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Dupuis Olivier - 1 febbraio 1987
VIII. SICUREZZA E DIRITTI CIVILI
di Olivier Dupuis

SOMMARIO: Vi è un rapporto fra sicurezza e diritti umani? Gli atti di diritto internazionale sembrerebbero dare una risposta affermativa, ma i concreti comportamenti politici dei responsabili delle varie nazioni vanno in ben altra direzione. D'altronde il principio di non ingerenza, sancito con atti di diritto internazionale, consente continue violazioni agli stessi trattati per la difesa dei diritti umani.

(Le alternative alla difesa militare - Cap.VIII - IRDISP - Febbraio 1987)

Affronteremo, sulla base di questa ridefinizione del rapporto Nord-Sud, il rapporto Est-Ovest. Riconsidereremo la minaccia sovietica, non qualificandola più come una minaccia semplicemente convenzionale, cioè essenzialmente militare, ma privilegiando la natura del sistema. Partendo da qui, potremo riconsiderare il problema delle violazioni istituzionalizzate dei diritti dell'uomo, e percepirlo non più come prodotto del sistema, ma piuttosto come condizione necessaria alla sopravvivenza del sistema stesso. Questo ci porterà a considerare una visione politica del problema, al contrario della visione prettamente umanitaria attualmente promossa (anche se molto relativamente) dai Governi occidentali.

Vi è un rapporto fra sicurezza e diritti civili? L'azione per la conquista della pace può prescindere, pur senza negarli, dai problemi della compressione o privazione dei diritti elementari della persona? Se gli atti di diritto internazionale sembrerebbero dare una risposta affermativa al primo quesito e negativa al secondo, i comportamenti politici dei maggiori soggetti internazionali mettono obiettivamente in dubbio la sostanza della prima equazione proposta, mentre s'ispirano concretamente alla tesi della separazione fra i due problemi.

L'atto finale della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (CSCE) di Helsinki del 1975, nel momento in cui salda nei tre 'cesti' (1) le questioni relative alla sicurezza in Europa, quelle relative alla cooperazione economica, scientifica e ambientale e quelle relative alla sicurezza e cooperazione nel Mediterraneo con le questioni relative al rispetto dei diritti civili e delle libertà fondamentali, i contatti tra persone, l'informazione e gli scambi culturali, afferma, seppur indirettamente, l'interdipendenza fra sicurezza e promozione dei diritti civili.

Ma la constatazione che questo atto, pur avendo un grande valore politico, non determina alcun impegno giuridico e quindi nessun obbligo di rispetto da parte degli stati firmatari (2) ci riporta alla precedente considerazione sulla sostanziale indifferenza dei grandi attori internazionali nei confronti della problematica dei diritti civili e della sicurezza.

Le evocazioni e le denunce da parte dei leader occidentali delle compressioni dei diritti civili realizzate dagli stati totalitari, sono quindi puramente strumentali, ad uso interno, per supportare l'anticomunismo strettamente elettorale, o comunque destinate a rimanere marginali sui tavoli delle trattative. Ciò è dovuto al "malinteso tra le concezioni occidentale e sovietiche della distensione: fattore di riavvicinamento e indebolimento degli antagonismi ideologici per gli uni, strumento nuovo dell'offensiva ideologica per gli altri", come sostiene l'esule sovietico Kartashkin (3). I Governi occidentali - e soprattutto quelli europei - sembrano cioè disposti a sacrificare ogni esigenza di rispetto dei diritti umani pur di ottenere un'ipotetica riduzione della conflittualità con l'Urss, mentre quest'ultima utilizza il buon senso occidentale nell'interpretazione dell'Atto finale di Helsinki per proseguire nei suoi tentativi di finlandizzazione dell'intera Europa?

Queste considerazioni sembrerebbero dare ragione alla tesi di Soljenitzin che, nel suo famoso discorso ad Harvard del 1978, denunciava la scomparsa della volontà, il declino del coraggio, la sostanziale rassegnazione degli occidentali: "Mais aucun armement, si grand soit-il, ne viendra en aide à l'Occident tant que celui-ci n'aura pas surmonté sa perte de volonté. Lorqu'on est affaibli spirituellement, cet armement devient lui-même un fardeau pour le capitulard. Pour se défendre, il faut être prêt à mourir, et cela n'existe qu'en petite quantité au sein d'une société élevée dans le culte du bien-être terrestre. Et il ne reste plus alors que concessions, sursis et trahisons. A Belgrade-la-Honte (4), les diplomates occidentaux ont cédé en toute liberté, dans leur faiblesse, les positions sur lesquelles les membres subjugués des groupes d'Helsinki donnent en ce moment leur vie" (5).

