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Cicciomessere Roberto - 15 settembre 1986
L'ITALIA E LA CORSA AL RIARMO (2) Prefazione
di Roberto Cicciomessere

IRDISP-ISTITUTO DI RICERCHE PER IL DISARMO, LO SVILUPPO E LA PACE

SOMMARIO: Va bene la corsa al riarmo, ma che c'entra l'Italia? Non sono gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica i promotori di tale corsa? Che le due superpotenze siano i principali responsabili della corsa al riarmo è vero. I principali, ma non gli unici. Anche l'Italia ha la sua parte di responsabilità. Minore, ma non trascurabile. In cifre assolute la spesa militare dell'Italia è stata nel 1985 l'ottava al mondo. Quanto al numero di uomini alle armi siamo tra i primi quindici. E tra gli esportatori mondiali di armamenti, gli italiani figurano nei primi sei posti. Il peso del settore militare sul complesso dell'economia italiana è ancora piuttosto contenuto: la spesa assorbe il 2,7% del prodotto interno lordo; le armi rappresentano il 2,7% della ricchezza prodotta dall'industria e il 2,3% delle esportazioni. Inoltre le minacce militari alla sicurezza dell'Italia sono meno gravi di quelle che si trovano a fronteggiare numerosi altri attori internazionali - compresi molti nostri alleati. Siamo quindi in una sit

uazione che offre molte opportunità di contenimento della spesa, di sperimentare conversioni al civile delle produzioni militari, di promuovere una politica di sicurezza realista e distensiva. Sfortunatamente queste opportunità non vengono colte. Al contrario nell'ultimo decennio s'è affermata la tendenza all'espansione che è urgente arrestare. E' dalla metà degli anni '70, infatti, che l'Italia comincia a figurare tra i principali esportatori di sistemi d'arma, e che la spesa militare supera i tassi di crescita annuale concordati in sede NATO. Ed è sempre in quelo periodo che cominciano a farsi sentire i sostenitori di un "nuovo ruolo" militare dell'Italia nel Mediterraneo. Il "Libro bianco", presentato dal ministro della Difesa Spadolini nell'inverno 84-85, sintetizza e mette a punto questi sviluppi, ovviamente dalla parte di chi li ha sostenuti e si augura che proseguano. Questo volume, invece, fa emergere i dubbi, gli interrogativi, le proposte alternative rispetto a quello che sinora è stato un monologo

dell'establishment.

("L'ITALIA E LA CORSA AL RIARMO" - Un contro-libro bianco della difesa - a cura di Marco De Andreis e Paolo Miggiano - Prefazione di Roberto Cicciomessere - Franco Angeli Libri, 1987, Milano)

PREFAZIONE

L'incapacità cronica delle forze armate nazionali di produrre quello che viene definito il bene pubblico della sicurezza, la dispersione, la distrazione, e la cattiva utilizzazione dei consistenti mezzi finanziari stanziati per la difesa, l'affermarsi di una politica di riarmo condizionata pesantemente dagli interessi dei ``padroni'' e dei ``mercanti'' della guerra e svincolata da ogni visione strategica, l'impermeabilità dell'Amministrazione della difesa al controllo parlamentare, è quanto emerge dai capitoli dedicati all'Italia contenuti nel ``rapporto'' sullo stato della difesa per il 1986, predisposto dall'Irdisp.

Percepiamo infatti tutti un senso di accresciuta insicurezza e di impotenza di fronte alle vecchie e nuove minacce, insicurezza questa che sembra aumentare e non diminuire proprio con l'incremento delle risorse destinate alla difesa e con il perfezionamento degli strumenti bellici che dovrebbero dissuadere il nemico dall'intraprendere una guerra. Il processo di ammodernamento dello strumento militare nazionale e le stesse dottrine difensive adottate dai vertici militari e politici appaiono cioè sempre più estranee e indifferenti alle nuove domande di sicurezza che le complesse dinamiche del sistema internazionale impongono alla collettività internazionale. Le scelte strategiche e quelle relative alla composizione e articolazione della macchina bellica appaiono piuttosto come il sottoprodotto di interessi industriali, commerciali, occupazionali, clientelari e di opzioni politiche internazionali subite acriticamente, variabili indipendenti insomma rispetto alle esigenze di sicurezza. Va da sé che la prevalenza

di questi interessi - legittimi o illegittimi che siano - e la rassegnata accettazione della marginalità dello strumento militare rispetto ai problemi della sicurezza portano necessariamente al trasferimento del potere decisionale dagli organi costituzionali alle oligarchie economiche, politiche e corporative titolari di questi interessi.

