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Stanzani Sergio - 16 febbraio 1989
Relazione del Segretario al Consiglio Federale di Strasburgo del 16-19 febbraio 1989

SOMMARIO: Nell'ultima riunione del Cf prima del Congresso, il segretario richiama le decisioni determinanti adottate dal Cf del 1988, per poi passare ad affrontare la questione dell'eventualità della chiusura del partito e le difficoltà di chi, proprio temendo la chiusura, non si iscrive al Pr. La scelta transnazionale è stata un'ambizione sbagliata, una grande illusione fallita? Di fronte all'esplodere di nuove "primavere" all'interno e all'esterno dell'impero sovietico da un lato, e al fallimento delle iniziative radicali in tutti i grandi paesi della comunità europea dall'altro, una risposta efficace potrebbe essere l'incardinarsi del pr nei paesi dell'Europa orientale. La domanda è una sola: "Che fare?". Le risposte possibili sono due: una forte campagna di iscrizioni e di autofinanziamento o il procedere senza esitazioni alla chiusura.

Compagne carissime e carissimi compagni,

in ottemperanza alle decisioni adottate a Bohinj, questa è l'ultima riunione del Consiglio Federale del partito radicale del 1988 (ci riuniremo ancora una volta, subito prima dell'inizio del Congresso, ma unicamente per esaminarne ed approvarne l'ordine dei lavori).

Conosciamo tutti le ragioni e le vicende che hanno portato all'aggiornamento del 35º Congresso del partito alla fine del prossimo mese di marzo, imponendoci - per la prima volta nella nostra storia - di disattendere l'obbligo statutario di tenere ogni anno il Congresso alla data prefissata.

Colgo l'occasione per rivolgere un saluto ed un ringraziamento ai compagni residenti in Italia ed in Yugoslavia ed in particolare alla Lega della Gioventù Socialista Slovena, che, con assidua partecipazione, hanno fornito un contributo decisivo al conseguimento di quel risultato di grande rilievo ed importanza che è stato lo svolgimento del nostro Consiglio Federale a Bohinj.

Nonostante le nostre sollecitazioni e l'impegno dei compagni che proseguono nell'opera di affermare e sviluppare la presenza del partito in questo paese, l'auspicio espresso ancora una volta dal Consiglio Federale, e contenuto nella mozione approvata a Bohinj, di ottenere il consenso per lo svolgimento del Congresso a Belgrado, a Lubiana o a Zagabria, non ha avuto concreto riscontro. Ci auguriamo, comunque, di poter avere l'opportunità di aprire anche con le autorità e le altre organizzazioni ufficiali della Repubblica Federale Yugoslava e delle singole Repubbliche quel dialogo così aperto e proficuo che si è instaurato con i compagni della Lega della Gioventù Socialista Slovena.

E' mia convinzione che le decisioni adottate e le attività svolte dal partito nel corso del 1988, se considerate con la dovuta attenzione, pongono in rilievo lo sforzo e l'impegno da tutti i compagni rivolto ad affrontare e a tentare di superare difficoltà di eccezionale vastità e complessità, quali - ritengo - il partito abbia solo raramente incontrato nella sua storia.

L'INCONTRO TRA GLI ORGANI STATUTARI DEL PARTITO

In particolare, il percorso compiuto quest'anno è stato anche caratterizzato dall'incontro che si è stabilito tra gli organi statutari del partito: Primo Segretario, Tesoriere e Segreteria, da un lato, Consiglio Federale, dall'altro.

La frequenza e la regolarità delle riunioni del Consiglio Federale tenute quest'anno e la straordinaria partecipazione ai suoi lavori dei compagni, sia qualitativa che quantitativa, hanno costituito un elemento di novità nella vita del partito e hanno dato a quest'incontro non solo il carattere della continuità, ma anche consistenza e capacità di dialogo, che hanno determinato il costituirsi di un rapporto di fiducia effettivo tra questi organi, anche se con momenti dialettici di particolare vigore e rilevanza.

E' da questo rapporto e da questi momenti che è emersa la linea politica seguita dal partito, alimentata dalle nostre proposte, ma, in non poche e non secondarie occasioni, determinata da decisioni del Consiglio Federale che, con quelle proposte non hanno convenuto, sia pure senza ledere o far venir meno il rapporto di fiducia.

IL RUOLO "DIRETTIVO" DEL CONSIGLIO FEDERALE

Durante l'anno è così emerso quel ruolo "direttivo" del Consiglio Federale - che è uno dei compiti previsti dallo statuto - che mai in passato il Consiglio Federale aveva assunto con questa rilevanza.

Alla vigilia del 35º Congresso, ritengo importante richiamare i momenti nei quali le decisioni del Consiglio Federale sono state determinanti in questa nostra comune vicenda.

BRUXELLES

A Bruxelles

- il Consiglio Federale non ritenne di attribuire - a termini di statuto - valore vincolante alla mozione di Bologna, secondo la proposta avanzata in Consiglio;

- il Primo Segretario - coerentemente a quanto dichiarato in Congresso - prospettò, nella sua relazione, l'esigenza di stabilire la convocazione di un Congresso straordinario se l'andamento delle iscrizioni e dell'autofinanziamento non avesse garantito il conseguimento degli obiettivi prefissati dalla mozione: il Consiglio Federale, pur accogliendo i traguardi e le scadenze proposte nella relazione, escluse l'eventualità del Congresso straordinario.

MADRID

A Madrid

- il Consiglio Federale, nell'approvare la relazione del Primo Segretario e del Tesoriere, prese atto - sulla base dei risultati dei primi quattro mesi di attività - dell'impossibilità per il partito di raggiungere entro l'anno gli obiettivi della mozione di Bologna.

GROTTAFERRATA

A Grottaferrata

- il Primo Segretario ed il Tesoriere proposero, contestualmente al lancio di una campagna straordinaria di autofinanziamento e di iscrizioni, il blocco di ogni attività programmata per l'attuazione della mozione di Bologna al fine di tentare di salvaguardare la continuità del partito, messa in discussione dalla gravità della crisi finanziaria e dall'inadeguato numero delle iscrizioni;

- il Consiglio Federale li incaricò invece di "preparare anche la chiusura del partito, preparazione doverosa nell'attuale gravissima situazione finanziaria".

GERUSALEMME

A Gerusalemme

- il Primo Segretario ed il TEsoriere, constatata l'inadeguatezza dei risultati conseguiti dalla campagna di autofinanziamento e di iscrizioni da essi promossa e condotta, nell'assumersene la piena responsabilità, rimisero il loro mandato al Consiglio Federale, per consentire all'organo vicario del Congresso di adottare - sollevato dal rapporto di fiducia - i provvedimenti e le soluzioni più idonee;

- il Consiglio Federale constatò, nella mozione conclusiva, l'inadeguatezza dei risultati conseguiti, approvò le relazioni del Primo Segretario e del Tesoriere e respinse, per due volte, le loro dimissioni, impegnandoli, insieme alla conferma della convocazione del Congresso a Zagabria, anche alla realizzazione dei dispositivi formali richiesti per l'eventuale chiusura del partito.

Tutte queste decisioni furono proposte da Giovanni Negri a Bruxelles, da Marco Pannella a Madrid, Grottaferrata e Gerusalemme, e approvate con maggioranze molto ampie del Consiglio Federale.