"Concessioni, rinvii, tradimenti" dei diritti umani all'Est sono determinati dalla mancanza di coraggio e di volontà necessari per difendere i valori democratici o sono il prodotto di una realpolitik, considerata come l'unica possibile? C'è un'alleanza tra la foire du Commerce dell'Occidente e la foire du Parti dell'Oriente sovietico per mantenere lo status quo in Europa?

Sulla stessa lunghezza d'onda ritroviamo un certo numero di generali francesi, fra cui l'ex capo di Stato maggiore, generale Jean Delaunay, che scrive: "Il est vrai que ce sont toujours les Occidentaux qui les encaissent sans réagir. Depuis Yalta...nous nous sommes ridiculisés cent fois. Y compris, comble de l'imposture, à cette récente célébration de l'anniversaire des Accords d'Helsinki cent fois bafoués par Moscou en ce qui concerne les Droits de l'Homme. Nous protestons souvent mais nous n'avons jamais osé contre-attaquer réellement...nous fournissons aux soviétiques une grande partie de ce qui leur est nécessaire pour subsister et pour améliorer encore leur formidable machine de guerre. Nous leur vendons du blé. Nous leur procurons des dollars en échange de leur gaz. Par-dessus tout, nous leur fournissons de la technologie, soit qu'ils nous l'achètent officiellement, soit qu'ils nous la "piratent" par toutes sortes de moyens" (6).

Insomma avrebbe ragione Lenin quando afferma che "i capitalisti sono così rapaci che arriverebbero a venderci la corda per impiccarli". Queste opinioni che si fondano sue fatti incontestabili sono almeno in parte condivisibili. Un breve studio degli scambi commerciali del Belgio con i paesi dell'Est è significativo di un tale stato di fatto e meriterebbe certamente un'analisi più approfondita. Ci sembra peraltro che il rifiuto di percepire il collegamento fra sicurezza e diritti civili, e di conseguenza la politica che privilegi questo fronte di iniziativa politica, sia da addebitarsi anche ad altre cause: la mancanza di una cultura politica e giuridica che sostenga e promuova il dovere d'intervento e d'ingerenza per la rimozione delle violazione dei trattati internazionali e, d'altra parte, il mancato approfondimento dell' efficacia politica e militare di una azione nonconvenzionale di destabilizzazione democratica nei paesi con regimi totalitari.

Lo sviluppo del principio di non ingerenza e di non intervento negli affari di un altro Stato, ha in effetti prodotto effetti paralizzanti per quanto riguarda l'efficacia giuridica e vincolante degli atti internazionali relativi ai diritti civili. Bisogna precisare a questo proposito che tutta la produzione giuridica internazionale riafferma all'indomani della seconda guerra mondiale e alla luce dei risultati catastrofici della politica di non ingerenza di Monaco che consentirono al nazismo di espandersi per tutta l'Europa, il diritto degli Stati d'intervenire quando la pace e la sicurezza risultano minacciate.

E' vero che nella Carta delle Nazioni Unite (San Francisco 1945) si afferma che ogni Stato ha l'obbligo di non intervenire negli affari interni di un altro Stato, direttamente o indirettamente, per qualsiasi ragione, e di non ricorrere alla minaccia o all'impiego della forza contro la sovranità e l'indipendenza politica o l'integrità territoriale degli Stati. Ma d'altra parte l'elemento caratterizzante è rappresentato dal diritto del Consiglio di sicurezza d'intervenire, utilizzando eventualmente la forza, nel caso in cui la sicurezza e la pace fossero minacciate non solo da azioni militari ma anche da altre evenienze.

Si afferma cioè, riprendendo in qualche modo l'impostazione del trattato di Vienna della Santa Alleanza del 1915, il diritto d'ingerenza, questa volta affidato non tanto e solo alle potenze vincitrici ma anche all' iniziativa sollecitatrice dell'Assemblea delle Nazioni Unite di cui il carattere universale avrebbe dovuto fornire una legittimazione più ampia alla potenze vincitrici per i loro interventi di pace. Gli Stati Uniti legarono questa nuova dottrina interventista alla dottrina Monroe, allargando all'insieme del mondo libero il loro dominio e il loro campo di possibile intervento. Ciò era già in gestazione; infatti Theodore Roosevelt proclamo' già nel 1905 che "Tout pays dont le peuple se conduit bien peut compter sur notre cordiale amitié...Des troubles chroniques ou encore une impuissance ayant pour résultat le relâchement des liens existant dans une société civilisée peuvent nécessiter en Amérique comme ailleurs, l'intervention d'une nation civilisée".