Se poi ci spostiamo dalla angusta dimensione nazionale, vediamo che nella collettività internazionale si confrontano due spinte apparentemente antagoniste, quelle che fanno leva sulla paura dell'olocausto nucleare e quelle che confidano sulla forza rassicurante di una miscela costituita in parti uguali dalla esibizione di armi strabilianti e sempre più micidiali e dalla promessa di accordi e di disarmi definitivi.

S'impone infatti il sospetto che la diffusa angoscia per il "day after" sia utilizzata strumentalmente sia da chi pretenderebbe, in nome dell'imperativo della sopravvivenza, di negare l'imperativo della difesa e la stessa esistenza delle minacce, sia da chi afferma di volerci liberare dall'incubo nucleare vendendoci a caro prezzo il miraggio della difesa totale e perfetta.

Ecco quindi che con i due saggi sull'Sdi e sulla politica strategica degli Usa, gli stessi limiti teorici e le stesse deviazioni nelle politiche difensive che si registrano nel nostro paese appaiono amplificati nell'impero americano.

Il saggio, apparentemente solo tecnico, sulla ripartizione dell'onere della difesa fra i paesi della Nato c'introduce invece nel cuore della contraddizione fra domanda di sicurezza e inadeguatezza delle attuali strutture difensive nazionali e integrate di cui si è dotato l'occidente.

Se è vero infatti che i paesi europei rispettano pienamente le quote concordate di ripartizione della spesa all'interno della Nato, come è in particolare dimostrato per l'Italia nel capitolo di analisi del bilancio per la difesa, è altrettanto indiscutibile che vi è un accordo politico, non scritto ma da tutte le parti condiviso con soddisfazione, in base al quale l'Europa delega all'impero americano i compiti della difesa comune, e gli Usa ricompensano l'obbedienza europea a questo suo ruolo di potenza con i maggiori oneri militari.

Bisogna riconoscere a questo proposito che la determinazione dei governanti europei nella rinuncia a garantire in proprio la sicurezza europea è sicuramente più forte dell'ambizione dei 234 milioni di americani di assicurare la difesa dei 367 milioni di europei. Da qui le periodiche ribellioni di quei senatori statunitensi che mal tollerano il parassitismo europeo e stentano a comprendere perché gli europei non dovrebbero rivendicare oneri e onori di una autonomia difensiva, pur nell'ambito dell'Alleanza atlantica. Di qui ancora lo stupore degli Stati Uniti di fronte ai sussulti di sovranità del ``suddito'' - per sua scelta - che improvvisamente rimprovera all'``imperatore'', come nel caso dell'incidente di Sigonella, di violare elementari principi di diritto internazionale e interno. E ancora la rabbia di dover subire l'affronto del divieto di sorvolo ai propri aerei opposto da alleati non disposti a rischiare propri affari e la propria tranquillità neppure sul fronte della lotta al terrorismo internazional

e.

Ma la ragione profonda della inadeguatezza delle strutture difensive può essere individuata nella concezione nazionale e prevalentemente militare della sicurezza e nel principio della sovranità nazionale a cui sembrano affezionati i paesi occidentali, oltre che la totalità dei paesi rappresentati nelle Nazioni Unite. Dalla impossibile coesistenza fra strutture e strategie difensive nazionali e strutture e strategie difensive integrate traggono origine le contraddizioni denunciate nel ``rapporto'' sullo stato della difesa.