TRIESTE-BOHINJ

A Trieste e a Bohinj la riunione è stata fortemente impegnata dagli avvenimenti di cui il Consiglio Federale è stato protagonista; ciò non ha impedito un serrato e proficuo dibattito che ha approfondito gli aspetti ed i termini della questione che tanto ci occupa e preoccupa: l'eventualità della chiusura del partito.

L'EVENTUALITA' DELLA CHIUSURA DEL PARTITO

Ritengo che quel dibattito abbia consentito l'acquisizione di importanti elementi di chiarimento e di reciproca comprensione.

Qui a Strasburgo, Paolo Vigevano vi esporrà il percorso attraverso il quale sarà possibile assicurare, per la fine di marzo, quei presupposti che a Gerusalemme furono riconosciuti indispensabili per consentirci, al Congresso, di decidere la chiusura, liberamente, senza impedimenti formali dovuti a condizioni finanziarie e a situazioni di bilancio.

Questi presupposti saranno assicurati nonostante l'aggiornamento del Congresso (imprevisto a Gerusalemme), che ha comportato altri tre mesi di attività, piena ed intensa. E di questo risultato dobbiamo darne atto all'impegno del Tesoriere.

Non possiamo comunque nasconderci che l'eventualità della "chiusura" - eventualità che non possiamo ignorare - ha ingenerato tra i militanti, gli iscritti, i simpatizzanti, disorientamento e preoccupazione, dubbi e incertezze, equivoci ed incomprensione, quasi che gli organi responsabili del partito, ponendo ed affrontando la questione, siano stati travolti da un raptus distruttivo ed autodistruttivo.

LE RAGIONI CHE CI INDUCONO A CONSIDERARE LA CHIUSURA SONO POLITICHE

Le ragioni che ci inducono a considerare la questione sono politiche, prima ancora che economiche e finanziarie e sono dovute anzitutto al dovere di salvaguardare il nostro patrimonio ideale, i nostri valori ed il senso della nostra storia e indurci, ma anche consentirci, di avere la forza di cercare altre soluzioni che ci permettano di esistere e non di essere travolti in un'inutile tentativo di sopravvivere.

Quella che stiamo attraversando è una condizione difficile, che inevitabilmente si riflette con un peso maggiore e più immediato sui compagni residenti in Italia e quindi anche sulle iscrizioni.

Il tesoriere affronterà anche quest'aspetto, come pure quello relativo a chi spetti partecipare al prossimo Congresso con il diritto di voto, nonché quello del valore da attribuire alle iscrizioni del 1989.

LA RESISTENZA AD ISCRIVERSI DI QUEI COMPAGNI CHE TEMONO LA CHIUSURA

Voglio qui - per ora - unicamente rivolgermi a tutti quei compagni che più di ogni altro temono l'eventualità della "chiusura" e solo nella continuità di questo partito in quanto tale, strumento di lotta e d'iniziativa politica, collocano la propria speranza e che tanta resistenza sembrano opporre all'iscrizione per il 1989.

A tutti costoro, a questi compagni ai quali più di altri mi sento e sono vicino, gravato dalle responsabilità che mi sono dovuto assumere, non posso che far rilevare la profonda, assurda contraddizione insita in questa loro resistenza.

E' mai possibile che non si rendano conto che quanto più vivo ed intenso è questo timore, tanto più rischiano di renderlo attuale se si sottraggono in questo momento dal contribuire, proprio con l'iscrizione, a dimostrare che il partito, quel partito che dovrebbe chiudere, è una realtà viva e vitale perché precostituita - prima che il Congresso inizi i propri lavori - da migliaia e migliaia di iscritti, presenti e pronti a sostenere in Congresso le loro convinzioni?

Come diversamente evitare il rischio che non sia il Congresso a deliberare la chiusura (evento peraltro ancora da consumare) ma proprio loro con la loro esitazione, con la loro assenza, a "chiuderlo" ancor prima che il Congresso si riunisca?

Con quanto mi accingo ad esporre mi auguro di poter fornire a tutti e anzitutto a questi compagni, parole ed argomenti di fiducia e di speranza, capaci di contribuire ad alimentare considerazioni più serene, più positive sul nostro futuro, sul progredire ed il crescere dell'azione, della vita, della nostra esistenza di donne e uomini, di cittadini, di radicali.

E' STATA, LA NOSTRA, UN'AMBIZIONE SBAGLIATA, UNA GRANDE ILLUSIONE?

Le decisioni che abbiamo preso, le iniziative che abbiamo attuato, in applicazione del combinato disposto delle proposte della segreteria e delle decisioni del Consiglio Federale, devono dunque farci concludere che il nostro tentativo di rifondazione transnazionale del partito, cioè di creazione, a partire dal nucleo rappresentato dal vecchio partito radicale, di un nuovo partito transnazionale, è definitivamente fallito?

Dobbiamo forse concludere che questa è stata un'ambizione sbagliata, una grande illusione, o nella migliore delle ipotesi, una felice istituzione di qualcosa di grande ed importante per il quale però i tempi non sono ancora maturi?

Io starei attento a dare questo giudizio e a trarre queste conclusioni. Nel momento stesso in cui, con l'onestà che ci è propria, siamo alle prese col problema della sproporzione delle nostre forze organizzative e politiche e delle nostre energie militanti rispetto agli obiettivi che ci siamo dati, dobbiamo stare attenti a non dare risposte consolatorie, ma dobbiamo anche evitare la tentazione di dare un giudizio tutto liquidatorio di un anno d'iniziativa politica, nel quale, affrontando difficoltà ed insuccessi, registrando freddezze e resistenze, abbiamo pur tuttavia cominciato a vedere affiorare, passo dopo passo teoria e pratica transnazionale.

LE RISPOSTE CHE FINORA ABBIAMO AVUTO, PUR ESSENDO ESILI, SONO TUTTAVIA IMPORTANTI

Ed è pur vero che se le risposte sono state deludenti, insoddisfacenti o del tutto assenti, lì dove le siamo andati a cercare, risposte importanti ci sono venute in misura più consistente del previsto, proprio lì dove meno speravamo di poterle avere. Ed anche questo sarebbe ingiusto e sbagliato sottovalutare.

Certo, si tratta ancora di qualcosa di estremamente esile, per di più in un campo del tutto nuovo e da tutti ancora inesplorato.

Eravamo partiti oltre un anno fa, a Bologna, con l'intenzione di andare a cercare il terreno su cui far affondare le radici del partito transnazionale su sei grandi questioni, di portata quasi sterminata per la loro consistenza e latitudine o per la grandiosità e difficoltà dell'impresa, quando, come per la questione della legalizzazione della droga, gli obiettivi potevano apparire più circoscritti.

Vi risparmio un'analisi ed un bilancio del poco che abbiamo fatto e del molto che non siamo riusciti a fare; questo è del resto oggetto di tutti i nostri dibattiti e di tutte le nostre attenzioni. Lo abbiamo ben presente. E' la misura stessa delle nostre difficoltà o addirittura della nostra impossibilità a procedere su questa strada.

IL DELINEARSI DI UN RAGIONAMENTO CHE POTREBBE COSTITUIRE LA PROPOSTA SPECIFICA DEL PARTITO TRANSNAZIONALE

Però, da quello che è accaduto nel corso dell'anno, o che è stato fatto da noi o da altri, da quello che ho ascoltato o dalle riflessioni che faccio, per la prima volta riesco ad individuare, forse, il delinearsi di un ragionamento che potrebbe costituire lo specifico della proposta politica del partito transnazionale, sia a partire dal contesto dei diversi regimi a partito unico (dell'Europa dell'est, come dei paesi africani e del terzo mondo), sia, quanto meno, dei regimi pluripartitici e proporzionalistici insediati soprattutto in Europa e nella Comunità Europea, ad eccezione della Gran Bretagna.

