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Azione Nonviolenta - 31 agosto 1972
La nonviolenza della marcia

SOMMARIO: Si è svolta la VI marcia antimilitarista e nonviolenta da Trieste ad Aviano (26 luglio al 4 agosto 1972), nonostante l'incredulità generale e i vari ostacoli incontrati quali la mobilitazione provocatoria dei fascisti (naufragata miseramente), i contrasti tra carabinieri e forze di polizia.

Questa grande marcia ha convinto anche alcuni militanti di Lotta Continua, che si sono addirittura aggregati, i compagni del Manifesto e la popolazione in generale perchè ha dimostrato la straordinaria capacità di azione del metodo nonviolento.

(AZIONE NONVIOLENTA, luglio/agosto 1972)

La marcia antimilitarista e nonviolenta da Trieste ad Aviano (150 km, circa, 10 giorni di ininterrotta manifestazione) "si è fatta", in tutte le sue tappe e secondo il programma di massima prestabilito. Nel clima e nelle condizioni in cui essa si è prodotta, è questo "semplice" dato di fatto che - prima ancora degli specifici elementi di successo registrati dalla marcia - balza in rilievo quale enorme aspetto "di valore politico" da ascrivere all'iniziativa.

A sottolineare stupiti e ammirati questo dato sono stati gli abitanti stessi dei luoghi attraversati dalla marcia. "Non avremmo mai creduto che una marcia del genere potesse riuscire a svolgersi in questa zona". "Se mai foste riusciti a muovere i primi passi da Trieste, eravamo convinti che la vostra marcia non sarebbe arrivata oltre la prima tappa, conclusa sulle camionette della polizia o in autolettiga".

A fondare questa convinzione c'erano ampie ragioni. C'era il particolare carattere nevralgico della zona: sia sotto il profilo patriottico - la terra del Friuli-Venezia Giulia, "intrisa del sangue glorioso dei caduti della prima guerra", "sacra alla memoria perenne della Patria", non ammetteva la profanazione di un discorso antimilitarista; sia sotto il profilo politico, che rendeva scottante quel discorso in una zona dove è acquartierato un buon terzo dell'esercito italiano e un notevole contingente di forze NATO. C'era inoltre, ragione forse ancor più inibente, la minacciosa mobilitazione fascista contro l'effettuazione della marcia, con innumeri manifesti volantini e fotografie di attacco e ingiuria ai marciatori, l'istigazione dei propri seguaci, della popolazione locale e della truppa a intervenire contro di essi, inviti espliciti alle autorità militari ad impedire la marcia anche con la forza, l'annuncio di una contromarcia da parte degli amici delle forze armate.

Il "miracolo" invece si è compiuto. Dobbiamo dare atto che un punto a favore ce lo hanno regalato in partenza gli stessi fascisti, con la sciocca mossa della richiesta al governo presentata di De Lorenzo e Birindelli perché la marcia venisse proibita. La risposta negativa del governo a tale assurda pretesa di metterlo allo scoperto (in un momento in cui aveva ancora tanto bisogno di continuare a lustrare la sua maschera di campione dell'ordine democratico) impedendo a priori il fondamentale diritto costituzionale alla libertà di espressione e manifestazione delle idee, era servita sia a dotare la marcia di un avallo ufficiale agli occhi dell'opinione pubblica, sia, ancor più importante, a fornire i marciatori di una copertura nei riguardi delle forze di polizia locali, trattenute da quell'avallo a ostacolare preventivamente la marcia con le abituali pretestuose immotivate ragioni di ordine pubblico.

L'ARMA DELLA NONVIOLENZA FATTORE PRIMARIO DI SUCCESSO

Come si è potuto compiere il "miracolo"? E' un giornale quale il "Corriere della Sera" che, pur in una descrizione addomesticata, si apre a fornirne la chiave data la enorme evidenza del fatto. In un suo ampio articolo del 5 agosto consuntivo della marcia, leggiamo: "La marcia aveva preso le mosse da Trieste, la sera del 25 luglio, sotto una gragnuola di uova marce, di pomodori e di patate. Le uova, oltretutto, avevano colpito in pieno il vice-questore e il capo della Mobile. Tre arresti, immediatamente effettuati, avevano dissuaso i gruppuscoli di estrema destra dal ricorrere nuovamente a tali proiettili. Uno straordinario e continuo servizio d'ordine, e "l'impegno nonviolento dei marciatori" (sottolineatura nostra - n.d.r.), hanno fatto il resto. Ragion per cui, a parte un tafferuglio, subito sedato, domenica 30 luglio a Udine, la marcia è giunta al termine senza gravi complicazioni".

Molto più che "a fare il resto", è indubbio per tutti che sono state propriamente l'impostazione e le tecniche nonviolente che si è riusciti ad assicurare in ogni momento delle svariate decine di ore di manifestazione, l'elemento preponderante, essenziale e decisivo di realizzazione della marcia.

