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Teodori Massimo, Ignazi Piero, Panebianco Angelo - 1 ottobre 1977
I NUOVI RADICALI: (4) Un partito alla ricerca di se stesso. Dal congresso di rifondazione (1967) a quello di rilancio (1972)
di Massimo Teodori, Piero Ignazi, Angelo Panebianco

SOMMARIO: L'interpretazione storica del Partito Radicale fondata sulla ricostruzione delle diverse fasi della vicenda radicale dal 1955 al 1977.

INDICE GENERALE

"Premessa degli autori"

Parte prima

STORIA DEL PARTITO RADICALE

I Dai Vecchi ai nuovi radicali

1 Il primo Partito Radicale (1955-1962)

2 Il centro-sinistra e l'ottimismo tecnocratico del benessere

3 Le nuove opposizioni in Europa

4 L'eredità del movimento goliardico

5 La sinistra radicale

"Note"

II La solitudine di una minoranza

1 La faticosa ripresa del nuovo gruppo

2 L'»Agenzia Radicale e le sue battaglie: Eni, assistenza, scuola

3 Unità e autonomia: si configura il conflitto con la vecchia sinistra

4 I radicali di fronte alle proposte di unificazione della sinistra

5 L'isolamento di una cultura politica diversa. Verso il congresso di rifondazione (1964-1967)

"Note"

III La campagna per il divorzio

1 La nascita e lo sviluppo del movimento divorzista con la Lid

2 Il movimento popolare e l'azione di pressione sul parlamento

3 Dal divorzio al referendum

4 I radicali nel movimento divorzista: significato politico generale

"Note"

IV Un partito alla ricerca di se stesso. Dal congresso di rifondazione (1967) a quello di rilancio (1972)

1 Attraverso il sessantotto

2 Le nuove iniziative: giustizia, sessualità, Concordato, liberazione della donna

3 Con antimilitarismo e obiezione di coscienza una caratterizzata presenza militante

4 I radicali e il sistema politico dalle elezioni del '68 a quelle del '72

5 Le difficoltà del partito verso il Congresso di rilancio (Torino 1972)

"Note"

V Con i diritti civili l'opposizione al regime

1 Dopo il rilancio, si moltiplicano le iniziative con un partito assai fragile

2 Gli otto referendum e il referendum sul divorzio

3 L'estate calda del 1974: la battaglia per l'informazione porta Pannella in Tv

4 I radicali di fronte alla »questione socialista

"Note"

VI Per una rivoluzione democratica

1 Azione diretta e azione popolare per l'aborto

2 Ancora sui diritti civili prende forma il partito federale. La carta delle libertà

3 Con le elezioni del 20 giugno 1976, i radicali in Parlamento

"Note"

VII Nel paese e nel Parlamento

1 Una minoranza in Parlamento

2 Il progetto referendario come progetto alternativo

3 Il conflitto tra comunisti e radicali

4 I motivi di vent'anni di storia radicale

"Note"

Parte seconda

ELETTORATO, MILITANTI, MOVIMENTO: UNA INTERPRETAZIONE SOCIOLOGICA

I I militanti radicali: composizione sociale e atteggiamenti politici

1 Premessa

2 La composizione sociale

3 I radicali e il Partito

4 Atteggiamenti politici generali

5 Il profilo socio-politico

6 Conclusioni

"Note"

II Il voto radicale nelle elezioni del 20 giugno 1976

1 Le caratteristiche generali del voto

2 Un consenso elettorale urbano

3 Un voto d'opinione

4 Le preferenze: la concentrazione su Pannella

5 Analisi di un caso: la Toscana

6 Considerazioni conclusive

"Note"

III Dalla società corporativa ai movimenti collettivi: natura e ruolo del Partito Radicale

1 Partito politico, gruppo di pressione, movimento: l'atipicità del Pr

2 Norme, strutture, carisma: le contraddizioni

3 Aggregazioni degli interessi, controllo sociale e movimenti spontanei

4 Sistema politico e società corporativa

5 Dalla contrattazione al conflitto

"Note"

APPENDICI

I Statuto del Partito Radicale

II Gli organi centrali del Pr

III Cronistoria delle principali vicende dei movimenti federati e delle leghe

IV Fonti e orientamento bibliografico

("I NUOVI RADICALI", Storia e sociologia di un movimento politico - Massimo Teodori, Piero Ignazi, Angelo Panebianco - Arnoldo Mondadori Editore, ottobre 1977)

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IV UN PARTITO ALLA RICERCA DI SE STESSO. DAL CONGRESSO DI RIFONDAZIONE (1967) A QUELLO DI RILANCIO (1972)

1. "Attraverso il sessantotto"

Nel quinquennio successivo al 1967 il paese attraversa l'una dopo l'altra due fasi intrecciate, provocate dal profondo mutamento della scena politica e sociale, e determinate dall'ondata di contestazione iniziata appunto in quell'anno. La prima è data dalla rottura del rapporto - che sembrava fino ad allora quasi immutabile - tra movimenti sociali e sistema politico con la crisi dei partiti della sinistra e dei sindacati, i quali per la prima volta dal dopoguerra vedevano messa in questione la propria rappresentatività dalle nuove forze emergenti, e assistevano alla nascita di movimenti (extraparlamentari e in parte extraistituzionali) alla propria sinistra. La seconda, che ha inizio all'incirca con la fine del 1969 (Piazza Fontana) ed è caratterizzata dalla reazione delle forze moderate e della destra eversiva all'ondata di movimenti sociali e di nuovi comportamenti collettivi che avrebbero potuto generare trasformazioni radicali del paese, tende a riportare gli equilibri politici verso il centro e la destr

a. Spinta innovatrice e reazioni conservatrici si intrecciano configurando così lo sfondo e la trama su cui si iscrive tutta la politica italiana nei primi anni del settanta.

Durante questo periodo i radicali, che avevano ricostituito formalmente il »nuovo partito nel congresso del maggio 1967 con l'approvazione di una nuova carta statutaria, furono per lo più impegnati nella battaglia per il divorzio [ vedi cap. III ], e solo marginalmente si trovarono coinvolti nei movimenti del tempo. Per ciò che riguardava il Pr, si trovavano infatti di fronte nel '68 fenomeni di ordine assai diverso: l'uno, quello radicale, rappresentato da un piccolo gruppo tutto teso ad affermare specifiche soluzioni per specifici problemi; l'altro, un movimento o movimenti collettivi spontanei che avevano la base di massa in determinati ambiti sociali e obiettivi più di contestazione generale che non di soluzioni particolari e concrete.

Già negli anni '66 e '67 l'ambiente del Partito Radicale a Milano e a Roma era entrato in contatto con il primo dei movimenti nuovi, quello di contestazione culturale dei beat, provos e situazionisti. E non era un caso che tra la contestazione neo-libertaria e il dissenso radicale si creasse una convergenza pratica dal momento che, alla metà degli anni '60, beat, capelloni e provos significavano tra le nuove generazioni un segno anticipatore della ventata antiautoritaria che sarebbe esplosa nei suoi aspetti di massa durante il 1968.

A Milano, dal novembre 1966, si erano costituiti gruppi anarchici-provos che davano vita a piccole manifestazioni contro la repressione ed i fogli di via per i capelloni, (1) in favore di una revisione della legislazione per i minorenni, e contro il militarismo in generale e in favore dell'obiezione di coscienza in particolare. Con metodi nuovi ispirati alla nonviolenza provocatoria, al messaggio esemplare di tipo situazionista, i gruppi facenti capo a Onda Verde, a Mondo Beat, e a Gruppo Provos-Milano 1, che avevano i loro animatori in Marco Maria Sigiani, Gianfranco Sanguinetti, Andrea Valcarenghi, Felice Accame e Aligi Taschera, si trovavano naturalmente insieme ai radicali che dell'antimilitarismo e più in generale della tematica libertaria e di liberazione sessuale erano i portavoce.

A Roma accadeva lo stesso fenomeno e non poche manifestazioni radicali furono preparate in comune con gruppi e individui appartenenti allo stesso ambiente: cosi quella del maggio '67 davanti all'ambasciata di Spagna con l'anarchico Pinki e il radicale-provo Luca Bracci inondati dagli idranti della polizia, e quella di piazza S. Pietro nella Pasqua 1967 quando fu dispiegato, all'apparizione del papa benedicente, uno striscione con la scritta »Un milione di aborti l'anno...trentamila donne muoiono di aborto clandestino vogliono la pillola...sì al controllo delle nascite , e ancora all'altare della patria per un teach-in antimilitarista. Ricorda Carlo Silvestro, che fu uno dei protagonisti di quella stagione; »Decidemmo così di appoggiarci [noi provos e beat] a tutti quelli che, anche se in una sola occasione, potevano trovarsi d'accordo col nostro genere di provocazioni. Naturalmente incappavamo nei radicali o sarebbe più giusto dire nei pannellisti, i figlioli di questo vecchio goliardo fuori corso che è s

empre stato l'unico uomo politico in Italia a capire cosa s'intenda con l'espressione "l'immaginazione al potere" . (3)

Ma quella beatnik e provo era in Italia una piccola avanguardia anticipatrice di uno stato d'animo collettivo, così come lo erano stati i situazionisti e arrabbiati di Nanterre in Francia, gli "hippies" negli Stati Uniti, e la generazione ritrovatasi intorno alla musica dei "Beatles" e al mondo psichedelico in Inghilterra. Il movimento studentesco esplodeva in Italia - imprevedibile e non previsto da alcuno - nel corso del 1967 ponendosi non già e non più come fatto sociale di massa. Dati generazionali, contraddizione universitaria specifica e situazione politica generale (4) contribuivano in egual misura a determinare quello che assunse le caratteristiche di movimento di massa.