Qual è questo ragionamento?

Noi ci siamo posti due anni fa due obiettivi ambiziosi: da una parte la riforma democratica delle istituzioni in senso bipartitico ed uninominalistico e, dall'altra, quello di costituire una forza politica transnazionale capace di affrontare problemi che non sono più governabili a livello delle istituzioni nazionali.

E' SOLO, IL NOSTRO, IL TENTATIVO DI DARE UNA RISPOSTA CREATIVA ALLA CRISI DI UN PICCOLO PARTITO CHE HA SEMPRE AVUTO GRANDI AMBIZIONI?

Forse tutti noi ci siamo abituati a considerare queste nostre affermazioni come dichiarazioni di intenzioni molto soggettive, molto nostre (intendo dire molto interne alla nostra esperienza esistenziale), come un tentativo di dare una risposta creativa alla crisi di un piccolo partito che ha sempre avuto grandi ambizioni: e quindi una risposta molto italiana perché italiana è stata la nostra storia e soprattutto italiano è il problema del passaggio dalla palude partitocratica alla democrazia nelle forme classiche del bipartitismo e dell'alternanza; e una risposta molto europea, eurocentrica; ed infatti la nostra scelta transnazionale, nella nostra concezione, nella nostra teoria politica, ed anche nelle nostre aspirazioni di sempre aveva ed ha soprattutto una colorazione federalista europea.

E poiché viviamo queste scelte in chiave soggettivo-esistenziale, se in Italia la riforma democratica ed uninominalistica degli schieramenti politici e del sistema politico non è dietro l'angolo, se in Europa il vento non tira in senso contrario ad istituzioni politiche sovranazionali, noi piombiamo nella disperazione. Le nostre scelte ci appaiono ad un tratto sbagliate e fallimentari; la volontà e la speranza di costituire una forza politica nuova e rivoluzionante le abitudini, gli schemi e gli interessi dell'attuale politica, ci appaiono come un sogno impossibile: una fuga dai nostri problemi reali, per andare a cercare problemi più grandi di noi.

Ora, che questi siano problemi più grandi di noi è indubbio, è la ragione per la quale stiamo qui, e affrontiamo dibattiti così drammatici. Ma questo non significa che non siano i nostri problemi, e sono i nostri problemi di radicali, perché sono i problemi centrali del nostro tempo. La traccia del ragionamento che voglio sviluppare, mi dice che nelle nostre scelte degli ultimi due anni (riforma democratica delle istituzioni nazionali nel senso del bipartitismo classico e riforma transnazionale nel senso di costruire istituzioni sovranazionali, ma anche di denazionalizzare e trans-nazionalizzare le forze politiche) c'è forse la chiave per dare una risposta politica ed istituzionale, non solo italiana ed euro-comunitaria, ma assai più generale, ai problemi politici del nostro tempo.

L'ESPLODERE DELLE "PRIMAVERE" ALL'INTERNO E ALL'ESTERNO DELL'IMPERO SOVIETICO

Oggi assistiamo a questo esplodere di "primavere" alternate da evoluzioni drammatiche in quello che è ancora l'impero sovietico: esplodono ovunque con caratteristiche loro proprie, a Mosca come a Budapest, a Varsavia come nei paesi baltici ed in particolare in Lettonia, in Armenia, come all'esterno dell'impero, in Yugoslavia.

L'accelerazione imposta, almeno in apparenza, dal "nuovo corso" di Gorbaciov - che però può essere la risultante di una presa di coscienza dell'impossibilità di un governo univoco, non democratico, non scorporato ed articolato secondo le caratteristiche storiche, sociali e culturali dei diversi paesi o gruppi di paesi sottoposti - sembra essere, per ora, felicemente, ma in prospettiva drammaticamente caratterizzata dalla mancanza di risposte mature, forti, adeguate alle necessità del nuovo, cioè alla necessità di Riforme.

IL POSSIBILE PUNTO DI CRISI DEL "NUOVO CORSO" DI GORBACIOV

Il possibile punto di crisi di questo processo e di questo movimento non è tanto, come tutti ritengono, nella possibilità di una sconfitta di Gorbaciov, è anche nei limiti di questa "primavera", così bella e ricca di speranze democratiche: c'è il rischio che questa primavera di democrazia esploda in mille schegge di pluralismo impazzito ed ingovernabile, che sarebbe l'opposto dell'alternativa e dell'alternanza; c'è il rischio che lo scongelamento dell'impero, anziché evolversi in direzione di una federazione democratica delle Repubbliche Sovietiche esploda, com'è accaduto all'impero austro-ungarico nel 1918, in una frammentazione di rivolte e di chiusure nazionali ed etniche, ognuna differente rispetto all'altra e tutte insieme votate al fallimento.

Di fronte a questi pericoli, noi che siamo stati - nel rapporto con i Governi ed i partiti unici dell'impero sovietico - per tanti anni il partito del diritto e dei diritti umani, il partito nonviolento del rispetto del Trattato di Helsinky e della Convenzione delle Nazioni Unite, potremmo forse essere la forza politica in grado di contribuire a fornire una risposta teorica e pratica, capace di costituire una reale alternativa democratica, forte, a questa possibile evoluzione e a questi due pericoli. E la risposta è proprio nelle due scelte che abbiamo compiuto da almeno due anni e che abbiamo iscritto nella mozione di Bologna dello scorso anno.

Se, infatti, si passasse dai regimi dittatoriali, di partito unico, a partiti che ripropongono automaticamente divisioni ideologiche antiche e a carattere nazionale od anche nazionalistico, si passerebbe dal fallimento ormai riconosciuto del modello efficientistico ed antidemocratico - che obbliga all'immutabilità e non solo all'instabilità dei Governi - al fallimento sicuro e rapido del modello pluripartitistico e proporzionalistico che ha segnato il fallimento della democrazia in tanta parte dell'Europa occidentale tra le due guerre e che puntualmente ripropone in questi anni la tendenza all'instabilità, ma soprattutto alla sterilità dei Governi e del governo della crisi della società mondiale e di ciascuna società "nazionale".

Come abbiamo il dovere di guardare indietro alla crisi della democrazia negli anni '20 e '30 davanti ai fascismi, così abbiamo il dovere di avere presenti le tragedie dei paesi dell'Europa orientale in questo dopoguerra. Chi non si accontenta di essere oggetto della storia e dei movimenti, ma vuole essere soggetto e protagonista, non può ignorare che questi pericoli possono rappresentare una prospettiva tragica e addirittura probabile e deve proporsi di confrontarsi con essi e, se è possibile, batterli ed impedirli.

L'INCARDINARSI IN QUESTI PAESI DEL PARTITO RADICALE

Senza presunzioni e senza velleitarismi, con umiltà, ma anche con convinzione, io dico che forse la risposta più efficace potrebbe essere proprio rappresentata dall'incardinarsi in questi paesi del partito radicale con la sua radicalità laica, tollerante, nonviolenta, transnazionale e quindi capace di animare una prospettiva istituzionale sovra e multi-nazionale, con la formazione di un primo nucleo di classe dirigente, di un primo, piccolo ma forte, esercito di militanti nonviolenti per il diritto alla vita e per la vita del diritto, in attesa e al fine di prefigurare e realizzare sul piano istituzionale, statuale, la nuova società di diritto e i nuovi federali regionali o interregionali, senza alcun dubbio necessari per uscire, con la forza della libertà, dalla crisi del disordine internazionale e nazionale, dominante oggi nel mondo.

