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Zeno Vincenzo - 1 maggio 1978
(1)"Caratteri originali della organizzazione e della iniziativa del partito radicale e dei movimenti federati nella lotta politica italiana (1959-1976)"
Tesi di laurea in Storia dei partiti e movimenti politici

di Vincenzo Zeno Zancovich

CAPITOLO I

SOMMARIO: Nella prima parte del capitolo si prendono in esame giudizi di varia origine circa il rapporto tra il primo partito radicale e quello sviluppatosi dopo il 1962. Ricorda come tra i fautori della tesi della "morte" del partito (e dunque della diversità del "nuovo", quello pannelliano) sia in primo luogo la "cosidetta stampa radicale", "Il Mondo" e "L'Espresso". Sulla stessa linea si collocano Spadolini, Barbato, Trombadori, Ciafaloni. Più possibilista il giudizio di Compagna, mentre studiosi quali Cofrancesco, Eco e P. Violi sostengono che il partito dei diritti civili presenta affinità con le forme del radicalismo americano; secondo G. Russo e Teodori il gruppo pannelliano interpreta in particolare l'anima libertaria del radicalismo. Per loro conto, i nuovi radicali rivendicano la continuità, "pur nella evoluzione", tra le due formazioni, tra il passato e il presente.

Ma cosa significa, in questo caso, "continuità"? Il saggio analizza prese di posizione, documenti (ad es. la "Relazione programmatica per il I Congresso nazionale", di Mario Boneschi), ecc., sottolineando i punti di contatto, in particolare la vicinanza di giudizio sul ruolo della DC e su quello che, proprio partendo da analisi nate nei Convegni del "Mondo", venne definito il "regime". Il saggio prende quindi in considerazione divergenze e affinità in merito ad alcuni punti specifici: 1) 'Regime' e strategia della sinistra; 2) anticlericalismo; 3) politica estera, pacifismo, neutralismo - su cui le posizioni sono più "divaricate"; 4) stampa e Rai-TV; 5) disobbedienza civile - per la quale l'a. richiama e sottolinea le tesi della "filosofia del dialogo" di G. Calogero.

Diversità, e sostanziale, vi fu nel giudizio sul governo di centrosinistra, accettato (con l'abbandono di ogni ipotesi di alternativa) dalla classe dirigente del primo partito "dalla metà del 1959 alla fine del 1961" (Teodori), mentre i nuovi radicali accentuarono anzi la loro opposizione, proponendo alle forze politiche fino al PCI un progetto unitario per la costruzione di una "alternativa laica" alla DC.

(UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI ROMA, FACOLTA' DI SCIENZE POLITICHE, tesi di laurea di Vincenzo Zeno Zancovich, RELATORE: Prof. Carlo Vallauri, Anno Accademico 1977-1978)

Se si intende in questa sede dimostrare la tesi della `continuità nel Partito Radicale' non è solo perché essa è, forse, la questione più controversa e più trattata dai non-radicali, ma anche perché essa è assai rilevante per indicare quale è il patrimonio ideale e teorico con il quale i `nuovi' radicali si misero all'opera nel 1962 per `ricostruire' il partito squassato e abbandonato.

La formulazione della tesi che qui si esporrà è la seguente: gli elementi di continuità fra il `vecchio' PR e il `nuovo' sono prevalenti su quelli di soluzione.

I giudizi in proposito sono, come s'è detto, numerosi: schematicamente quasi tutti gli esponenti dell'attuale PR sostengono la tesi della continuità, mentre coloro che lasciarono il partito negli anni 61/62 si dividono in tre tronconi: alcuni a favore, altri, numerosi, recisamente contro, una minoranza, infine, in posizione intermedia. Fra queste tre tendenze si dividono anche coloro che non hanno mani fatto parte del PR.

Fra i più autorevoli fautori della tesi della "morte del Partito Radicale" va innanzitutto posta la cosiddetta "stampa radicale", in particolare "Il Mondo" di Pannunzio e "l'Espresso" di Benedetti. I due giornali, dal giorno in cui i rispettivi direttori diedero le dimissioni dal PR (marzo 1962), la sostennero, più ancora che `apertis verbis', con il loro comportamento pratico.

Ben note sono le parole finali del "Taccuino" apparso sul "Mondo" del 3 aprile 1962: "Così un piccolo ma nobile partito, ridotto ormai a un'etichetta, scompare di fatto dalla scena politica; e i suoi superstiti iscritti, avviati sulla strada del nichilismo morale, del realismo elettoralistico e del disprezzo verso i `gruppi intellettuali', non avranno che da cercare altrove più fruttiferi impegni".