Questo principio costitutivo delle Nazioni Unite non ha mai funzionato (ad esclusione del caso della Corea, ma su decisione della Assemblea e non del Consiglio di Sicurezza, evento che segnava del resto l'inizio della guerra fredda). La debolezza del Consiglio di sicurezza nasceva da un difetto di fondo, e cioè dall'essere stato concepito essenzialmente per fronteggiare eventuali rigurgiti degli Stati dell'Asse e non i conflitti insorti fra gli stessi membri dell'Onu.

Ma la rimozione teorica e giuridica del principio d'ingerenza si ha nel 1955 con la dichiarazione di Bandoeng. E' in queste occasiono che i cosiddetti paesi non allineati, con in testa Nehru, Ciu-en-lai, Nasser e Sukarno, stabiliscono il principio di non ingerenza, illudendosi di poter così salvaguardare lo sviluppo e l'autonomia dei paesi in via di sviluppo. Questa posizione giunge persino a condannare come discriminatoria per i paesi in via di sviluppo ogni eventuale misura di controllo del commercio delle armi! (7).

L'Urss comprende subito il profitto che può trarre da un tale principio. Da una parte infatti gli permette di mantenere il suo domino sui paesi socialisti europei e dall'altra di proseguire comunque nella sua politica espansionistica, sulla base dei trattati di reciproca assistenza, ammessi dalla Carta di San Francisco. La teoria sovietica della sovranità limitata precisa infatti i limiti del principio di non ingerenza nella accezione sovietica: "Faudrait-il, en cas de menace de contre-révolution dans un pays, que les autres pays socialistes demeurent les bras croisés et observent, au nom des principes de 'non ingérence', l'écroulement du systéme socialiste de ce pays? Il est évident qu'une telle 'non ingérence' serait dans les intérêts des forces impérialistes, antisocialistes, elle signifierait non pas la consolidation mais un préjudice porté à la souveraineté de ce pays socialiste, étant donné que la base de sa souveraineté est son systéme social socialiste" (8).

Da questo momento l'originaria impostazione delle Nazioni Unite viene capovolta anche formalmente con le risoluzioni del 21 febbraio 1965 (n.2131 - XX) (9), del 24 ottobre 1970 (n.2625 - XXV), del 14 dicembre 1974 (n.3314 - XXIX), del 9 dicembre 1981 (n.36/103) fino al VI principio dell'Atto finale di Helsinki (10), che affermano nero su bianco il principio di non ingerenza e di sovranità nazionale. Si arriva persino, con la Dichiarazione contenuta nella risoluzione n.36/103 del 1981, al divieto degli Stati di installare basi militari in territorio altrui.

In base quindi ai principi della sovranità nazionale e della non ingerenza così riaffermati, un nuovo Hitler oggi potrebbe indisturbato condurre l'azione di sterminio, senza possibilità teorica d'intervento alcuno da parte degli altri paesi. E' quanto in effetti accade da una parte con lo sterminio per fame nel sud del mondo e dall'altra con la politica di massacro nell'Afghanistan, paese che aveva stipulato, pochi mesi prima dell'intervento militare, un trattato di legittima assistenza e difesa con l'Unione Sovietica.

Questa preponderanza del principio di non ingerenza si ripercuote negli ambienti scientifici e non è facile trovare degli studiosi che sostengano il principio d'ingerenza nei casi di violazione dei trattati liberamente sottoscritti. Tra le poche voci dissonanti rispetto al coro dei difensori delle prerogative nazionali troviamo lo svizzero Max Liniger-Goumaz, professore a Lausanne, autore di uno dei pochi studi sul diritto d'ingerenza. Egli sostiene il "devoir d'irréverence", "face à la monstrueuse foire international des vanités, au coeur de laquelle se situent les Nations Unies" (11). Rileva infatti che "Les institutions internationales tolèrent par leur silence (sinon leurs protestations polies) les violations des droits de l'homme, ce qui, en raison de leur vocation initiale de garantir la justice et la paix, à l'échelle du globe, peut être considéré comme une grave complicité, un crime de non- assistance à personne en danger."

Definendo poi il "devoir d'assistance à nation en danger" giunge, sulla base dei principi di diritto internazionale a definire le "droit" e soprattutto le "devoir d'ingerence". "Lorsque le quart de la population d'un pays a pris le chemin de l'exil (comme c'est le cas pour l'Afghanistan et la Guinée Equatoriale, qui détiennent tous deux le record mondial), lorsqu'à l'interieur de ces pays se poursuivent les assassinats, les procès sommaires menés par un clan ou un parti unique qui coiffe tous les rouages de l'administration civile, l'immixtion dans les affaires intérieures ne peut plus être considérée comme une atteinte à la souveraineté et une menace pou la paix. Il s'agit alors d'un devoir d'ingérence, en vertu de principes de droit universellement reconnus". Fa a questo proposito riferimento alle tesi di Peter Leuprecht, anch'egli svizzero, direttore della direzione per i diritti dell'uomo del Consiglio d'Europa: "Un des principes fondamentaux du droit international tel qu'il s'est formé au cours des dern

ières décennies est que le respect des droits de l'homme est un devoir de l'Etat, non seulement envers son peuple, mais également envers la communauté internationale. Là où les droits de l'homme sont en jeu, les exigences de la protection solidaire de ces droits par la communauté internationale doivent prévaloir sur les principes de la souveraineté nationale e de la non ingérence."

