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Strik Lievers Lorenzo, Dupuis Olivier - 28 luglio 1989
APPUNTI SULLE PROSPETTIVE DEL PARTITO RADICALE NELL'EUROPA COMUNISTA
Documento preparatorio per il Consiglio Federale di Roma (1-5 settembre 1989)

Lorenzo Strik-Lievers e Olivier Dupuis

SOMMARIO: Questo documento, che è stato redatto dagli autori sulla base di una discussione cui hanno partecipato anche Sandro Ottoni e Antonio Stango, prende in esame i problemi connessi ad un impegno politico del PR nell'Europa dell'Est. Confermando la volontà di non mettersi in concorrenza con le nuove forze politiche nazionali dei paesi comunisti, gli autori indicano quali sono gli aspetti trasnazionali del processo di democratizzazione del mondo comunista sui quali intervenire: interdipendenza con l'impero sovietico, necessità di sostegno economico internazionale e pericolosità dei conflitti nazionali ed etnici.

La specificità del Partito radicale: operare sulla dimensione transnazionale dei problemi

Preliminare ad ogni analisi della prospettiva politica del Partito radicale nell'Europa centrale e orientale è la la chiarezza sulla differenza strutturale fra quella che deve essere la sua ottica di partito transnazionale e quella propria delle forze che, anche all'Est, si battono per la trasformazione democratica in chiave prevalentemente nazionale. Sarebbe del tutto velleitario immaginare un Partito Radicale che operasse accanto ed in qualche modo in concorrenza con le varie forze politiche nazionali per la trasformazione democratica della Polonia piuttosto che dell'Ungheria: chi concepisse un ruolo di questo genere per il P.R., gli preparebbe soltanto delusioni e sconfitte.

Al contrario, una forza politica transnazionale può avere un ruolo importante nel processo di trasformazione democratica del mondo comunista se sa essere rigorosamente fedele a questa sua specifica vocazione. Non si può infatti non tener conto di quello che è uno dei caratteri centrali del processo di democratizzazione, ossia, appunto, il suo essere un processo non soltanto nazionale, ma in larghissima misura transnazionale, giàcché:

1. sono decisivi i legami di interdipendenza tra gli sviluppi democratici in Ungheria e Polonia e quello sovietico, in un contesto definito pur sempre dall'appartenenza dell'Europa centrale e orientale ad un impero che ha la sua capitale a Mosca;

2. considerando quanto siano determinanti gli aspetti economici nel condizionare le possibilità di sviluppo democratico non si può trascurare la considerazione elementare che non esiste alcun margine per affrontare autarchicamente le difficoltà economiche dei singoli paesi, ma che delle vie d'uscita possono essere cercate soltanto in un quadro internazionale;

3. bisogna valutare quanto il destino dei processi di democratizzazione sia inestricabilmente connesso al dilagare di tensioni e conflitti nazionali o etnici in tanta parte del mondo comunista e, perciò, alla questione della sicurezza europea e mondiale.

E' questo l'ambito complessivo dei problemi che le diverse forze democratiche nazionali sono per loro natura meno adatte ad affrontare; ciò che costituisce uno dei fattori di più evidente debolezza e difficoltà per il processo democratico nel suo insieme. E' invece l'ambito proprio e, potremo dire, la ragione della necessità di una forza politica democratica transnazionale. Tanto più questo è vero e valido per una forza come il P.r. che si candida ad essere forza transnazionale non solo all'Est o solo all'Ovest, ma che si costituisce come partito transnazionale operante contemporaneamente e contestualmente nel mondo occidentale ed in quello comunista, e quindi vuole essere in condizione di intervenire, nella sua chiave federalista, sul terreno decisivo dell'interdipendenza Est-Ovest per quel che riguarda i rapporti economici e la dimensione della sicurezza.

Il Vertice di Parigi. Una novità di grande rilievo per le prospettive di una politica transnazionale.

Proprio da questo punto di vista, il Vertice di Parigi dei Sette paesi occidentali più industrializzati modifica profondamente i termini in cui si pone l'iniziativa radicale rispetto all'Est europeo.

Fino ad oggi quelle che risaltavano con maggiore evidenza erano le specificità nazionali di ciascun processo di rinnovamento democratico. La trasformazione democratica in Ungheria o in Polonia, cioè, era sentita in primo luogo come fatto interno ungherese o polacco. Così, non sempre era facile far cogliere il valore determinante e decisivo della dimensione transnazionale. A molti, e forse anche all'interno del Partito radicale stesso, le urgenze dell'attualità potevano sembrare altre, legate ai diversi ambiti di politica interna, nazionale; mentre l'iniziativa del partito non può non indirizzarsi alla questione dell'incoraggiamento e dell'aiuto occidentale ai processi di democratizzazione, a quella del collegamento democratico Est-Ovest in chiave federalista europea, alla promozione di momenti di coordinamento transnazionale delle battaglie democratiche nei diversi paesi.

Il viaggio del Presidente Bush prima e, sopratutto, il vertice di Parigi poi, hanno mutato la situazione: di fronte all'opinione pubblica dell'Est e dell'Ovest, è balzato in primo piano quanto sia centrale la dimensione internazionale e transnazionale della trasformazione democratica all'Est. Di più: grazie, bisogna dirlo, quasi soltanto all'iniziativa del Presidente americano, alla Comunità europea è stato attribuito un ruolo di coordinamento nella gestione del sostegno internazionale alla democratizzazione, il che significa, fra l'altro, un riconoscimento della Comunità come soggetto politico di primo piano.

