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Teodori Massimo - 1 dicembre 1986
IL PARTITO RADICALE, LA SUA STORIA, LE SUE BATTAGLIE, LE SUE VITTORIE

SOMMARIO - Breve storia del Partito radicale a partire dalle grandi questioni che ha sollecitato nella società: l'anticlericalismo e il divorzio, l'antimilitarismo nonviolento, i diritti umani, la libera sessualità, la liberalizzazione dell'aborto, la legalizzazione delle droghe, i referendum, la lotta agli scandali di regime, l'ecologia e l'antinucleare, lo sterminio per fame, la "giustizia giusta".

(da "PARTITO RADICALE PERCHE'", Supplemento a NOTIZIE RADICALI, n. 278 del 1· dicembre 1986)

Il partito della libertà, democrazia e giustizia.

Il Partito Radicale viene da molto lontano. Le sue battaglie, i suoi successi, il suo impegno per la democrazia, la libertà, la giustizia ed i diritti dei cittadini cominciano dalla sua stessa fondazione a metà degli anni cinquanta quando fu costituito da liberali di sinistra che erano usciti dal PLI, da ex azionisti che avevano avuto una parte attiva nella Resistenza al fascismo, da personalità democratiche e da giovani laici che avevano dato impulso alla politica universitaria in contrapposizione alle organizzazioni comuniste e paracomuniste ed a quelle cattoliche.

Anche le radici storiche ed ideali sono profonde. La corrente radicale, rinverdita negli anni cinquanta e sessanta, si riallaccia alla democrazia repubblicana e federalista di Carlo Cattaneo nel Risorgimento, al radicalismo intrecciato con il socialismo riformatore di Felice Cavallotti e Filippo Turati di fine secolo e poi all'antifascismo liberale di Giovanni Amendola e di Piero Gobetti ed a quello di Giustizia e Libertà di Carlo e Nello Rosselli. Nella Resistenza e nel primo dopoguerra l'antenato diretto dei radicali è il Partito d'Azione di Piero Calamandrei, nonché la lunga battaglia laica, democratica, antiautoritaria di Gaetano Salvemini.

Quando il Partito Radicale che si era costituito nel 1956 intorno al settimanale "Il Mondo", ad Ernesto Rossi e Leopoldo Piccardi, si dissolve nel 1962, radicali più giovani come Marco Pannella, Gianfranco Spadaccia, Mauro Mellini, Massimo Teodori, Sergio Stanzani, Angiolo Bandinelli, Aloisio e Giuliano Rendi ne assumono l'eredità politica e della sigla innestando sul vecchio tronco nuovi valori, nuove battaglie, nuovi metodi. Nasce un nuovo corso che segnerà profondamente la scena politica italiana e perseguirà risultati politici, civili e ideali che diverranno lungo 25 anni patrimonio per i cittadini tutti e per le istituzioni del nostro paese.

Partito o movimento?

Nel quarto di secolo di azione del Partito Radicale, molte volte è stata sollevata la questione se i radicali fossero o dovessero essere partito o movimento. Di volta in volta si è inneggiato al carattere movimentista dal Partito Radicale o lo si è attaccato; si è auspicato che si costituisse finalmente un "vero" partito al contrario, che tornasse ad essere "movimento". In realtà tale polemica, che periodicamente ritorna con le stesse espressioni e le stesse parole, non ha alcun fondamento se si considera la fisionomia specifica che il PR, con ostinata perseveranza e continuità, ha mantenuto nel corso del tempo.

Dal 1962, anno di rifondazione, sino al 1976, il Partito Radicale non ha avuto rappresentanza parlamentare avendo scelto di non concorrere alle elezioni politiche. Dal 1976 ad oggi il partito ha avuto ed ha una rappresentanza parlamentare alla Camera e, negli ultimi sette anni, anche al Senato. Ma la struttura, i metodi ed i contenuti dell'azione radicale sono rimasti i medesimi. Il Partito Radicale ha sempre rifugiato dalla politica di potere, cioè di occupazione delle istituzioni e di altre posizioni al fine di gestire una fetta di potere pubblico a favore di interessi e gruppi particolari ed a vantaggio dei suoi stessi appartenenti. Ha perseguito al contrario una politica di affermazione di valori e di ideali traducendoli in battaglie politiche e quindi in trasformazioni istituzionali.

Il Partito Radicale è stato sempre partito nel senso che ha voluto suscitare, organizzare, dar voce e rappresentare le necessità dei cittadini per più libertà, più democrazia, più giustizia, ingaggiando perciò aspre battaglie politiche per le riforme. Rifuggendo da qualsiasi rivoluzionarismo e velleitarismo i radicali hanno costantemente perseguito l'obiettivo di mutare le leggi affinché fossero più adeguate al modo in cui i cittadini o ampie porzioni di essi vivono, pensano e si comportano. Insomma il PR è stato ed è un partito di governo. Ma il Partito Radicale è sempre stato anche movimento nel senso di suscitare ed organizzare le istanze sentite dalla gente e non accolte nella politica.

Questo fatto di essere più partito degli altri partiti, nel senso di propugnare con vigore una determinata causa scontrandosi con chi vi si oppone, e di movimento più movimento degli altri nel senso di associazione di cittadini che si mettono insieme senza barriere e discriminazioni ideologiche, culturali e di classe al fine di ottenere un determinato e specifico obiettivo, è una delle caratteristiche salienti del Partito Radicale, sia nel quindicennio di vita extraparlamentare sia nel decennio d'azione anche parlamentare. Il divorzio, il riconoscimento dell'obiezione di coscienza e l'aborto sono state conquiste legislative negli anni extraparlamentari. L'impegno contro la fame nel mondo, la campagna per la giustizia giusta, la lotta antinucleare sono state conseguite, totalmente o parzialmente, negli anni di presenza parlamentare.

Sia nel primo periodo che nel secondo le riforme legislative sono venute insieme e dopo le iniziative popolari organizzate, l'uso intenso e ripetuto dello strumento referendario e, soprattutto, con l'azione nonviolenta, individuale e di gruppo e con la disobbedienza civile nonché con la utilizzazione degli strumenti giudiziari intesi spesso come necessaria rivolta verso l'ingiusto per affermare la funzione rivoluzionaria della legge e del diritto.

Dunque, la polemica partito o movimento? non ha alcuna ragion d'essere dal momento che, sia nel passato remoto che in quello prossimo come oggi stesso, il Partito Radicale ha contemporaneamente assolto le funzioni di organizzatore di istanze provenienti dalla società e di loro traduzione in obiettivi politici e in mutamenti legislativi.

La ripresa dell'anticlericalismo.

Fra le bandiere risollevate dal Partito Radicale v'è l'anticlericalismo. Questi antichi temi della tradizione democratica, laica e socialista sono stati ripresi e tradotti in azione militante ed in obiettivi specifici.

Quando ancora era in corso, nella seconda metà degli anni '60, la battaglia sul divorzio, i radicali assunsero l'abrogazione del Concordato come una dei punti cardine della propria azione. Nel febbraio 1971 fondarono con alcuni repubblicani, liberali, socialisti, divorzisti e credenti la Lega Italiana per l'abrogazione del Concordato (LIAC). Negli anni successivi, per due volte venne tentata la raccolta di firme per un referendum abrogativo, portata a termine con successo nel 1977 ma poi vanificate dalla pretestuosa dichiarazione di inammissibilità da parte della Corte Costituzionale. Negli anni più recenti, allorché viene presentato in Parlamento il nuovo Concordato, i radicali, pressoché solitari, ne denunziano il carattere peggiorativo intraprendendo una specie di ostruzionismo nei confronti della ratifica delle intese riguardante i beni e gli enti ecclesiastici.