Se dall'Europa orientale volgo lo sguardo agli stati mediterranei dell'Africa, ed in particolare all'Algeria, alla Tunisia e forse anche al Marocco, mi sembra di non poter escludere un esito della crisi della stessa natura, mentre in tutta l'Africa francofona, così come in quella anglofona è, sia pure faticosamente, in atto l'evoluzione verso una società e uno stato di diritto (nettamente adottato con la Carta Africana dei Diritti dell'Uomo).

IL PASSAGGIO DALLO ZERO ALL'INFINITAMENTE PICCOLO DELLO 0.1

Abbiamo quest'anno cominciato a realizzare alcune esilissime condizioni o premesse in questa direzione, che non vanno però assolutamente sottovalutate o ignorate, perché il passaggio dallo zero all'infinitamente piccolo dello 0.1 può rappresentare, nella durate, un primo salto di qualità più consistente ed importante, di momentanee crescite quantitativamente assai maggiori, ma destinate a restare - una volta autosoddisfatte - per sempre marginali o sconfitte.

La Yugoslavia

Ci autorizzano a sperare:

- la Yugoslavia, dove avremmo voluto celebrare il nostro Congresso e dove ci è stato invece opposto un rifiuto dalle autorità federali e nazionali slovene, croate e serbe. La richiesta del Congresso, il dialogo nonviolento che abbiamo promosso e ricercato in spirito di amicizia con il popolo ed il governo yugoslavo, le iniziative che i nostri compagni, che hanno operato in Yugoslavia, hanno preso nel corso di un anno in stretto collegamento con la segreteria del partito e con l'associazione radicale di Trieste, hanno acceso attenzione ed interesse nella stampa yugoslava, aperto un dibattito non occasionale sulla nostra presenza e sulle nostre adesioni, determinato una serie progressiva di iscrizioni, da 135 a 240 nel giro di poco più di un mese; iscrizioni e reiscrizioni che sono proseguite ininterrotte - oggi sono più di 320 - con la manifestazione esplicita della volontà di contribuire anche finanziariamente all'attività del partito, superando gli impedimenti interposti dalle normative in vigore. Al sup

eramento di questi impedimenti stanno dedicandosi anche i compagni di Trieste, tuttora alacremente impegnati con quelli residenti in Yugoslavia nella ricerca di nuovi contatti e nello svolgimento di incontri per stabilire e mantenere rapporti con ambienti culturali e politici sempre più significativi; l'attività di questi compagni è, tra l'altro, sorretta da una specifica produzione scritta, che verrà anche distribuita nelle edicole della zona carsica e dell'Istria, come inserto di un quotidiano sloveno, oltre che nelle fabbriche e negli uffici degli enti e delle organizzazioni statali;

- il Burkina Faso, con le presenze attive nel partito di Basile Guissou e del compagno Salif Diallo, da una parte ed i messaggi così significativi del Presidente Campaorè e del ministro Zango al Consiglio Federale di Trieste-Bohinj;

- i cinquanta iscritti in Ungheria, a Budapest, in un paese in cui, a 32 anni dall'invasione sovietica, si è riaperto un processo di riforma democratica della società e dello stato, sono l'indicazione ultima, la più recente, di risultati conseguiti dal partito che, per quanto minimi, destano sorpresa e sincera ammirazione in ambienti, in persone insospettabili: a livello di ministro, i cinquanta iscritti radicali, del nostro partito, costituiscono un fatto giudicato incredibile, eccezionale, di rilevanza quale certo noi stessi non siamo portati a dare; si tratta, è vero, di cinquanta iscritti raccolti in non più di tre mesi, da quando con una presenza in questo paese, di pochi giorni, di due nostri compagni, il partito ha stabilito un primo contatto, ha comunicato con un numero assai limitato di persone, in un paese ove - con quanto faticoso impegno sanno i compagni che se ne occupano - siamo riusciti ad inviare un solo numero di "Lettera Radicale", tradotto in ungherese a non più di 500 indirizzi, già qu

esti nuovissimi compagni operano, si muovono, si riuniscono, chiedono la presenza del partito, sollecitano informazioni, suggerimenti, un'attività che purtroppo non possiamo o non sappiamo dare se non in misura limitatissima e ampiamente inadeguata;

- i compagni polacchi - queste poche decine di iscritti, arrivati per la maggior parte al partito sollecitati dalla nostra azione diretta in quel paese, quando il "nuovo corso" incontrava ostacoli che apparivano ancora insormontabili - sollecitano informazioni, confronto, dibattito per dare corpo alla loro iniziativa, resa in questo paese più ardua per la presenza della chiesa cattolica, molto attenta a non favorire varchi autonomi, di lotta politica, nel processo di evoluzione in atto anche in quel paese; le speranze suscitate dal partito radicale con l'iniziative di promuovere la costituzione, all'interno del Parlamento europeo, di un Intergruppo - capace di "rappresentare" in quella sede gli interessi dei movimenti per i diritti umani polacchi e degli altri paesi dell'est - non hanno purtroppo avuto dal partito quel seguito auspicato, sia nel rapporto con gli iscritti sia nel rapporto con movimenti quali "Volnosc i Pokoj" e "Solidarnosc".

Questi iscritti, queste richieste, queste vive e pressanti sollecitazioni al partito - quelle meno recenti e le ultime - sono il sintomo di una potenzialità, di un'esigenza di portata assai maggiore di quanto le cifre, seppur indicative, possono esprimere, in paesi ove si sono riaccese grandi speranze e si stanno verificando, quasi di giorno in giorno, fatti molto significativi ed importanti.

Solo l'incapacità in cui ci siamo venuti a trovare di fornire risposte adeguate e quindi di produrre e coltivare la nostra presenza e la nostra azione in questi paesi, non ci ha consentito di verificare l'entità e l'estensione di tali potenzialità.

IL FALLIMENTO DELLE NOSTRE INIZIATIVE, LA CADUTA DELLE NOSTRE SPERANZE IN TUTTI I GRANDI PAESI DELLA COMUNITA' EUROPEA

Dobbiamo registrare, invece, il fallimento delle nostre iniziative, la caduta delle nostre speranze, in tutti i grandi paesi della comunità europea: i paesi che vengono normalmente definiti come paesi di "democrazia matura". Si tratti dell'unità politica dell'Europa o della necessità di affrontare con politiche comuni le grandi questioni ecologiche del nostro tempo; si tratti della responsabilità di concorrere al processo di pace in Medio Oriente non limitandosi a fare pressioni su Israele, ma impegnandosi direttamente ad assicurare quella stabilità e quella sicurezza innanzitutto per Israele, che è la necessaria condizione sia della pace sia della soluzione della questione palestinese o si tratti di intervenire con i propri bilanci, i propri mezzi, la propria iniziativa politica nazionale, comunitaria ed internazionale per fermare il processo di degradazione del Terzo Mondo e l'infamia per la civiltà del nostro tempo dello sterminio per fame, è qui, nel cuore dell'Europa, che abbiamo dovuto registrare la

maggiore sordità ai nostri temi, alle nostre proposte, alle nostre iniziative.