MISEREVOLE NAUFRAGIO DELLA MOBILITAZIONE TEPPISTICA FASCISTA

Le provocazioni e gli attacchi dei fascisti non sono stati soltanto a Trieste, nella manifestazione serale di apertura della marcia. Essi vi si sono prodotti giorno dopo giorno, con ogni sforzo e accanimento, e favoriti dalla tolleranza, dalla compiacenza e dalla connivenza delle forze dell'ordine. Così hanno potuto ad ogni comizio-dibattito serale dei marciatori o in certi punti di transito del corteo, prodursi indisturbati a insultare, schiamazzare, minacciare, aggredire col lancio di uova e ortaggi. Soltanto che - ahimé per loro - si sono visti disinnescata la trappola della consueta infantile e suicida risposta della ritorsione: né rabbia dai marciatori, né insulti, né bastoni e contrattacchi. Urla e minacce venivano ricambiate con animo tranquillo e sorrisi, e con applausi il lancio degli omaggi alimentari (facendovi finanche onore, là dov'era possibile, mangiando i pomodori meno spiaccicati). Erano gli stessi marciatori che invitavano la polizia (seppure questa lo avesse voluto...) a non fermare i dist

urbatori e provocatori fascisti. E poi li si invitava al dialogo, a prendere la parola al nostro microfono: e questa era per essi la fine, annientati dalla incapacità di venire ad esprimere una qualsiasi idea, rimanendo così denudati per quello che erano, poveri diavoli attrezzati soltanto alla gazzarra e alla rissa, utili a chi li ispirava e manovrava proprio e soltanto in quanto intellettualmente nulli.

Cosicché, pur nella difficoltà del clima di tensione e nello sforzo costante perché non si sprigionasse la scintilla dello scontro, la stessa parata fascista faceva buon gioco alla marcia, ribaltandosi in uno stimolo di attenzione e in un aumento di credito per i marciatori da parte del pubblico, che nel confronto e nel contrasto ne trovava esaltato il comportamento pacifico e la seria vocazione democratica e dialogante. Privi in tal modo della repressione per atteggiarsi a vittime, negati del terreno loro congeniale dello scontro fisico che li avrebbe eccitati al ruolo di eroi, impediti nel gioco del tumulto di piazza che avrebbe autorizzato la polizia a infierire e stroncare la marcia, i fascisti sono stati ridotti alla impotenza e infine a quel ghetto di isolamento (erano oltre un centinaio a Trieste, poi sempre più calanti di numero) in cui si erano proposti di relegare i marciatori (forse anche immiseriti a rodersi e a beccarsi tra di loro per lo smacco e l'inettitudine plateali in cui erano stati ingab

biati da quegli inermi nonviolenti, "accozzaglia di invertiti, lesbiche e drogati", ai quali s'erano impegnati "a dare l'accoglienza che si meritano").

IL COMPORTAMENTO DELLE "FORZE DELL'ORDINE" - LA TENUTA CRESCENTE DELLA MARCIA FA ANCHE SORGERE CONTRASTI TRA CARABINIERI E P.S.

Una volta neutralizzato l'innesco della provocazione estremista capace di far degenerare la marcia nell'esplosione del tumulto di piazza, la polizia a sua volta, in tal modo esclusa dal suo terreno favorito, si è trovata a disagio. Superato il momento cruciale dell'inizio a Trieste, andando avanti la marcia contro ogni previsione e così raccogliendo un primo vistoso successo politico, le questure delle città successive hanno comunque continuato a lasciare spazio all'iniziativa provocatoria fascista, onde almeno riuscire ad accreditare la linea sussidiaria di tutori dell'ordine tra gli opposti estremismi, a giustificazione così dei massicci intimidatori schieramenti di forze e ogni sorta di intralci e divieti che contenessero in qualche modo la crescente affermazione della marcia.

Peraltro alla 5ª tappa di Udine, dopo la grande riuscita della precedente tappa di Palmanova dove anche centinaia di soldati avevano assistito al comizio-dibattito dei marciatori, le forze dei carabinieri (reparti speciali di essi erano stati scelti per il "servizio d'ordine" sulla marcia, al posto normale degli agenti di P.S.) hanno cercato di scavalcare la linea delle questure (sostanzialmente ineffettiva verso i marciatori, la cui tenuta nonviolenta riduceva inequivocabilmente a zero il gioco provocatorio fascista e lo confinava all'unico estremismo in campo), e di provocare direttamente lo schiacciamento della marcia. Il corteo, entrato ad Udine, era in passaggio sotto la sede del M.S.I. Dalle finestre dell'edificio, lancio furioso di uova e pomodori e patate: naturale arresto del corteo, e consueta risposta di sorrisi e applausi. Riavviatosi compostamente il corteo, un gruppetto di coda stentava a muoversi e rimaneva leggermente distaccato in sosta ancora sotto la sede fascista. Marco Pannella (ben cono