Successivamente questo giudizio fu più volte ripetuto: valga per tutte questa citazione dell'11 agosto 1964, tratta dalla stessa rubrica: "Come esempio di tale delusione (per il II governo Moro, ndr) e a riprova della sua sterilità, l'on. Saragat cita quei radicali che, a suo dire, sono arrivati addirittura a caldeggiare la creazione di un fronte popolare. Ora, di radicali delusi fino al punto di carezzare sogni frontisti ce ne saranno senz'altro, e sarebbe vano cercare d'identificarli, visto che non esiste più un partito che li rappresenta. Si tratta con ogni probabilità di casi nei quali la delusione è resa pericolosa non dalle opinioni radicali, ma da tendenze al mascolismo".

Ma fu soprattutto con l'assoluto silenzio su ogni attività del Partito Radicale che "Il Mondo" e "l'Espresso" cercarono di accreditare la loro tesi. Solo negli anni '70 questa regola ferrea si allentò. Si vedrà oltre il diverso giudizio di Arrigo Benedetti.

Altrettanto netto è, in tempi più recenti, il giudizio di Giovanni Spadolini (1) "Cosa rimane di quel radicalismo degli anni 1955-1969 nell'attuale movimento radicale...? Poco o niente".

"La componente libertaria ha prevalso nettamente, col volgere degli anni, su quella liberale, e sia pure liberale di sinistra, che costituì il fermento vitale del movimento organizzato del Mondo. I filoni della contestazione si sono nettamente sovrapposti a quelli del ripensamento democratico, sia pure in chiave rinnovatrice, che favorì l'esordio del centro-sinistra. La tecnica spontaneista dei movimenti extra-parlamentari ha completamente schiacciato quella forma di devozione, perfino rigida, appunto britannica, allo schema del governo rappresentativo che caratterizzava i Pannunzio e i Carandini, giudicati "anglomani"."

"C'è stata un'infiltrazione di utopismo con accenti e trasalimenti cristiani, post-conciliari, nonostante l'ostentato, clamoroso laicismo di molti seguaci del PR o della LID".

E Andrea Barbato descriveva così il `vecchio' partito, contrapponendolo polemicamente a quello attuale (2): "Ricordo, senza molti rimpianti politici ma con grande nostalgia umana, i radicali di una volta. Austeri signori in grisaglia, sulle teste dei quali il berretto frigio delle loro tessere avrebbe stonato come un'offesa all'eleganza... Di quei radicali d'annata ricordo che incutevano soggezione, anche se spesso le loro idee erano discutibili, e se inseguivano un'utopia borghese. Tuttavia in via della Colonna Antonina si respirava un'aria di solide letture, di cultura assimilata, di professioni ben fatte, e talvolta anche di sacrosante carceri antifasciste. Forse le ideologie erano conservatrici, ma la sintassi era a posto. Rossi, De Caprariis, Piccardi, Villabruna, Pannunzio, Carandini, Benedetti tiravano al bersaglio giusto, con saggia coerenza. Si poteva dissentire, ma non si rideva mai... Ricordo nottate giovanili, trascorse in una cameretta di piazza di Pietra, a timbrare e numerare tessere radicali,

sotto l'occhio severo di Lily Marx" (2 bis).

Antonello Trombadori (3) riassume così un pensiero più volte espresso dalla stampa del PCI: "Fra l'attuale movimento radicaleggiante e la tradizione del radicalismo europeo e tanto meno italiano, del resto esauritisi o entrati a far parte del patrimonio ideale di altre forze, non vi sono che parentele e continuità strumentali. L'attuale movimento radicaleggiante è del tutto estraneo a quel che fu, ad esempio, la controversia fra i comunisti italiani e Gaetano Salvemini o gli scrittori del `Mondo"'.

"L'attuale movimento radicaleggiante è piuttosto, a mio avviso, la variante degli anni '70 della vecchia piaga del massimalismo. Con questo di diverso, che mentre il massimalismo del passato si limitava a scambiare il punto d'arrivo d'un processo storico-politico giusto per il suo punto di partenza, il `massimal-radicalismo' degli anni '70 pretende anche di mettere in moto processi storici a volte ingiusti e negativi".

Più distaccato appare Francesco Ciafaloni (4): "Un'altra tesi che non condivido sulla funzione e la storia del Partito Radicale... è quella che vede una continuità di lotta e disposizioni della sinistra liberale dal dopoguerra ad oggi". "Chi voglia farne la storia non può dimenticare che i quadri e la base di GL sono finiti in un arco di partiti che va dai comunisti ai liberali e che i radicali di oggi sono figli del '68 assai più che dei liberali di ieri, per quanto grande sia il peso culturale e formativo di chi è radicale da vent'anni e non da venti mesi".