I radicali - come del resto tutte le forze politiche, piccole o grandi che fossero - si trovarono in posizione esterna al movimento, pur se l'esistenza stessa del gruppo radicale aveva la sua ragion d'essere proprio in due nodi che si ritrovavano alla base dello stesso movimento: la necessità di rompere lo stagnante equilibrio politico con la ripresa di una iniziativa soggettiva della sinistra, e il rifiuto dei modi burocratici di far politica con il ricorso all'azione diretta. Ma ciò che i radicali anticipavano o auspicavano con l'intuizione politica di un gruppo assai ristretto, il movimento affermò con l'azione di massa, innescando al di fuori dello specifico terreno universitario insorgente, contestazioni e movimenti che rivelarono un nuovo volto del paese.

Non si può quindi parlare né di presenza radicale nel movimento del '68 né di contributi particolari. Interessa piuttosto far riferimento a come soggettivamente il gruppo radicale percepì il movimento e si pose nei suoi confronti, trattandosi - occorre precisarlo - di un rapporto di valutazione e non di un incontro nell'azione. Infatti quell'atteggiamento politico preso allora è significativo per tutto il successivo rapporto tra radicali e nuova sinistra marxista ed extraparlamentari di origine sessantottesca.

Una prima valutazione riguarda la rottura degli equilibri politici; in una nota apparsa su »Notizie Radicali

del giugno '68 si poteva leggere: »Ciò che ha rilevanza politica è che il movimento si sia costituito riaprendo, in Italia, nel giro di poche settimane anni di inerzia burocratica delle organizzazioni giovanili .(5) La nascita del movimento studentesco, e poi del dissenso cattolico e le nuove manifestazioni di lotta del movimento operaio sembravano confermare le analisi e le previsioni radicali, così come i metodi di »autogestione delle lotte nell'università, l'organizzazione libertaria dei gruppi spontanei e la maggior partecipazione della classe operaia... sono il terreno positivo che impedisce la cristallizzazione di gruppetti ideologici o l'affermazione di una direzione politica univoca .(6) Un documento del segretario nazionale del Pr, Gianfranco Spadaccia, non ignorava che i radicali erano rimasti estranei al movimento e non si nascondeva il fatto che »il partito ha finito per assumere un atteggiamento non dissimile da quello degli altri partiti di sinistra, l'atteggiamento cioè di chi si sente sorpre

so e scavalcato dagli avvenimenti, tanto più grave in una forza di minoranza che non può e non vuole contare sulle resistenze di autoconservazione proprie delle altre organizzazioni . (7) Venivano poi analizzati i contenuti e i metodi del movimento per evidenziare affinità e contrasti: comune all'azione radicale e a quella del movimento di contestazione era valutata la riscoperta

»dell'elemento soggettivo e volontaristico in un'azione che voglia essere davvero rivoluzionaria , (8) e positivo il rifiuto dell'economicismo e il carattere internazionalista. Al contrario si metteva in guardia contro il rischio della riproposizione di vizi tradizionali della sinistra italiana, e cioè

»l'astrattezza, il massimalismo, il rivoluzionalismo verbale, il settarismo, il dogmatismo ; (9) e, al tempo stesso, si richiamava la differenza tra lotta »contro il regime (riprendendo la parola d'ordine che era stata lanciata al congresso del novembre del 1967) e la lotta »contro il sistema o »contestazione globale che costituiva la linea direttrice della contestazione studentesca: »Noi dobbiamo superare questa situazione concludeva il documento »per la quale la sinistra, nelle sue componenti parlamentari ufficiali, non sembra riuscirsi a dare altro obiettivo che non sia quello della lotta a una formula e a un programma di governo, e che nelle sue componenti nuove ed extraparlamentari si da l'obiettivo suggestivo ma astratto della lotta contro il sistema... così pure dobbiamo sfatare la pretesa e falsa alternativa fra via pacifica e via insurrezionale alla rivoluzione . (10)

Vicini dunque al movimento del '68 ma impossibilitati a immergervisi per la difficoltà di superare il salto tra gruppo di minoranza e movimento di massa, i radicali compresero tuttavia il significato profondo di quel rivolgimento. E non è un caso che siano stati due radicali, Carlo Oliva e Aloisio Rendi, a scrivere un primo lucido e documentato studio su "Il Movimento studentesco e le sue lotte" in cui potevano, forse proprio grazie alle proprie esperienze politiche, mettere in risalto il tratto principale del movimento: »la duplice componente di una coscienza contestativa antiautoritaria e di una azione diretta con cui concretare la contestazione stessa, è fondamento... di una rivoluzione dell'individuo, della sua libertà e dignità...nella riconquistata voce del singolo e del piccolo gruppo, di fronte al soffocamento, apparentemente ineluttabile, di ogni espressione dissenziente nel conformismo di una società autoritaria e consumistica . (11) Ma proprio l'anno cruciale in cui si vedeva confermata la sensib

ilità politica dei radicali si chiudeva per questi con un congresso tenuto a Ravenna con la partecipazione solo di alcune decine di militanti, a conferma della limitatezza di energie su cui si potevano appoggiare a camminare le pur lucide interpretazioni del significato di quella stagione.

Il '68 nel momento in cui metteva in crisi il sistema politico, faceva affacciare l'ipotesi di una ricomposizione di forze come dati di movimento non solo nella realtà sociale ma anche negli sbocchi politici. Nasceva allora la speranza di una »nuova sinistra attraverso molteplici progetti e a partire da diverse esperienze: il movimento degli studenti; il dissenso nei partiti tradizionali delle sinistre; e il dissenso politico e quello dei cosiddetti »gruppi spontanei . Questi ultimi, di origine soprattutto ma non solo cattolica, tentarono di svilupparsi in un'organizzazione flessibile, associativa, intorno alla prospettiva di una forza di nuova sinistra che rinnovasse nei contenuti e nelle forme di organizzazione politica il panorama della sinistra italiana.

Un centinaio di gruppi si associavano fin dal novembre 1967 riunendosi a Rimini, (12) poi a Bologna nel febbraio 1968 in un convegno introdotto da una relazione di Wladimiro Dorigo sul tema "Credenti e non credenti per una nuova sinistra;" e infine nell'"Assemblea dei gruppi spontanei di impegno politico culturale per una nuova sinistra," tenutasi ancora a Rimini dall'1 al 4 novembre 1968.

I radicali guardarono con grande interesse lo sviluppo di tale aggregazione, sia per il processo di laicizzazione che nasceva dal dissenso all'interno del mondo cattolico, sia per la forma di organizzazione nuova ipotizzata, tendente a preservare le caratteristiche di ciascun gruppo di base collegato attraverso legami federativi: elementi entrambi che presentavano affinità ed omologia con ciò che il Pr aveva rappresentato nel mondo laico. Così essi si associarono all'Assemblea dei gruppi spontanei, (13) parteciparono localmente a iniziative comuni e alla stessa assemblea di Rimini del novembre 1968 dove una delle relazioni, le »lotte contro l'autoritarismo dell'apparato statale , fu tenuta dal radicale Teodori. (14)

Ma quella generosa prospettiva che faceva capo a un rigoroso intellettuale come Dorigo e al gruppo di »Questitalia intorno a lui, non riuscii in seguito a prendere corpo, lasciando il campo, sulle ceneri del '68, all'enucleazione di gruppi di natura avanguardistica e di stretta osservanza ideologica marxista o marxista-leninista.

I radicali, che dichiaravano di essere disponibili a dissolversi in un più ampio movimento nuovo, nei modi del far politica non meno che nei contenuti, come quello che si era intravisto con i gruppi spontanei, proseguirono il loro solitario cammino ancorati alle specifiche lotte che mai si erano stancati di proporre e riproporre anche nei momenti in cui sembrava più vicino un generale rivolgimento provocato dai movimenti del '68.

2. "Le nuove iniziative: giustizia, sessualità

Concordato, liberazione della donna"

Il congresso di rifondazione di Bologna del maggio 1967 fu essenzialmente dedicato ad approvare una nuova costituzione formale - lo statuto del partito nuovo - che tuttavia sarebbe rimasto per molti anni più un manifesto di indicazione programmatica che non una carta politico-organizzativa materialmente realizzata.

Lo statuto del 1967 configurava una organizzazione aperta del partito, a carattere federativo e libertario incentrato su entità autonome qualificantesi organizzazioni regionali con norme e caratteristiche di partito; formule associative libere, adesioni individuali e collettive anche limitate nel tempo e su specifici obiettivi; i congressi nazionali federativi deliberanti su pochi punti ritenuti vincolanti per tutti gli scritti se votati con maggioranza qualificata dei tre quarti dei presenti; assenza di vincolo degli eletti in assemblee legislative e amministrative; elezione diretta di un responsabile della politica finanziaria, il tesoriere, e bilanci rigorosamente pubblici.

Il concetto su cui si basava quello statuto era la contemporanea presenza, istituzionalizzata, di dati autonomistici associativi di base e l'impegno comune unitario su poche battaglie, cosicché fosse eliminato ogni motivo ideologico, sistematico e permanente di adesione all'organizzazione politica. L'autofinanziamento stava a significare il rifiuto del partito dei professionisti della politica e il rapporto tra battaglie da fare e consenso materialmente espresso su di esse da parte dei cittadini coinvolti con l'anticipazione della successiva posizione contro il finanziamento pubblico sotto forma di danaro; l'autonomia e il potenziamento della figura del tesoriere rispetto a quella dei partiti tradizionali sottolineava il valore della politica finanziaria legata strettamente alle scelte politiche e come presupposto di esse; l'autonomia delle associazioni (e delle forme associative) raccolte in partiti regionali che a loro volta si confederavano in un partito nazionale (e non un partito nazionale con organizz

azioni regionali) si contrapponeva alla struttura per province e piramidale su cui tutti gli altri partiti si modellavano, e anticipava l'ordinamento regionale non ancora attuato.