Concordiamo perfettamente con l'analisi di Peter Leuprecht. Valgono a questo proposito le riflessioni già sviluppate nei primi due capitoli sulla sovranità nazionale e la considerazione che in materia di diritti civili, soprattutto dopo Helsinki, i principi relativi ai diritti della persona non sono solo enunciati, ma gli Stati hanno assunto l'impegno formale a rispettarli .

Ma soprattutto bisogna rilevare che avendo i paesi, con l'Atto finale di Helsinki, saldato i problemi della sicurezza con quelli relativi al rispetto dei diritti civili, hanno con ciò rafforzato, come nel caso della fame nel mondo esaminato precedentemente, un varco, seppur piccolo, d'intervento teorico del Consiglio di Sicurezza per rimuovere la minaccia alla sicurezza rappresentata dalla violazione dei diritti umani.

E' necessario precisare a questo proposito che la Carta attribuisce chiaramente questa competenza al Consiglio. Quest'ultimo non ha però mai voluto esercitarla quando erano in gioco gli interessi delle grandi potenze. In rari casi quando la convergenza era quasi unanime, come nel caso del Sudafrica, quest'organo è stato prolifico in atti di condanna formali e in sanzioni altrettanto formali. Non un dito è stato mosso invece nel caso della repressione della guerra civile del 1972 nel Burundi, dove sono state uccise quasi trecentomila persone, e cioè un decimo della popolazione.

Come abbiamo già fatto notare, il diritto di veto di una o l'altra grande potenza rende abbastanza remota l'ipotesi anche di sola presa in considerazione di una proposta di iniziativa per rimuovere la violazione dei diritti umani sanciti da accordi internazionali, ma non per questo gli elementi giuridici a sostegno di simili tesi perdono qualsiasi consistenza.

Ma vediamo di approfondire la questione dell'efficacia per la sicurezza e la pace di una azione nonconvenzionale sul terreno dei diritti umani della persona, e questo innanzitutto perchè i regimi totalitari rappresentano di per sè una minaccia. Per due ragioni.

Prima di tutto, perché il processo decisionale relativo alle questioni strategiche si trova tra le mani di un piccolo numero di persone. "Potremmo dissertare a lungo e giustamente sulle distorsioni dei sistemi democratici - afferma il deputato al Parlamento europeo Roberto Cicciomessere - che nel nostro paese, malgrado il segreto che copre i problemi militari, differenti centri decisionali interni ed esterni intervengono nelle scelte di politica militare ed estera. I meccanismi non forniscono di certo la garanzia contro la decisione di iniziare la guerra nucleare, ma invece, la loro assenza nei regime totalitari, moltiplica i rischi per mille." (12).

Si può dedurre da tutto ciò la seconda caratteristica dei regimi totalitari: l'impossibilità, anche teorica, da parte dei cittadini, da parte dell'opinione pubblica, di modificare le scelte di un vertice che non può essere oggetto di critiche e non può essere sostituito. L'opinione pubblica occidentale può obbligare il governo degli Stati Uniti a lasciare il Vietnam; questa possibilità è anche teoricamente esclusa per l'opinione pubblica dell'Unione Sovietica per quanto riguarda l'Afghanistan.

A queste considerazioni ne può essere aggiunta, per i regimi totalitari di tipo sovietico, un'altra. Per l'ideologia comunista "la libertà dell'individuo è la libertà dell'uomo in seno a una società, uno Stato, una collettività. La libertà reale della persona si realizza solo in presenza della libertà da ogni forma di sfruttamento e quando essa viene raggiunta va difesa contro ogni libertà che si muova contro i principi e le forme del socialismo realizzato. E' solo lo Stato, dunque, che si fa dispensatore della libertà in seno a questo processo" (13).