Quanto questo mutamento di prospettiva sia importante, non può sfuggire. Finora non si era manifestata, da parte occidentale, una consapevolezza concreta di quanto il successo o l'insucesso dei tentativi democratici all'Est dipendessero da una seria iniziativa, da un coinvolgimento dell'Occidente e di quale enorme importanza l'uno o l'altro esito fosse anche per l'Occidente stesso. Ben poca cosa erano state le iniziative americana ed europea. L'Europa come tale, nei confronti della trasformazione democratica all'Est, in buona sostanza non esisteva. I dati, pur positivi, dell'apertura dei rapporti fra C.E.E. e Comecom, e fra C.E.E. e Ungheria e Polonia erano di per sé del tutto marginali, anche perché estremamente limitati in termini di sostanziali effetti pratici. Esisteva sì una molteplicità di iniziative nazionali, statali e private, ma esse per la loro dimensione complessiva e per la loro frammentazione non configuravano una politica e non costituivano nemmeno dei momenti di un'azione paragonabile al

le esigenze e alle responsabilità di una significativa presenza europea occidentale. In questo quadro era particolarmente rilevante la linea della Germania Occidentale che si prospettava, assai più che come politica europea, come un sviluppo ancora in chiave nazionale tedesca della tradizionale Ostpolitik che non aveva alcun significato di incentivazione di possibili sviluppi democratici.

Le decisioni di Parigi configurano inanzittutto una effettiva assunzione di responsabilità politica dell'Occidente nel suo insieme; prospettano dunque una iniziativa che ha valenza politica organica e che effettivamente si propone di usare l'"arma economica" come strumento di promozione della democrazia. Ed è importante che in QUESTO quadro si renda politicamente esistente l'Europa e che, anzi, si assegni alla Comunità europea, tramite la Commissione di Bruxelles, la funzione di luogo di coordinamento della iniziativa democratica dell'Occidente. In termini di metodo si tratta sicuramente di acquisizioni di grande rilievo. In qualche modo si può intravvedere in questa impostazione un primo passo in direzione di un'assunzione collettiva di responsabilità rispetto all'esigenza di "governare" i grandi problemi di portata transnazionale e insieme un passo molto significativo verso il superamento di una concezione del principio di non-ingerenza usata come paravento con il quale coprire la complicità con ogni

genere di dittatura.

Aggiungiamo che questo superamento del principio di non-ingerenza non avviene nelle forme di una pressione tale da violare e violentare l'indipendenza dei paesi interessati: l'intervento occidentale si configura come sostegno a decisioni autonomamente assunte. Proprio per questo, d'altronde, esso finisce obbiettivamente per determinare - non nella forma della minaccia o del ricatto - una forte pressione di segno destabilizzante nei confronti dei regimi dell'Est rimasti completamente estranei a qualsiasi istanza di democratizzazione.

E se è vero che rispetto ai rapporti Nord-Sud come rispetto alle questioni macro-ambientali il vertice di Parigi si è limitato ad affermazioni generiche senza tradurle in impegni politici, va detto che l'impostazione di metodo adottata per quel che riguarda la transizione democratica dei paesi comunisti, è quella che consentirebbe di affrontare finalmente in termini adeguati anche i temi ambientali e quelli dei rapporti con il Terzo Mondo, da fondare sul principio della priorità dei diritti umani. Per altri versi, non si può non rilevare tutto il valore della lettera di Gorbaciov ai Sette, che prospetta un pieno coinvolgimento dell'Urss in questa comune assunzione di responsabilità.

Un "trionfo" radicale. Il P.r. è superato ?

Si può dire, dunque, che assistiamo per certi versi ad un "trionfo" di principi che il P.r. da tempo ha messo al centro della propria politica circa il dovere d'ingerenza, circa la connessione fra rapporti economici e promozione dei diritti umani, e, naturalmente, circa l'esigenza di un'azione politica responsabile a livello transnazionale. Come anche si può dire che risponda - sia pure in termini soltanto aurorali - alla linea radicale, il fatto che l'Europa cominci ad esistere in termini di iniziativa politica come soggetto attivo in una iniziativa internazionale volta a sostenere e a promuovere una crescita di democrazia fuori dai confini della Comunità.

A queste considerazioni potrebbero seguire due opposte letture del ruolo spettante oggi a una forza che si proponga gli obiettivi che il P.r. transnazionale si è posto.

Si potrebbe dire, in effetti, che ben poco spazio rimane a questo punto per un piccolo movimento come il P.r., dal momento che la sostanza della sua proposta politica sui rapporti con l'Est è fatta propria dai grandi di questo mondo e dal momento che il ritmo e la portata della trasformazione in corso all'Est sembrano scavalcare di molto le possibilità di iniziativa e di presenza di un'organizzazione come il P.r.

Ma è possibile anche trarre la conclusione opposta. Proprio il delinearsi di un quadro come quello abbozzato dal vertice di Parigi, in realtà, pone la necessità che si sviluppi una grande e poderosa iniziativa politica transnazionale per la democrazia e per il diritto. Questo proprio a partire dai limiti, evidenti e vistosi, delle decisioni assunte dai Sette e dalla necessità imprescindibile che gli aspetti positivi di queste decisioni vengano difesi, sostenuti e sviluppati su un piano che non sia soltanto quello degli accordi diplomatico-intergovernativi.