LA SORTE TOCCATA AL PARLAMENTO EUROPEO

La stessa sorte è del resto toccata al Parlamento Europeo. Quest'espressione diretta dei popoli europei viene confinata dal vertice inter-governativo della Comunità in un ruolo decorativo privo di poteri, che non siano quelli di proposte destinate ad essere ignorate dal Consiglio Europeo e dai Governi che lo compongono e di denunce destinate a non essere neppure ascoltate, perché non conosciute dalle opinioni pubbliche.

I governi dei maggiori paesi della Comunità - dietro la retorica delle affermazioni di fedeltà europeistica - sono ormai convergenti nell'impedire la crescita di istituzioni sovranazionali e democratiche europee e nel rifiutare le responsabilità di politica internazionale che alla Comunità derivano dalla sua potenza economica che è seconda solo a quella degli Stati Uniti d'America.

Alla politica di Londra, di Parigi, di Bonn sembra ormai allinearsi anche quella di Madrid e di Lisbona, dopo il loro iniziale entusiasmo di neofiti della Comunità; lo stesso Governo di Roma teme ormai l'isolamento e sembra anch'esso sempre più spesso allinearsi agli orientamenti o alle imposizioni degli altri partners. Il dibattito fra le forze politiche - anche quelle che espressero statisti di orientamento federalista come De Gasperi, Adenauer, Spaak, Monnet, Mansholt, Schumann, Martino - è del tutto spento e dominato da considerazioni di realpolitik, di potere e di interesse economico.

Queste difficoltà non sarebbero tuttavia insormontabili per una forza politica che unisca in sé, come la nostra, le armi della democrazia e quelle della nonviolenza.

Noi sappiamo, infatti, che non saremmo isolati nelle opinioni pubbliche e nelle stesse classi dirigenti dei paesi della Comunità. I sondaggi dell'Eurobarometro ci confermano puntualmente e periodicamente che la grande maggioranza dei popoli europei è favorevole ad un grado maggiore di integrazione politica sovranazionale. Perfino in Inghilterra, che superficialmente viene ritenuta un paese antifederalista ed anticomunitario, i sondaggi dimostrano che la signora Tatcher e le classi dirigenti dei partiti conservatore e laburista sono in minoranza rispetto alle loro basi e alla loro opinione pubblica quando si chiede se esse siano favorevoli ad una politica e ad istituzioni comuni per governare la politica estera, i problemi ambientali, la ricerca scientifica e tecnologica, i rapporti con il terzo mondo.

IL PARTITO DEL PARLAMENTO

E' toccato in questi mesi, a questo piccolo partito transnazionale appena costituito, l'onore ed il compito di divenire in qualche misura il "partito del parlamento", intendo dire di quello che è stato costituito perché divenisse presto il Parlamento della nuova Europa. Alcune delle risoluzioni politiche più importanti e significative del Parlamento Europeo recano non a caso la prima firma di Marco Pannella. Quest'espressione di "partito del Parlamento", formulata qualche mese fa da Giovanni Negri, evoca quella del gandhiano "partito del Congresso", elemento rivoluzionario costitutivo dell'indipendenza indiana.

Può apparire un'affermazione presuntuosa e velleitaria, fuori di ogni realtà e possibilità. Ma io dico che non sarebbe impossibile al partito che ha la figura di gandhi nel proprio simbolo transnazionale fare appello, con la lotta politica e le armi della nonviolenza, alle opinioni pubbliche dei popoli europei per dialogare con i loro governi e convincerli ad abbandonare le loro resistenze.

Questa pretesa è invece impossibile, questa ambizione è presuntuosa e velleitaria per un'altra ragione. C'è un motivo assai più grave ed importante che ci spinge a parlare di paesi di "democrazia reale" con lo stesso significato con cui per anni, da soli e con ristrette minoranze, abbiamo parlato di paesi di "socialismo reale" fino a quando quest'espressione - insieme alle analisi che ci avevano indotto a formularla - non fu fatta propria dal resto della sinistra italiana ed europea, anche comunista.

Il conoscere per deliberare, infatti, e l'uguaglianza dei punti di partenza, nelle prove politico-elettorali dei nostri paesi, stanno diventando "nulla".

IL "POTERE" DEI MASS MEDIA

Il fatto che il "potere" dei mass media, potere di per sé immenso e senza confronto con qualsiasi altro, non sia in alcun modo organizzato e regolamentato, al pari di come, nel corso dei secoli, si sono venuti precisando i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, annulla di fatto la stessa possibilità di un fisiologico funzionamento di questi poteri, e asseconda il formarsi di un "potere di fatto", "assoluto" e raramente "illuminato", di carattere anch'esso "irresponsabile", quale il potere partitocratico che, per l'essenziale, sta realizzando forme di monopartitismo imperfetto in tutti gli stati (nazionali) di pluripartitismo proporzionalistico. E non va neppure sottovalutato il sempre più difficile processo di alternanza nel regime democratico "bipartitico" del Regno Unito.

Che in Slovenia, ma anche in Croazia e, in parte, nel resto della Yugoslavia, si possa quest'anno ritrovare più informazione sul partito radicale di quanto non se ne sia in totale avuta in Italia e nel mondo "democratico" negli ultimi anni (cicciolinate dei mass media a parte) non può essere liquidato con il semplice sospetto di provincialismo, di perificità, di occasionale congiuntura in quel paese.

e' indubbio, infatti, che in nessun luogo oggi, come in alcuni paesi dell'Europa orientale, vi siano masse di cittadini assetate di stampa, fiduciosi nella forza dell'informazione e della circolazione delle idee.

LA CULTURA DOMINANTE NEI E DEI MASS MEDIA DELLE SOCIETA' DI "DEMOCRAZIA REALE" CONDANNA OGNI FORMA DI PENSIERO E DI AZIONE DELLA NONVIOLENZA POLITICA

L'ostracismo totale con il quale la cultura dominante nei e dei mass media delle società di "democrazia reale" condanna ogni forma di pensiero e di azione della nonviolenza politica - già trent'anni fa affermatasi nel Vietnam e nell'Estremo Oriente, nell'Africa del Sud ed in Europa - risponde ben peggio che a un consapevole disegno! Risponde ad una sottocultura da giungla e non da mercato politico, dove l'esaltazione di contrapposte violenza, il quasi sacrale, quotidiano, ossessivo omaggio necrofilo alla morte violenta, costituisce l'unico lessico dei mass media della "democrazia reale".

Se negli Stati totalitari assistiamo oggi all'implosione ed all'esplosione del diritto assoluto del potere, dell'oligarchia di potere, nel mondo della "democrazia reale" la crisi del diritto, del diritto penale, del diritto civile, del diritto internazionale è tale, ormai anche agli occhi degli esperti e della scienza, da farci legittimamente attendere che il motto radicale "per il diritto alla vita e per la vita del diritto", finirà ben presto, probabilmente troppo tardi, a divenire proprio di molti altri.

Il totale fallimento di una più che decennale tendenza ad ottenere in Francia il formarsi di obiettivi e di volontà radicali, l'assoluta impermeabilità del mondo tedesco, la totale estraneità del mondo scandinavo, le ineguali - ma tutte inadeguate - esili presenze in Belgio, Spagna e Portogallo, devono essere considerati anche come una realtà oggettiva: perché la circolazione delle idee, dei fatti radicali, la stessa conoscenza della vita e dell'esistenza del nostro partito, si sono rivelate praticamente nulle, o a tal punto deformate o parziali, da essere controproducenti.