Non solo quindi la persona è sottoposta agli interessi di Stato e dello Stato, anche quindi per le decisioni riguardanti la sua vita o morte, la pace o la guerra, ma è dovere di questo Stato combattere le libertà che minaccino la sua integrità. Perchè l'Urss e il mondo socialista difendono, non solo con armi sproporzionate ma anche con barriere fisiche i loro confini con l'occidente europeo? E' ciò che tentano di fare quelli che si riferiscono alla sindrome d'accerchiamento dell'Unione Sovietica o l'attacco di sorpresa di Hitler del 1941 che avrebbe reso più acuto stimolando in modo abnorme la paura di essere invasi.

"Il lascito del 1941 - scrive il sovietologo inglese Holloway - si riflette nella decisione dei dirigenti sovietici di accrescere il potere dello Stato. Essi non hanno più voluto essere vulnerabili a un attacco, o dimostrare una qualsivoglia vulnerabilità al mondo esterno. Il fatto che essi abbiano considerato con sospetto la deterrenza reciproca, è in parte dovuto a questa ragione" (14).

Ma a fronte della obiettiva improbabilità che la Germania voglia ripetere il blitz del '41, della sproporzione, a favore del Patto di Varsavia, di forze convenzionali e nucleari sulla frontiera tra le due Germanie, a fronte della inoffensività degli Stati europei, anzi della loro apatica indifferenza ai problemi della sicurezza europea e delle varie iniziative di distensione e di Ostpolitik, la risposte dell'Urss é sempre stata in termini di continuo rafforzamento del suo dispositivo militare aggressivo. Essa si esprime con una volontà di rispondere in termini militari ad una minaccia prettamente politica e oltretutto largamente interna all'Unione Sovietica, o meglio all'insieme del mondo sovietico.

"Il pericolo che rappresenta l'Europa occidentale per i sistemi sovietici, al quale essi cercano di opporsi con misure militar-poliziesche - afferma André Gorz - è in primo luogo un pericolo politico : è l'attrazione e il contagio che società relativamente democratiche (per quanto imperfette possano essere) rischiano di esercitare sui popoli vicini. Questa attrazione, ci piaccia o no, è rinforzata dalla presenza americana in Europa occidentale: essa conferisce a quest'ultima, agli occhi dei popoli d'Europa occidentale, un'unità e un'intangibilità che di per sè non avrebbe, facendola apparire come una specie di propaggine del 'paradiso americano'" (15).

L'Unione Sovietica deve quindi minacciare l'Europa occidentale, tenerla sotto la pressione militare, intimidirla, per far fronte al fascino che la democrazia potrebbe avere nell'est comunista, tentare di finlandizzarla. Gorz parla del fascino discreto della finlandizzazione in un'Europa che ha delegato gli Usa a far fronte alla minaccia sovietica. La tendenza a rifiutare gli oneri di questa protezione, la consapevolezza della vulnerabilità e dell'impossibilità o non volontà di rispondere adeguatamente alla pressione sovietica spinge alla rassegnazione. "Piccoli e vulnerabili dobbiamo astenerci dall'indisporre 'inutilmente' l'Unione Sovietica con le nostre affermazioni, ma piuttosto accettare, quando il nostro comportamento le dispiace, le sue ingiurie e minacce" (16).

"Noi altri gente da poco non possiamo permetterci di irritare il grande vicino", diceva la contessa tedesca von Donhoff a proposito dell'inutilità delle proteste e presunte sanzioni occidentali nel dicembre del 1981 quando fu decretato lo stato di guerra in Polonia. La questione è quindi di sapere se l'Europa può accettare questa posizione realistica e apparentemente prudente, o se essa deve elaborare una dottrina ed una strategia di difesa attiva che abbia il suo elemento di forza giustamente nell' elemento di debolezza del nemico. Altrimenti detto, l'Europa stima che la maggior minaccia che essa rappresenta nei confronti dell'Urss non è costituita dallo spiegamento dei missili ma dalla sola esistenza della democrazia.

Il regime sovietico, come esso è attualmente, avrebbe dovuto sparire da un pezzo, se solo il 1O percento delle spese militari correnti del mondo libero fossero utilizzate per la lotta ideologica, per l'informazione contro quel sistema. Purtroppo le società occidentali non vogliono ancora vedere la differenza tra il sistema sovietico e le popolazioni dei paesi comunisti, e allearsi con queste ultime (17). Combattere insomma l'avversario non sul terreno di scontro da lui scelto, ma su quello a lui più sfavorevole.

Ma nell'avviarci a definire le linee generali di una azione difensiva e preventiva condotta con armi e strategie nonconvenzionali nei confronti della minaccia rappresentata dai regimi totalitari, è bene far riferimento alle riserve avanzate da alcuni a proposito dei rischi e dei limiti di una azione destabilizzante (non militare lo ripetiamo) in un paese totalitario e in particolare nei confronti dell'Urss.