E' su questo terreno, sulla sua capacità di rispondere a questa esigenza che si gioca l'esistenza del partito radicale transnazionale.

Certo, se in questa così nuova situazione il P.r. non sapesse andare oltre il tentativo di costruire se stesso solo affermando la propria natura transnazionale, si troverebbe inevitabilmente marginalizzato e spazzato via dagli avvenimenti. Il problema del P.r. è quello di diventare - grazie a un'impostazione e ad ipotesi politiche adeguate - il nucleo promotore di un nuovo tipo di grande movimento politico capace di mobilitare e oganizzare le opinioni pubbliche nei vari paesi. Occorre infatti dare un fondamento di autentica forza politica alle novità positive che si sono delineate, ma che, è bene tenerne conto, sono legate ad una situazione contingente e ad accordi fra governi che in qualunque momento possono essere rinnegati. Occorre cioè creare lo strumento di azione politica che sappia arrivare a tradurre in istituzioni, in diritto positivo democratico transnazionale e sovranazionale, le acquisizioni che gli accordi di vertice hanno delineato.

Una proposta: il P.r. promuova una forza transparlamentare fra Est e Ovest.

Il passaggio che oggi forse può fornire al P.r. la chiave di una iniziativa in questo senso, è rappresentato a nostro avviso dal tentativo - che può essere alla nostra portata - di far sorgere all'interno del P.r. o a partire dalla sua iniziativa, una struttura in cui parlamentari dell'Est e dell'Ovest, appartenenti a Parlamenti e a partiti diversi, possano incontrarsi e coordinarsi per promuovere insieme, ciascuno nella propria sede, iniziative comuni a sostegno del processo di democratizzazione. Una simile proposta nasce in primo luogo dalla constatazione che uno dei caratteri nuovi della realtà sovietica, ungherese e polacca è il ruolo che hanno assunto in questi paesi le istituzioni parlamentari, divenute le sedi in cui si gioca il confronto fra le diverse forze politiche; in secondo luogo dalla consapevolezza che, essendo presente in diversi Parlamenti occidentali non più in quanto partito nazionale ma in quanto partito transnazionale e transpartitico, avendo già tra i propri iscritti parlamentari

appartenenti a diversi partiti nazionali e a diverse nazionalità, il P.r. è adatto a prefigurare un simile strumento transeuropeo e transparlamentare, capace di mettere all'ordine del giorno in "tempo reale" nei Parlamenti le grandi questioni di interesse comune della democrazia europea all'Est e all'Ovest.

E' evidente quale valore una realtà di questo genere potrebbe rivestire ai fini che sopra dicevamo. Offrirebbe uno strumento prezioso di iniziativa per alimentare una comune volontà democratica ed europea, attraverso le antiche frontiere dei blocchi, per stimolare e controllare l'attuazione delle misure abbozzate nel vertice dei Sette, e per proporne e conquistarne altre in modo coordinato.

Né va trascurato il valore che assumerebbe all'Est una simile sede di coordinamento tra parlamentari ungheresi, polacchi, sovietici e jugoslavi appartenenti sia ai movimenti indipendenti sia ai partiti comunisti: essi vi troverebbero anche il luogo in cui insieme progettare le azioni di interesse comune nella dimensione transnazionale con la possibilità di un riscontro e di initiative corrispondenti nei Parlamenti occidentali.

Per parte loro, i parlamentari europei occidentali animati da spirito federalista trarrebbero forza, argomenti e credibilità dallo stimolo che giungerebbe loro dai Parlamenti dell'Europa centrale e orientale per rilanciare l'obiettivo della costruzione dell'Europa politica, oggi sostanzialmente rimosso da grandissima parte delle classi politiche europee. E già, va detto, da questo punto di vista un impulso assai forte dovrebbe venire dai risultati stessi del Vertice di Parigi: assegnando un ruolo politico rilevante alle istituzioni comunitarie, il Vertice ha fornito un argomento fortissimo a quanti considerano una necessità imprescindibile la democratizzazione delle istituzioni stesse e per ciò contestano l'attuale assetto della Comunità.

Su un altro piano, va poi considerato che se il P.r. riuscisse ad avviare la costruzione di una simile struttura politica ne deriverebbe una molteplicità di occasioni di aggregazione e di impegno per i militanti radicali nei paesi dell'Europa centrale e orientale.

Il federalismo europeo muta segno.

Anche attraverso questa iniziativa, il Partito radicale diverrebbe ancor più e in modo assai più compiuto e organico quel soggetto politico federalista che è nei suoi intenti costituire e far crescere. Questo perché una tale iniziativa tradurrebbe in concreta realtà politica quella che non può non essere oggi la nuova figura del federalismo europeo.