Il congresso straordinario del PR del febbraio 1971 affermava: "L'edificio concordatario e clericale in Italia, dopo 4 decenni dal patto iniquo del Laterano, dopo secoli di mancata riforma e di mancate riforme, religiose e civili, ha riscontrato un primo grave colpo con la lotta popolare per il divorzio, prima, con la sua vittoria in Parlamento, poi. Questa civile conquista ha tolto un cardine fondamentale all'edificio di potere vaticano: quello del monopolio giuridico sulla famiglia...

Ora cono la scuola, le funzioni sociali, il potere economico, fondiario, immobiliare, finanziario, i meccanismi di dislocazione massiccia e di vera e propria alienazione del patrimonio pubblico nei settori della salute, della assistenza, delle strutture del tempo libero, la storica funzione di sacralizzazione del "disordine costituito" e della "violenza di Stato", che possono venire messi in causa dalla incalzante rivendicazione laico-libertaria costitutiva dell'impegno umano e civile di masse di generazioni di nuovi credenti e non credenti...".

Per vent'anni sono state combattute le ingerenze vaticane e concordatarie nella vita italiana: nel 1965 denunciando a Roma gli intrecci tra potere politico, presenza clericale e gestione degli organismi assistenziali, una compagna conclusa con l'incriminazione e l'arresto del sindaco di Roma, Amerigo Petrucci; nel decennio 1965/1975 con la denuncia della Sacra Rota come surrogato di classe e clericale del divorzio; con la costante azione contro i privilegi della scuola privata e delle tante vie attraverso cui sono state finanziate con il pubblico danaro le strutture scolastiche clericali; con l'azione in favore dell'aborto libero e gratuito e contro la repressione sessuali; con la denunzia dei privilegi fiscali e finanziari del Vaticano e delle sue speculazioni, riprendendo e sviluppando tanti temi cari ad Ernesto Rossi.

L'antimilitarismo nonviolento ed i diritti umani per l'Est.

L'antimilitarismo ha connotato il PR fin dall'inizio del nuovo corso. Nel 1967 si chiedeva la conversione delle strutture militari in strutture civili e l'uscita dalla NATO; nel 1968 si denunciavano i miti nazionali e nazionalisti; nel 1969 oltre alla marcia antimilitarista veniva pubblicato un libro bianco sulla militarizzazione della Sardegna; nel 1970 si stabiliva un organico collegamento con le organizzazioni internazionali e veniva posto l'obiettivo di una legge in favore dell'obiezione di coscienza, con la costituzione, sotto l'impulso radicale della Lega per il riconoscimento dell'obiezione di coscienza (LOC). Per la distribuzione di un volantino antimilitarista nel 1966 venivano arrestati a Milano i giovanissimi Andrea e Lorenzo Strik Lievers. nel marzo 1972 Roberto Cicciomessere, ex segretario del PR, si consegnava insieme ad una decina di altri obiettori alle autorità militari, continuando quindi la lotta all'interno del carcere militare di Peschiera. Infine, il 15 dicembre 1972, veniva approvata i

n Parlamento una nuova legge sull'obiezione di coscienza: era il risultato di un drammatico sciopero della fame collettivo di radicali proseguito ad oltranza da Marco Pannella e dal radicale credente Alberto Gardin interrotto nel momento in cui l'allora presidente della Camera Sandro Pertini assicurò che la questione sarebbe stata posta rapidamente all'ordine del giorno. Ancora una volta con l'azione politica e la nonviolenza i radicali avevano strappato una riforma.

Per molti anni tra il '60 e il '70 furono tenute marce antimilitariste nelle regioni nord-orientali dell'Italia con la partecipazione di migliaia di giovani d'ogni appartenenza ideale e politica. Dopo l'approvazione della legge per l'obiezione di coscienza, l'antimilitarismo nonviolento continuava con una miriade di iniziative e campagne. Nel 1978 veniva eletto segretario nazionale del PR con un significato anche simbolico europeo, un obiettore francese, Jean Fabre, successivamente arrestato e processato in Francia per insoumission. Nel settembre 1977 Marco Pannella conduceva un altro sciopero della fame in Spagna al fine di far riconoscere il diritto all'obiezione nella nuova Costituzione di quel paese. Nel 1979 il PR insieme ad altri movimenti nonviolenti europei organizzava la "carovana per il disarmo" Bruxelles-Varsavia; nel 1980 un'altra marcia antimilitarista, organizzata dai radicali, da Avignone a Bruxelles attraversava l'Italia e la Jugoslavia. L'azione diveniva così di dimensione europea ed interna

zionale ed i deputati radicali introducevano il tema al Parlamento di Strasburgo.

Nell'ottobre 1983 Francesco Rutelli con altri radicali manifesta in Cecoslovacchia per indicare la necessità del disarmo in ogni parte del mondo. Nel novembre 1984 l'obiettore Sandro Ottoni si consegna durante il Congresso radicale alle autorità militari e rimane in carcere per 8 mesi. Nel 1985 un giovane belga, Olivier Dupuis, eletto negli organi dirigenti del Partito Radicale, compie la sua affermazione di coscienza di fronte all'esercito ed alla autorità giudiziaria militare ed affronta quasi un anno di carcere per testimoniare con una proposta positiva di valore europeo l'alternativa al militarismo, alle strutture militari ed ai problemi della difesa europei secondo una rinnovata tradizione socialista, antiautoritaria e nonviolenta. Così afferma nella lettera al ministro della difesa: "Ho scelto di disobbedire, d'obiettare in coscienza a tale politica di difesa inutile Perché inefficace, Perché nazionale e non europea, suicida Perché fondata tutta intera sulla materializzazione di minacce e non sull'esse

nza di queste, sui missili sovietici e non sul sistema che li dispiega, totalitario e dunque intrinsecamente incapace di generare gli anticorpi democratici ai fini espansionistici, neganti il diritto. Ho scelto di affermare in coscienza che un'altra difesa è non soltanto possibile, ma assolutamente indispensabile. Non soltanto contro la minaccia interna ed esterna incarnata dal Leviatano sovietico, ma contro quella che rappresenta lo sterminio annuale di decine di milioni di esseri umani nel sud del mondo e che vedono l'est e l'ovest uniti nell'identico cinismo..."

Nel giugno 1986 Franco Corleone, deputato, Ivan Novelli e Paolo Pietrosanti manifestano a Varsavia per la libertà dei detenuti politici polacchi e degli obiettori di coscienza. Sono arrestati, incarcerati e poi espulsi dopo un processo per direttissima. Nell'autunno 1986, grazie all'azione di Cicciomessere e Rutelli, viene portato alla luce l'enorme dimensione del traffico delle armi di cui è responsabile l'Italia anche nei confronti di paesi belligeranti colpiti da embargo come l'Iran. Viene chiesta la dimissione del ministro della difesa Spadolini.

L'antimilitarismo nonviolento si salda così all'azione in difesa dei diritti umani nei paesi comunisti dell'est europeo. E' sempre stato questo un impegno radicale che si era già concretato con le manifestazioni, i sit-in e i digiuni per l'invasione della Cecoslovacchia nel 1968 e con incursioni in città capitali comuniste (Sofia) in collegamento con la War Resister's International, la distribuzione di materiali con i consequenti arresti.

I radicali sono sostenitori di una linea di ingerenza nei paesi totalitari dell'Est per conquistare i diritti civili. A tal fine fanno approvare uno stanziamento del Parlamento italiano per fare informazione diretta ai paesi comunisti. Questa linea di sostegno attivo al dissenso comunista consente nel 1985-86 di far arrivare in Italia le piccole figlie dei coniugi bulgari Filipov riparati come dissenzienti in Italia e separati dalla loro famiglia.