Lo stesso von Müller, mette in guardia dai rischi di tale ipotesi: "ci si dovrebbe interrogare sulle ripercussioni che una tale pressione sull'Unione Sovietica avrebbe per i popoli che si trovano sotto il suo dominio, e chiedersi se non vi sia un'alta probabilità che l'Occidente ottenga alla fine la libertà per un esercito di vittime di guerra e di affamati...Se Solidarnosc avesse avuto una certa capacità di strutturazione e ordinamento, in grado di riempire i vuoti lasciati dai funzionari sconfitti, non si sarebbe arrivati al caotico traboccare degli sforzi di riforma, le cui prospettive anarchiche hanno poi apportato tanta nuova energia ed appoggio esterno all'apparato di partito, in sè già totalmente battuto, da farlo tornare in forze. Se Solidarnosc fosse stata meglio preparata, potremmo forse avere oggi in Polonia condizioni analoghe a quelle della Yugoslavia".

Queste riserve di von Müller, che pur non escludono una azione di sostegno politico al dissenso interno nell'Est comunista, sono obiettivamente di segno diverso da quelle rassegnate e passive prima citate. Ed anche a prescindere dalle possibili diverse valutazioni sulla dinamica degli eventi in Polonia, rimane certo che una azione d'intervento non militare contro la minaccia totalitaria non può essere improvvisata, deve comportare l'attento studio del rapporto fra azione e reazione, e sopratutto non può essere scambiata con la politica muscolosa di aggressione verbale e di riarmo forsennato.

Anzi, la premessa per rendere credibile ed efficace una tale strategia risiede proprio nell'adozione di misure di moderazione militare, anche attraverso atti di rinuncia unilaterale a determinati tipi di armamento. E' dunque attraverso una riduzione dell'alibi della minaccia imperialista che può crescere in efficacia un'azione di pressione destinata prima di tutto a favorire e a rinforzare la dissidenza interna al mondo sovietico. Certo, questa strategia non può procedere senza una politica dell'informazione (e non di propaganda!) affinche la conoscenza di questa riduzione degli alibi, di queste misure unilaterali di disarmo e di transarmo non restino appannaggio delle popolazioni occidentali, ma diventino materie di discussione e riflessione per i popoli oltrecortina.

Ma in primo luogo è necessario non ripetere gli errori del passato nella messa in opera di una tale politica. Attraverso il confronto Est-Ovest, si assiste in realtà alla replica della politica occidentale (allora della Francia e della Gran Bretagna, in primo luogo) nei confronti dell' Asse totalitario Berlino-Roma (divenuto poi, ed è interessante ricordarlo, Asse Berlino-Roma-Tokio). La sottovalutazione della situazione strutturale di superiorità storica, nel breve e medio termine, dei regimi a conduzione totalitaria nei confronti dei regimi democratico-parlamentari portò i dirigenti politici delle democrazie a praticare per un decennio una politica di appeasement. Questa politica si è fatta sulla base del presupposto di una possibile saturazione delle esigenze di affermazione internazionale da parte dei paesi dell'Asse.

Un presupposto ideologico determinante era - come lo è ancora oggi - quello per cui la democrazia politica potrebbe esistere solo in un determinato contesto di società e cultura. Churchill stesso non mancò di dichiarare che se fosse stato italiano sarebbe stato fascista. I responsabili politici, i mass-media, gli intellettuali, in ogni caso la stragrande maggioranza di loro, agirono contro la destabilizzazione di quei regimi, anche quello della Spagna illegittima di Franco, ed anche quello di Salazar. Si ebbe quindi una convergenza obiettiva dei filo-fascisti interni alle varie nazioni occidentali, con i pacifisti-neutralisti, di cui la visione ideologica apolitica dei meccanismi di scontro internazionale era esattamente quello dei loro governanti di allora. Tale visione può essere definita apolitica perchè prescinde dalle dinamiche effettive, dagli elementi di forza e di debolezza sia dei regimi democratici sia di quelli totalitari.

La storia ci insegna che non vi fu la minima saturazione delle esigenze dei nazi-fascisti e, in primo luogo, vi fu l'impreparazione politica prima ancora che militare dei paesi democratici che consentì l'espansione senza limiti delle esigenze di quei regimi. La strategia militare delle democrazie fu del resto il perfetto specchio di questa visione apolitica dominante. Ci fu la strategia della inespugnabile linea fortificata Maginot, che si rivelò inutile nell'immediato perché incapace di creare nella pace una dinamica favorevole di mutazione del rapporto di forza fra i due blocchi.

Anche oggi ci troviamo in una situazione sotto molti aspetti paragonabile a quella di allora. L'illusione di affidare ai missili e alle armi nucleari, e non ad una politica fondata sui valori che uniscono i cittadini la sicurezza di tutti, provoca l'indebolimento del consenso e quindi l'indebolimento, a lunga e forse anche a media scadenza, delle democrazie nello scontro e nella contrapposizione con l'est sovietico.