Occorre infatti avere chiara consapevolezza che i profondi mutamenti intervenuti nel mondo comunista e, perciò, nell'intero quadro internazionale, comportano una trasformazione profonda, radicale della prospettiva federalista. Oggi è finalmente e per la prima volta possibile recuperare, in termini certamente nuovi, una parte essenziale del messaggio originario del federalismo proposto dal "Manifesto di Ventotene" di Spinelli e Rossi. La federazione europea che esso propugnava nel 1943 doveva estendersi all'intero continente ed era concepita in primo luogo come strumento per impedire per sempre il risorgere dello spettro della guerra. In seguito, calata la cortina di ferro, il federalismo europeo è stato concepito, né poteva essere altrimenti, soltanto nell'ambito del blocco occidentale, come una sua articolazione. Oggi l'apertura di una speranza e di una realtà democratica nell'Europa centrale e orientale consente, o piuttosto impone, di riprendere un disegno federalista che riguardi tutte le parti d'Eu

ropa e anzi - come noi radicali da tempo sosteniamo - non necessariamente solo esse.

E' in questo quadro, via via più evidente con il passare non degli anni ma dei mesi o addirittura dei giorni, che il P.r. deve approfondire il senso dell'indicazione che esso ha dato con la parola d'ordine dell'adesione della Jugoslavia e più recentemente anche dell'Ungheria, alla Comunità europea.

Dieci anni fa, quando è stata formulata per la prima volta, la proposta radicale di inserimento della Jugoslavia nella Comunità europea traeva il suo significato prevalentemente dalla contestazione dell'illusione del non-allineamento in termini di indipendenza nazionale. L'allargamento, un anno fa, del discorso all'Ungheria nasceva dall'esigenza di indicare la linea di un concreto sostegno dell'Europa occidentale alla speranza democratica aperta in quel paese. Oggi è possibile e necessario collocare queste medesime proposte, o quella che potrebbe riguardare la Polonia, nel quadro di una valutazione e di un disegno politico di ancor più vasto e complessivo respiro.

Non destabilizzare Mosca: in quest'ottica le proposte federaliste

Il disegno politico non può non essere quello di intervenire nel modo più efficace a sostegno degli sviluppi democratici nell'impero sovietico nel suo insieme. E' principalmente in base alla valutazione di questo quadro complessivo che va concepita e valutata ogni proposta di segno federalista europeo: giacché evidentemente sono immaginabili proposte da questo punto di vista molto diverse l'una dall'altra, e tali da poter sortire effetti di segno opposto.

E' chiaro a tutti che la partita di gran lunga più importante e anche più difficile è quella che si gioca all'interno dell'Unione sovietica. Non passa giorno che non giungano da questo paese notizie che confermano quanto la battaglia sia dura, ardua, drammaticamente incerta negli esiti. Il pericolo che minaccia di travolgere le speranze di trasformazione democratica con ogni evidenza è che il sommarsi delle difficoltà economiche, dell'incapacità a fronteggiarle, del divampare dei conflitti nazionali ed etnici faccia precipitare il paese in un stato di caos, rispetto al quale diverrebbero fortissimi la tentazione e l'impulso ad una risposta restauratrice o comunque altrimenti autoritaria, magari con l'assunzione diretta o indiretta del potere da parte dell'elemento militare.

Se questo è vero, paradossalmente la necessità vitale perché possa durare e compiersi la vera e propria rivoluzione costituita dalla trasformazione democratica, è che sia salvaguardata nell'essenziale la stabilità - certo una "stabilità dinamica" - del regime: si può dire che quel processo, quant'altri mai sostanzialmente rivoluzionario, può svolgersi solo e fino a che rimane entro binari rigorosamente riformisti e gradualisti.

Insomma, la situazione è addirittura ribaltata rispetto a quella dei tempi di Breznev, quando giustamente noi radicali sostenevamo che l'obiettivo primo era quello di destabilizzare il potere sovietico con le iniziative nonviolente e attraverso l'arma dell'informazione. E' questa una considerazione di fondo che deve stare alla base del nostro approccio rispetto all'Est. (Ciò nulla toglie, naturalmente, alla consapevolezza che deve rimanere chiara e piena circa la validità dell'obiettivo e del metodo della destabilizzazione per quanto riguarda i regimi comunisti rimasti refrattari al processo di riforma democratica, o preda di una tragica degenarazione del totalitarismo stesso, come è il caso della Romania; sia pure nei termini e con gli strumenti nuovi che la nuova realtà complessiva del mondo comunista comporta).

Ciò che allora va sicuramente evitato è di avanzare proposte federaliste europee verso l'uno o l'altro dei paesi comunisti, in termini tali da configurarle come possibili elementi di destabilizzazione a Mosca. Sarebbero cioè proposte negative - come quelle di certi ambienti del congresso americano - che assumessero il significato di tentativi di modificare ai danni dell'Unione sovietica il quadro strategico, gli equilibri fra i due blocchi, con riferimento particolare alla dimensione della sicurezza. Sicuramente un simile atteggiamento configurerebbe un irresponsabile gioco al massacro, in quanto non potrebbe non avere conseguenze gravemente destabilizzanti in Unione sovietica.

Di questo problema e di questa esigenza, del resto, ha dato segno di essere ben consapevole il Vertice dei Sette, nel profilare un ruolo del "fattore Europa" rispetto agli sviluppi del blocco comunista.

Rivolgere anche all'Urss la proposta federalista ?