La testimonianza della lotta radicale per diritti umani è resa al congresso radicale del 1986 da Vladimir Bukovskij: "Avete iniziato una campagna importantissima sull'informazione nei paesi comunisti. Chi la continuerà se voi la smettete? Avete iniziato un lavoro importantissimo per cercare una nuova strada, una terza strada che non sia né quella della capitolazione né quella del riarmismo nei confronti dell'URSS. Chi la continuerà se voi la smettete?" A sua volta Leonid Pliusc scrive nella stessa occasione: "Già da nove anni seguo l'azione del Partito Radicale nel campo dei diritti dell'uomo nei cosiddetti paesi socialisti e dei rapporti fra l'Occidente e il blocco di Varsavia. Pur non condividendo per intero la politica dei radicali, ritengo che molte idee e molti metodi di questo partito siano necessari per risolvere i problemi dell'attuale situazione internazionale".

La vittoria del divorzio

Il primo ottobre 1965 il deputato socialista Loris Fortuna presentava alla Camera un progetto di legge per il divorzio. Quel progetto sarebbe rimasto tale se intorno ad esso non fosse stata organizzata per impulso dei radicali una campagna che nel giro di un quinquennio trasformò una posizione ideale in conquista politica ed in legge dello Stato. La maggior parte del mondo laico e di sinistra giudicava il paese "non maturo" per una tale riforma, del resto ferocemente avversata dalle forze clericali e conservatrici. All'inizio del 1966, grazie anche al sostegno di una campagna di stampa del settimanale popolare "ABC" si costituiva la Lega Italiana per il divorzio (LID) i cui fondatori e animatori erano i radicali (Berruti e Giallombardo), singoli esponenti politici (Luzzatto dello PSIUP, Perrone Capano del PLI, Averardi del PSU oltre naturalmente a Fortuna) ed altre personalità quali lo scienziato Adriano Buzzatti Traverso e il giurista Alessandro Galante Garrone. La LID si configurava come una organizzazione

sul singolo tema, strutturata informalmente in gruppi di iniziativa locali e con grandi manifestazioni di massa quali quella del Teatro Lirico a Milano dell'aprile 1966 e di Piazza del Popolo a Roma del novembre 1966 con molte decine di migliaia di partecipanti.

Per la prima volta nella storia repubblicana i radicali davano vita ad un movimento costituito da politici provenienti da diversi orizzonti partitici e da "gente comune", in grado di esercitare una crescente influenza sulla pubblica opinione e sullo stesso "Palazzo". Vincendo in tal modo gli indugi e le reticenze dei partiti laici e del PCI, dopo le elezioni politiche del 1968 la LID promuoveva un progetto di legge comune di 70 parlamentari del PCI, dello PSIUP, PSU e PRI affiancato da un progetto del liberale Antonio Baslini. Ma tali iniziative non sarebbero arrivate in porto se non fosse stata esercitata nel corso del 1969 una intensa azione su tre fronti: con grandi manifestazioni di massa locali e nazionali che mobilitavano centinaia di migliaia di persone; con una continua azione di pressione sui parlamentari nei collegi e a Roma; infine con l'azione nonviolenta culminante nello sciopero della fame ad oltranza di Marco Pannella e di Roberto Cicciomessere che dal 10 novembre 1969 si protrasse fino alla m

essa in discussione alla Camera del progetto di legge, infine approvato il 29 dicembre. Un anno dopo, nonostante vari tentativi di resistenza, di compromessi e di manovre d'ogni tipo, la nuova legge arrivava finalmente in porto il primo dicembre 1970.

Quella vittoria - la prima ottenuta da uno schieramento laico e progressista nell'Italia del dopoguerra in cui erano state sempre dominanti e predominanti le forze d'ispirazione cattolica - è stata ottenuta grazie ad un metodo nuovo di azione politica incentrato sulla mobilitazione popolare fuori dal Palazzo e sull'azione nonviolenta di pochi individui: due forme di iniziativa intensa che, in combinazione tra loro, avevano vinto l'immobilismo delle forze politiche anche laiche e di sinistra. I cittadini avevano così avuto la meglio sui giochi di Palazzo e sulle manovre dei partiti. Dopo quattro anni il referendum del 12 maggio 1974, promosso dai clericali, sanciva clamorosamente con il voto popolare la sconfitta dello schieramento clerico-conservatore ridotto a rappresentare solo il 41% della popolazione. Quel primo referendum del 1974 era stato voluto dai radicali contro le paure, gli indugi, i possibilismi compromissori dei partiti laici e del PCI (tentativo di compromesso Andreotti-Jotti), tutti pronti a

modificare la legge Fortuna-Baslini in senso peggiorativo pur di non arrivare alla prova della verità del voto popolare.

IL DIRITTO ALLA LIBERA SESSUALITA'

L'attivazione dei diritti civili portatori per tutti i cittadini di maggiore libertà ed uguaglianza di fronte allo Stato ed a vecchie incrostazioni autoritarie, classiste, corporative e clericali, è stata la linea portante della politica radicale. Diversamente dagli altri partiti che pur proclamano, di volta in volta, l'adesione verbale e formale a questo o quel diritto civile, il Partito Radicale ha costantemente dato corpo a posizioni civili, politiche ed ideali organizzando azioni e campagne per il perseguimento di obiettivi concreti e quindi conquistando nuove leggi più rispondenti al costume, alla mentalità ed alle aspirazioni collettive.

Già a metà degli anni sessanta anche le questioni della vita personale e della sessualità erano oggetto di discussione e di iniziativa radicale. "In Italia - affermava una relazione del congresso PR del 1967 - la tradizionale legislazione basata sui concetti di onore e di famiglia indissolubile, l'assenza di una politica demografica, la mancanza di un'informazione sessuale, l'attivo e quotidiano avvelenamento dello sviluppo naturale dei bambini, la persecuzione dei rapporti amorosi che non abbiano ricevuto la sanzione di un'autorità, sono tutti fenomeni che rivelano il carattere non solo individuale, ma sociale del problema sessuale". Nel 1967 insieme con l'AIED si tiene un dibattito su Sessuofobia e clericalismo e, l'anno successivo, viene organizzato il convegno Repressione sessuale e oppressione sociale.

La tematica della liberazione sessuale trova un momento di approfondimento e di applicazione nell'azione in difesa dei diritti degli omosessuali. Nella primavera del 1971 comincia ad aggregarsi, per iniziativa di Angelo Pezzana, il Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano (FUORI) che già nella sigla intende manifestare la volontà di questa minoranza di "reagire allo stato di emarginazione e di uscire fuori dal ghetto della

paura e della infelicità socialmente imposta". Dopo svariate attività quali la contestazione di convegni clericali, manifestazioni in comune com femministe, la partecipazione alla campagna radicale anticoncordataria, ed un convegno internazionale di controinformazione sulla sessualità in collaborazione con l'MLD, il FUORI suggella al congresso del novembre 1974 il rapporto con il PR con un patto federativo. "L'omosessualità - afferma Pezzana - può rappresentare, se assunto appieno in un progetto politico, una vera liberazione per tutti". Dopo un periodo di intensa campagna condotta dal FUORI insieme con i radicali tesa a contrastare pregiudizi morali ed a vincere ostacoli materiali nei confronti degli omosessuali, nell'aprile 1975 si tiene il congresso nazionale con 800 partecipanti, uomini e donne. Un anno dopo, nel 1976, nelle liste elettorali radicali, per la prima volta nella storia italiana, gli omosessuali sono presenti come tali a testimoniare l'assunzione della difesa dei loro diritti da parte radica

le.