Se infatti è impossibile comprendere le logiche complesse e dinamiche del ``sistema internazionale'' a partire da una impostazione statocentrica, se oggi è insostenibile la centralità della difesa dei confini nazionali nelle teorie strategiche, se costituisce una pretesa assurda ed una contraddizione insanabile esigere la tutela assoluta della sovranità nazionale e nello stesso tempo la efficacia delle garanzie e dei controlli internazionali, se el impossibile per una nazione garantire da sola la sicurezza dei suoi cittadini, perché ci si ostina a concepire strumenti e strategie nazionali, seppur parzialmente integrati sulla base di accordi di reciproca assistenza?

Non è solo una eredità storica e culturale di un'epoca in cui le distanze fra i continenti rappresentavano un limite difficilmente superabile dalle tecnologie esistenti. Alla base di questa contraddizione teorica troviamo, ancora una volta, la miopia dei governanti nazionali e gli interessi dei complessi militari-industriali nazionali. Solo contrastando ogni logica di razionalizzazione, di riduzione dei costi e di efficienza, con l'alibi dell'autosufficienza produttiva che sarebbe garanzia di indipendenza nazionale, le industrie della difesa nazionali possono garantire, contro le leggi del mercato e contro gli interessi dello stato, la propria esistenza e i propri profitti.

Altrimenti sarebbero brutalmente ridimensionate.

E quando non appare sufficientemente convincente l'alibi dell'autosufficienza, accorre in aiuto il ricatto occupazionale: i 465 nuovi posti di lavoro a Gioia Tauro dovrebbero giustificare la produzione in proprio del missile anticarro "Milan", con un aumento del costo del 60% rispetto all'acquisto diretto all'estero, corrispondente a circa 350 miliardi di lire sui 940 dell'intero programma. 752 milioni è il costo che il contribuente italiano paga per ogni occupato, in aggiunta al prezzo di mercato del sistema d'arma.

Ecco quindi la spiegazione di quel gioco di prestigio che ha trasformato i 3.380 miliardi autorizzati dal Parlamento nel 1976 per il programma di ammodernamento delle tre forze armate in 35.210 miliardi del 1986. Pur inflazionando il primo valore a moneta 1986 (12.766), rimane un incremento medio annuo del 36%. Abbiamo quindi un programma di acquisizione degli strumenti bellici determinato quasi esclusivamente dalle esigenze industriali e politico-clientelari, che porta ad una serie di acquisti casuali e scoordinati e a gravi ``buchi'' nel sistema difensivo: se si dissipano 500 miliardi per una portaerei inutile quanto velleitaria, carente se non inesistente risulta necessariamente il sistema antiaereo da breve, media e lunga distanza.

Se si aggiunge a tutto ciò la pretesa dei nostri generali e politici di far fronte a ben cinque missioni interforze, dalla difesa della ``porta'' di Gorizia a quella del ``fianco'' sud, dalla difesa aerea alla difesa operativa del territorio, fino alle azioni di pace, sicurezza e protezione civile in Italia e all'estero, comprendiamo perché il nostro strumento militare è incapace, a prescindere da ogni altra valutazione sui limiti della difesa esclusivamente militare, di assicurare il bene pubblico della sicurezza.

Ma anche eserciti con un grado di ``efficienza'' superiore al nostro, mostrano in ogni caso i limiti di una impostazione nazionale. E' il caso delle forze armate francesi e della loro "force de frappe", che avrebbero l'ambizione di assicurare autonomamente la difesa della Francia e dei suoi territori e interessi d'oltremare a "tout azimut". Ma, per esempio, senza il sistema di allarme americano "Early Warning System", completamente cieche risulterebbero le difese francesi nei confronti delle forze missilistiche del Patto di Varsavia. Ma anche a prescindere da queste considerazioni, è difficile individuare il momento in cui la Francia dovrebbe considerare compromessi i suoi interessi difensivi nazionali. Un attacco limitato, condotto con armi convenzionali e chimiche, alla Germania occidentale, che riuscisse a forzare le difese convenzionali alleate, rappresenterebbe una minaccia mortale per la Francia, tale da obbligarla ad intervenire? La risposta è solo teoricamente positiva ma non altrettanto certa è la p

ossibilità che tale azione offensiva indurrebbe la Francia ad utilizzare le armi nucleari. Il pericolo di rappresaglia sul proprio territorio e l'improbabile accordo del governo tedesco all'uso delle armi nucleari tattiche sul proprio territorio probabilmente sconsiglierebbero questo tipo di risposta militare.