Collocarsi in quest'ottica non vuol dire naturalmente mettere fra parentesi o in sottordine le proposte federaliste europee indirizzate verso Jugoslavia, Ungheria e Polonia. Si tratta di fare i conti, piuttosto - anche nell'individuare le vie più efficaci per assicurare un sostegno alla svolta democratica in questi ultimi paesi - con fortissimi fattori di interdipendenza tra i vari processi democratici che percorrono il mondo comunista, dei quali sotto certi punti di vista si può addirittura parlare come di articolazioni diverse di un unico grande fenomeno politico-sociale, per quanto indubbiamente presentino caratteri, natura e origini molto differenti l'uno dell'altro. Si può discutere, e si discute, in effetti, la questione se e in quale misura le scelte decisive anche per quel che riguarda la Polonia e l'Ungheria si determinano anche a Mosca, cioè nella capitale di quell'impero di cui questi paesi continuano a fare parte. Può essere vero, cioè, che gli sviluppi democratici a Budapest e a Varsavia si

ano così avanzati e l'Urss, per contro, sia così poco in grado di farsi carico anche dei problemi altrui che - purché naturalmente non sia messa in forse l'appartenenza di quei paesi al blocco sovietico - un' eventuale restaurazione in Urss non comporterebbe la sconfitta dei processi democratici ungherese e polacco. Ma è possibile anche il contrario, ossia si può ipotizzare che una catastrofe a Mosca comporterebbe necessariamente il soffocamento degli esperimenti democratici anche in quelle regioni dell'impero.

Fermo restando dunque, in ogni modo, che gli sviluppi interni in Polonia e in Ungheria possono condizionare negativamente o positivamente quelli sovietici, resta un interesse vitale, anche per difendere la speranza democratica in questi due paesi, come in prospettiva in altri paesi dell'Est europeo, il non aumentare ma, al contrario, alleggerire le difficoltà della transizione verso la democrazia in Urss.

E' tenendo conto di questo quadro d'insieme che vanno concepite tutte le iniziative di segno federalista nei confronti dell'Europa dell'Est. Il loro valore deve essere quello di proposte che aprano opportunità, che offrano occasioni di crescita comune per l'Est europeo.

Così, lungi dall'attribuire una valenza antisovietica alla proposta federalista indirizzata a Jugoslavia, Ungheria e Polonia, bisogna sempre più esplicitare la nozione che tale proposta si rivolge a ogni paese dell'Europa già comunista che divenga democratico e in quanto diviene democratico; che, cioè, tale proposta è funzione non di una logica di blocchi, ma di un criterio di democrazia e di rispetto dello stato di diritto, va detto, anzi, che questa proposta federalista non può non essere rivolta tendenzialmente anche ad un'Unione sovietica che, avanzando radicalmente sulla strada che ha imboccato, sapesse davvero e solidamente conquistare per sé la figura dello Stato democratico di diritto.

E' evidente quali difficoltà si delineano solo ad evocare una prospettiva di questo genere. Basti pensare ai problemi che porrebbe, per i deboli e ricchi stati europei occidentali, un'integrazione - anche molto limitata - con una superpotenza; e con una super-potenza la quale è stata storicamente loro avversaria, che ha quella storia, quelle tradizioni e quella struttura economica e sociale così lontana e diversa da quella dei paesi occidentali. Per non parlare di quali enormi questioni si porrebbero dal punto di vista delle relazioni tra Europa occidentale e Stati Uniti d'America, quelle relazioni che, non si può dimenticarlo neppure un istante, hanno costituito il cardine sul quale ha potuto rinascere e crescere la democrazia in Europa occidentale dopo la seconda guerra mondiale e che rappresentano uno dei perni vitali degli equilibri mondiali.

Certo oggi gli indirizzi che anche su questo piano sono emersi dal Vertice di Parigi, la disponibilità americana a riconoscere all'Europa un proprio ruolo in una chiave che dunque non è quella di un contrapposizione Europa-Usa, né quella di un ritiro americano dall'Europa, sono elementi importanti da valutare: quali che siano i fattori - anche di politica interna, o legati alle difficoltà dell'economia americana - che hanno portato gli americani a questa svolta.

Una nuova via al superamento dei blocchi. Il sostegno alla democratizzazione come politica di sicurezza.

L'esigenza che da questo punto di vista si pone e che il Partito radicale ha il compito di sollevare con tutta la forza di cui può disporre, è quella di un ripensamento complessivo della logica dell'Alleanza Atlantica. Occorre tornare alle ragioni originarie della solidarietà occidentale, di quello che non a caso si definiva allora come "mondo libero": una solidarietà che nasceva in chiave non tanto "anti-russa", di ostilità alla grande potenza russa in quanto tale, ma in funzione antitotalitaria, di difesa degli stati liberi e democratici contro la minaccia dell'espansione del comunismo totalitario. Certo, a queste ragioni fin dall'inizio si aggiungevano quelle della logica di potenza degli Stati Uniti d'America e dei loro alleati; e probabilmente si può dire che lungo i decenni esse sono divenute largamente prevalenti. Ma i termini nuovi della situazione mondiale rendono oggi realistico, oltre che neccessario, il ritorno a quell'impostazione originaria. E ancora una volta i risultati del Vertice dei S

ette sembrano indicare aperture, o almeno non-chiusure, rispetto alla possibilità di muovere passi significativi in questa direzione.

In questa chiave è possibile e doveroso proporre in termini profondamente nuovi la questione del superamento dei blocchi, non più nei termini di un pacifismo disposto a trascurare e ad ignorare le vitali esigenze di difesa della libertà e della democrazia, ma proprio a partire da queste esigenze. Si può cioè prospettare un progressivo superamento dei blocchi militari contrapposti, in ragione e funzione della caduta del totalitarismo e della sua minaccia, in termini reali, tali da offrire serie garanzie; e di qui, contestualmente ad un processo di questo genere, la costruzione su altre basi di un nuovo ordine internazionale. E, anzi, va detto che avere la forza di proporre una linea di tendenza come questa, significa configurare un fortissimo elemento di pressione per stimolare e sostenere i processi di democratizzazione.