sciuto come uno dei "capi" della marcia) si riportava sul gruppo per sollecitarlo a riprendere il passo: nel contempo già stanno irrompendo i fascisti dalla loro sede, "hanno varco nel cordone dei carabinieri che vi stazionava", e si lanciano sul gruppetto. Finalmente il contatto fisico coi marciatori e il tafferuglio. Mentre alcuni di questi venivano malmenati, i carabinieri a tradimento e all'improvviso colpivano ripetutamente Pannella coi calci dei fucili, e con virulenza sulla testa (dovrà poi ricorrere alle cure di ospedale con quattro punti di sutura). Gronda il sangue, ma non c'è reazione dei marciatori. A questo istante sono gli stessi funzionari di P.S. che gridando intervengono sui carabinieri e li trattengono dal portare avanti il loro piano di pestaggio. E' questo intervento (ciò è importante sottolineare) un moto immediato e spontaneo: sono quei funzionari delle questure di Trieste, Gorizia e Udine che, avendo avuto da trascorrere giorni interi a contatto coi marciatori, discusso e familiarizzat

o con essi, finiscono col non saper più cooperare, e addirittura col contrastare, con la linea poliziesca del vertice, di repressione e di contenimento nei riguardi della marcia. E poco dopo in piazza, dinanzi a tutto lo stato maggiore delle forze dell'ordine, questore, vice-questori, commissari e funzionari sentono il bisogno di esprimere non soltanto "rammarico", ma "indignazione" e "nausea" per l'incidente trascorso.

Avviene qualcosa di più significativo ancora: il questore di Pordenone, sotto la cui giurisdizione cade la marcia dopo Udine, si fa assegnare un corpo speciale di P.S. e sottrae il personale controllo dei marciatori ai carabinieri, che resteranno da allora in seconda fila. E si susseguono screzi e scontri aperti fra funzionari di P.S. e ufficiali dei carabinieri; un primo immediato esempio è a Codroipo, la tappa successiva a quella di Udine. Al nostro avvicinarsi ad una caserma alle porte del paese, dinanzi alla quale avremmo dovuto transitare, erano stati fatti schierare all'esterno di essa alcuni plotoni di militari con i mitra spianati: si è verificato (rarissimo caso in questi decenni d'ordine democratico!) che la P.S. si sia comportata in modo chiaro e netto all'altezza delle sue funzioni istituzionali, costringendo gli ufficiali della caserma e quelli del servizio d'ordine dei carabinieri a fare rientrare all'istante i soldati armati. E quindi sino al termine della marcia, isolati i carabinieri sempre

torvi e minacciosi, e a contatto invece con le forze di P.S. oramai portate ad evitare che sorgesse sulla marcia ogni possibile incidente (si è arrivati - altra condizione rara - ad avere un questore che prendesse la parola al nostro microfono, a dar conto da pari a pari e a giustificarsi di sue prese di posizione sotto contestazione), i marciatori hanno conquistato un ulteriore spazio per lo sviluppo della loro azione in un clima più sicuro e disteso.

LA GRANDE LEZIONE DELLA NONVIOLENZA SMUOVE ANCHE I PIU' SCETTICI

Senza dilungarsi oltre (potremmo aggiungere a queste note moltissimi altri episodi e riferimenti) ci pare sufficientemente dimostrato questo insegnamento fondamentale della marcia - la sua lezione veramente grande e più fertile di sviluppi: cioè la straordinaria capacità di azione - di difesa e di lotta - del metodo nonviolento. Anche i più scettici della validità di questo metodo, si sono piegati a riconoscere che gli antimilitaristi armati della forza della nonviolenza sono riusciti in questa marcia a far breccia là dove ogni altra anche più solida e dotata formazione politica, agendo nel modo tradizionale di replicare all'avversario sul suo terreno provocatorio e violento, non ce l'avrebbe fatta ad andare avanti. Perché questo secondo modo avrebbe portato più che mai a consegnarsi alla solita trappola della rissa sterile e dell'alibi alla repressione violenta di piazza; tarpandosi quindi le ali per l'effettivo obiettivo di lavoro politico che ci si è prefissati di realizzare: la conquista del proprio diri

tto all'azione pubblica, il contatto diretto con la gente, l'azione di propaganda e di agitazione, e infognandosi invece nel contrasto con l'avversario fasullo e strumentale al sistema del manipolo teppista o con l'avversario mediato costituito dagli organi di polizia.