Il meccanismo istituzionale del partito, attraverso la sua forma statutaria, intendeva quindi assumere il valore di proposta politica all'intera sinistra, proprio in un momento in cui le forme di organizzazione tradizionali venivano messe in crisi dall'emergenza di nuovi movimenti sociali. »Questo perché - si leggeva in un'intervista su »Astrolabio all'indomani del congresso »un partito che sia esso stesso per primo laico non deve pretendere di fornire una risposta, comune e obbligatoria su tutti gli aspetti della lotta politica, ma solo su quelli che appariranno maturi e risolti nella coscienza generale dei militanti . (15)

Ma, per passare dalla costituzione formale a quella materiale ci vollero molti anni e solo allorché una serie di iniziative divennero di importanza generale e nazionale (dopo il 1974), e il partito passava dal piccolo e compatto gruppo alla costellazione di alcune migliaia di militanti solo allora la configurazione libertaria cominciò a trovare concreta attuazione, non senza incontrare difficoltà e contraddizioni.

Interventi o iniziative radicali si svilupparono tuttavia fin da allora gettando i semi di una rete tematica di progetti di diritti civili e di lotte e campagne di libertà che sarebbero progressivamente divenute di pubblico dominio. Nell'aprile 1967 la sezione romana del Pr organizzava insieme con l'Aied un dibattito su "Sessuofobia e clericalismo," relatori Luigi De Marchi e Fausto Antonini; (16) qualche mese più tardi, nel febbraio 1968, un convegno su "Repressione sessuale e oppressione sociale" (17) sviluppava ulteriormente l'argomento immettendo tematiche apparentemente non-politiche nel patrimonio di un gruppo politico. Al congresso del novembre 1967 una relazione sui diritti civili (18) inglobava sotto questo titolo numerosi aspetti della vita privata, tanto che in una mozione finale dello stesso congresso raccogliendo quel suggerimento si poteva leggere: »In Italia la tradizionale legislazione basata sui concetti di onore e di famiglia indissolubile, l'assenza di una politica demografica, la mancan

za di un'educazione sessuale, l'attivo e quotidiano avvelenamento dello sviluppo naturale dei bambini, la persecuzione di un'autorità, sono tutti fenomeni che rivelano il carattere non solo individuale, ma sociale del problema sessuale . (19) Veniva così anticipata la nozione »il privato è politico , che caratterizzò successivamente il movimento femminista e altri gruppi di liberazione esistenziale.

All'inizio del 1969, in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, i radicali romani organizzarono in Piazza Cavour di fronte al palazzo di giustizia una controinaugurazione pubblica aperta non solo a magistrati, avvocati e ad ogni altro operatore della giustizia ma anche a tutti i cittadini danneggiati dalle disfunzioni dell'apparato giudiziario: »Il problema della giustizia in Italia si leggeva nell'invito della manifestazione »non è un problema tecnico: è il problema dei diritti civili dei cittadini di seconda classe, un problema di strutture del regime che, su questi apparenti residuati di un'antica arretratezza, mira a costituire i pilastri di una particolare società paternalistica, baronale, consumistica e clericale . (20) Poco dopo si costituiva nel partito un gruppo facente capo agli avvocati Giuseppe Ramadori e Mauro Mellini per l'iniziativa di »Rivolta giudiziaria al fine di unire gli interessati »nella lotta per il diritto civile alla giustizia e per un diverso rapporto tra i cittadini

e lo Stato . (21)

Dove l'iniziativa di azione giudiziaria si combinò con una dimensione politica e con una campagna giornalistica fu l'atteggiamento dei radicali sul »caso Braibanti . Aldo Braibanti, un intellettuale schivo ed emarginato, fu processato nel 1968 e successivamente condannato nel gennaio 1969 a nove anni per plagio (assoggettamento di persone), un reato fino ad allora quasi sconosciuto alla giurisdizione italiana. Era evidente la montatura e forzatura giudiziaria per colpire, in un uomo che professava idee anarchiche, la diversità di costumi nella vita privata e per criminalizzare la singolarità di idee civili e politiche, quasi al fine di infliggere un esempio in un momento di crescente contestazione. In un primo momento Braibanti ottenne solidarietà e attenzione da una parte degli ambienti culturali e poi fu lasciato in questa sua vicenda quasi solo: e fu allora che i radicali ingaggiarono una pubblica campagna con scritti, appelli e manifestazioni per fare opera di verità su quel »caso . Contestando il giudic

e che aveva emesso la sentenza per le basi giuridiche e scientifiche su cui questa era fondata, e finendo così a loro volta condannati in tribunale per diffamazione come autori di articoli su »L'Astrolabio e

»Notizie Radicali , Pannella e altri radicali (22) fecero durante tre anni opera di controinformazione trasformando quello che poteva apparire come un caso privato in episodio pubblicamente noto del »comportamento violento (23) della giustizia.

Mentre era in corso la lunga vicenda del divorzio, con l'iter parlamentare interrotto dalle elezioni del maggio 1968 e poi ripreso con la nuova legislatura, i radicali tentarono di portare alla ribalta della scena politica l'annosa questione del Concordato tra Stato Italiano e Santa Sede e la sua abrogazione, sottraendo l'argomento al campo dello studio. Già nella mozione del congresso del novembre 1968 era apparsa per la prima volta l'indicazione di un referendum abrogativo del Concordato »da iniziare subito dopo l'entrata in vigore della legge istitutiva del referendum , (24) un impegno ripreso al congresso dell'anno successivo al primo punto della risoluzione operativa, (25) e ribadito ulteriormente nel novembre 1970, un mese prima della definitiva approvazione della legge Fortuna. (26)

Passato il divorzio, i tempi sembravano maturi ai radicali per innestare su quel successo la campagna anticoncordataria come naturale sviluppo di quella prima conquista laica. Del resto due nuovi elementi potevano favorire il decollo della iniziativa radicale: l'approvazione della legge istitutiva del referendum abrogativo, subito usato dalle forze clericali nella primavera del 1971 contro il divorzio, e la messa all'ordine del giorno dei lavori parlamentari della questione stessa del Concordato con l'emergenza di proposte revisioniste sostenute sia dal mondo cattolico sia dalle forze laiche ufficiali.

L'11 febbraio 1971 si tennero a Milano una serie di conferenze nazionali di minoranze repubblicane e liberali, di divorzisti e di credenti, le quali dettero vita in seguito a un'unica assemblea nazionale comune che deliberò la costituzione di un autonomo organismo quale la "Lega Italiana per l'abrogazione del Concordato" (Liac).

In parlamento, deputati e senatori della Liac, o vicini ad essa, sotto la sollecitazione radicale, presentarono tra marzo ed aprile mozioni e proposte di legge anticoncordatarie: al Senato fu attivo l'indipendente di sinistra di estrazione cattolica Giammario Albani insieme a Parri, Simone Gatto (ind. soc.) e ai socialisti Jannuzzi e Fenoaltea; alla Camera firmarono le mozioni alcuni parlamentari del Psiup e del Manifesto, i socialisti Scalfari, Fortuna , Mussa-Ivaldi, l'indipendente di sinistra Basso e il liberale Bonea. (27) Contemporaneamente la segreteria del Pr inviava a tutti i parlamentari laici un documento in cui si argomentavano le tesi abrogazioniste nei contenuti e come necessari punti di partenza anche per i revisionisti: »D'altra parte diceva il documento »la revisione per la revisione e la preoccupazione di liquidare il movimento anticoncordatario, indeboliscono le forze politiche in qualsiasi trattativa privandole della sola carta che esse potrebbero validamente spendere nei confronti del Va

ticano, quella di un incalzante movimento che si accinga a travolgere quelle norme che la Santa Sede si ostinasse troppo a lungo a difendere e conservare .(28)

All'azione di pressione sulle forze politiche che non trovarono in parlamento neppure la strada modificativa della revisione, faceva riscontro una prima campagna di mobilitazione che si articolò in quel 1971 nella raccolta non ufficiale di alcune centinaia di migliaia di firme in favore dell'abrogazione: un atto che voleva rappresentare sia una prima risposta al referendum antidivorzio sia un'anticipazione della vera e propria iniziativa referendaria.

Negli anni successivi i radicali avrebbero ancora tentato due volte (29) di raccogliere il mezzo milione di firme per proporre una soluzione alla questione concordataria che il parlamento non era in grado di dare, senza mai arrivare al compimento, fino al 1977 quando furono raccolte le firme per quel referendum insieme ad altri sette.