La liberalizzazione dell'aborto

All'inizio del 1970 si costituisce il Movimento di Liberazione della Donna (MLD) "come parte di un più ampio movimento radicale che si muove nel senso di una società socialista e libertaria...in quanto la liberazione della donna porta con sé una liberazione, una realizzazione e una felicità generali non solo fruibili dalle donne ma anche dagli uomini". Tra i diversi obiettivi, il movimento si batte innanzitutto per la liberalizzazione dell'aborto. Sono organizzate le autodenunce di massa mentre si intensifica la pressione sul Parlamento che trova un primo sbocco nel progetto di legge sull'aborto presentato da Loris Fortuna (doppia tessera radicale e socialista) l'11 febbraio 1973. Nel 1974 si raccolgono le firme per otto referendum promossi dal PR, tra cui quello riguardante le norme repressive sull'aborto, firme che tuttavia non raggiungono la quota prevista. Alle manifestazioni ed iniziative di disobbedienza civile si accompagna l'azione di sostegno all'autorganizzazione delle donne nell'attività clandesti

na per l'aborto. Parallelamente al MLD si costituisce il 20 settembre 1973, per iniziativa di Adele Faccio, il Centro Informazione Sterilizzazione e Aborto (CISA) che, nel novembre 1974, diviene movimento federato al Partito Radicale.

Nel gennaio 1975 il CISA viene alla ribalta con la scoperta dopo un anno della attività sotterranea di una clinica di Firenze dove venivano praticati aborti anche come forma dichiarata di disobbedienza civile. All'arresto del medico Giorgio Conciani segue quello di Gianfranco Spadaccia che, da segretario del Partito Radicale, si dichiara corresponsabile, quindi prendono la via del carcere, in aprile, Adele Faccio che afferma di aver assistito attraverso il CISA circa 4000 donne e, in giugno, Emma Bonino, subentrata dopo gli arresti nella responsabilità del CISA.

Solo l'intensificarsi dell'azione di disobbedienza civile, gli arresti, le autodenunce e, quindi, la promozione da parte del PR con l'appoggio dell'"Espresso", di un referendum abrogativo (che nella primavera del 1975 raccoglie oltre 800.000 firme) fanno del dramma aborto un grande tema nazionale che non può essere ulteriormente eluso dagli stessi partiti laici e di sinistra, costretti a presentare alcuni progetti di legge di diversa ispirazione. Per questa montante pressione e sotto la minaccia dell'imminente referendum radicale, finalmente il Parlamento vota nell'autunno 1977 una legge sull'aborto libero.

E', questa, dopo il divorzio e l'obiezione di coscienza, la terza grande vittoria radicale, pur se la nuova legge con le sue ipocrisie e strozzature non corrisponde alle aspettative dei radicali (che alla Camera dove erano appena entrati vi si oppongono) e della parte più consapevole del movimento femminile e femminista. Cinque anni dopo, in contrapposizione al referendum abrogativo proposto dal Movimento (clericale) per la vita, i radicali raccolgono le firme per un altro referendum di alcune norme della legge sull'aborto per una ulteriore liberalizzazione e una migliore praticabilità dell'interruzione della gravidanza. Nelle votazioni del 1981 sono sconfitti sia i referendum clericali che quello radicale: l'aborto rimane così una possibilità limitata, date le carenze delle pubbliche strutture.

DROGHE E LIBERTA'

L'alternativa alla crisi di regime, denunciata fin dall'inizio degli anni settanta, è individuata dai radicali nelle lotte per la libertà e per i diritti civili insieme con il divorzio, con l'aborto con il nuovo diritto di famiglia, il Partito Radicale conduce una campagna per l'abbassamento della maggiore età e per il voto ai diciottenni, che è uno degli obiettivi dello sciopero della fame di Pannella dell'estate 1974. L'azione radicale, come di consueto, accelera la riforma che viene votata prima della consultazione politica del 1976 influendo non poco negli stessi risultati elettorali.

Un altro impegno costante è sul fronte delle droghe. Con una lettera al "Messaggero" nel gennaio 1973, Pannella apre la campagna per la depenalizzazione e liberalizzazione delle non-droghe che segue una stagione di criminalizzazione dei giovani che fumavano spinelli, i cui diritti furono difesi soltanto dai radicali. Nel giugno dello stesso anno si tiene il convegno Libertà e droga con relatori Giancarlo Arnao, Daniele Bovet, Adriano Buzzati Traverso, Guido Blumir e Luigi Cancrini. La campagna per la liberalizzazione trova il suo momento culminante il 2 luglio 1975 con l'arresto di Marco Pannella che deliberatamente fuma in pubblico marijuana.

Alla fine dello stesso anno viene approvata una nuova legge sulle droghe (685/1975), giunta al termine del travagliato itinerario parlamentare anche grazie all'azione radicale nel paese. Ma questa non rispondeva certo ai criteri e principi propugnati dai radicali pur rappresentando una passo avanti in senso liberale rispetto alla precedente normativa. Iniziava dunque immediatamente la battaglia per la revisione. Nella mozione congressuale radicale del 1976 si affermava: "il partito è impegnato a promuovere lotte radicali nonviolente e di disobbedienza civile allo scopo di sollecitare la proposta e l'approvazione degli emendamenti alla legge 685". Nel decembre 1979 veniva presentata da deputati radicali e socialisti, primo firmatario Massimo Teodori, una proposta organica di revisione della legislazione incentrata sulla liberalizzazione delle non droghe e sulla distribuzione controllata ai tossicodipendenti delle sostanze da cui dipendono. Negli stessi giorni si facevano arrestare il segretario del PR, Jean F

abre ed Angiolo Bandinelli per una pubblica fumata di marijuana.

La campagna radicale che proseguiva con l'azione di Pannella nel Parlamento europeo contro ogni forma di proibizionismo al fine di combattere efficacemente i grandi trafficanti e di sconfiggere il mercato nero, ha avuto come effetto una diffusa sensibilizzazione nel paese alle posizioni e proposte di tipo liberale, ponendo un argine alle posizioni repressive, moralistiche e criminalizzatrici, pur se non ha condotto a nuovi positivi esiti legislativi.

IL GRIMALDELLO DEI REFERENDUM

Il referendum come alternativa all'immobilismo legislativo e come strumento per proporre temi di grande rilievo civile e sociale chiamando i cittadini a decidere direttamente in contrapposizione alle manovre partitiche, è stata l'arma più usata dal Partito Radicale nel corso di un quindicennio, da quando cioè l'istituto referendario previsto dalla Costituzione è entrato in vigore. E gli effetti sull'immobilismo del sistema politico sono stati per un decennio dirompenti fino a quando è stata praticamente impedita la ulteriore promozione die referendum con le pretestuose dichiarazioni di inammissibilità della Corte Costituzionale.

Subito dopo l'entrata in vigore della legge attuativa, nel 1971, il Partito Radicale promuove ripetutamente referendum abrogativi del Concordato che non raccolgono le firme sufficienti. Lo stesso accade per il referendum sui reati di opinione, promosso da Magistratura Democratica con l'attiva partecipazione radicale. Di fronte al referendum contro il divorzio indetto nel 1971 dai clericali, i radicali sono gli unici che accettano la sfida e si battono per tenere il referendum, sicuri della conferma popolare. E così avviene il 13 marzo 1974 con il clamoroso risultato in favore del mantenimento della legge. Gli effetti di quella sfida referendaria, accettata e rilanciata dai radicali furono dirompenti: per la prima volta si apriva nell'orizzonte politico italiano la possibilità di uno schieramento maggioritario e vincente (quello laico e di sinistra su un diritto civile) rispetto alla Democrazia Cristiana ed al blocco conservatore-clericale.