Certo, si tratta di concepire e definire i lineamenti di una diversa politica della sicurezza. Ma come non intendere che, in un'ottica come quella qui indicata, il sostegno ai processi di democratizzazione all'Est verrebbe a fare parte integrante di una bene intesa politica di sicurezza per l'Occidente ? In questo senso sarebbe giusto ed opportuno misurare la dimensione dell'impegno occidentale nel sostenere anche economicamente questi processi, anche in rapporto con lo sforzo economico che l'Occidente stesso dedica alla propria difesa; e se esiste, come sicuramente esiste, un problema di compatibilità finanziarie ed economiche tra le disponibilità dell'Occidente e le risorse che sarebbe necessario indirizzare all'Est, a questa stregua è da porre la questione se, proprio in termini di sicurezza, non sia una scelta saggia e lungimirante utilizzare a questi scopi stanziamenti oggi dedicati alle spese militari. (Né va sottovalutato che proprio su questo terreno l'Occidente è comunque chiamato a confrontar

si, mettendole alla prova, con le continue iniziative di Gorbaciov in materia di disarmo).

Tanto più questa considerazione è essenziale, quanto più appare evidente che essendo quello economico il terreno decisivo sul quale si deciderà il successo o il fallimento della riforma democratica, il metro vero e primo sul quale misurare la qualità, la verità dell'impegno occidentale nel sostenere la democratizzazione del mondo comunista, è dato dalla quantità e dai caratteri dello sforzo economico in cui le promesse finora generiche del Vertice dei Sette si concretizzeranno e, insieme, dalla capacità dell'Occidente di integrarlo in una prospettiva federalista, attraverso la progressiva costruzione comune di dati istituzionali di diritto sovrannazionale.

Un'Europa a tre livelli: quella dei diritti e delle libertà, quella economica, quella politica.

In base a quanto detto sin qui, si può parlare di tre distinti livelli di necessità, cui una proposta politica federalista democratica rispetto all'Est deve rispondere:

1. non provocare squilibri sul piano strategico

2. rappresentare un fattore di concreto sostegno economico

3. giocare come elemento di stimolo, consolidamento e garanzia delle conquiste democratiche

Di per sé allora, semplici proposte di adesione alla Comunità europea così com'è possono risultare inadeguate, se si considera il carattere della C.E.E. da un lato di mera comunità economica e dall'altro di struttura tutta interna al blocco occidentale. Probabilmente è necessario avviare un dibattito che consenta di individuare strumenti molteplici di avvicinamento e di integrazione capaci di contemperare le diverse esigenze e di configurare un quadro necessariamente articolato, sia negli strumenti sia nel tempo, nel quale sia possibile affrontare e superare positivamente le imponenti difficoltà esistenti.

In questa sede, ovviamente, non è possibile andare oltre il suggerimento di alcune linee di riflessione in questo senso.

Se è vero che la proposta di adesione "tout court" alla C.E.E. può sollevare le obiezioni appena ricordate, e difficilmente comunque potrebbe essere oggi concepita come rivolta anche all'Urss, altro sarebbe il caso rispetto all'idea di un Patto europeo che coinvolgesse paesi dell'Est e dell'Ovest, anche in numero limitato, e avente per oggetto non la materia economica, ma quella delle garanzie di diritto e di libertà per i cittadini ed eventualmente la materia ambientale; un Patto che prevedesse anche organi istituzionali rapresentativi con effettivi poteri sovrannazionali di legiferazione e di controllo, di valenza e di efficacia, corrispondenti, nel loro diverso ambito di competenze, a quelli attribuiti agli organi della C.E.E.

Esiste d'altronde già una sede istituzionale sul cui allargamento e sulla cui riforma si può lavorare per andare realisticamente in questa direzione: il Consiglio d'Europa, organizzazione che, va ricordato, comprende 23 paesi europei e la cui struttura più importante è la Corte europea dei diritti dell'Uomo. E' estremamente significativo che il Consiglio d'Europa abbia già accolto recentemente come "invitati speciali" l'Ungheria e la Polonia, la Jugoslavia e la stessa Urss. E altrettanto significativo, nella direzione che qui stiamo indicando, è che Gorbaciov abbia scelto di parlare all'Europa Occidentale in questa sede, indicandola come luogo possibile in cui sviluppare la costruzione di quella che egli chiama la "casa comune europea". In altro senso, un punto di riferimento, una base ideale da cui muovere per la conquista di adeguati strumenti istituzionali e giuridici sovrannazionali è offerto dagli Accordi di Helsinki, che come è noto riuniscono, oltre a tutti paesi europei (ad eccezione dell'Albani

a) anche il Canada e gli Stati Uniti d'America.