Alla fine del 1969 si apriva un altro fronte radicale con l'introduzione di una tematica che sull'onda dei movimenti antiautoritari del '68 era già apparsa in altri paesi occidentali, specialmente negli Stati Uniti. E' proprio sulla base dell'esperienza americana che nel gennaio 1970 veniva organizzato per iniziativa di un militante e studioso radicale che ben conosceva la scena d'oltreoceano, dapprima un rapporto sul movimento di liberazione della donna nella nuova sinistra americana e poi un seminario di lavoro politico. (30)

L'iniziativa e i dati informativi proposti in quegli incontri cadevano su un terreno assai ricettivo, sia in ambiente radicale che più in generale per la nuova sensibilità sviluppatasi con le lotte antiautoritarie. Di qui prendeva le mosse un gruppo costituitosi in " movimento di Liberazione della Donna", (31) collegato federativamente al Pr, che proponeva con un manifesto alcuni temi di lotte basati sulla specificità della situazione della donna in Italia : »La discriminazione, l'oppressione e lo sfruttamento della donna e sulla donna si dichiarava nel manifesto »sono di natura specifica rispetto ad altri tipi di oppressione dell'uomo sull'uomo e si riscontrano in diversi momenti: economico, psicologico e sessuale .(32) Gli obiettivi di

lotta, già fin da quell'iniziale dichiarazione di intenzioni, erano cosi articolati: informazione sui mezzi di contraccezione, liberalizzazione e legalizzazione dell'aborto, azione nella scuola e contestazione dei miti istituzionali, socializzazione dei servizi e asili nido, contestazione del diritto di famiglia, azione contro il rapporto autoritario maschile. (33)

Nel febbraio 1971, su iniziativa dell'Mld, si teneva la prima assise nazionale per la liberazione della donna e, subito dopo, i gruppi femministi, operanti in collegamento con il Partito Radicale e ad esso uniti da rapporto federativo, iniziavano azioni di rottura. A maggio veniva proposto dall'Mld un disegno di legge sulla soppressione dell'Onmi e per la liberalizzazione dell'aborto, dal momento che proprio questo tema veniva scelto dal movimento »come una battaglia per scardinare la situazione di sudditanza sociale della donna . (34)

Nel paese si andavano nel frattempo sviluppando diversi gruppi femministi, tra loro uniti da un comune sentimento di movimento collettivo di liberazione, ma divisi dal rapporto con le forze politiche, dal problema della partecipazione maschile alle lotte femminili, e dalla necessità o meno di affrontare battaglie di trasformazioni istituzionali di leggi.

L'Mld era, sull'aborto, alla testa dell'iniziativa concreta: iniziava nel maggio 1971 una sua militante, Matilde Maciocia, (35) seguita poi un'azione collettiva firmata da molte centinaia di donne sulla linea di disobbedienza civile già effettuata in Francia e Germania; (36) e contribuiva con l'agitazione nella pubblica opinione a provocare iniziative legislative prese nel giugno 1971 al Senato ed in ottobre alla Camera da parlamentari socialisti. (37)

Durante il 1972 la liberazione femminile, e in particolare l'aborto, erano temi non riguardanti più soltanto piccoli gruppi ma divenivano oggetto di sempre più ampia trattazione anche nella stampa. E l'azione delle radicali dell'Mld, che pur non erano le uniche all'interno di un movimento che si andava ingrossando come movimento con radici nella sensibilità collettiva, rappresentava tuttavia l'ala concreta dello schieramento. Le femministe radicali inviarono ventimila firme per l'aborto al papa, determinando una reazione dello stesso pontefice e degli ambienti cattolici, (38) e polemizzarono con la posizione moderata del Pci che frenava la stessa partecipazione dell'Udi al fronte femminista per l'aborto. (39)

All'inizio del 73, mentre la conferenza Episcopale Italiana si occupava della questione ribadendo la ferma opposizione alla legalizzazione dell'aborto, Loris Fortuna, come già aveva fatto con il divorzio, presentò l'11 febbraio 1973 un progetto di legge di parziale depenalizzazione dell'aborto, su cui l'Mld si pronunziava favorevolmente dichiarandolo »un punto di partenza utile per la battaglia di liberalizzazione .(40) La questione, ancora una volta per impulso soprattutto radicale, era divenuta una questione di interesse nazionale.

3. "Con antimilitarismo e obiezione di coscienza una caratterizzata presenza militante"

Già fin dal primo suo enuclearsi come posizione politica autonoma la sinistra radicale all'inizio del decennio aveva ipotizzato un'analisi delle società industriali avanzate europee in cui, insieme con quelle del terzo mondo e dei paesi cosiddetti socialisti, le strutture militari erano individuate come veicoli di governi autoritari. Anche in ciò si manifestava la distanza dell'europeismo e dall'occidentalismo del mondo laico da parte dei nuovi radicali che tuttavia non aderivano, con quella estraneità, a posizioni neutralistiche di stampo e di tradizione socialista improntate talvolta a carattere nazionale o nazionalistico. L'accento sul pacifismo attivo come politica, collegava i radicali - come si era del resto realizzato anche concretamente con l'adesione alla Confederazione Internazionale per la pace e il disarmo all'inizio degli anni sessanta - alle minoranze occidentali che si erano dapprima schierate contro l'armamento nucleare e poi in favore di una politica di disarmo unilaterale (dei singoli paesi

) e di resistenza alle strutture militare.

Nelle mozioni congressuali dalla rifondazione in poi si richiamava costantemente il tema antimilitarista indicandone di volta in volta in maniera specifica gli obiettivi di lotta: nel 1967 la conversione delle strutture militari in strutture civili e l'uscita dalla Nato; nel 1968 il Pr si impegnava a promuovere un movimento antimilitarista »capace di determinare il distacco delle masse dalle istituzioni militari e dai miti nazionali e nazionalisti attraverso la lotta contro gli organismi militari, i loro collegamenti internazionali, la loro logica di espansione e di prevalenza rispetto ad istituzioni ed esigenze civili... ; (41) nel 1969 oltre che per la marcia antimilitarista i radicali prendevano l'impegno alla pubblicazione di un libro bianco sulla militarizzazione della Sardegna; nel 1970 era indicato un collegamento dell'azione antimilitarista del Pr con le organizzazioni internazionali e una sollecita approvazione della legge sull'obiezione di coscienza, caratterizzata dalla detrazione delle spese per

il servizio civile dal bilancio del ministero della difesa; nel 1971 era riaffermata la scadenza del congresso antimilitarista; e nel 1972 erano individuati quali obiettivi la trasformazione della stessa legge per l'obiezione di coscienza oltre alla promozione del referendum abrogativo dei codici militari e delle leggi istitutive dei tribunali e carceri militari. (42)

All'attuazione di questa tematica costantemente ribadita, corrispondeva sia l'azione diretta con modalità analoghe a quelle usate per altri temi, sia l'iniziativa per mettere in atto trasformazioni legislative. Si è già ricordato come a Milano nel 1966-1967 il piccolo gruppo radicale avesse trovato collegamento e consonanza con ambienti neoanarchici, beatnik e situazionisti in comuni manifestazioni di tipo antimilitarista. Giorgio Cavalli, Aligi Taschera e Andrea Valcarenghi furono arrestati in occasione della sfilata militare del 2 giugno 1967 per aver diffuso volantini iconoclasti sull'esercito; e, qualche mese dopo, l'obiezione di coscienza politica di quest'ultimo venne organizzata dalla sede radicale di Roma.

Con l'estate 1967 si era cominciata a svolgere la "Marcia antimilitarista" sul percorso Milano-Vicenza, in seguito ripetuta nella stessa regione fino al 1972. La marcia offrì per la prima volta in Italia un luogo e uno spazio concreti di incontro per militanti animati da sentimenti antimilitaristi e provenienti da diverse esperienze e diverse appartenenze ideologiche. L'iniziativa itinerante teneva insieme per una decina di giorni alcune migliaia di militanti intorno a dibattiti, scambi di esperienze, discussioni interne e opera di propaganda verso le città e campagne toccate dal variopinto corteo.

Con le marcie il pacifismo italiano, che pure aveva una piccola tradizione sia di tipo cristiano-evangelico che di tipo laico-gandhiano che aveva fatto riferimento ad Aldo Capitini, (43) usciva dalla dimensione del piccolo gruppo per proporsi come elemento politico agglomerante. Le marcie, organizzate dai radicali con la partecipazione di anarchici, pacifisti di diverso orientamento, extraparlamentari anche di fede marxista o marxista-leninista, generici militanti di sinistra, al tempo stesso momento di azione e momento di riflessione collettivo.

Quando nel 1972 la marcia annuale mutò percorso per svolgersi tra Trieste e Aviano nel Friuli e toccare luoghi ritenuti sacri dalla retorica nazionalista e dai miti irredentisti, la destra con i deputati Msi già militari, Birindelli e De Lorenzo, tentò senza successo di far vietare la manifestazione. La scelta di quei luoghi per l'iniziativa, come già alcuni anni prima la manifestazione dell'Altare della patria a Roma, e gli atti dimostrativi costantemente effettuati ogni anno nella ricorrenza del 2 giugno e del 4 novembre, tendeva a riguadagnare alla sinistra democratica e pacifista il diritto di rendere ragione alle vittime delle guerre, e non lasciare alle forze eredi di passate responsabilità il monopolio di tali celebrazioni.

Alla posizione antimilitarista radicale contribuivano elementi diversi: l'avversione ai valori militari, militareschi, e del militarismo autoritario in contrapposizione a quelli della non-violenza e del libertarismo; l'analisi del peso dei gruppi facenti capo all'esercito e ai servizi segreti (come nel decennio 1964-1974), anche in un paese come l'Italia con scarsa tradizione e poco peso delle strutture militari; la lotta alla dimensione strutturale degli armamenti dei paesi industriali, l'avversione al giacobinismo presente anche nella sinistra con la fiducia nei miti della forza e del »popolo in armi come presunto fatto democratico; infine, la valutazione, del »nuovo pensiero militare come una delle importanti correnti in espansione nella società contemporanea.