Mentre si teneva il referendum sul divorzio, i radicali rilanciarono lo scontro con la promozione di "Otto referendum contro il regime": due contro il Concordato, due antimilitaristi contro il codice militare di pace e l'ordinamento giudiziario militare, due sulla libertà di informazione per l'abrogazione dell'ordine dei giornalisti e della legge sulla stampa, uno sulla libertà d'antenna ed uno per l'abrogazione dei reati politici d'opinione e sindacali nonché sull'aborto. Ma le 500.000 firme necessarie non furono raccolte per la mancanza di impegno dei gruppi e delle forze che pure inizialmente avevano aderito.

All'indomani delle elezioni politiche del 1976 che avevano segnato un grande spostamento a sinistra dovuto all'effetto terremotante del referendum sul divorzio, i radicali riprendevano, nella primavera 1977, il progetto referendario: "Di fronte al compromesso istituzionale, fra i sei partiti della maggioranza (DC, PCI, PSI, PSDI, PRI, PLI) e agli interessi corporativi, in assenza di opposizione parlamentare, il referendum è oggi l'unico strumento di controllo democratico e popolare, l'unica possibilità di espressione di interessi generali destinati altrimenti a rimanere senza voce e senza possibilità di tutela e di rappresentanza". Le firme necessarie erano raccolte sul Concordato, sul codice militare di pace e sull'ordinamento giudiziario militare, sull'Inquirente, sulle norme repressive del codice penale, sul finanziamento pubblico dei partiti, sulla legge sull'ordine pubblico detta "Legge Reale" e sugli istituti manicomiali. L'11 giugno 1978 si tengono due referendum: per l'abrogazione del finanziamento p

ubblico ai partiti il "si" raccoglie il 43,6% dei voti, contro la "Legge Reale" si pronunciano il 23,5% dei votanti. Degli altri sei referendum, quattro erano stati fatti fuori dalla Corte Costituzionale e due avevano provocato la rapida approvazione di una nuova legge, di tipo riformatore nel caso degli istituti manicomiali, e di tipo compromissorio nel caso della modifica dell'Inquirente.

Ancora una volta l'effetto referendum risulta sconvolgente per il sistema dei partiti e per gli equilibri politici generali. Nonostante che fra i partiti solo il radicale ed il liberale (5%) si fossero dichiarati in favore dell'abrogazione del finanziamento pubblico, una larga parte della popolazione manifesta con il voto una avversione al regime dei partiti. Come conseguenza di quel pronunciamento, qualche settimana dopo il risultato referendario, il Presidente della Repubblica Giovanni Leone deve dare le dimissioni, travolto dalla crisi di sfiducia.

Nella primavera 1980 vengono di nuovo raccolte le firme per 9 referendum: caccia, smilitarizzazione della Guardia di Finanza, norme autoritarie del codice penale, nucleare, depenalizzazione della marijuana, liberalizzazione ulteriore dell'aborto, "Legge Cossiga", porto d'armi, ergastolo. Si tratta di un complesso programma riformatore di indirizzo liberale e libertario, socialista ed umanista, attivato grazie all'impegno dei militanti radicali, con l'impulso ed il coordinamento di Giuseppe Calderisi che da sempre nel partito ha rappresentato l'uomo-referendum. Ancora una volta, tuttavia, la Corte Costituzionale dichiara inammissibili 5 referendum, quelli più pericolosi per gli equilibri partitici e capaci di creare nuovi schieramenti popolari (caccia, nucleare, codice penale, guardia di finanza, droga) alternativi agli schieramenti partitici. Quando il 17 maggio 1981 si vota per gli altri quattro referendum, malgrado una generale campagna avversa di tutti i partiti, i temi proposti dai radicali ottengono il

voto di una non trascurabile minoranza, - dall'11,5% di "Si" per la ulteriore liberalizzazione dell'aborto al 22,8% di "Si" per l'abolizione dell'ergastolo - che si riconosce nel programma costituzionale avanzato dai radicali.

Dopo le esperienze del 1974, del 1977 e del 1981, il regime dei partiti aveva compreso la pericolosità per gli equilibri esistenti del voto referendario, sia per i temi di volta in volta avanzati che costringevano il paese a pronunziarsi sollecitamente su grandi riforme civili, sia Perché si offriva ai cittadini la possibilità di votare fuori dagli schemi obbligati dei partiti. Da una parte tramite la Corte Costituzionale e le sue pretestuose pronuncie, dall'altra con l'uso manipolato dei mezzi di comunicazione di massa (RAI-TV) al momento del voto, di fatto l'uso dello strumento referendario veniva precluso o fortemente ridimensionato. La classe politica tradizionale era unanime nel ritenere i referendum destabilizzanti: ed in effetti lo erano ma relativamente al sistema dei partiti.

Veniva così sottratto al Partito Radicale la possibilità di realizzare, con un potente strumento democratico, una politica effettivamente e non verbalmente riformatrice. Solo nel 1986 il Partito Radicale può dunque attivare di nuovo il referendum nel momento in cui la collaborazione e l'alleanza con altre forze politiche fa sperare di riguadagnare una certa praticabilità dello strumento e la sua proposizione al paese e al mondo politico. con socialisti e liberali vengono indetti tre referendum per la una giustizia senza privilegi responsabile uguale per tutti: con DP, "Il Manifesto", la FGCI e gli ambientalisti due referendum sul nucleare; e con il mondo verde, ambientalista ed ecologista due referendum sulla caccia.

Ancora una volta, il motore che ha messo in moto l'iniziativa referendaria, ne ha curata la non facile realizzazione con la raccolta di milioni di firme ed ha imposto tali temi alla pubblica opinione è stato il Partito Radicale. Ad oggi la battaglia rimane aperta.

CONTRO L'"AMMUCCHIATA". CASI MORO E D'URSO. LOCKEED, SINDONA, P2, FONDI NERI IRI: LA LOTTA AL MALAFFARE

Negli anni di unità nazionale e di compromesso storico i radicali hanno denunciato la politica dell'"ammucchiata" in cui si ritrovavano insieme democristiani e comunisti, socialisti e laici praticamente senza contestazioni ed alternative. Durante quegli anni (soprattutto nel periodo 1976-1979, ma la tendenza è continuata anche dopo, pur se in forme più striscianti e meno evidenti ma non per questo meno pericolose) sono stati varati molti provvedimenti riguardanti la giustizia e il cosiddetto "ordine pubblico" che hanno ulteriormente trasformato lo Stato in senso autoritario ed una serie di leggi in campo sociale (affitti, sanità...) che hanno consolidato le strutture di un regime corporativo illiberale, occupato dai partiti.

Con soli 4 deputati in Parlamento fino al 1979, i radicali si sono contrapposti all'imbarbarimento delle leggi ed hanno resistito allo stato d'emergenza offrendo, con la nonviolenza ed il costante richiamo al diritto, una speranza ed una prospettiva alternative sia alla violenza terroristica che all'ambigua ed inefficiente repressione tentata con le leggi eccezionali.

A mano a mano che ci si allontana da quel periodo diviene sempre più chiaro che ad un volto apparentemente feroce e repressivo dello Stato, faceva riscontro una sostanziale convivenza con il terrorismo da parte dei servizi segreti, di apparati dello Stato e di buona parte della classe dirigente del paese. A questa, ed in particolar modo al PCI che ne costituiva il nucleo duro, faceva comodo la destabilizzazione permanente e la teoria degli "opposti estremismi" al fine di consolidare l'intreccio compromissorio fra centro e sinistra per rendere necessaria ed indispensabile quell'unità nazionale che altrimenti non sarebbe stata giustificata. E, come denunciavano i radicali già in quegli anni, una tale tendenza nascondeva e favoriva la crescita della P2 e di altre simili consorterie, utilizzate e manovrate da uomini e correnti di partito per la gestione degli affari più marcatamente illegali e clandestini.