L'INSUCCESSO DELLE NOSTRE INIZIATIVE E DEI NOSTRI TENTATIVI PER LA CONVOCAZIONE DEGLI STATI GENERALI D'EUROPA

Per gli stessi motivi, abbiamo dovuto - almeno fino ad ora - registrare l'insuccesso delle nostre iniziative e dei nostri tentativi per la convocazione degli Stati Generali d'Europa al fine di avviare il processo costituente dell'Unità politica della Comunità, per saggiare la possibilità di affrontare - con strumenti politici comuni - almeno una delle grandi catastrofi ecologiche che insidiano il pianeta - il buco dell'ozono - per tentare di costruire delle risposte politiche comunitarie, credibili ed efficaci, alla crisi della Yugoslavia ed alla questione israeliano-palestinese. Non solo non siamo riusciti ad incrinare le logiche anticomunitarie prevalenti nella comunità dei 12, ma non siamo neppure riusciti - almeno finora - ad aggregare ed organizzare significative e consistenti minoranze schierate su queste stesse nostre posizioni.

GLI ALTRI TEMI DELLA MOZIONE DI BOLOGNA

La consapevolezza di queste difficoltà e la mancanza di energie ci ha impedito di riprendere l'iniziativa, che pure sarebbe sempre più drammaticamente necessaria, contro lo sterminio per fame, e di tentare di organizzare il secondo appuntamento dei Capi di Stato africani che tre anni fa, raccogliendo il Manifesto dei Premi Nobel e le nostre sollecitazioni, avevano rivolto un appello alla CEE e alle Nazioni Unite.

Negli altri campi in cui il COngresso ci aveva impegnato ad operare, ho già detto dei successi e delle potenzialità come anche dei limiti che la nostra azione ha rilevato nel campo dei diritti umani e rispetto alle speranze di democratizzazione dell'Est Europeo, mentre per quanto riguarda l'iniziativa della lotta per l'abolizione del proibizionismo, che è il grande alleato e complice dei profitti della mafia e della criminalità nel mercato della droga, abbiamo cominciato a registrare - anche per merito dei nostri amici del CORA, e in particolare di Marco Taradash, Giancarlo Arnao e Gino Del Gatto - un primo importante incontro internazionale. Ma nel momento stesso in cui abbiamo questo nuovo terreno di scontro politico e ideale, dobbiamo registrare, dagli USA all'Italia, e in Italia soprattutto per responsabilità di Craxi, la recrudescenza del proibizionismo con il suo carico di mortali illusioni repressive e la ripresa - sotto nuove forme e con nuovi protagonisti - di quella "politica dell'emergenza" che

tanti disastri ha già provocato.

OCCORRE CHE CIASCUNO, NEL E FUORI DEL PARTITO, RIFLETTA PER SUO CONTO SU QUESTI TEMI

Occorre dunque che ciascuno nel e fuori del partito rifletta per suo conto su questi temi. Dico per suo conto perché non è compito del nostro "partito in quanto tale" di esser luogo di studio, di riflessione, di ricerca. Attività che non per questo - ma anzi anche per questo - ricade sull'indelegabile responsabilità di ciascuno.

Ricordiamolo: noi siamo un partito di obiettivi e non di "rappresentanza", di idee e non solo di persone.

Ho svolto queste considerazioni - che ho in genere, finora, ritenuto non pertinenti al nostro compito statutario - perché questo Consiglio Federale - l'ultimo di ampio respiro prima del Congresso - sia sollecitato a meglio comprendere, questa volta, quanto dietro l'apparente, ossessivo nostro riproporre bilanci, cifre di debiti e di necessità di spesa corrente, di iscritti come "contribuenti", di rischi o di condizioni di "fallimento", non sia mancata una valutazione della crescita certa di una sempre più sicura, profonda ed ampia, intelligenza radicale del necessario, dell'opportuno, dello sperabile - così come dei pericoli e dei danni di già irreversibili, che la società politica, l'umanità ed il territorio in cui viviamo, ci propongono.

Con il lavoro di Paolo Vigevano e mio, adempiendo scrupolosamente ai nostri doveri ed alle nostre responsabilità, ma anche agli impegni che il Consiglio Federale ci aveva affidato, abbiamo assicurato le condizioni, le premesse anche giuridiche, perché si possano compiere tutte le scelte che il partito ed il Congresso riterranno di dovere e di poter compiere.

"CHE FARE?": QUESTO E' IL TEMA DEL CONSIGLIO FEDERALE E DEL CONGRESSO

Qui si pone la domanda del "che fare?". Questo è il tema del Consiglio Federale e del Congresso. Non spetta al Primo Segretario, ma a tutti noi tentare di rispondere e trovare le risposte. Io mi auguro che proprio la nostra capacità, il nostro coraggio nel guardare in faccia l'inadeguatezza del partito, il non tirarci indietro - come abbiamo fatto e facciamo - di fronte alla stessa ipotesi e prospettiva della chiusura, ci dia la possibilità di salvare e rafforzare il nostro patrimonio ideale e politico e di evitare che la chiusura diventi dissoluzione, come accadrebbe se fossero i fatti a chiuderci, ma, al contrario, ci dia l'occasione per promuovere la costituzione di un'iniziativa e di una forza politica radicale più forte e più grande.

ABBIAMO DAVANTI A NOI DUE POSSIBILI STRADE

Parlando qui, di già, come militante e non più come Primo Segretario del partito, dico che abbiamo davanti a noi due possibili strade.

VENTI-TRENTAMILA ISCRITTI E QUATTRO MILIONI DI DOLLARI DI AUTOFINANZIAMENTO

Una è quella che già abbiamo tentato nel recente passato, di rinviare la chiusura pur prevedendola, ponendoci degli obiettivi e ricercando il realizzarsi delle condizioni per poterla evitare (l'equivalente dei cinquemila iscritti del dicembre 1986 e dei diecimila del febbraio 1987). Sono stato accusato di vedere tutto in termini economistici o addirittura ragionieristici, ma io ho tentato di cifrare, come facemmo allora, esattamente come facemmo allora, le condizioni necessarie per poter proseguire con speranza di incisività e di successo la nostra azione: ho parlato già nel luglio scorso di una dimensione necessaria di 20/30 mila iscritti e di 4 milioni di dollari di autofinanziamento. Se non possono essere realizzate queste condizioni, quali altre dovrebbero verificarsi per evitare il determinarsi della chiusura?

PROCEDERE SENZA ESITAZIONI ALLA CHIUSURA

L'altra strada è quella di procedere senza esitazioni alla chiusura, di stabilirne organi, procedure e di fissarne i tempi, trovando nel partito e in tutti noi, e andando a cercare fuori di noi, la forza per costituire qualcosa d'altro e di più adeguato a perseguire gli obiettivi che ci siamo proposti.

Certo, questa seconda strada è apparentemente più rischiosa. Ma se sapremo riuscire a non farci paralizzare dalla paura della chiusura, forse potremo trovare proprio nelle nostre idee la forza per fare del processo di chiusura dell'attuale partito radicale, il processo di possibile apertura del nuovo che è necessario concepire e realizzare. Forse potremo così capire che la chiusura può anche divenire solo un atto e un momento di un processo costituente di altro e rivolto ad altri.

So benissimo che ci sono alcuni compagni che ritengono invece che la salvezza stia nel tornare indietro, stia in una ritirata nelle sicurezze del passato e nel territorio della nostra storia radicale, in Italia e nelle istituzioni italiane.