Che questa impostazione fosse assai polemica non solo verso le forze moderate ma anche verso l'assetto esistente, lo si vide in occasione dell'azione internazionale compiuta nel settembre 1968 da quattro radicali nell'Europa orientale. Marco Pannella, Marcello Baraghini, Antonio Azzolini e Silvana Leonardi, per protestare contro l'invasione sovietica di Praga dell'agosto, si recarono nella capitale della Bulgaria, Sofia, inscenando una pacifica distribuzione di volantini in cui si condannava l'occupazione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del patto di Varsavia, una occupazione che rafforzava la Nato e riduceva le possibilità di mettere fine alla guerra in Vietnam. Lo slogan »Basta con la guerra nel Vietnam, basta con la Nato, basta con la occupazione della Cecoslovacchia ben sintetizzava la posizione del pacifismo del dissenso occidentale che aveva promosso le manifestazioni nell'Europa dell'Est attraverso l'organizzazione internazionale degli obiettori, "War Resisters' International" (Wri), con c

entro a Londra.

Il significato delle nuove ideologie militari correnti in Occidente veniva puntualizzato al I· congresso antimilitarista organizzato a Milano nel novembre 1969: »Il nuovo pensiero militare diceva la relazione d'apertura »è quello che teorizza la dissoluzione dell'esercito e la militarizzazione della società civile... Poiché l'unica ipotesi di guerra oggi storicamente possibile è quella di una guerra che spacca il dato fittizio dello stato nazionale come dato prevalente rispetto ad altro interesse o sentimento comunitario, si organizza il cittadino non in quanto italiano o francese, ma in quanto produttore e in quanto uomo d'ordine. Non sciopererà perché dovrà difendere l'ordine, perché c'è lo stato di guerra o di emergenza... In un momento di crisi il nuovo pensiero militare sta preparandosi a fornire strumenti ideologici e soluzioni politiche e istituzionali alle contraddizioni di un capitalismo che vede venir meno la dimensione imperialista tradizionale, su cui fondava tanta parte della sua capacità stor

ica di essere classe dominante. Le tecniche di sfruttamento devono ammodernarsi perché questo permanga e possa svilupparsi. Le contraddizioni più gravi devono essere risolte ed impongono a volte l'esercizio della violenza all'interno dello schieramento di classe . (44)

Se l'antimilitarismo attivo con il tentativo di abbozzare analisi specifiche dell'influenza delle strutture e delle ideologie militari ha nutrito in generale i radicali lungo un decennio, l'obiezione di coscienza e non solo come atteggiamento morale, ha rappresentato la specifica riforma che il Pr ha posto come limitato, concreto e possibile obiettivo di azione.

Fino al 1968 gli obiettori in Italia erano stati pochi, (45)

provenienti nella massa dai testimoni di Jehova e solo con alcuni casi individuali per lo più di matrice cristiana. Grazie all'azione radicale e al più generale clima del paese, con il '68 aumentavano le obiezioni motivate da ragioni politiche (46) sicché l'azione per il suo riconoscimento divenne uno degli impegni radicali.

Alla promozione della »Lega per il riconoscimento della obiezione di coscienza durante il 1969 a Roma, (47) i radicali parteciparono insieme ad altre componenti; e nel momento dell'assemblea costituente del 1· febbraio 1970 essi fecero inserire, non senza resistenze da parte dei più, il principio che la lega avrebbe sostenuto »l'attribuzione al servizio civile di somme del bilancio dello Stato già attribuite al Ministero della Difesa in relazione alle diminuite spese dello stesso Ministero e alle necessità istituzionali e funzionali del servizio civile . (48)

Nel sostenere questa posizione, che considerava l'obiezione di coscienza un fatto politico e non solo come fatto privato, e al tempo stesso tendeva a dilatarne il significato nella contestazione delle strutture militari, i radicali si trovarono in conflitto con due altre posizioni antimilitariste. Da una parte si trovavano i pacifisti moderati e legalisti, e dall'altra v'era l'atteggiamento degli extraparlamentari, in particolare di Lotta continua, che fin dalla sua costituzione nel 1969 aveva dedicato particolare attenzione alla questione militare con la formazione del gruppo »Proletari in divisa . Questi, pur non rifiutando aprioristicamente l'obiezione in sé come strumento di lotta, ritenevano che la lotta per il suo riconoscimento fosse insufficiente "innanzitutto perché soggettivamente e oggettivamente limitata all'esterno delle caserme", e poiché restava "un fatto esemplare-dimostrativo più che politico". (49)

Mentre si andavano moltiplicando, perché organizzate, le obiezioni di gruppo con motivazioni politiche, venivano presentati nel 1970 alcuni progetti di legge (50) i quali tuttavia non venivano discussi e approvati. Per cui l'azione radicale fu diretta per oltre due anni ad accelerare i tempi della riforma e ad impedire che passasse una legge giudicata cattiva. L'iniziativa si valeva di diversi strumenti: l'agitazione nella pubblica opinione (digiuni di protesta, appelli); la pressione sul parlamento (migliaia di cartoline alla commissione difesa della Camera); l'azione diretta e la pressante sollecitazione che proveniva dalle stesse vicende degli obiettori e dai loro processi (manifestazione in occasione del processo agli obiettori Mario Pizzola e Matteo Soccio al tribunale militare di Torino nel settembre '71. (51) Nel marzo 1972, Roberto Cicciomessere, ex segretario del Pr, dava seguito all'attività antimilitarista che lo aveva caratterizzato, consegnandosi alle autorità militari insieme a una decina di al

tri obiettori, e proseguendo poi la sua lotta all'interno del carcere di Peschiera con la pubblica denuncia delle condizioni e del trattamento degli obiettori secondo le norme dei tribunali e dei carceri militari. (52)

Il 20 settembre si teneva a Roma una pubblica manifestazione a Piazza Navona con la partecipazione insieme ai radicali dei socialisti Riccardo Lombardi e Loris Fortuna, del comunista Umberto Terracini, di lotta Continua e del Manifesto, con l'obiettivo congiunto - dato il momento politico - di liberare dal carcere »i prigionieri politici del momento (cioè Valpreda e gli altri anarchici accusati della strage di Piazza Fontana). Il successivo primo ottobre aveva inizio uno sciopero della fame collettivo di radicali, proseguito poi, dopo il 18 ottobre, ad oltranza da Pannella e dal radicale credente Alberto Gardin, fino a quando il presidente della camera Pertini non si impegnò, il 4 novembre, a porre rapidamente all'ordine del giorno della camera la votazione della legge per gli obiettori che fu quindi approvata, sotto la sollecitazione di queste pressioni, il 15 dicembre.

Nel gennaio 1973, ottenuta la riforma con il principio dell'obiezione entrato a far parte dell'ordinamento giuridico, si costituiva la "lega degli obiettori di coscienza" (Loc) federata al Pr, (53) per affrontare i temi specifici derivanti dal nuovo assetto giuridico e per continuare l'agitazione antimilitarista dentro e fuori l'esercito.

4. " I radicali e il sistema politico dalle elezioni del '68 a quelle del '72 "

Dopo aver rifondato formalmente il partito, i nuovi radicali si muovevano, come abbiamo visto, su iniziative riguardanti singoli temi: divorzio, assistenza pubblica, battaglie giudiziarie, sessualità, concordato, antimilitarismo, e poi liberazione della donna. Quale la trama di fondo che teneva unite queste diverse azioni e quale il rapporto con le forze della sinistra storica?

Dalle colonne de »L'Astrolabio nella primavera del 1967 un commentatore dava voce a degli interrogativi che accompagnano diffusamente l'azione radicale: »Perché un partito? Il capitale di energie che i giovani dirigenti del Pr impegnano con generosità così ammirevole è davvero impiegato nel modo più proficuo? O non troverebbe migliore utilizzazione in altre forme, in altri partiti? . (54)

In realtà tutta l'azione del Pr in quegli anni era tesa a costruire una posizione politica sulla base di singole battaglie e di un rapporto con la sinistra storica esclusivamente misurato sull'adesione ai contenuti delle stesse battaglie.

L'ostinata proposizione di una presenza autonoma nella sinistra si esplicava attraverso un metodo che poteva essere paradossale nel panorama politico italiano e che perciò appariva estraneo alla cultura e alla pratica delle classi dirigenti della sinistra: nel mentre veniva confermata in continuazione la volontà unitaria a sinistra, erano messi in moto temi di lotta, i quali, proposti come unitari e qualificanti dai radicali, erano ritenuti eccentrici se non polemici da gran parte delle correnti maggioritarie del mondo comunista e socialista.

Anche sul piano elettorale la presentazione di un corso autonomo radicale era continuamente ribadito e confermato. Nel 1968, in polemica con il Pci sul divorzio e distante da un Psi tutto governativo, la maggioranza del partito dava l'indicazione della scheda bianca, con la motivazione che le forze nuove della sinistra non avevano alcuna possibilità di essere presenti efficacemente nel gioco elettorale, e per l'uso esclusivo da parte dei »partiti tradizionali rappresentati in parlamento degli strumenti di formazione e informazione della opinione pubblica e in primo luogo della Rai-Tv . (55) Apparve lì per la prima volta la polemica sull'uso dei mass media e sulla loro centralità nel gioco democratico per la creazione di consenso e dissenso politico. In realtà la linea astensionistica era in quel momento il riconoscimento dello stato politico-organizzativo di una forza che faceva molto più politica di quanto le sue complessive energie glielo permettessero. E il gruppo milanese, che non concordava sulla sched

a bianca, si presentò nella circoscrizione Milano-Pavia, verificando con l'esiguità del risultato elettorale (56) la distanza tra intenzioni politiche e possibilità oggettive di trasmissione del messaggio politico radicale e l'inconsistenza di posizioni radical-gruppuscolari.