Questa fu l'essenza dello scontro nella primavera 1978 sul caso Moro tra le forze che fecero di tutto per salvare il leader democristiano attraverso iniziative di dialogo ed il richiamo al rispetto delle competenze istituzionali (radicali e socialisti) e il vastissimo schieramento che accettò subito, e non fece nulla per impedire l'eliminazione di un personaggio che, se slavato, avrebbe potuto davvero destabilizzare gli equilibri partitici esistenti.

Della stessa natura è stato l'aspro conflitto per il caso d'Urso, il magistrato sequestrato nel dicembre 1980 e salvato nel gennaio successivo con una straordinaria iniziativa di dialogo, e senza trattiva alcuna con le BR, condotto dai radicali anche con l'uso intenso di Radio Radicale. Se i radicali, con la collaborazione dei socialisti secondo uno schieramento ideale e politico che riproponeva e consolidava le scelte del caso Moro, non avessero determinato il miracolo della salvezza di una vita umana, probabilmente il cadavere del magistrato sarebbe stato utilizzato per una effettiva svolta di regime alla quale erano già pronte e disponibili le componenti autoritarie di diversi partiti, forze esterne al Parlamento mascherate dietro la proposta del "governo dei tecnici" e la P2 in quei mesi nel momento di massimo splendore, potere e dominio sugli affari, sui servizi segreti e sulla stessa politica.

L'individualizzazione dell'importanza dell'intreccio tra malaffare e politica e la sua vigorosa denuncia sono stati un altro tratto portante del Partito Radicale. Così è accaduto con l'affare Lockeed nel 1977 quando in Parlamento Pannella denunciava le responsabilità e le connivenze politiche che stavano dietro la vicenda e contribuiva ad impedirne l'insabbiamento. Così è accaduto nel 1978 con la campagna di opinione pubblica, quando il Presidente della Repubblica Giovanni Leone fu costretto a dimettersi anche in seguito all'effetto determinante del referendum sul finanziamento ai partiti. Cos' nel 1979 con la proposta di indagine sull'affare Sindona, avanzata per primi dai radicali, che dava origine alla commissione d'inchiesta attraverso cui veniva messo in luce il bubbone P2. Così con l'inchiesta su Gelli e la P2 allorché Teodori, portando a compimento l'analisi propria del Partito Radicale, denunciava la vera natura della loggia quale prodotto diretto delle degenerazioni dei partiti e conseguenza dell'in

treccio con la partitocrazia. Così nel 1985 con le proposta radicali di inchieste parlamentari sui fondi neri dell'IRI, la più grossa rapina di tutta la storia repubblicana compiuta dagli uomini e dalle forze di regime ai danni dello Stato, e sul caso Cirillo, nel quale si è dipanato un vergognoso intreccio tra Camorra, servizi segreti, Brigate Rosse e Democrazia Cristiana che tuttora pesa sulla vita della Repubblica.

L'ECOLOGIA E L'ANTINUCLEARE

Il Partito Radicale è partito di valori, di ideali, non di potere.

Questa è stata e rimane la sua forza. La sua ambizione è di propugnare sulla scena politica italiana (ed europea) tali ideali e valori conquistando di volta in volta ai cittadini quelle riforme necessarie per realizzare i principi liberali e libertari, socialisti ed umanisti, democratici e di giustizia per tutti.

La difesa dell'ambiente e la lotta al nucleare sono cardini necessari di una tale politica. Già nei deliberati congressuali del 1977 si affermava: "Il congresso, ritenuto che la difesa dell'ambiente, della natura e della qualità della vita è un obiettivo di centrale importanza per il partito, individuata nella mancanza di una politica organica nella classe dirigente italiana per il miglioramento della qualità della vita, contro gli inquinamenti, contro le sofisticazioni alimentari e merceologiche, contro i danni della medicina ufficiale, contro l'incontrollato sviluppo demografico, contro gli "sport" venatori e la vivisezione, per il diritto alla libera esposizione del proprio corpo, una grande carenza nella politica del paese, invita la segreteria e gli organi esecutivi a sostenere le lotte che le associazioni radicali, i movimenti e i gruppi ecologici e naturisti presenti nell'area radicale conducono nei settori suddetti".

La politica di attiva difesa ecologica si è concretamente tradotta nella ripetuta proposizione dei referendum sulla caccia e sul nucleare. In Parlamento vi è stata una costante opposizione ai tanti provvedimenti antiecologici e la proposizione di leggi in difesa della natura e della salute. Basta ricordare, una per tutte, la lunga e ripetuta azione condotta dai radicali, quasi sempre da soli, per l'applicazione della "Legge Merli" contro gli inquinamenti, e la contestazione del Piano Energetico Nazionale con la proposizione di una politica basata sul risparmio energetico e sullo sviluppo progressivo ed accelerato della ricerca e della applicazione delle energie alternative al nucleare ed al carbone.

Sia a livello nazionale che nelle azioni regionali e locali, la battaglia contro le centrali nucleari, sia quelli esistenti (Latina e Caorso) sia quelle in progetto ed in costruzioni (Montalto di Castro, Trino Vercellese, in Puglia), ha impegnato tutti i parlamentari radicali ed in particolar modo Alessandro Tessari, insieme con i gruppi e le associazioni locali.

Il Congresso del PR del 1978 affermava: "le lotte per l'ambiente sono appropriate alle necessità della nuova fase del partito. Implicano la "riappropriazione" da parte della gente delle grandi scelte da sempre riservate agli esperti, cioè al regime..... Nuovi soggetti collettivi entrano nella lotta politica: i paesi, le piccole e medie città, le regioni, intese come corpo unitario, anche sul piano culturale e di sviluppo". Sul piano locale, i radicali hanno appoggiato e talora promosso l'azione dei gruppi ecologici ed ambientalisti e le loro lotte sia direttamente con il partito, sia intorno ad esso, compreso l'attivo sostegno all'associazione Amici della Terra.

Tale politica ha trovato uno sbocco nelle elezioni amministrative e regionali del 1985, allorché il PR, non concorrendo direttamente, secondo la sua consuetudine, ha promosso e sostenuto le liste verdi e verdi-civiche in gran parte del territorio nazionale. Alcuni iscritti al PR venivano eletti sulla base di specifiche piattaforme verdi e verdi-civiche antipartitocratiche: Angelo Pezzana in Piemonte, Primo Mastrantoni nel Lazio, Gianluigi Mazzufferi nelle Marche, Piero Craveri in Campania, Rosa Filippini al Comune, e Athos De Luca alla Provincia di Roma. Tra la fine del 1985 e l'inizio del 1986 i radicali, insieme con una serie di altri gruppi politici e ambientalisti depositavano le richieste di due referendum sulla cassia e due referendum sul nucleare, raccoglievano le firme necessarie e si adoperavano affinché non fossero ancora una volta frapposti ostacoli alla votazione popolare che dovrebbe tenersi nella primavera del 1987.

CONTRO LO STERMINIO PER FAME

Si deve al Partito Radicale l'introduzione della lotta allo sterminio per fame nel mondo come grande questione nazionale (e internazionale) e il raggiungimento di concreti, anche se per ora parziali, risultati. Come con altri diritti relativi alla condizione specifica dei cittadini nel nostro paese, i radicali hanno affermato che il diritto alla vita è un valore supremo che deve ispirare la politica internazionale del nostro paese come alternativa alle logiche militari e di potenza.

