che ci riunì fu quella della rivoluzione nonviolenta.

Eppure, la vita interna del Pr era a livelli rasoterra. Tutto sembrava incentrarsi sulla litigiosità tra radicali "storici". Tre mesi dopo il massimo successo elettorale, il congresso di Genova fu marcato da insulti tipo "lanciatori di merda", miniscissioni, furibonda lotta per la segreteria. I più noti esponenti del Pr in una città come Torino, Adelaide Aglietta e Angelo Pezzana, si querelavano tra loro. La prima ad allontanarsi dal gruppo parlamentare fu un'altra figura emblematica del Pr di allora, l'ex suora Marisa Galli.

Ciò che salvò per qualche tempo tutto fu la teorizzata e praticata separatezza tra partito e gruppo parlamentare. Con 18 deputati e due senatori scatenati a lavorare a tempo pieno in Parlamento, con Radio radicale che rilanciava in diretta le sedute del Parlamento, con le cronache dei giornali costrette a occuparsi dell'ostruzionismo alle leggi speciali o al raddoppio al finanziamento pubblico, "i radicali" per l'opinione pubblica diventarono coloro che in Parlamento, parlavano per 10, 15, 18 ore, non più gli iscritti al partito.

Gli iscritti digiunavano, o raccoglievano firme ai tavoli per i referendum, o si dedicavano a lottare contro la fame nel mondo: ma contavano sempre meno nell'opinione pubblica (a differenza di quando erano i soli "radicali" sulla piazza).

La separatezza riuscì a creare, per qualche tempo, due sfere d'azione forzosamente distinte. Poi non resse. Dalla componente "non iscritta" del gruppo parlamentare si chiedeva che il Pr rispondesse a una domanda politica nazionale che non poteva essere racchiusa soltanto negli obiettivi che il Pr, al contrario, era costretto a darsi per mantenersi nocciolo omogeneo. Esempio: se ci si dovesse occupare soltanto della fame nel mondo, o anche di problemi italiani (le pensioni, la casa, ecc.).

Chi guidava il partito vide nella crescente influenza di certi parlamentari (penso, per esempio, a Marco Boato) uno sviluppo politico da non incoraggiare. L'anomalia della non-iscrizione favoriva l'emarginazione. Se si escludono i comprensibili casi di Toni Negri ed Enzo Tortora, gli anni dal 1980 a oggi sono per il Pr anni di distacchi, e non di avvicinamenti. Anche qui l'elenco è impressionante e lo risparmio, così come non direbbe molto al lettore del Manifesto un altro elenco di peso, quello di coloro che hanno fatto parte per qualche tempo della giunta di segreteria del Pr e se ne sono poi allontanati.

Un capitolo a parte merita l'analisi dei rapporti tra Pr e mezzi di informazione. Non c'è spazio per farlo ora: basti dire che a questi rapporti sono riconducibili alcuni aspetti importanti della storia del Pr, per esempio la selezione del gruppo dirigente.

Che risposta dare, allora, alle due domande che ci siamo posti in partenza? Alla prima: no, il Pr di oggi non risponde a una domanda politica di opposizione parallela a quella del 1979. Alla seconda: bisogna rispezzarla in altre due domande: a) c'è oggi una richiesta numericamente forte e potenzialmente maggioritaria di opposizione? (Mia risposta: no). b) come è allora possibile, oggi, fare l'opposizione?

E qui le mie scelte divergono, credo, da quelle del Manifesto, visto che ritengo il Pr, con tutte le sue irritanti e ingiustificate carenze e manchevolezze, il meglio fico del bigoncio. Credete sia un caso, cari compagni, se quello che è formalmente e apparentemente il maggior partito di opposizione, il Pci, oggi vota Cossiga e Fanfani, vota il nucleare e l'inquinante (caro Chicco Testa, capisco che tu ti batti su due fronti: ma non si può sempre dimenticare quel che dicono i resoconti stenografici del dibattito d'aula a Montecitorio sul decreto di balneazione o di Commissione industria sul piano energetico), non dice una parola sulla promozione Iri dell'imputato Ettore Bernabei, eccetera eccetera?

Allora, l'opposizione alla maniera del Pci, no. Ma neppure alla maniera di Dp: siccome tutto è rimandato a dopo la rivoluzione, uno prende la parola, dice sempre no, ha la coscienza a posto e aspetta il 2085, il 2185, e così via. Allora bisogna fare uno sforzo e capire che Pannella sottosegretario contro la fame è opposizione (tanto è vero che non ce lo hanno voluto). Che il non-voto radicale in Parlamento, a parer mio, è un modo sbagliato di fare opposizione, per come è stato attuato: ma è un segno di ricerca di vie d'uscita e di volontà politica che davvero non merita la valutazione meschina del serve - o - non - serve - a - Craxi.

Il guaio è che oggi, nel paese, a volere davvero un diverso sistema di valori (nonviolenza, antimilitarismo, verde, diritti civili là dove non ci sono, solidarietà internazionale istituzionale) siamo forse una veramente piccola minoranza, culturale e politica. E non se ne esce, senza una forza politicamente organizzata, cioè un partito. Io spero ancora, anche se ho meno speranze che nel 1979. Il Pr è oggi più debole di allora, perché i nonradicali non fanno più al suo leader storico, Marco Pannella, l'apertura di credito che gli fecero allora. Per questo spero che Pannella e tutti gli iscritti al partito sappiano inventare un nuovo Pr (i "verdi"?). Altrimenti, caro manifesto, la campana non suonerà soltanto per il Pr.

 
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