Accanto a questa nuova o rinnovata istituzione europea rimarrebbe ovviamente l'attuale C.E.E., rispetto alla quale restano pienamente validi gli obiettivi di una sua riforma democratica. E' chiaro però che sono attualmente minime le possibilità di fare, in tempi politici, dell'attuale C.E.E. nella sua interezza gli Stati Uniti d'Europa, con le relative rinunce di sovranità nazionale in materia di politica estera, di difesa e monetaria; ed è chiaro perciò che quest'ultimo obiettivo può essere forse oggi perseguibile unicamente sulla base di un accordo fra una parte sola degli attuali stati membri.

A questa stregua, si può prefigurare idealmente una situazione in cui si realizzasse una compresenza sulla scena europea di tre diversi livelli di integrazione, aventi ognuno un diverso ventaglio di partecipazione: quello economico (l'attuale C.E.E.); quello dei diritti della persona ed eventualmente dell'ambiente; quello propriamente politico del primo nucleo degli Stati Uniti d'Europa.

L'esistenza stessa di un quadro europeo così articolato, di per sé potrebbe avere l'effetto di far cadere alcuni degli ostacoli altrimenti prevedibili nella situazione attuale, rispetto a ipotesi di adesione alla C.E.E. da parte di paesi dell'Est. Da una parte, infatti, risulterebbe attenuato il carattere di organismo interno all'Occidente proprio della C.E.E., dall'altra si instaurerebbe - a partire dalla creazione dell'"Europa giuridica" - una dinamica politica che toglierebbe al processo di costruzione europea nel suo insieme molta della sua valenza "di blocco".

Per contro, un processo di integrazione europea con questi caratteri, sarebbe aperto all'Est e alla stessa Unione Sovietica senza avere in alcun modo un significato di rottura della solidarietà fra le democrazie europee e quelle americane. Anzi, proprio una simile elasticità e molteplicità di piani istituzionali consentirebbe la partecipazione all'uno o all'altro di essi degli stessi USA o di altri stati democratici extra-europei. (Ricordiamo il senso e i termini delle proposte radicali sulla partecipazione di Israele agli Stati Uniti d'Europa, o pensiamo al ruolo che analoghe proposte potrebbero rivestire per la promozione della democrazia di diritto in Africa, o ancora al significato che esse assumerebbero se rivolte a paesi di democrazia in pericolo come l'Argentina).

Così, la costruzione europea non potrebbe indirizzarsi nella direzione nefasta della edificazione di un nuovo super-stato nazionale (analogamente a quanto, su una diversa scala, era avvenuto nella Germania del secolo scorso), ma potrebbe invece configurarsi come un primo concreto avvio della costruzione di un nuovo tipo di realtà politico-istituzionale di democrazia e diritto transnazionale e sovranazionale.

Il P.r. può essere interlocutore dello stesso partito comunista sovietico

Su questi temi, su simili ordini di problemi non può non misurarsi la sfida politica del Partito radicale. E va detto che un Partito radicale transnazionale che riuscisse a farsi portatore di una politica federalista di questo respiro - al di la naturalmente della validità delle ipotesi di soluzioni qui abbozzate - potrebbe legittimamente ambire a porsi come interlocutore, all'Est, dello stesso partito comunista sovietico. Il quale non per nulla, del resto, per la voce del suo segretario generale, come abbiamo già ricordato, propone il tema della "casa comune europea" e di uno spazio giuridico europeo.

In questo senso sarebbe da valutare l'ipotesi che il segretario del P.r. assumesse l'iniziativa di chiedere di poter svolgere una "visita di partito" ufficiale in Urss per stabilire relazioni - sulla base di questa prospettiva politica - con il PCUS, per chiedere di poter organizzare in Unione Sovietica un convegno di radicali e di altre forze, nel quale misurarsi intorno a questi temi, o anche per chiedere di poter promuovere sempre in Urss un convegno sul problema delle nazionalità in un'ottica di federalismo democratico. In alternativa, un'iniziativa di questo tipo potrebbe essere assunta dalla struttura transparlamentare prospettata sopra.

Da questa impostazione, in ogni modo, deriva al partito transnazionale un ruolo fondamentale di dialogo-confronto-scontro con le diverse forze che operano nei paesi dell'Est, sia all'interno sia all'esterno dei partiti di regime. Parimenti, però, deriva al partito transnazionale una funzione di altrettanto grande rilievo nel quadro politico europeo-occidentale nel quale è indispensabile trovare le energie per promuovere una dinamica federalista, adeguata a far fronte all'occasione storica che si è aperta all'Est.

La questione tedesca

Da questo punto di vista, è bene averne consapevolezza, un nodo capitale sul quale non si può non misurarsi è rappresentato dalla questione tedesca e dai caratteri che sempre più nettamente la politica tedesca tende ad assumere. Si fanno sempre più numerose, infatti, le voci che dalla Germania si levano per esigere uno spostamento sostanziale delle sue priorità politiche dalla dimensione europea, o addiritura occidentale, a quella specificamente nazionale, di potenziamento di una logica nazionale tedesca, riproponendo in questa chiave e non in chiave europea il tema della riunificazione tedesca; con quel che ne consegue, tra l'altro, in ordine al ruolo che la Germania federale si trova a giocare nell'Est europeo. Certo, resta da valutare se l'assenso tedesco alle conclusioni del vertice segni una decisione da parte della RFT di assumere la leadership di una positiva politica europea, o se invece sia la copertura di intenzioni di altro segno. La necessità, comunque, con tutta evidenza, è quella di suscit

are ovunque in Europa, e anche in Germania, una forte risposta di segno federalista alle risorgenti vocazioni a tornare indietro nella ricerca di soluzioni nazionali.