Ci troveremmo, ancora una volta, di fronte all'incapacità della più sofisticata linea Maginot a contrastare atti di guerra.

Ecco perché anche la Francia, a prescindere dalle velleità autonomistiche, tutte ad uso interno, è costretta a partecipare attivamente, all'interno dell'Alleanza atlantica, a quella particolare forma di integrazione difensiva che unisce europei e nord americani.

Infatti anche se i ``buchi'' e le incognite dell'ombrello atomico americano non sono meno preoccupanti di quelli del più modesto sistema nucleare francese, è indubbio che la politica difensiva e della sicurezza statunitense, a prescindere da altri tipi di valutazioni, non può essere circoscritta allo strumento militare. Gli Usa gestiscono cioè in proprio, ed anche per conto e per delega europea, una complessa e vasta azione di confronto politico, economico e strategico con l'altro impero sovietico.

L'alternativa cioè non si pone tra difesa nazionale e difesa sovranazionale. Solo la seconda è possibile. Questo evidentemente non porta necessariamente o obbligatoriamente ad accettare l'attuale politica della Nato.

``L'unità imperiale sotto l'egida americana - affermava Altiero Spinelli - è certo anche assai umiliante per i nostri popoli ma è superiore al nazionalismo perché contiene una risposta ai problemi delle democrazie europee, mentre il ritorno al culto delle sovranità nazionali non è una risposta. L'unità fatta dagli europei è in realtà la sola, vera alternativa all'unità imperiale. Il resto è schiuma della storia, non è storia''.

Una strada, certamente difficile, si apre per chi vuole concepire, su basi nuove e sovranazionali, una difesa europea, nell'ambito del processo di unione politica dell'Europa.

Bisogna infatti prendere atto che la cultura occidentale, nelle sue diverse componenti, e le famiglie politiche che la rappresentano nelle istituzioni democratiche, sono incapaci di fornire risposte soddisfacenti alla crisi che investe attualmente il sistema internazionale. E' questa una crisi che minaccia la persona, come soggetto di libertà e di progresso sociale ed economico, e la sua vita, nel Nord industrializzato come nel Sud sottosviluppato in un complesso meccanismo d'interdipendenza.

L'occidente si ostina invece a scorporare gli elementi di questa crisi internazionale innanzitutto lungo i due assi della conflittualità Est-Ovest e Nord-Sud, e secondariamente fra i sottoinsiemi continentali e nazionali e a prendere in esame solo alcuni elementi dell'equilibrio delle forze, in primo luogo quelli militari ed economici delle due superpotenze.

Non ci si accorge che la guerra è in atto, già da molti anni, nel Sud del mondo, illudendo i cittadini sull'invalicabilità del confine fra Nord opulento e pacifico e Sud affamato e straziato dalle guerre. Dall'altra vi è la sottovalutazione della superiorità storica, nel breve-medio termine, dei regimi a conduzione totalitaria nei confronti di quelli a gestione democratica-parlamentare.

Si crede da una parte che la conflittualità e la rabbia del Terzo mondo non potranno mai coinvolgere seriamente l'occidente industrializzato, senza valutare il prezzo umano, politico, ed economico che l'occidente dovrà assicurare per tentare di contenere il fanatismo e il nazionalismo che crescono e si alimentano sui nostri errori nel Sud del mondo, per convivere con lo sterminio, per fame e sottosviluppo, di milioni di persone.