Nel febbraio 1979 Marco Pannella denuncia per la prima volta il carattere politico del dramma dello sterminio per fame e accusa i governi dei paesi ricchi di rendersi complici dell'olocausto, risultato di un vero disordine economico stabilito a livello internazionale. Sul piano nazionale chiede il rispetto degli obblighi internazionali, in particolare della "risoluzione 2626" dell'ONU che impegna i governi industrializzati a versare almeno lo 0,7% del loro Prodotto Nazionale Lordo come aiuto pubblico allo sviluppo.

Inizia così una intensissima campagna politica nazionale ed internazionale per l'ottenimento dell'obiettivo indicato, successivamente precisato e tradotto nella necessità d un'azione immediata dell'Italia e dell'Europa per la salvezza di milioni di esseri umani morenti di fame del Terzo Mondo. Nella primavera 1979 si tiene a Roma una Marcia di Pasqua, la prima di una serie, con decine di migliaia di partecipanti; in autunno si autoconvoca in seduta straordinaria il Parlamento italiano mentre, nello stesso periodo, la questione viene sollevata di parlamentari radicali al Parlamento europeo che sancisce il diritto di intervento del Consiglio di Sicurezza dell'ONU con una Task Force contro la fame.

L'azione pubblica, parlamentare, nonviolenta moltiplica la mobilitazione e gli interventi nella campagna contro la fame: nel settembre 1979 il Papa si pronuncia contro la "intollerabilità dell'esistenza di un'area della fame ed un'area di sazietà"; nel giugno 1981 viene lanciato un manifesto-appello di 54 premi Nobel che getta le basi morali , teoriche e politiche della lotta alla fame; nel settembre dello stesso anno il Parlamento europeo approva una risoluzione che accoglie l'appello dei Nobel; subito dopo Willy Brandt lancia un appello sottoscritto da numerose personalità; nel marzo 1982 1.200 sindaci di tutta Italia presentano una petizione al Presidente Sandro Pertini che a sua volta si pronuncia ("svuotare gli arsenali, riempire i granai") a sostegno dell'azione.

Ma l'allargamento e il rafforzamento della campagna e la sua concreta realizzazione da parte dell'Italia e di altri paesi europei non vi sarebbero stati senza l'uso ripetuto e determinante dell'azione nonviolenta con scioperi della fame e della sete, condotti al limite delle estreme possibilità umane drammaticamente sfidate. Non si contano gli scioperi della fame di Marco Pannella ad iniziare dalla primavera del 1979 alternati a scioperi della sete ripetutamente condotti nel corso del 1983. Vengono anche sperimentati digiuni collettivi di centinaia di persone con l'introduzione in Occidente della pratica dei Satiagraha. A quelli dei singoli radicali (Giovanni Negri, Bonino, Spadaccia ...) si aggiungono gli scioperi della fame condotti, tra i molti altri, dal padre domenicano Jean Cardonnel in Francia, e da Olivier Dupuis in Belgio.

Nell'azione che coinvolge cattolici e comunisti, personalità di ogni orizzonte ideale, politico e religioso e gente comune, amministrazioni locali e organismi internazionali, è tuttavia il Partito Radicale a far sempre da motore a tutta la complessa campagna ed a svilupparne gli aspetti e le implicazioni anche teoriche. Complementarmente all'azione condotta in Italia, viene sviluppata un'azione internazionale da parte di Food and Disarmament International (associazione costituita ed animata prima da Jean Fabre e poi da Emma Bonino) che raggruppa personalità, premi Nobel, capi di Stato di ogni regione del mondo. La sanzione dell'imperativo morale oltre che politico dell'azione contro la fame e per la vita avviene al congresso del novembre 1981 che adotta il seguente "preambolo" allo statuto del Partito Radicale:

"proclama il diritto e la legge

diritto e legge anche politici del Partito Radicale

proclama nel loro rispetto la fonte insuperabile

di legittimità delle istituzioni

proclama il dovere alla disobbedienza, alla

non-collaborazione, alla obiezione di coscienza,

alle supreme forme di lotta nonviolenta

per la difesa - con la vita - della vita, del diritto, della legge.

Richiama se stesso, ed ogni donna e ogni uomo che vogliano sperare nella vita e nella pace, nella giustizia e nella libertà, allo stretto rispetto, all'attiva difesa di tre leggi fondamentali quali: la Dichiarazione dei diritti dell'uomo (auspicando che l'intitolazione venga mutata in "Diritti della persona"), la Convenzione europea dei diritti dell'uomo e, in Italia, la Costituzione repubblicana; al rifiuto dell'obbedienza e del riconoscimento di legittimità, invece, per chiunque non le applichi, chiunque le riduca a verbose dichiarazioni meramente ordinatorie, cioè a non-leggi.

Dichiara di conferire all'imperativo cristiano e umanistico del "non uccidere" valore di legge storicamente assoluta, senza eccezioni, nemmeno quella della legittima difesa.

Delibera che d'ora in poi, fino alla sconfitta della politica di sterminio per fame e per guerra, a testimonianza di pietà, di umana consapevolezza e di civile dignità l'emblema del partito venga corretto in modo da risultare "abbrunato" in segno di lutto, onde contrapporlo al rifiuto decretato dal potere dei partiti e della Repubblica, ad ogni suo livello, di almeno onorare con un qualsiasi segno ufficiale l'immensa parte dell'umanità in questi anni, in questi mesi, sterminata".

Come risultati concreti vi sono le diverse risoluzioni approvate dal Parlamento che nel corso degli anni porta progressivamente gli stanziamenti per gli aiuti allo sviluppo dallo 0,03% allo 0,3% del Prodotto Nazionale Lordo; le numerose altre delibere di organismi locali ed internazionali e la decisione del Parlamento belga nel marzo 1983 di istituire un fondo speciale d'urgenza per la sopravvivenza e per assicurare l'esecuzione del Manifesto-appello dei premi Nobel. Infine, come primo importante effetto delle pressioni radicali, anche il Parlamento italiano approva nella primavera 1985 una nuova legge per gli interventi contro lo sterminio per fame (risultato delle proposte avanzate da centinaia di deputati e con primo firmatario il presidente della DC, Flaminio Piccoli) che stanzia 1.900 miliardi di lire per un periodo di 18 mesi. Allo stanziamento si accompagna la nomina di un sottosegretario-commissario responsabile degli interventi straordinari, attribuita al socialista Francesco Forte.

Come complemento della campagna contro lo sterminio per fame, prende avvio nel 1983 l'iniziativa per l'elevazione delle pensioni sociali (stabilita in quell'anno ad un minimo di L. 400.000) e dei minimi previdenziali per i pensionati privi di altri redditi, nonché per una rapida riforma pensionistica. Tale obiettivo veniva in parte conseguito con gli stanziamenti effettuati in sede di legge finanziaria degli anni successivi.

Il diritto alla vita, proclamato dai radicali, trovava così corrispondenza nella battaglia per la soluzione di una delle più annose ed irrisolte questioni sociali italiane.

LA GIUSTIZIA SENZA PRIVILEGI, RESPONSABILE,

UGUALE PER TUTTI

L'aspirazione a realizzare la giustizia in tutti i suoi aspetti è stata e continua ad essere al centro dell'attenzione del Partito Radicale. Una giustizia giusta è parte necessaria alla realizzazione di qualsiasi progetto fondato sul regno del diritto contrapposto al dominio della forza e della violenza.

I codici e la loro riforma hanno impegnato lungamente i radicali. Con il referendum contro i reati di opinione tentato nel 1971 ed ancora nel 1974, con quelli indetti nel 1977-78 contro la giustizia speciale per i Ministri (Inquirente), le norme repressive penali e la "Legge Reale", di nuovo nel 1980-81 contro le norme autoritarie del codice penale, la "Legge Cossiga" (ordine pubblico) e l'ergastolo, infine con i tre referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, le norme elettorali per il Consiglio Superiore della Magistratura e l'Inquirente, attualmente in corso.