Alle elezioni regionali del 1970 la linea astensionista elettorale si interrompe con un'indicazione di voto al Psi, negoziato con un accordo politico tra i due partiti sulla base di tre impegni socialisti verso i radicali: un sollecito voto parlamentare sul divorzio, la discussione di una legge per l'obiezione di coscienza, e il sostegno alla campagna per la raccolta delle firme per il referendum anticoncordatario. (57)

L'interruzione dell'atteggiamento elettorale astensionistico precedentemente enunciato non a caso si compì su impegni di cose specifiche e non su confluenze generiche; e portò i radicali vicini a un Psi che, uscito dalla scissione con i tanassiani, viveva in quella stagione la contraddizione di partito al tempo stesso legato a una formula di governo e capace di produrre al suo interno posizioni ed azioni dinamiche in conflitto con l'alleanza di centro-sinistra con la Democrazia cristiana. Si leggeva nel fondo del giornale dedicato all'accordo che »La verità è che il Psi non è - perora - di governo . (58) La speranza radicale in una trasformazione socialista si basa proprio sulla disponibilità del Psi, o di una sua parete, alle proposte radicali: »Non si rafforzano ed esaltano obiettivi concreti di liberazione umana e civile senza con ciò fare, già ora e qui, l'accordo con noi radicali è certamente indice, più che fattore determinante e consistente. Ma sosteniamo che questo accordo... è prezioso e unitario.

.. per la lotta democratica in Italia . (59)

Dopo l'approvazione del divorzio e la constatata difficoltà di far procedere rapidamente l'azione anticoncordataria, anche l'ipotesi che potesse sempre più allargarsi l'area di collaborazione con il Psi andava rapidamente diminuendo. La situazione del paese tra il 1970 ed il 1971 si aggravava per la strategia della tensione con conseguente spostamento a destra degli equilibri politici. Tutta l'azione per il divorzio aveva colto di sorpresa la classe dirigente, compresa quella di sinistra, e non era facile per i radicali ripetere con successo l'azione combinata di guerriglia politica e di pressione sulle forze politiche istituzionali. La strategia che le singole lotte sottintendevano cominciava ad essere chiara negli effetti ed a suscitare quindi reazioni. La tesi di fondo radicale veniva alla superficie: »Alternativa alla Dc, rinnovamento e unità della sinistra, attraverso una politica radicale di sviluppo dei diritti civili, lotta senza compromessi tra " grande destra " e " grande sinistra ". E' questa l'u

nica via democratica e parlamentare corretta e percorribile . (60) Anche la polemica contro i vertici laici e di sinistra contribuiva a isolare i radicali: »Chi oggi, nel 1971, può affermare che siamo isolati e distaccati dai sentimenti delle masse e non lo siano piuttosto i Berlinguer e i De Martino, i Malagodi e i La Malfa? . (61)

Il partito scontava la presunzione di voler indicare i temi di lotta alla sinistra pur nel suo essere rappresentante di una piccola minoranza. Quel »partito laico che i radicali vedevano nel paese, come una tendenza che passava attraverso ed all'interno delle diverse forze, finiva, in una situazione di pressione esterna, a essere ridotto nel suo stesso spazio di esistenza. Nel documento conclusivo del congresso annuale del novembre 1971 si affermava: »Il Partito Radicale appare ormai - non per sua scelta - come unica ipotesi costitutiva e rappresentativa di quel "partito laico" nel paese che , se è certo composto da masse di cittadini indipendenti e da consistenti minoranze di partiti tradizionali della sinistra, ed anche dai movimenti extraparlamentari, non trova però altra struttura adeguata . (62)

Quando nel maggio 1972 furono indette le elezioni politiche con il primo scioglimento anticipato delle Camere nella storia repubblicana, il Pr si trovava, non meno di tutto il restante schieramento della sinistra tradizionale e nuova, sotto il fuoco di incalzanti pressioni moderate e reazionarie. Ciò avvertendo, in polemica con gli atteggiamenti difensivi dei partiti storici della sinistra, da parte radicale si tentò di lanciare per la prova elettorale un ponte in direzione di quelle forze che rappresentavano l'eredità dei movimenti del '68 e che intendevano dare ad essi uno sbocco anche politico-parlamentare.

Un gruppo di esponenti radicali (Mellini, Pannella, Sircana, Spadaccia, Teodori) (63) a nome del partito propose al »Manifesto , che si stava preparando elettoralmente con la candidatura simbolica di Valpreda, di formare liste di concentrazione di nuove sinistre aperte a quanti volessero condurre una battaglia di opposizione al regime. Così motivavano il significato di quella proposta: »Primo, in questo periodo si è creata una situazione in cui prima ancora che le verbose differenziazioni di linea... si impone la discriminante tra chi è parte della palude politica e chi non lo è, tra chi determina, accetta o subisce lo sporco che ormai è indissolubilmente connesso con la vita pubblica e chi mantiene una pulizia di fondo; tra chi prima e più ancora che del "sistema" è parte del "regime" e chi non lo è. Secondo, la consapevolezza di dover operare per la costruzione di una nuova sinistra, senza pregiudizio alcuno rispetto a tradizioni diverse; anzi la necessità di contrapporre alla purezza ideologica ed a un a

pproccio teorico chiuso, ...il tentativo di plasmare un movimento di lotta nuovo fecondato da esperienze e esperimenti . (64)

Il manifesto rifiutò di prendere in considerazione l'iniziativa radicale motivandola con la mancanza di una comune piattaforma anticapitalista e antiriformista e con l'assenza di posizioni ed esperienze comuni di base tra i due gruppi. Venendo a mancare questa possibilità di condurre una larga e unitaria campagna nelle elezioni contro il modo stesso in cui le elezioni erano state convocate e venivano svolte, i radicali dettero l'indicazione di non votare, passando così dalla scheda bianca del 1958 all'astensione attiva (con una pubblica bruciatura dei certificati elettorali a Roma ) nel rifiuto del modo in cui venivano tenute quelle specifiche elezioni. L'aggravamento dell'opposizione nel momento elettorale stava a indicare »un atto di resistenza al regime, di disobbedienza civile a leggi che non rispondono alla coscienza di democratici, di non-cooperazione con un governo che è illegale . (65)

L'insuccesso delle nuove liste che avevano voluto gelosamente conservare le proprie purezze - il Manifesto e l'Mpl insieme a quello dello Psiup - disperdendo tutte insieme circa un milione divoti, insieme con il notevole arretramento del Psi, contribuirono a segnare, anche elettoralmente, uno spostamento a destra del paese, quale risultato della controffensiva che era succeduta ai movimenti del '68 e '69 e a cui la sinistra tutta non era riuscita a opporsi efficacemente.

5. "Le difficoltà del partito verso il Congresso di rilancio (Torino 1972)"

Non è possibile comprendere le difficoltà del Partito Radicale, nel partito e verso l'esterno, le discussioni interne, le scelte e le decisioni politiche e la loro natura, se non le si considerano tutte, specialmente nel quinquennio successivo alla rifondazione ma anche dopo, nel quadro di una estrema esiguità dell'organismo politico-organizzativo e della finzione volontaria di chiamare »partito un gruppo ristretto: una finzione tuttavia in grado quasi sempre di anticipare provocandole successive conquiste di maggiori capacità di iniziativa politica.

Tra il 1967 e l'estate 1972 il Pr ebbe tra i 150 e i 250 soci (66) regolarmente iscritti in tutto il paese. E' vero che questa dimensione non è l'unico metro di valutazione delle energie complessive dei radicali in quanto deve essere considerata l'area dei simpatizzanti e quella dei cosiddetti »sostenitori non iscritti , cioè di coloro che contribuivano finanziariamente al partito o a singole attività. E soprattutto vanno tenuti in conto i cittadini ed i militanti partecipanti a specifiche iniziative e, nel periodo in oggetto, due specifici ambienti, di più quello divorzista intorno alla Lid e meno quello antimilitarista, che assicuravano una relativa presenza di massa. Ma, ciò detto, rimane il fatto che quello radicale aveva tutte le caratteristiche di un gruppo ristretto, omogeneo anche per provenienze personali e per storia collettiva, e che quell'alto grado di coesione interna in parte suppliva all'oggettiva esiguità quantitativa, non eliminando tuttavia la costante sproporzione rispetto ai compiti di fo

rza autonoma che il gruppo stesso si proponeva. Può interessare conoscere come dimensione quantitativa di riferimento che l'intero bilancio del partito in un anno non superava in quegli anni i dieci milioni di lire.

In questa luce deve anche essere considerato il dissenso maturato nel 1968-69 tra il gruppo milanese e quello romano-nazionale. Di fatto il partito in quel tempo era costituito da un affiatato gruppo romano di un centinaio di persone e dall'unico altro gruppo funzionante per autonoma capacità politica, quello milanese, che si era aggregato tra il 1969 e 1965 intorno a Lorenzo Strik Lievers e Carlo Oliva a cui si era aggiunto nel 1967 Felice Accame insieme ad un ritorno all'attività del più anziano radicale Luca Boneschi. (67) I milanesi presenti alle elezioni politiche del 1968 operavano per una maggiore esplicitazione di una linea politica complessiva che fosse resa più visibile e maggiormente organica rispetto al peso, dato e teorizzato, del valore delle singole battaglie.

Carlo Oliva, che aveva retto per quattro anni il gruppo milanese, disimpegnandosi dall'attività di partito nel febbraio 1969 scriveva: »Credo nel fatto che una singola "lotta" sia incapace di individuare una qualsiasi strategia politica: che questa possa essere ricercata solo nel rapporto organico... tra più lotte su obiettivi diversi. E quindi il momento della scelta degli obiettivi e del loro collegamento... è un momento essenziale e preliminare dell'impostazione delle lotte stesse. Non mancano i fatti oggettivi: ...la capacità di mobilitazione, la possibilità di intervento... Ma il momento più importante resta comunque quello (soggettivo e volontaristico) dell'individuazione di una strategia il più possibile globale... A me sembra che si sia deciso... di fare il contrario: partire dalle lotte oggettivamente possibili, costituire dei gruppi in merito, coordinare i risultati in seconda istanza . (68) Così di fatto al congresso di Milano del novembre 1969 l'intero gruppo milanese, con l'eccezione di Strik Li

evers, si disimpegnava sostanzialmente dal partito ritenendolo inadeguato ad affrontare i compiti del momento, dopo aver tratteggiato nel dibattito l'attitudine del Pr di passare di lotta in lotta come una »teoria della libellula . (69) I tre animatori milanesi si indirizzavano non casualmente ad altre esperienze extraparlamentari: Oliva con Lotta Continua, Accame con l'Mpl, e Boneschi fungendo da consulente legale del movimento studentesco di Capanna.