Le risposte teorico-pratiche a questa possibile scelta le ho già date nell'ultimo Consiglio Federale ed hanno provocato, in una parte della stampa italiana, la convinzione che proponessi al partito l'accettazione, anzi il raddoppio del finanziamento pubblico. Oggi opporrò un'obiezione politica. Io ho la forte convinzione che un partito che si è proposto la riforma del sistema politico e degli schieramenti politici, se punta tutto sul conservare se stesso, diventa inevitabilmente anch'esso un elemento di conservazione del sistema. Noi abbiamo visto che l'uscita del partito "in quanto tale" dalle istituzioni e dalle competizioni elettorali, non significa necessariamente una diminuzione, ma un aumento della partecipazione e della presenza dei cittadini, anche in quanto radicali, proprio alle competizioni elettorali e nelle istituzioni, anche in quelle regionali e locali, da cui il partito è stato, per scelta dei suoi Congressi, sempre assente.

VA INCORAGGIATO LO SFORZO CHE TANTI COMPAGNI STANNO COMPIENDO DI PROMUOVERE AGGREGAZIONI TRANSPARTITICHE, SIA SUL VERSANTE VERDE-AMBIENTALISTA SIA SUL VERSANTE LAICO

Io credo che, pur nel rovesciamento di alleanze da parte del Partito socialista, il nostro sforzo, lo sforzo che tanti compagni stanno compiendo di promuovere aggregazioni transpartitiche, sia sul versante verde-ambientalista sia sul versante laico, corrisponda alle scelte che abbiamo compiuto negli ultimi tre anni, e vada incoraggiato. Certo, gli ostacoli sono molti, la scelta è difficile. Interromperla in questo momento, mentre in Italia bisogna contrastare gli errori delle attuali scelte socialiste e fornire una risposta positiva alla crisi comunista e al rischio di una ripresa di potere democristiano, sarebbe assolutamente sbagliato. Un partito che tornasse indietro sarebbe un partito che rinuncia alla sua identità ed alle sue prospettive.

Coloro che come, in particolare, il compagno Mellini, sembrano sentirsi non solamente autorizzati, ma necessitati dal dovere a catapultare accuse contro coloro che, dai posti di responsabilità - istituzionali o volontari - del partito, ogni giorno, ormai ogni ora, strappano al "fallimento" l'amministrazione del partito e il partito stesso, riducendo a mediocre e quasi cupida volontà di liquidazione il quasi miracolo del proseguirsi della materiale, pratica, esistenza del partito, non a caso "parlano sempre d'altro". Noi di altro - per nostre responsabilità - non possiamo parlare, perché faremmo come i bancarottieri non possono evitare di fare, si tratti dei bancarottieri fraudolenti, di stato, del regime italiano, o di chi, dinanzi agli ufficiali giudiziari che sequestrano, ai giudici fallimentari che alienano "conservando", quando alle grida dei creditori e di quelli ridotti alla fame e al fallimento, oppongono la stentorea proclamazione delle "ragioni sociali" della ditta.

Mai come nello scorso anno, la maggior potenzialità di impegno dei cittadini "anche radicali", esponenti e militanti del partito transnazionale, si è manifestata in Italia - grazie al parziale sostegno di "avviamento" che abbiamo deciso di assicurare loro per le elezioni a Catania, nella Venezia Giulia e nel Friuli, nel Trentino e nel Sud Tirolo - mentre gli oltre 320 iscritti, prevalentemente sloveni, al centro di burrascose polemiche in Jugoslavia, e con non astratte esposizioni personali, vengono evidentemente considerati inesistenti o irrilevanti sul piano della politica del nostro partito.

E ci par giusto aggiungere in proposito una considerazione che sarebbe polemica, se non fosse invece doverosa puntualizzazione delle responsabilità e dell'opera di ciascuno.

Il compagno Mellini - che chiede oggi alla "classe dirigente" del partito "Cosa avete fatto dei nostri gioielli, dei nostri 10.000 iscritti?" o che sembra ingiungerci "Varo, rendimi le mie legioni!" - aveva puntualmente accusato di follia coloro che, sulla scia del Congresso di Firenze e poi dell'Assemblea del luglio '86, avevano deciso la chiusura aprendo contemporaneamente la campagna prima per i cinque e poi per i diecimila iscritti, affermando che in tal modo non si sarebbero trovate neppure duemila persone che avrebbero aderito a tale liquidatorio disegno.

Ed è questo che questa nostra storia, quella del partito - come lontane, antichissime radici storiche della democrazia politica - dovrebbero avere insegnato a tutti: non vi è migliore Parlamento, che non sia quello che controlli, modifichi, approvi o respinga bilanci, acquisizione di risorse e criteri e modalità di spesa.

Se qualche cosa manca, oggi, alla democrazia italiana ed a quella europea e a noi per primi, non è l'inventore di idee, ma un Ernesto Rossi, sempre attento alla "roba", non solo a quella della chiesa, ma innanzitutto alla gestione della propria.

Mi auguro quindi che ciascuno fondi la proposizione di scelte e la contrapposizione a quelle altrui sulla preventiva risposta alle ormai insopportabili conseguenze dello specifico regime partitocratico, assistenziale, corporativo e corruttore italiano nella vita di un partito come il nostro.

Ciascuno dev'essere pronto e disponibile ad assumere e rivendicare il "governo" del partito, "governo" che è economico, finanziario, prima ancora che "politico".

UN'IPOTESI DI SVOLGIMENTO DEL CONGRESSO

E' in base a questi elementi di fatto, a queste considerazioni, a queste riflessioni e a questi interrogativi, che abbiamo delineato un'ipotesi di svolgimento del Congresso; si tratta di un'ipotesi che dovrebbe consentire un dibattito senza remore e senza veli, aperto a centinaia e centinaia di compagni, tenuto anche conto che il Congresso lo abbiamo convocato nei giorni festivi della settimana di Pasqua proprio per questo, per consentire al maggior numero possibile di compagni di poter essere presenti e prendere parte attiva ai nostri lavori.

I compagni della segreteria e della tesoreria sono da settimane impegnati affinché i costi di viaggio e soggiorno siano contenuti al massimo, oltre che nella definizione di tutta la complessa organizzazione di quello che è un vero e proprio congresso transnazionale e di quello che sarà un appuntamento decisivo per la storia radicale.

Per la partecipazione al Congresso, consentitemelo, non vi sono alibi: ritengo che si possa assicurare che il costo pro-capite non sarà di molto superiore a quello di qualsiasi precedente Congresso, benché esso si svolga nel cuore dell'Europa, a Vienna. E se è vero che l'abito non fa il monaco, è vero altrettanto che la sede di un Congresso contribuisce a fare "quel congresso", a delinearne l'immagine.

Vienna non solo per il suo passato, Vienna non solo per il suo presente di "balcone" che guarda i paesi fratelli e separati dell'Europa centrale e orientale, Vienna non solo perché di già candidata ad essere la prima - fra le tante possibili - tredicesime stelle d'Europa, ma Vienna perché incarna il nostro sogno d'Europa, la nostra battaglia federalista, il nostro essere nettamente, duramente contro corrente nel momento in cui fiumi di parole sul '92 e migliaia di bandierine gialle e blu a dodici stelle bombarderanno l'opinione pubblica dei paesi della CEE, proponendo una visione limitata, angusta e preconfezionata del nostro continente.