Nel 1976 venivano avanzate una serie di modifiche legislative per via d'iniziativa popolare raggruppate nella Carta della libertà "per l'attuazione delle libertà e garanzie costituzionali come premessa ineliminabile di qualsiasi programma comune della sinistra", con la collaborazione di un gruppo di giuristi tra cui Giuseppe Caputo, Ernesto Bettinelli, Federico Mancini, Gino Giugni, Gianfranco Amendola, Mario Bessone, Mauro Mellini e Stefano Rodotà. Più recentemente in Parlamento, i deputati radicali sono riusciti a strappare quasi ogni anno in sede di legge finanziaria notevolissimi aumenti sul capitolo del bilancio del Ministero della Giustizia, come da ultimo, nel 1986, in favore degli agenti di custodia, per il miglioramento delle carceri, per l'attuazione della riforma del codice di procedura penale, da lunghi anni immobilizzata nelle secche del Parlamento.

Il Partito Radicale è rimasto pressoché solo a contrapporsi, all'imbarbarimento delle leggi e del diritto sotto la spinta della cosiddetta emergenza, utilizzata dalle forze politiche dell'unità nazionale e del compromesso storico, in primo luogo dal PCI, per trasformare in senso più autoritario ed illiberale la struttura legislativa italiana con quella serie di leggi eccezionali che vanno dalla "Reale" del 1976 alla "Cossiga" del 1981. Rimangono nella cronaca parlamentare e civile nel nostro paese e della lotta per la libertà e in difesa della Costituzione gli interventi record ostruzionistici parlamentari fino a 16 ore pronunziati contro i decreti Cossiga nel gennaio 1980 e nel febbraio 1981.

Ma la battaglia per la giustizia è stata combattuta soprattutto sul campo, nelle aule giudiziarie, con iniziative di disobbedienza civile, nelle carceri, nelle piazze e con la proposizione di casi esemplari. Nel gennaio 1969 si teneva per la prima volta una "Controinaugurazione dell'anno giudiziario" di fronte al Palazzo di Giustizia di Piazza Cavour a Roma: "il problema della giustizia in Italia non è un problema tecnico: è il problema dei diritti civili dei cittadini di seconda classe, un problema di strutture del regime che mira a costituire i pilastri di una particolare società paternalistica, baronale, consumistica e clericale". Su queste basi Mauro Mellini e Giuseppe Ramadori costituivano il gruppo di Rivolta Giudiziaria.

In seguito alla condanna per plagio nel 1969 di un intellettuale schivo ed emarginato, Aldo Braibanti, i radicali con Pannella fecero un "processo al processo" effettuando per tre anni opera di controinformazione sul "comportamento violento della giustizia". Altrettanto impegno fu messo per combattere la carcerazione preventiva e l'inerzia nel celebrare i processi riguardanti sia estremisti fascisti, come nel caso di Valerio Borghese, sia presunti terroristi come Pietro Valpreda, poi risultato innocente, la cui campagna culminò con uno sciopero della fame dei radicali ed una manifestazione a Piazza Navona tenuta il 20 settembre 1972 insieme con Riccardo Lombardi, Loris Fortuna, Umberto Terracini, Lotta Continua e Il Manifesto.

Anni dopo, nel marzo 1978, durante i cosiddetti "anni di piombo", la legislazione d'emergenza e il terrorismo, Adelaide Aglietta, allora segretario del Partito Radicale, rendeva possibile a Torino l'apertura del processo alle Brigate Rosse, accettando di fare il giurato popolare dopo che decine di sorteggiati si erano rifiutati di assolvere il pericoloso dovere civile.

LE CARCERI. IL "CASO NEGRI" E "CASO TORTORA"

Le carceri, le loro condizioni materiali ed umane, i diritti degli incarcerati e le condizioni di vita e di lavoro degli agenti di custodia rappresentano tradizionalmente un altro aspetto del continuo interesse e impegno radicale. Quando ancora il mondo carcerario era completamente fuori da qualsiasi attenzione politica ed i detenuti erano abbandonati all'unica possibilità di espressione con la violenza e la rivolta, si costituiva nel 1975 la Lega socialista nonviolenta per i diritti dei detenuti, federata al PR. L'interesse radicale non si è rivolto soltanto ai detenuti, visitandoli, avanzando proposte legislative, promuovendo campagne di opinione pubblica; anche l'altra faccia della realtà degradata e dimenticata del carcere, quella degli agenti di custodia, è stata costantemente presente. Uno dei primi progetti di legge presentati dai radicali non appena entrati in Parlamento è stata la riforma del corpo degli agenti di custodia. Poi, nel 1977 Adelaide Aglietta e Gianfranco Spadaccia facevano un digiuno d

i oltre 70 giorni per ottenere la discussione e la votazione delle riforme.

Una delle più barbare eredità della legislazione d'emergenza è l'allungamento dei termini di carcerazione preventiva fino ad oltre 12 anni sicché i grandi processi agli accusati di reati terroristici (e poi a quelli per associazione per delinquere nati dalla legge antimafia) tendono a non essere tenuti se non con molti anni di ritardo dal momento della cattura degli imputati. Su questo fronte, contro la carcerazione cautelare intesa come espiazione preventiva di una pena non ancora comminata e contro l'inerzia nel celebrare i processi, si è ingaggiata la battaglia radicale con i casi esemplari di Toni Negri, prima, e di Enzo Tortora, poi.

Il capo di Autonomia Operaia, incarcerato il 7 aprile 1979, interrogato solo marginalmente e senza processo, viene candidato nelle liste del Partito Radicale per le elezioni politiche del giugno 1983 ed eletto alla Camera. Negri non è radicale e non diviene radicale, le sue posizioni e la sua ideologia sono lontane mille miglia da quelle basate sul diritto e la nonviolenza dei radicali, ma il suo caso viene assunto come simbolo di un imputato, uno dei tanti, trattenuto in carcere per oltre quattro anni senza processo. Nel momento in cui alla Camera viene chiesta l'autorizzazione a procedere, i radicali si oppongono ad una ambigua proposta comunista di sospensiva e viene così votata l'autorizzazione all'arresto. Contro il parere dei radicali, Negri fugge in Francia.

Ben diversa, invece, è la vicenda Tortora. Il noto presentatore televisivo viene candidato ed eletto al Parlamento europeo nelle liste radicali con oltre mezzo milione di preferenze. Unico caso nella storia parlamentare. Tortora non solo chiede che l'autorizzazione a procedere sia concessa ma si dimette da deputato europeo, rinunzia volontariamente all'immunità e torna agli arresti per scontare la detenzione preventiva. Eletto presidente del Partito Radicale, dagli arresti domiciliari conduce la esemplare battaglia per una giustizia giusta, nonostante la violenta sentenza di primo grado che lo condanna ad oltre 12 anni per associazione per delinquere di stampo mafioso e per spaccio di droga come uno degli esponenti di spicco della camorra.

A settembre del 1986 il processo di secondo grado proclama Tortora completamente estraneo alle vicende imputategli ed innocente. Grazie al "caso Tortora", assunto dai radicali come caso esemplare, la battaglia per una giustizia giusta si impone all'attenzione nazionale: i termini di carcerazione preventiva sono nel frattempo ridotti pur se rimangono smisuratamente lunghi; i maxiprocessi ed il ruolo perverso dei pentiti sono messi in discussione; e la "questione giustizia" in tutti i suoi aspetti diviene una questione nazionale.

 
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