Radicali.it - sito ufficiale di Radicali Italiani
Notizie Radicali, il giornale telematico di Radicali Italiani
cerca [dal 1999]


i testi dal 1955 al 1998

  RSS
sab 20 lug. 2024
[ cerca in archivio ] ARCHIVIO STORICO RADICALE
Archivio Partito radicale
Stango Antonio - 17 ottobre 1989
Il partito è un cavallo che si è scoperto rinchiuso.
Antonio Stango

SOMMARIO: Il recinto della propria crisi economica, in cui da anni è rinchiuso il partito radicale, è un sintomo di altre difficoltà. Il Consiglio federale di Roma poteva essere una occasione per uscire dal recinto; ma non è stata colta. Il "partito dei diritti umani" transnazionale, nonviolento, della democrazia politica, è l'unico futuro del partito radicale. Il ruolo del Pr nella situazione politica sovietica.

(Notizie Radicali n.244 del 17 ottobre 1989)

Vi sono stati, anche recentemente, momenti in cui il dibattito interno al Partito Radicale è stato fiacco, o quasi inesistente; ho preso parte a riunioni, a seminari, talvolta a fasi di un Consiglio Federale in cui si era o ci si sentiva "incartati", e la parola passava dall'uno all'altro senza che si riuscisse a "chiudere il gioco". Conosciamo la storia: ormai da anni, il partito - pur ricco di idee politiche e capace di grandi iniziative su vari fronti - si è accorto di essere rinchiuso nel recinto della propria crisi economica, del resto sintomo di altre difficoltà. Come accade di solito a chi è prigioniero, il recinto non l'ha costruito da solo, ma a quanto pare glielo hanno messo intorno una serie di forze, o fattori, che conosciamo come partitocrazia, cartelli della stampa, "democrazia reale" e così via. Qualche volta riusciamo a saltare il recinto, o ad uscirne nel buio se lo lasciano aperto (ed ecco che teniamo congressi a Budapest, mandiamo un antiproibizionista al Parlamento Europeo, facciamo buone

cose a Catania od a Mosca); ma poi succede che ci riprendano e ci riportino dentro, o forse addirittura che ci torniamo da soli, non so se per errore o per necessità. Come un cavallo, magnifico quando è libero, vistosi prigioniero può intristirsi, e poi per altro può perdere l'abitudine alla sua libertà e quasi temerla, così il partito mi appare a volte ferito, introvertito, piegato su se stesso dopo avere scoperto che il cerchio intorno si è chiuso.

Il Consiglio Federale di Roma ha rappresentato una eccellente possibilità di uscire da questa logica. Si era aperto, difatti, in condizioni molto favorevoli: si era creata una tensione positiva, Marco Pannella aveva condotto un digiuno - per la prima volta dopo anni - e lo aveva concluso con un successo, il Consiglio riuniva compagni di molti Paesi fra i quali buona parte delle persone che hanno o hanno avuto responsabilità dirigenti nel partito, il materiale preparatorio non mancava, ed ancora vi erano come invitati alcune grandi personalità, chiamate anche a partecipare direttamente alla discussione sui problemi interni del PR. Così, i lavori sono stati complessivamente molto vivi, i contributi notevoli, i temi spesso affrontati con profondità. Tuttavia, è dopo il Consiglio Federale che ci troviamo, ancora una volta, di fronte alla crisi: in primo luogo perchè tutti i problemi sostanziali rimangono; e poi perchè siamo sempre in attesa di capire che strada concretamente imboccare, dopo le valide dichiarazio

ni di intenti che, a grandi linee, il Consiglio ha tracciato.

Quasi ogni mozione lascia infatti dei margini piuttosto ampi per la sua attuazione. Possiamo scegliere di percorrere preferenzialmente alcune vie e di tenerne quasi chiuse altre, ferme restando la consapevolezza ormai acquisita dello stadio di estrema resistenza del partito e l'indicazione del quadrumvirato come ultima forma di gestione. E sulle vie principali da percorrere può connotarsi il Partito Radicale di ora così come un possibile nuovo partito che nasca dopo l'eventuale chiusura.

A mio parere, il Partito Radicale ha senso ormai essenzialmente per tre aspetti: 1) l'essersi proposto come primo partito transnazionale, e l'esserlo per alcuni parametri effettivamente divenuto; 2) il definirsi come partito nonviolento, ed il legare a questa connotazione una parte considerevole della propria vita e delle proprie proposte; 3) il connotarsi come partito della democrazia politica, non come vuota formula di potere ma come prassi concreta, e per necessario contraltare il battersi contro il totalitarismo. La definizione di "partito dei diritti umani", a me cara seppure da alcuni negata, non è per me una quarta caratteristica, ma nasce dalla effettiva messa in pratica delle prime tre: quello della lotta per i diritti umani è sostanza terreno privilegiato di iniziativa, campo d'azione prioritario per un partito transnazionale, nonviolento, della democrazia politica.