Che le singole iniziative potessero apparire di per sé insufficienti per dare corpo a una forza politica, era una consapevolezza diffusa al di là del gruppo milanese che la rendeva esplicita. Ma la contraddizione della intera presenza radicale non risiedeva tanto nel ritenere le singole battaglie come valore assoluto, quanto nell'obiettiva impossibilità di operare altrimenti, dal momento che risultava caratteristica accettata dal gruppo tutto intero un'attitudine pragmatica e non verbale di legare sempre enunciazioni e possibilità di azione, cioè di commisurare gli obiettivi con la capacità di affrontarli. L'esiguità di energie, come si è già detto, condizionava pertanto la stessa politica del partito.

Non c'è da stupirsi che il nodo dell'insufficenza soggettiva radicale di fronte alle esigenze politiche obiettive venisse al pettine proprio all'indomani della vittoria del divorzio. Questa era stata in realtà una eccezione nel corso della vicenda politica italiana, e i radicali si rendevano ben conto che la classe dominante, dopo quell'accidente, sarebbe stata molto più accorta di prima nei confronti della guerriglia politica che poteva mettere in crisi i grandi equilibri del paese. Fino a quando il gruppo radicale aveva operato ai margini della scena politica nazionale per affermare testimoniando una posizione, avevano avuto efficacia poche decine o centinaia di persone ben determinate, ma nel nuovo contesto del dopodivorzio e del contemporaneo accentuarsi di una situazione di regime (confermata anche elettoralmente nel 1972), la sproporzione tra la volontà soggettiva dei radicali di operare al centro del conflitto politico e la possibilità di riuscirci efficacemente si allargava sempre più. Alla vigili

a del congresso del 1971, Pannella, dando voce a questa consapevolezza, scriveva: »Questo esempio di resistenza e di forza che stiamo dando o che abbiamo dato, non può essere protratta all'infinito o anche solo di anni o di molti mesi, senza nuovi apporti e nuove concrete adesioni al partito. Altrimenti, idealmente, politicamente, economicamente, organizzativamente, non possiamo più farcela . (70)

Il congresso di Roma del novembre 1971 si apriva appunto sul dilemma centrato sulla possibilità del partito di fare un salto di qualità politico-organizzativa o altrimenti di andare allo scioglimento. Quest'ultima ipotesi che era stata avanzata da Pannella, e fatta propria dal segretario uscente Cicciomessere, non veniva però condivisa da gran parte dei congressisti e in particolare da Mellini, Teodori e Bandinelli sulla base dei dati emergenti nel senso delle oggettive possibilità politiche esterne del partito e non solo sui suoi progetti soggettivi. (71)

Del resto segni di un allargamento politico e di una articolazione del gruppo venivano nello stesso periodo da più orizzonti ed anche dall'interno del partito. Nell'autunno 1971 si pubblicava il primo numero di »La Prova Radicale , una rivista trimestrale diretta da Massimo Teodori (72) che rappresentava il primo tentativo politico-editoriale organico per offrire al pubblico uno strumento non solo di informazione ma anche di formazione e riflessione che andava al di là della stampa radicale, fino ad allora sempre improntata alla necessità ed all'urgenza dell'azione giorno per giorno. la rivista che si pubblicò per tre anni contribuì poi in maniera determinante, con il tipo di materiali che pubblicava e per l'ascolto di una decina di migliaia di lettori che seppe conquistarsi, a far superare al partito la crisi di crescenza e ad impiantare la nuova dimensione politica e organizzativa che si realizzò al congresso di rilancio del novembre 1972.

Il nodo delle energie disponibili rimaneva comunque il punto centrale per il partito radicale, cosicché, nel corso del 1972, venne indicato l'obiettivo del raggiungimento dei mille iscritti come la soglia minima per iniziare una lotta politica efficace in una situazione politica del paese giudicata sempre più come un vero e proprio regime. L'appello lanciato ai simpatizzanti radicali affinché entrassero nell'organismo politico radicale e quello rivolto ai militanti laici della sinistra che condividevano le singole iniziative a prendere la »doppia tessera in una visione non esclusiva dell'appartenenza politica, fu raccolto non senza una estrema drammatizzazione dell'obiettivo da raggiungere, considerato come un simbolo del necessario salto di quantità e quindi di qualità.

Il congresso di Torino del novembre 1972 si teneva quindi in un clima obiettivamente e soggettivamente drammatico. La consapevolezza che il partito radicale si trovasse di fronte a una svolta era generale. Alle forze di sinistra era stato rivolto un appello che esigeva una risposta sull'utilità o meno, nella situazione italiana, della sopravvivenza dei radicali come gruppo politico attivo. Ai suoi militanti era richiesto, in particolare, di prendere la tessera radicale, dimostrando così in concreto, con la doppia affiliazione, l'insostituibilità del dato radicale accanto alle componenti tradizionali. Con il digiuno che ad oltranza Gardin e Pannella conducevano per la messa all'ordine del giorno dell'obiezione di coscienza in parlamento, si marcava simbolicamente lo scontro con le istituzioni al fine di un loro corretto funzionamento. Con l'obiettivo di decuplicare o quasi, quella che era stata la consistenza dei militanti per dieci anni, il gruppo radicale lanciava una sfida a se stesso: di sapere cioè dare

compiti adeguati alla situazione esterna e, se pure ritenuti impossibili, saperli conseguire.

A Torino tutte quelle sfide furono affrontate e vinte. Il Partito Radicale, rifondato nel 1967, veniva rilanciato con l'afflusso di nuove energie: si iscrissero liberali e repubblicani, presero la doppia tessera socialisti e comunisti, si orientarono verso lidi radicali libertari e militanti della nuova sinistra altrove disillusi. Si cominciava a delineare un partito diverso da quello che aveva operato, con la presunzione di chiamarsi tale, fin dal 1962. Si enucleavano nuove realtà locali, tra cui la più importante quella milanese dove avevano risposto all'appello un qualificato gruppo di esponenti della sinistra repubblicana come Franco Corleone e Mercedes Bresso che impiantarono un nuovo attivo centro politico in quella città lombarda. Il gruppo storico dirigente dei nuovi radicali che avevano tenuto in piedi l'azione radicale per tutti quegli anni (Pannella, Spadaccia, Teodori, Mellini, Bandinelli) si allargava, ricostituendosi in una diversa e più ampia dimensione nella quale trovavano posto i milanesi,

i torinesi, alcuni romani delle nuove leve (da cui erano già emersi Roberto Cicciomessere per l'antimilitarismo e Marcello Baraghini per la controcultura), giovani emergenti di altre città come Giulio Ercolessi di Trieste e Giuseppe Calderisi di Pisa, ed esponenti di specifici movimenti come Angelo Pezzana del Fuori di Torino.

Veniva anche impostato il nuovo progetto politico per gli anni successivi: la strategia referendaria per i diritti civili con cui veniva alzata la mira verso un obiettivo che comportava una complessa campagna di mobilitazione popolare, ipotizzabile proprio sulla base della nuova dimensione politico-organizzativa di cui si prendeva atto nel documento conclusivo del congresso: »Lo svolgimento del congresso ha mostrato che da ogni orizzonte politico democratico, in un solo mese, oltre settecento compagni hanno deciso di fare proprio il progetto di rifondazione del partito laico per l'edificazione di una società socialista di sinistra in Italia; l'unità degli oltre 1300 iscritti si rivela profonda e ricca di quasi tutti i fermenti alternativi che la nostra società attualmente comprende . (73)

"Note"

1 Cfr. Andrea Valcarenghi, "Underground: a pugno chiuso!", Arcana editrice, Roma, 1975, pp. 32-50.

2 "Ibidem", p. 175.

3 Carlo Silvestro, "Provos e Beats a Roma nel 1966", in Valcarenghi, "cit.", p. 173.

4 Cfr., tra molta letteratura, un'opera scritta da due radicali: Carlo Oliva, Aloisio Rendi, "Il movimento studentesco e le sue lotte", Feltrinelli, Milano, 1969.

5 "Nota", »Notizie Radicali n. 30 dell'8-6-1968.

6 Documenti del segretario del Pr Gianfranco Spadaccia: "Il Partito Radicale e il movimento radicale nel paese: una strategia politica per la nuova sinistra, " parte I, pubblicato in »Notizie Radicali n. 51, ciclostilato, del 18-10-1968.

7 "Ibidem".

8 "Ibidem".

9 "Ibidem".

10 Ibidem".

11 Oliva, Rendi, "op. cit.", prefazione, p. 8.

12 Primo convegno sul tema "La fine dell'unità politica dei cattolici, la socialdemocrazia al potere e le prospettive della sinistra italiana" (relatori il socialista autonomo Luigi Anderlini, il direttore di »Questitalia Wladimiro Dorigo, il comunista Achille Occhetto e il socialproletario Franco Boiardi) Rimini, 25-26 novembre 1967; secondo convegno nazionale sul tema "Credenti e non credenti per una nuova sinistra", introdotto da una relazione di W. Dorigo, Bologna, 25 febbraio 1968; terzo convegno "Assemblea dei gruppi spontanei di impegno politico-culturale per una nuova sinistra", Rimini, 1-4 novembre 1968.