Dall'altra vi è la riserva mentale sul modello democratico - parlamentare, e cioè la convinzione che la democrazia politica sarebbe possibile solo in un determinato contesto di società e di cultura. Tutti i più ragionevoli democratici occidentali ritengono infatti che il più vasto regime totalitario, quello sovietico, così come i regimi totalitari arabi debbano essere realisticamente legittimati come premessa per trattare la pace e la sicurezza.

E' il fantasma di Monaco che ci viene riproposto nella tragica illusione di fermare i nuovi nazismi.

Manca ancora la consapevolezza che i regimi autoritari rappresentano in sé una minaccia alla sicurezza.

Non ci si rende conto che i regimi totalitari possono decidere al di fuori di qualsiasi vincolo determinato dal contraddittorio democratico, parlamentare, al di fuori di ogni controllo o reazione determinata dall'informazione libera e di massa, in modo quindi più rapido e pericoloso. Possono anche decidere, nel momento in cui percepiscono una loro superiorità militare e strategica congiunturale che si saldi a fattori di debolezza interna, azioni militari gravi e d'imprevedibili conseguenze.

Gorbaciov può vincere su tavolo della trattativa perché può, quasi senza alcun vincolo, giocare con spregiudicatezza su tutti i piani. Nessuno gli chiede infatti di mettere in discussione il vero elemento di forza dell'Urss che altera l'equilibrio, ben più dei missili o delle testate atomiche, fra Est-Ovest e che minaccia la sicurezza internazionale.

Anche se dovrà rinunciare a qualche missile, Gorbaciov, di cui non metto in discussione la volontà di avviare un processo di modernizzazione della società sovietica, infatti manterrà, attraverso il controllo totalitario e militar-poliziesco del suo impero e dell'informazione, a cui mai potrà rinunciare proprio per vincere le resistenze alla sua politica, la possibilità e la forza immutati per qualsiasi azione aggressiva.

L'unica alternativa è quella di difendere e imporre allo stato totalitario i principi del processo formativo, necessariamente lento, contrattuale e contraddittorio delle decisioni di uno stato democratico, quale unico argine efficace e sperimentato, per quanto imperfetto possa essere, contro le tentazioni di guerra.

E' quindi un suicidio politico rinunciare, a priori, all'unica e vera forza di deterrenza, quella della democrazia e della libertà.

Ma per far ciò le democrazie occidentali dovrebbero rivedere le loro politiche delle alleanze, le spregiudicate e ciniche coperture di regimi militari o razzisti.

I 12 paesi della Comunità europea, nonostante tutto, sono meno coinvolti e meno compromessi degli Stati Uniti in tale politica. Più credibile, grazie anche alle posizioni coraggiose che alcune volte il parlamento europeo ha assunto, sulle grandi questioni della giustizia, dei diritti civili della sicurezza e della fame nel mondo.

E' una utopia pensare ad una unione europea capace di rifondare la politica della sicurezza?

Già riuscire ad imporre all'opinione pubblica, ai mass media e alla classe politica la discussione sulle questioni prima evocate, sarebbe una grande vittoria e un grande risultato.

Non staremmo, per esempio, a parlare di esercito di leva o di mestiere, nei modesti termini in cui si è sviluppato il dibattito, se solo si riflettesse sulla possibilità per i giovani italiani, i giovani e i meno giovani cittadini di un'Europa unita politicamente, di essere chiamati veramente a difendere la sicurezza, la pace, piuttosto che a oziare nelle caserme. Se, come prescrive la Costituzione, la partecipazione alla difesa fosse dovere e diritto di tutti, non solo dei maschi ``abili'' alle arti marziali.

Se operai, medici, ingegneri, insegnanti potessero essere mobilitati sul fronte della guerra alla fame.

Se le migliori risorse della cultura e della tecnologia fossero utilizzate semplicemente per informare milioni di cittadini dell'Est a cui è tolto il bene primario della verità, premessa insuperabile per beneficiare del bene della pace.

Se semplicemente ci convincessimo e convincessimo che non è vero che i confini della democrazia, della libertà, del diritto alla vita e della giustizia possano essere arbitrariamente segnati lungo il muro di Berlino o nel deserto del Sahel.

Roberto Cicciomessere

 
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