E' dunque in queste tre definizioni che vedo il futuro del partito. "Abbinsi altri dell'altre arti il vanto", sintetizzava efficacemente Annibal Caro l'apertura virgiliana del Romane memento; e così siano altri ad occuparsi dell'amministrazione dei Comuni o dei sottosegretariati governativi, dei prezzi agricoli comunitari oppure - benché questo mi costi maggiormente - dell'apertura della caccia in Umbria od in Catalogna. Siano altri - aggiungo - ad esigere determinati limiti di velocità sulle autostrade, altri a verificare la purezza delle acque minerali; fermo restando che ciascun radicale bene farebbe, per hobby personale, a suggerire ad altri questa o quella cosa su tali materie, e magari a dedicare ad esse una parte - se mai ne dispone - delle proprie vacanze. E lotte come quella antiproibizionista acquistano per me una forte rilevanza per il partito proprio in quanto si configurano come azioni per la pienezza della democrazia politica, contro pretese "eticità combattenti" dello Stato; tuttavia, non so s

e non convenga lasciare il peso principale di questa iniziativa alla Lega Internazionale Antiproibizionista, giacché questa è operante e mi appare ben impostata, pur continuando come partito a seguirla.

Di contro, esistono fronti di lotta su cui soltanto il Partito Radicale, poiché transnazionale e nonviolento, può intervenire in modo davvero nuovo e produttivo, almeno potenzialmente, di notevoli risultati. Un esempio per tutti: la situazione sovietica. Lì si può respirare lo scontro fra due sistemi, fra due metafore forse della vita: il totalitarismo dominante - naturalmente, in una variante diversa da quella staliniana o ceauseschiana, non truculenta e non altrettanto scoperta - ed il sogno della democrazia politica; lì si può vivere una quotidianità grigia, non attenuata dai benefici del mercato, e coltivare una ricchezza ideale apertamente conflittuale con il regime. Transnazionalità e nonviolenza, unite al patrimonio tutto occidentale di utilizzazione del metodo democratico, sono messaggi fondamentali per migliaia di attivisti per la democrazia, per i diritti umani, per la difesa dell'identità culturale dei popoli oggi inclusi nei confini sovietici. La possibilità di essere membri di un partito non naz

ionale, sulla cui tessera figura non senza fondamento l'immagine di Gandhi composta da un'intersecazione di lingue, è preziosa per molti che vivono in Unione Sovietica: i settanta iscritti di oggi possono, solo con una serie di attenzioni, divenire i mille e più di domani; ed avrebbero tutti un ruolo importante, se è vero che una effettiva democratizzazione del "secondo mondo" riguarda tutti noi, non può essere concessa da un despota più o meno illuminato, deve essere fatta principalmente dai cittadini e non si può ottenere con la violenza. C'è un bisogno fortissimo, in Unione Sovietica, del messaggio e della prassi radicale; e proprio la rigidità del sistema può consentirci una incisività molto maggiore che di fronte a sistemi flessibili e permeabili, ma in grado di assorbire le nostre gocce di iniziativa in tempi molto rapidi.

Dov'è il fronte maggiore, è là che dovremmo muoversi. Ed oggi tale fronte - appare chiaro anche soltanto guardando la normale stampa, pur nella sua rozza superficialità - è indubbiamente quello dell'Est europeo. "Ma dove prenderemo tutti i soldi che per questo saranno necessari?", ci si può chiedere. "Abbiamo visto quanto costa fare un congresso a Budapest... figuriamoci a Mosca!", potrà dire qualcuno, già immaginando una tappa del nostro impegno. E posso aggiungere che "occuparci dell'Est" (tanto per utilizzare in questa sede un'espressione quanto possibile sintetica) vuole anche dire non dimenticare la Romania, e ricordarci del muro di Berlino, e seguire da vicino due situazioni che in questo momento stanno tentando pur fra difficoltà una strada esemplare: l'Ungheria e la Polonia, fra i pochi autentici "Paesi in via di sviluppo" del mondo contemporaneo. Ebbene, è un fatto che qualsiasi iniziativa noi si decida di intraprendere in Occidente dovremmo sostenere, però avere un analogo risultato, uno sforzo eco

nomico molto maggiore. Perchè un congresso a Roma od a Strasburgo abbia la stessa eco sulla stampa, ad esempio, dovremmo probabilmente spendere miliardi di lire per comprare spazi pubblicitari sui giornali, a meno che non si decida di farlo stando tutti in bilico sul Colosseo o con Pannella appeso al campanile della cattedrale alsaziana. In termini politici e di immagine, un buon investimento in una realtà di scontro rigido, nonché al centro dell'attenzione mondiale, rende molto di più che nella normalità occidentale. Ed il secondo partito - dove ne esista uno solo - fa certamente più notizia del tredicesimo; anche se l'uno è piccolo come Davide, e l'altro grande e grosso come Golia.

Oggi le fionde si chiamano telefax, computer, modem, carta stampata in varie lingue; e traduzioni, viaggi, videocassette. Le nostre pietre sono in realtà le idee; e la tecnica - vero valore aggiunto - deve il più delle volte essere la nonviolenza. Per le fionde di cui abbiamo bisogno, una volta chiarito come abbiamo intenzione di utilizzarle, è necessario inventare nuove risorse economiche, sapendo che la ricerca può essere lunga e non portare a risultati soddisfacenti: il fondo per la democrazia all'Est, lanciato nell'Agosto scorso, è però in embrione una buona strada, e non escluderei che possa venire perfezionata. Quanto alle idee, sono convinto che già ci siano. Forse dovremmo, alla prima occasione, salutare il recinto senza più nostalgie, e rigioire del rischio della libertà senza rimpiangere il sacco di biada che il domatore, dal suo ufficio di Montecitorio, da troppo tempo in fondo non ci nega.

 
Argomenti correlati:
pr
partitocrazia
nonviolenza
stampa questo documento invia questa pagina per mail