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Tatafiore Roberta - 6 dicembre 1990
Quel dicembre del Settanta
di Roberta Tatafiore

SOMMARIO: A chi appartiene la legge sul divorzio? Certo non alle femministe e neppure, se si guarda alle origini, alla sinistra. Storia di una trasversalità radicale e laica che seppe legarsi ai sentimenti popolari e diede buoni frutti.

(Noidonne, dicembre 1990)

Era l'epoca delle veglie, dei cortei, delle mobilitazioni. Delle fiaccolate, degli slogan, degli striscioni. Nella notte tra il primo e il due dicembre 1970 c'era un sit-in nella piazza del Pantheon, a Roma, mentre alla Camera si stava approvando la legge sul divorzio. Verso l'una la notizia: la legge è passata. Lampeggiano i flash dei fotografi su Marco Pannella con un cartellone appeso al collo su cui è scritto: "Argentina Marchei ha vinto, Paolo VI ha perso". Paolo VI era il papa, ma Argentina Marchei, che stava lì, esultante accanto a Pannella, chi era? "Una popolana di Trastevere", ricorda Emma Bonino, "la mascotte della Lid, dei radicali, dei divorzisti. Era stata sposata un anno e da 28 conviveva. Era una fuorilegge del matrimonio e aveva patito per questo, ora piangeva per la felicità". Emma Bonino, che a quei tempi ancora non c'era ("Sono arrivata dopo, io, con l'aborto"), ha organizzato la mostra storica, di testi e fotografie, che per tutto dicembre girerà in venti città italiane per celebrare il

ventennale del divorzio, battagli laica, anzi anticlericale, e riformista. Da quali ambienti politici e culturali ha avuto inizio? E quando ha avuto inizio?

"Il primo ottobre 1965, Loris Fortuna, deputato socialista, presentava in Parlamento un disegno di legge per l'istituzione del divorzio. Quella proposta sarebbe rimasta senza seguito come le altre che erano state presentate nelle precedenti legislature dell'Italia repubblicana, se non fosse sorto intorno un movimento popolare ad hoc, con implicazioni politiche ben più ampie del tema stesso, per iniziativa di un gruppo militante organizzato nel Partito Radicale", scrive Massimo Teodori nel libro "I nuovi radicali" (Mondadori). Pochi mesi dopo Pannella, assieme ai "nuovi" radicali Mauro Mellini, Roberto Cicciomessere, Alma Sabbatini, Massimo Teodori e pochi altri, fonda la Lid, Lega italiana per l'istituzionalizzazione del divorzio, che si rivolge direttamente ai cittadini, alla quale aderiscono parlamentari socialisti, socialdemocratici e del Psiup, magistrati e personalità della cultura. La Lid si muove fin da subito come gruppo di pressione per l'azione parlamentare. Che va avanti.

Nel 1967 anche il Pci presenta una proposta di legge, dopo che Luciana Castellina si era mostrata assai tiepida per questo "diritto borghese", mentre più sensibile si era mostrato Ugo Spagnoli, in quanto magistrato. Contemporaneamente entra in campo il settimanale "Abc", quello delle donne nude (di allora) che ospita nelle sue pagine la protesta della gente comune che non può "rifarsi una vita". In Parlamento, per diversi anni, si susseguono manovre diversive per non discutere la legge e i laici, che pure si sono tutti pronunciati a favore del divorzio, non riescono a dare un seguito operativo a questa scelta. Dopo le elezioni anticipate del 1968 (in piena contestazione giovanile) settanta parlamentari del Pci, Psu (Psi e Psd unificati) e Pri presentano un disegno di legge unificato. I liberali presentano un progetto a parte. "Lo firmai io", racconta Antonio Baslini, "e dovetti fare un atto di disubbidienza verso il mio partito. Tutti erano rigidi in quegli anni, anche i liberali, e il leader del partito, Ma

lagodi, si rifiutava di far parte di un fronte in cui c'erano anche i comunisti". Così il disegno di legge unificato prende il nome Fortuna-Baslini. Nel 1970 si arriva alla stretta finale: malgrado le crisi di governo a ripetizione, il fronte divorzista in Parlamento ha i numeri per farcela; e "la piazza preme". "Il 9 ottobre la legge modificata da emendamenti restrittivi contrattati dallo schieramento divorzista con la Dc, tramite la mediazione del senatore Leone, passava al senato", scrive Massimo Teodori. Tra le restrizioni c'era quella che stabiliva la possibilità di divorzio solo dopo cinque anni di separazione tra i coniugi. Infine, la storica nottata del primo dicembre.

"Come la maggioranza degli italiani anch'io ho festeggiato il divorzio", dice Adele Faccio, "ma in piazza non c'ero. Non ero ancora radicale. Avevo fatto la partigiana con Giustizia e Libertà e poi ero stata nel Partito d'Azione. Negli anni sessanta, ero su posizioni antiautoritarie estreme. Ero contro la famiglia e il divorzio mi sembrava una battaglia ancora dentro la famiglia. Come donna volevo l'assoluta libertà dai vincoli. E ancora oggi, per quanto riguarda il diritto agli alimenti dopo il divorzio ho dei dubbi. Fare la moglie non è un mestiere che va pagato, tantomeno a vita". E allora la domanda: la battaglia per il divorzio fu anche una battaglia delle donne? Risponde Liliana Ingargiola, negli anni settanta femminista nell'Mld, che era lì, quella notte al Pantheon con i divorzisti: "Lo fu, ma non nel senso che intendiamo oggi, dopo il femminismo. Io ero giovanissima e radicale perché con i compagni radicali condividevo amore, vita, sonno, cibo. Il movimento femminista, per lo meno a Roma, non era an

cora visibile e solo nel programma politico del Pr c'era la rivendicazione della libertà sessuale. Su questo si innestava la nostra opposizione alla famiglia coatta, voluta dalla chiesa, e su questo si sviluppò la richiesta del divorzio, che solo noi avevamo la coerenza giusta per portare avanti. Nel farsi della lotta, ho vissuto delle esperienze irripetibili. Il "personale è politico" era il pane quotidiano. Alla Lid mobilitavamo i pensionati, gli impiegati, le casalinghe. Ed era bellissimo vedere queste persone che all'inizio si vergognavano quasi di doversi esporre, dire che erano dei "concubini", mettere in piazza la loro vita privata, prendere coraggio, dignità, e una combattività incredibile. Le nostre strategie nascevano da persone che mai prima avevano fatto politica, né avrebbero mai pensato di farla. Ed erano strategie molto intelligenti, politicamente, non subalterne ai partiti e al Palazzo eppure capaci di costringere sui propri obiettivi partiti e Palazzo". E' la tesi di Massimo Teodori che scri

ve: "Il bersaglio del movimento popolare non erano i gruppi parlamentari in quanto tali, ma i singoli deputati e senatori, con una formula nel rapporto elettore.rappresentante del popolo molto più vicina alla tradizione anglosassone che non a quella nostrana".

Conclude Liliana: "La lotta per il divorzio era molto sentita dalle donne del popolo, che erano molto più vicine a noi di quanto non fossero ai partiti di sinistra o ai gruppi extraparlamentari. La critica alla famiglia e al ruolo della donna nella famiglia è venuta dopo. Ed è stata tutta un'altra storia".

 
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