La tragedia dei conflitti etnici e nazionali. Il rischio di naufragio della democrazia.

E' questo, in termini più vasti, uno dei temi più drammatici della vita europea. In mille forme si assiste al ritorno della priorità della dimensione etnica o nazionale che, nell'età della morte di tante ideologie, viene di nuovo assunta come sede in sé di valori. Di qui in Occidente il rafforzamento di fenomeni in vario modo di sapore nazionalista, razzista o simili; ma, soprattutto, l'esplodere nell'impero sovietico e in Jugoslavia dei conflitti nazionali o etnici.

Come da molte parti viene detto, si tratta del pericolo mortale - intrecciato con quello che deriva dalle terribili carenze economiche - sul quale rischia di naufragare il processo di democratizzazione in Unione sovietica. Pericoli di segno analogo gravano, come è noto, anche sulla Jugoslavia. Tanto è più pericoloso questo fenomeno e il rischio che esso fa pesare, in quanto per decenni nei paesi satelliti e nell'Unione sovietica la questione della liberazione nazionale è stata sentita, legittimamente, come un tutt'uno con quella della liberazione dal totalitarismo.

Inevitabile e necessario che questa problematica venga assunta come centrale da una forza transnazionale come il Partito radicale, al quale non può non spettare la responsabilità e l'onere, se vuol tener fede alla propria natura e alla propria promessa, di cercare almeno di misurarsi, con tutte le proprie energie, con questo problema oggi immane, cercando di contribuire a dare ad esso risposte in termini di federalismo democratico.

Difficile, allo stato attuale, immaginare come una forza quale il PR possa mettersi in condizione di intervenire davvero su questo terreno. Forse, però, un primo passo potrebbe essere compiuto con il convegno sul tema delle nazionalità cui si è appena accennato, e nel quale si dovrebbe tentare di individuare soluzioni a partire dall'affermazione dei principi dello stato di diritto. Una riflessione preliminare cui può essere non inutile accennare anche in questa sede, è quella relativa alla differenza sostanziale fra due tipi di conflitti etnici e nazionali: da un lato quelli che vedono l'opposizione tra un centralismo statale o imperiale e la domanda di autonomia o di indipendenza di una popolazione etnicamente e culturalmente compatta; dall'altro quelli che nascono dalla contrapposizione fra popolazioni diverse che convivono sullo stesso territorio. Sarebbe assurdo e presuntuoso pensare di proporre qui linee di soluzione. Quel che forse però si può dire è che lo studio e la riflessione devono muovere d

alla consapevolezza di questa radicale differenza, e che proprio a partire di qui i primi punti di riferimento possono essere rappresentati da una parte, dalle convinzioni maturate dai radicali circa l'inadeguatezza strutturale delle dimensioni di indipendenza e di stato nazionali e dall'altro, dal principio-guida che occorre conquistare due tipi diversi di autonomia e di rapporto federale, uno di tipo regionale-territoriale, l'altro fondato sul diritto del singolo di veder tutelata la propria appartenenza ad una comunità etnico-linguistico-religiosa, a prescindere dalla dimensione territoriale.

La nonviolenza radicale contro il goulag romeno.

Tutto quanto si è detto sin qui non fa naturalmente passare in secondo piano, per il partito transnazionale della democrazia e del diritto, la sfida rappresentata dal permanere in Europa di regimi comunisti che rifiutano ogni apertura democratica, o più ancora da quel che accade in Bulgaria e soprattutto in Romania.

Come abbiamo già detto, per questi paesi la speranza democratica deve passare attraverso la via della destabilizzazione degli attuali equilibri di potere. Ma anche sotto questo rispetto la premessa di ogni ragionamento non può non essere la valutazione dei termini del tutto nuovi in cui la questione si pone per effetto della trasformazione generale che investe il mondo comunista.

E' fin troppo evidente che il massimo fattore di destabilizzazione per quei paesi è rappresentato dall'avanzare della democrazia e dello stato di diritto in Urss, oltre che in Polonia e Ungheria; e tanto più, quanto più il mutamento democratico abbia successo su tutti i piani, dimostri di essere la chiave attraverso cui i paesi comunisti si possono avviare a superare l'arretratezza. Anche in quest'ottica va considerata l'importanza di un efficace sostegno occidentale alla democratizzazione: si pensi all'impatto che avrebbe sulla società romena, attanagliata dalla miseria oltre che dall'oppressione e letteralmente affamata, la nozione che questo aiuto davvero è operante e ha effetto.

Il caso romeno, tragicamente emblematico, è quello in cui più chiaro appare quale importante funzione potrebbero avere iniziative nonviolente da parte radicale; sia per la loro utilità in sé, sia per il significato di cui esse connoterebbero l'azione radicale anche nei paesi comunisti in via di democratizzazione. Il problema che si pone nel concepirle, nell'immaginarle il più feconde possibile di effetti positivi, è quello di collocarle in questo contesto. Si tratta cioè di idearle e condurle in modo tale da farne degli strumenti che, sul crinale dei rapporti Est-Ovest e delle relazioni inter-comuniste, cerchino di aiutare il moltiplicarsi nella società romena degli effetti destabilizzanti dei processi in corso, o di rendere ancora più costoso politicamente per il regime, sul piano internazionale, mantenersi sulla linea attuale.

 
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