In una strategia globale, quale dovrebbe essere ufficialmente quella dell'Alleanza Atlantica, l'arma della destabilizzazione dell'avversario, è fondamentale, è determinante. Infatti i regimi totalitari possono decidere al di fuori di qualsiasi vincolo determinato dai tempi del contraddittorio democratico-parlamentare, al di fuori di ogni controllo o reazione determinati dall'informazione libera e di massa, in modo quindi molto più rapido e più pericoloso perché nessun potere in nessun momento viene a limitare il potere del Politbureau o del segretario generale.

Il potere sovietico può quindi decidere, nel momento in cui percepisce una sua superiorità militare e strategica locale, regionale o mondiale, d'intraprendere azioni militari dalle conseguenze imprevedibili. Questo elemento di forza e di pericolo caratteristico delle dittature può essere ridotto solo con un intervento volto a modificare i fondamenti di queste ultime, cioè attraverso un intervento destinato a modificare i meccanismi di funzionamento e di autoriproduzione di un tal sistema.

L'azione per l'informazione, le iniziative per la tutela dei diritti civili e del dissenso, e in generale tutte le azioni che ostacolino la assoluta discrezionalità e libertà di decisione della classe dirigente di un paese totalitario, rappresentano l'arma non solo più efficace ma irrinunciabile per ridurre le minacce alla sicurezza. Bisogna insomma difendere laddove esistono, ed anche nei paesi totalitari, i principi del lento processo formativo delle decisioni in uno Stato democratico, quale unico argine efficace e sperimentato, per quanto imperfetto possa essere, contro le tentazioni di guerra.

Per realizzare ciò occorre affermare tassativamente che il diritto all'informazione e alla libertà di circolazione delle idee e delle persone, sancito oggi, al contrario che nel 1939, dal diritto internazionale, non costituisce solamente un diritto soggettivo che deve moralmente essere difeso se non si vuole che divenga sempre più relativo nei paesi in cui è più o meno in vigore.

Quest'arma, se fosse utilizzata, minerebbe i fondamenti sia morali che ideali, operazionali e strutturali dei regimi fondati sull'organizzazione totalitaria, oltre che le basi dei regimi fondati sulla non circolazione delle idee e delle informazioni, sull'assenza delle procedure di discussione che consentono nei regimi democratici di arrivare alla formazione di interessi o delle scelte di fondo. Engels affermava che quando l'imperialismo sarà arrivato al fondo della sua perversa logica dovrà modellare se stesso in modo autoritario e troverà in quel momento nel modello militare la struttura e l'ideologia più adatte. Bisogna riconoscere, a sinistra soprattutto, che questa affermazione si applica perfettamente alla teoria che il sistema sovietico rappresenta il capitalismo di Stato.

E' per questo che "la guerra, la violenza sono dei riflessi e delle realtà naturali, come la malattia, per i paesi democratici - questo scriveva il leader radicale Marco Pannella nel 1983 - ma lo sono fisiologicamente come condizione della salute dei paesi retti dai sistemi totalitari ed antidemocratici".

Combattere risolutamente ma ragionevolmente, politicamente, in modo responsabile la malattia - che sta divenendo mortale - dell'Occidente implica una lotta senza quartiere, concreta, qui e subito, contro l'Urss e tutti i sistemi totalitari per liberare i popoli vittime del comunismo reale, o dei regimi militari fascisti che gli Stati Uniti, la NATO e l'Urss sostengono e fanno proliferare nel mondo intero.

Bisogna quindi che gli Stati democratici convertano progressivamente, unilateralmente, le loro armi spaventose e suicide, ideologiche non meno che tecnologiche, in armi capaci di destabilizzare e di combattere i regimi comunisti, come lo è stato ieri il regime nazista.

E' questa una strada difficile, probabilmente lunga, tutta da inventare. Ma l'alternativa è la guerra o la rassegnazione. Non la vita o la morte.

NOTE

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1. L'Atto Finale della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (CSCE) firmato ad Helsinki il I agosto 1975 da 35 capi di stato e governo (tutti gli stati europei - esclusa l'Albania - più il Canada e gli Stati Uniti) consta di tre "cesti".