Ma il successo della marcia, nel suo proposito particolare di sperimentazione e di diffusione del metodo nonviolento, va anche oltre l'importanza di aver superato l'ostacolo di tali subalterni "avversari", fascisti e polizia - disarmati e isolati i primi nel loro teppismo impotente, senza alcun pretesto la seconda per intervenire a stroncare col suo consueto abito repressivo. Per noi il successo, anche più significativo, va registrato al livello dei più prossimi, effettivi, interlocutori: primi tra questi, altri compagni di lotta politica che dal nostro punto di vista sono in ritardo circa l'acquisizione di adeguati metodi di azione, poi l'opinione pubblica in generale.

"LOTTA CONTINUA"

Alcuni esempi precisi circa i primi. Si sono accompagnati alla marcia, partecipi o fiancheggiatori, dei militanti di Lotta Continua. La loro iniziale posizione nei riguardi del carattere nonviolento della marcia, da essi non condiviso, pesò per i primi giorni, provocando anche momenti di tensione e di dissenso. Poi di giorno i giorno, crescendo l'esperienza formidabile della marcia, abbiamo visto i militanti di Lotta Continua interni alla marcia mutare sensibilmente la loro preconcetta posizione e arrivare a farsi essi stessi zelatori delle tecniche nonviolente. Quelli esterni, che per le tappe iniziali venivano a schierarsi in servizio d'ordine e di contrattacco a difesa dei marciatori contro i fascisti, si sono trovata smontata la loro smania nella rivelazione che non c'era migliore forma di difesa e di iniziativa della nostra prassi nonviolenta.

"IL MANIFESTO"

Così c'è da dire per i compagni del Manifesto. Il Manifesto come movimento non soltanto non aveva aderito alla marcia, ma il suo quotidiano aveva addirittura ospitato attacchi miserevoli alla linea nonviolenta. Pochissimi giorni dopo la conclusione della marcia, ripercossasi sul Manifesto in via diretta l'eco dell'iniziativa ("un diluvio di lettere" erano arrivate alla redazione del giornale), esso si è portato con conveniente intelligenza ad un recupero di approfondimento del confronto, dedicando una intera pagina all'argomento della nonviolenza e del valore della marcia premettendo due colonne redazionali ad una serie di lettere pro e contro. Per il Manifesto, "la stessa asprezza delle posizioni" dimostrava "l'esistenza di un nodo di questioni che i compagni sentono con immediatezza, sulle quali devono misurarsi, fare i conti". Così, a chi voleva chiuso il dibattito con gli antimilitaristi nonviolenti, "scaraventando" - come scrive la redazione - "nel recinto dei reietti i pacifisti", essa rispondeva di ri

tenere doveroso e utile invece dargli spazio, perché "il tema tocca qualcosa di molto profondo".

"L'EFFETTO SU CHI HA VISTO LA MARCIA E CHI VI HA PARTECIPATO"

E infine la ripercussione della marcia nonviolenta sulla popolazione in generale. Presso questa non c'è modo ovviamente di registrarne subito in modo tangibile la reazione; ma è indubbio che, come singole persone della zona attraversata dalla marcia sono state attratte a simpatizzare e solidarizzare con noi per il modo creativo di condurre la nostra iniziativa, così per la moltitudine di persone che l'hanno seguita o ne hanno sentito parlare c'è stato un tramite vivo e attuale di riflessione e di più attenta considerazione per questo singolare metodo della lotta nonviolenta. Senz'altro molte onde, non immediatamente misurabili, sono state mosse, capaci di toccare punti ampi e lontani.

Un'ultima notazione. Tra i partecipanti alla marcia - per la prima volta convocata sotto il segno esplicito del principio e del metodo della nonviolenza - non vi era unanimità a questo riguardo (la genuinità della partecipazione era soltanto affidata, senza nessuna scelta o controllo preventivi, alla implicita adesione quanto al dichiarato carattere nonviolento dell'iniziativa; gran parte dei marciatori non si erano neppure mai conosciuti prima di allora). Consapevoli di questo limite, i gruppi organizzatori della marcia, pur predisponendo uno scritto di principi, tecniche e raccomandazioni a cui i partecipanti avrebbero dovuto uniformarsi, lo avevano intitolato "non-regolamento della marcia", ben sapendo che il concetto di un "regolamento" che vincolasse rigidamente i partecipanti in fase preventiva non soltanto non avrebbe di fatto trovato una piena rispondenza pratica, ma sarebbe anche stato fonte di inutili e insolubili dissapori e contrasti. In pratica, i convinti della nonviolenza sul piano del princip

io erano tra i marciatori una esigua minoranza (si può dire neppure un 20%), e forse soltanto una metà coloro che in partenza accettavano in pieno le tecniche di condotta nonviolenta. Nonostante ciò, la cosa ha funzionato, nell'evidenza palmare per tutti, una volta sul campo e nella diretta sperimentazione, della bontà del metodo di disciplina nonviolenta.

 
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