13 I radicali si associarono attraverso »Notizie Radicali .

14 All'assemblea del novembre 1968 di Rimini tra le relazioni ne figurava una di Massimo Teodori sulla lotta contro l'autoritarismo dell'apparato statale. Cfr. tutto il materiale in "I gruppi spontanei e il ruolo politico della contestazione", Libreria Feltrinelli, Milano, 1969, in particolare pp. 47-55.

15 "Radicali: bilancio di un congresso", intervista a Marco Pannella, »L'Astrolabio , 21 maggio 1967. pp. 15-16.

16 Parte del dibattito del convegno con gli interventi di De Marchi e Antonini fu pubblicato in »Agenzia Radicale , speciale a stampa per l'Anno Anticlericale, n. 133, 1· agosto 1967.

17 "Repressione sessuale e oppressione sociale", convegno al teatro Parioli di Roma, febbraio 1968. Cfr. una speciale »Ar a stampa n. 145 del 13-1-1968.

18 "Diritti civili", relazione di C. Oliva e L. Boneschi al congresso del Pr, novembre 1967, ciclostilato.

19 Mozione approvata al congresso del novembre 1967 presentata da M. Mellini, Maria Ricciardi Ruocco, Gabriella Parca, Claudio Moffa e altri, in »Ar a stampa, n. 145, 13 gennaio 1968

20 Volantino distribuito firmato sezione romana del Pr, gennaio 1969.

21 Cfr. »Notizie Radicali , n.64, del 21-3-1969.

22 Furono incriminati Marco Pannella, quale estensore di articoli su »Notizie Radicali , Giuseppe Loteta, quale estensore dell'articolo "Braibante, il demonio in corte di appello", apparso in »L'Astrolabio del 30-3-1969, e Mario Signorino, responsabile del settimanale.

23 Tutta la documentazione riguardante quel caso e la relativa battaglia è pubblicata come segue: »"Affare Braibanti" . "Dossier-Processo al processo", con interventi di Marco Pannella, Giuseppe Loteta, Piergiorgio Bellocchio e Franco Fortini, »La prova Radicale , anno I, n. 2, inverno 1972, pp. 35-56.

24 Mozione votata dal congresso Pr del novembre 1968, poi in "Le lotte dei radicali attraverso i documenti congressuali e lo statuto", a cura del Pr, Roma, III edizione 1976, p. 16.

25 "Ibidem", p. 19.

26 "Ibidem", p. 25.

27 Cfr. "Il dossier parlamentare sul Concordato", »La prova Radicale , anno I, n. 4, autunno 1971, Pp. 192-198, in cui sono raccolti gli atti (mozioni, proposte di legge, interpellanze ed interrogazioni presentate alla Camera e al Stato) che hanno espresso in Parlamento posizioni anticoncordatarie e laiche.

28 "Documento inviato dalla segretaria del Pr a tutti i parlamentari laici", mimeografato, aprile 1971.

29 La raccolta delle firme per il referendum anticoncordatario insieme ad altri referendum fu tentata senza arrivare alla soglia prescritta delle 500.000 firme nel 1973-1974.

30 Nel gennaio 1970 Massimo Teodori tenne una conversazione sul "Women's Lib" americano; di lì prese le mosse il "Seminario di lavoro politico sulla liberazione della donna" che durò i mesi di febbraio e marzo. Al termine si costituì il "Movimento di Liberazione della Donna" che rappresentò la culla di molti gruppi femministi nati, a Roma, dalla separazione dal primo troncone dell'Mld.

31 "Il documento per un movimento di Liberazione della donna (Bozza)" fu pubblicato in »Notizie Radicali n. 92, a stampa, 3 giugno 1970, poi ripreso in Rosalba Spagnoletti (a cura), "I movimenti Femministi in Italia", Samonà e Savelli, Roma 1971, pp. 61-70

32 Spagnoletti "cit.", p. 64.

33 "Ibidem", p. 68.

34 Cfr. Mld-Partito Radicale, "Contro l'aborto di classe", a cura di Maria Adele Teodori, Savelli, Roma, 1975, pp. 10-11.

35 "Autodenuncia di Matilde Maciocia", »La Prova Radicale , anno I, n. 2, inverno 1972, p. 184.

36 In Francia il "Manifesto delle 343" fu reso noto da »Le Nouvel Observateur (" Un Appel de 343 femmes", »Notre ventre nous appartient ), 5 aprile 1971.

37 Disegno di legge presentato nel giugno 1971 al Senato da Banfi, Caleffi, Fenoaltea (Ps) e proposta di legge presentata nell'ottobre 1971 alla Camera da Brizioli, Zappa, Ferrari, Bensi, Querci e Zaffanella (Psi). Pubblicato in »La Prova Radicale , anno I, n. 2, inverno 1972, pp. 182-193.

38 Cfr. Maria Adele Teodori, "op. cit.", p. 14.

39 "Ibidem", p. 15.

40 "Ibidem", p. 16.

41 Mozione conclusiva del V congresso nazionale del Pr, Milano novembre 1968, in "Le lotte radicali attraverso..., op. cit.", p. 15.

42 Tutti i testi delle mozioni conclusive dei congressi del Pr in "le lotte radicali attraverso..., op. cit."

43 Aldo Capitini aveva dedicato per lunghi anni, fin dall'attività di opposizione al fascismo, il proprio lavoro di ricerca e di azione al pacifismo non violento. All'inizio degli anni sessanta Capitini aveva promosso la prima manifestazione pacifista italiana, la marcia della pace Perugia-Assisi (24 settembre 1961) e poi quella Camucia-Cortona (luglio 1962) . Per il quadro generale dell'antimilitarismo e del pacifismo cfr. Angiolo Bandinelli, "Antimilitaristi: cronache di 25 anni", »La Prova Radicale , anno 1 n. 1, autunno 1971, pp. 125-166.

44 Marco Pannella, relazione al I congresso antimilitarista, Milano,4 novembre 1969, ciclostilato; poi riportato per esteso in A. Bandinelli, cit., pp. 153-154.

45 Cfr. i documenti della Lega per l'obiezione di coscienza, riportati in A. Bandinelli, cit., p. 145.

46 Nel 1965 ci fu l'obiezione degli anarchici Ivo della Savia e Mario Barbani e del valdese Caponetto; nel 1967 di Valcarenghi, nel 1968 del cattolico Enzo Bellettato, dell'antimilitaridta Piercarlo Racca, e poi di tanti altri.

47 La »Lega per l'obiezione di coscienza fu promossa dal senatore Luigi Anderlini, dal valdese Giorgio Peyrot, dal gruppo interconfessionale del Movimento Internazionale di Riconciliazione e dai radicali.

48 Cfr. Bandinelli, cit., pp. 148-149.

49 Cfr. Redazione di »Proletari in divisa , "Dall'obiezione di coscienza all'azione politica nell'esercito", »Quaderni piacentini , anno IX n. 42, novembre 1970, pp. 71-75.

50 I progetti di legge alla Camera e al Senato furono presentati rispettivamente da Anderlini (indipen. sinistra) poi ritirato. Fracanzani (Dc) e Marcora (Dc), Albarello (Psiup): quest'ultimo venne poi approvato nel dicembre '72.

51 Cfr. Bandinelli, cit., pp. 150-152.

52 Cfr. Roberto Cicciomessere, "Diario di ricordi da Peschiera, e dintorni", »La Prova Radicale , anno I n. 4, estate 1972 pp. 135-156. Cfr. anche "Il »caso Cicciomessere", »Notizie Radicali , ciclostilato, n. 158, del 1-5-1972.

53 La "Lega degli obiettori di coscienza" (Loc) costituita il 21 gennaio 1973 a Roma aveva nella presidenza: il sen. Antonicelli, l'on. Servadei, padre Ernesto Balducci, Mario Sbaffi, delle chiese evangeliche, Marco Pannella, Mauro Mellini, Beppe Marasso, Giuseppe Ramadori, Sandro Canestrini, Gustavo Comba.

54 Luigi Ghersi, "Radicali: una fuga in avanti", »L'Astrolabio , 21 maggio 1967, p. 14.

55 Mozione approvata dalla direzione del Pr il 31-3-1968 e pubblicata in lettera circolare, ciclostilata, datata 4-4-1968, Partito Radicale, sede centrale.

56 La lista con il simbolo »berretto frigio Pr presentata nella circoscrizione Milano-Pavia della Camera ottenne 1.531 voti.

57 Cfr. i documenti dell'accordo in »Notizie Radicali , a stampa, n. 89, del 22 maggio 1970, e »Notizie Radicali , a stampa, n. 92, del 3 giugno 1970.

58 Mp., "Non al »dialogo , lotta", in »Nr , n. 89, e »Nr n. 92, cit.

59 "Ibidem".

60 Marco Pannella, "E' ora di decidere con o senza il Partito Radicali", in »Notizie Radicali , ciclostilato del 23 luglio 1971, poi in »La Prova Radicale , anno I n. 1, autunno 1971, pp. 48-50.

61 "Ibidem".

62 "Le lotte radicali attraverso..., op. cit.", p. 27.

63 La lettera inviata al Manifesto era firmata da Mellini, Pannella, Sircana, Gf. Spadaccia, Teodori, seguiti poi da un documento della direzione di Pr sottoscritto dagli stessi dirigenti e da Bandinelli, segretario del Pr. Tutta la documentazione è pubblicata in »La Prova Radicale , anno I n. 3, primavera 1972, pp. 64-71.

 
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