Il primo sulle "questioni relative alla sicurezza in Europa, composto da una "Dichiarazione sui Principi che reggono le relazioni tra gli stati partecipanti "(uguaglianza sovrana e rispetto dei diritti inerenti la sovranità; non ricorso alla minaccia o all'uso della forza; inviolabilità delle frontiere; integrità territoriale degli stati; composizione pacifica delle controversie; non intervento negli affari interni; rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali; uguaglianza dei diritti e autodeterminazione dei popoli; cooperazione fra gli stati; esecuzione in buona fede degli obblighi di diritto internazionale) e da un "Documento sulle misure miranti a rafforzare la fiducia e taluni aspetti della sicurezza e del disarmo" (notification prealable des manoeuvres militaires d'evengure - notification prealable d'autres manoeuvres militaires - et change d'observateurs - notification prealable de mouvements militaires d'envergure - autres mesures destinées à renforcer la confiance - questions relative

s au désarmement)

Il secondo affronta le questioni relative alla "Cooperazione nei campi dell'economia, della scienza e della tecnica e dell'ambiente" (scambi commerciali; cooperazione industriale e progetti di interesse comune; disposizioni sul commercio e la cooperazione industriale; scienza e tecnica; ambiente).

Il terzo riguarda le "Questioni relative alla sicurezza e alla cooperazione nel Mediterraneo", e affronta i problemi formation - Coopération et échanges dans le domaine de la culture - Cooperation et échanges dans le domaine de l'éducation )

Da Secrétariat Général du Gouvernement, Ministére des Affaires Etrangéres Francais, DOCUMENTS D'ACTUALITE INTERNATIONALE, numeros 34-35-36, 26 aout - 2 et 9 septembre 1975, pag. 642/704.

2. Opera citata, Suites de la Conférence, p.699/700.

3. V.KARTASHKIN, Les pays socialistes et les droit de l'homme, UNESCO, Paris, 1978.

4. Al punto 3 delle "Suites de la conference" dell'Atto finale di Helsinki si prevedevano degli incontri successivi, il primo dei quali si svolse a Belgrado nel 1977.

5. Alexandre SOLJENITSYNE, Le déclin du courage, Discours de Harvard, 1978, Seuil, Paris, 1978, pp.43-44.

6. Général Jean DELAUNAY, La foudre et le cancer,face à l'atome et à la subversion la guerre se gagne en temps de paix, Gérard Watelet ed., Paris, 1985, pp.222 - 224

7. "Toute tentative de controle du commerce des armes apparait comme une mesure discriminatoire qui peut mettere en danger la sécurité interne et extérieure des pays en voie de développement" - Mohamed Ben Allal, Brahim Ben Brahim, Le tiers Monde et le commerce des armes, rapport au colloque de Montpellier de la Société francais pour le droit international, 3-4 et 5 juin 1982.

8. R.J. DUPUY, M. BETTATI, Le pacte de Varsovie, A.Colin, dossiers "U", paris, 1969, p. 86.

9. "aucun Etat n'a le droit d'intervenir directement ou indirectement pour quelque raison que ce soit, dans les affaires intérieures ou estérieures d'un Etat".

10. Vedere Atto finale di Helsinki citato, p.646

" VI. Non-intervention dans les affaires intérieures

Les Etats participants s'abstiennent de toute intervention, directe ou indirecte, individuelle ou collective, dans les affaires intérieures ou extérieures relevant de la compétence nationale d'un autre Etat participant, quelles que soient leurs relations mutuelles.

Ils s'abstiennent en conséquence de toute forme d'intervention armée ou de la mebace d'une telle intervention contre un autre Etat participant.

Ils s'abstiennent de méme, en toutes circonstances, de tout autre acte de contrainte militaire ou politique, économique ou autre, visant à subordonner à leur propre intérét l'exercise par un autre Etat participant des droits inhérents àà sa souveraineté et à obtenir ainsi un avantage quelconque.

Ils s'abstiennent en conséquence, entre autres, d'aider directement ou indirectement des activités terroristes ou des activités subversives ou autres visant au renversement violent du régime d'un autre Etat participant."

11Max LINIGER-GOUMAZ, ONU dictatures,Editions L'Harmattan, Paris, 1984, p.27 e seguenti.

12. Intervento del deputato europeo R.CICCIOMESSERE al convegno internazionale di Lussemburgo del 10 giugno 1985, Documento del segretariato dei Non Iscritti del P.E., Bruxelles, 1986.

13. Francesco RUTELLI, Per il disarmo, Gammalibri, milano, 1982, p.110.

14. David HOLLOWAY, L'unione sovietica e la corsa agli armamenti, Il Mulino, Bologna, 1984, p.109.

15. André GORZ, Quale pace ? Quale Europa ?, Lettera internazionale, n.7, 1986, p.13.

16. A.Gorz, Quale pace, quale Europa? cit.pagg. 12/13.

17. Vladimir Boukoswky, testimonianza al processo di Olivier Dupuis, 15 Gennaio 1986

 
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