Perciò, dopo il niet del governo yugoslavo alla celebrazione del Congresso radicale e mentre in quel paese si accelerano le difficoltà e le contraddizioni che ben conosciamo e direi ben continuiamo a seguire, la scelta di Vienna ci è apparsa quasi naturale ed obbligata. La nostra Europa non è infatti quel mero spazio di mercato che aridamente verrebbe a realizzarsi con il '92, qualora la prospettiva del '92 resti quella che oggi è. La nostra Europa non è una giungla dell'economia e della finanza, debole con i forti e prepotente con i ceti sociali ed i paesi più deboli dell'attuale comunità.

La nostra Europa non è quella che, esplicitamente o attraverso silenzi e passività ipocrite, larghi settori di classi dirigenti intendono edificare: priva di istituzioni, indirizzi, controlli democratici e sovrani, così affetta dalla terribile malattia chiamata "deficit democratico" che a rigor di logica - e non è solo un paradosso - se oggi una realtà quale la CEE chiedesse l'adesione a se stessa, alla Comunità Europea, si vedrebbe respinta tale domanda per insufficienza di requisiti democratici. La nostra Europa, per capirci meglio, non è l'insieme di dodici paesi ingessati nei loro rigidi confini economici, politici, culturali, ma è un nuovo soggetto politico necessario al mondo: la mancanza di Stati Uniti d'Europa è una mancanza di responsabilità, un vuoto da colmare con prudente urgenza.

Solo l'assenza di progettualità politica e di orizzonte può allora condurre al tentativo di aggirare con i capitali e gli investimenti il muro che ancora divide il continente, eludendo l'ineludibile: ovvero la necessità politica di abbattere quel muro e di integrare in un'Europa centrale ed orientale, alle prese con gravi ed attualissimi interrogativi sul come e in quali tempi governare la transizione alla democrazia.

Vienna, dunque, con lo stesso tema che intendevamo svolgere in Yugoslavia, centrato sulla necessità, nel 1989, di un concreto passo verso gli Stati Uniti d'Europa e sulla riflessione collettiva attorno all'itinerario di ciò che abbiamo tentato di essere, un partito transnazionale e nonviolento per il diritto alla vita e per la vita del diritto.

L'impostazione di COngresso che abbiamo delineato e vi prospettiamo, è tuttavia diversa da quella prevista a gennaio, che era un'impostazione adeguata ad un Congresso più ordinario, pur nella sua originale straordinarietà, di quello che invece dovrebbe celebrare.

Tre sono i punti fermi che ci hanno indotto a questa diversa impostazione congressuale. Li enuncio a chiare lettere, perché credo possano risparmiarci malintesi e discussioni superflue.

Noi non andiamo a Vienna per eludere i gravi problemi del partito, chiaramente posti sul tappeto da oltre un anno e aggravatisi, bensì per affrontarli di petto. Noi non andiamo a Vienna a fare un dibattito, tutto introvertito e attorcigliato su se stesso, attorno alla chiusura o non chiusura, bensì un dibattito sulle analisi e gli obiettivi della nostra politica e conseguentemente sull'inadeguatezza o meno dello strumento partito radicale. Noi non andiamo a Vienna, infine, per fare o far recitare una sterile passerella transnazionale, con dotte ed imponenti lezioni da dare o da ricevere, bensì per comprendere tutti insieme quali sono o sarebbero i concretissimi progetti politici transnazionali che una forza adeguata a questo ruolo si deve dare.

E' su questo che, italiani e non italiani, vecchi e nuovi amici e compagni dell'Est europeo, illustri ed autorevoli ospiti, siamo chiamati a misurarci: una politica che deve fare i conti con quanto ho tentato finora di prospettare e richiamare alla vostra, alla nostra attenzione, con le possibili implicazioni ed i possibili sviluppi di tali considerazioni, con l'impegno di tradurle in battaglie percepibili e concrete, un partito che deve, che non può fare i conti con la propria adeguatezza e, dunque, con la propria vita, con la propria esistenza.

Ci sembra che il tema del Congresso possa essere: "1989: Stati Uniti d'Europa. Il partito transnazionale e nonviolento per il diritto alla vita e la vita del diritto".

Il Congresso - che inizierà nel pomeriggio del 23 per concludersi nella giornata del 27 - si prevede possa articolarsi in tre giornate-contenitori, a parte l'avvio con le relazioni introduttive e l'ultimo giorno dedicato ad un tema il cui titolo mi pare sufficientemente esplicativo: "Democrazia. Ricomporre il vecchio continente con nuove istituzioni e nuove libertà".

Sarà la giornata dedicata ai progetti per l'Europa politica e a quella dell'Est, introdotta da alcune relazioni ed interventi sul rischio illusorio del mercato unico, sul processo politico in corso nell'"altra Europa", sull'imprescindibile esigenza di convocare quegli Stati Generali d'Europa, per i quali ci siamo tanto battuti, entro il 1989 e infine sull'interrogativo che sta al cuore del Congresso: alla luce del bilancio di quest'anno e degli obiettivi da perseguire, occorre superare "l'utensile" partito radicale? E se sì, verso quale direzione? E se no, con quale prospettiva e sbocco? Relazioni, comunicazioni, interventi di approfondimento, dunque, per poi sviluppare in seduta plenaria il dibattito.

Lo stesso schema si ripeterà nella giornata successiva, sull'altro aspetto della politica transnazionale radicale, attorno al tema: "Nonviolenza. Affermare il diritto alla vita contro le minacce alla pace e all'ecosistema", con relazioni ed interventi introduttivi sulla lotta allo sterminio per fame, il mancato intervento straordinario nonostante la crisi teorica e pratica di tutte le principali proposte e iniziative sullo "sviluppo", l'esplosione di tragedie macroecologiche che sono figlie dell'uomo e non della natura, la grande speranza di conseguenti passi delle Nazioni Unite e del loro COnsiglio di Sicurezza e nuovamente sugli interrogativi relativi al come e quanto questo partito è in grado, può e potrà, concretamente, essere non marginale "grillo parlante", bensì protagonista di vera lotta politica transnazionale.

Democrazia e nonviolenza, il nostro continente ed il sud del mondo, la costruzione dello stato di diritto e l'affermazione del diritto alla vita: sono queste le sfide che non riusciamo ad allontanare dal perimetro della nostra coscienza, perciò dalla nostra moralità, perciò dalla nostra politica. Ed è questa moralità, questa coscienza di radicali, che ci deve portare a chiedere senza infingimenti, a noi stessi, convenuti in Congresso e a tutti i nostri ospiti ed invitati, alla stampa, alla pubblica opinione, se e come il nostro partito può vivere o se e come questa politica necessita, invece, di altre vie e di altri mezzi. E' una domanda dolorosa, lo so. Potete pensare che non sia in primo luogo dolorosa per me, forse innanzitutto per me?

Prepariamo allora questo Congresso: le prime due giornate dedicate alle due grandi facce della medaglia che chiamiamo "transnazionale" e la terza di dibattito sulle deliberazioni che dovremo assumere. Facciamolo incominciando a ragionare e a proporre fin da questo Consiglio Federale. Facciamolo riempiendo il mese che ci separa dall'appuntamento con interventi e dialogo. Facciamolo aiutando una grande partecipazione, qualitativa e quantitativa, da ciascuno dei nostri paesi, al COngresso.

E, nel frattempo, da qui, voglio ringraziare quegli ospiti che già hanno accettato di svolgere alcuni interventi e che saranno anch'essi collegati, e non distanti o separati, dalla domanda centrale del Congresso sulla sorte del nostro partito.

 
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