Francesco Compagna, fra i più costanti collaboratori del "Mondo", pur sostenendo che il principale continuatore del `vecchio' PR è il PRI di La Malfa, dà, invece, un giudizio intermedio (5): "Posso ammettere, però, che anche Pannella si ricolleghi per certi aspetti della sua presenza politica e ideologica alla tradizione del radicalismo. Avrebbe torto, da parte sua, Pannella, se, richiamandosi alla continuità delle sue battaglie con quelle di Pannunzio, volesse contestare il richiamo di altri a tale continuità secondo una interpretazione diversa dalla sua". "Quando Pannella si richiama all'eredità del Mondo, si richiama più specificamente ad Ernesto Rossi. Ebbene, io ho già avuto occasione di ricordare in altra sede che per Pannunzio i veri interlocutori del discorso sul metodo furono Carlo Antoni e Vittorio de Caprariis, non Ernesto Rossi e Antonio Cederna".

Forse l'analisi più interessante, perché non ricalca stereotipi, viene fatta da Dino Cofrancesco, i cui saggi costituiscono gli unici approcci "scientifici" al fenomeno radicale di un non-radicale e saranno più volte citati in questo studio. Afferma Cofrancesco: "Siamo convinti che esista più di un filo rosso tra il radicalismo di Pannunzio e quello di Pannella; ma ciò non toglie, ancora una volta, che i tratti caratteristici dell'archetipo radicale assumano nel secondo un significato originale e quasi rivoluzionario. Si ha l'impressione, insomma, confrontando i radicali di oggi con quelli di ieri, di trovarsi in presenza di due quadri in tutto simili tranne che nelle tonalità cromatiche: nell'uno i colori sono tenui e delicati, nell'altro sono indiscreti e violenti". (6). "In realtà, Salvemini, Pannunzio, Ernesto Rossi, da una parte e Pannella dall'altra appartengono sì ad una stessa tradizione culturale, e sul piano degli ideali e degli atteggiamenti ad uno stesso archetipo, e tuttavia le battaglie politic

he degli uni e dell'altro sono profondamente diverse, e per metodi e per obiettivi". (6 bis)

Sulla stessa linea, sia pure più schematicamente, Umberto Eco e Patrizia Violi (7): nel 1962 "il Partito Radicale che rappresentava l'anima liberale, le forze vicine al radicalismo `alla francese', si vanifica, per lasciare il campo a forze diverse, più affini ai radicals americani".

E' la cosiddetta teoria delle `due anime' esposta, fra gli altri, Giovanni Russo (8), per il quale questa divergenza era riscontrabile fin dalla nascita del partito, nonostante vi fosse una "matrice ideale comune". "Il `secondo' Partito Radicale - scrive Russo - costruito sui motivi libertari e sulla campagna dei diritti civili, optò per una scelta che introduceva metodi di battaglia ideale e politica di tipo anglosassone". Ed è, sostanzialmente, dello stesso parere anche Teodori, come risulta non solo dal titolo del suo libro, `I "nuovi" radicali', ma anche da questa affermazione: "Il nuovo gruppo, pur se conservava delle parentele ideali e politiche con il vecchio, aveva tuttavia un'idea, e non solo un'idea, ma soprattutto una prassi nel rapporto con la politica, assai distante e sicuramente contrastante con l'originario gruppo dirigente". (9)

Si è già accennato al mutato giudizio di Arrigo Benedetti quando divenne direttore della nuova serie del `Mondo' e successivamente collaboratore del Corriere della Sera. In un articolo (10) che contribuì non poco a smuovere le acque a favore degli obiettivi del digiuno di Pannella nel 1974 scrive fra l'altro: "Dopo tanti anni, un curioso equivoco sussiste. Pannella è un libertario che difende la Costituzione, e invece lo scambiano per sovversivo. Unico particolare trascurato, attrae i giovani come facevano Ernesto Rossi, Mario Pannunzio e altri 20 anni fa, e non lo eccita alla contestazione del sistema ma al piacere della libertà".

E Guido Calogero, la cui "filosofia del dialogo" avrà un'influenza notevolissima sui `nuovi' radicali, li definisce (11) "quei superstiti fedeli del Partito Radicale i quali continuano a tener viva l'ispirazione antifascista, anticlericale e libertario-socialista che Ernesto Rossi eredità dal suo maestro Gaetano Salvemini".

Veniamo ora ai diretti interessati. Che i loro interventi su questo punto siano numerosi, costanti e recisi non stupisce: si trattava ogni volta, secondo loro, di riaffermare la loro identità negata, una necessità tanto storica quanto soggettiva di rispondere all'accusa di essere, politicamente, figli illegittimi o di N.N.

Su Agenzia Radicale, nell'agosto del '64, dopo le affermazioni del `Mondo' che sono state dianzi riportate, si scrive (12): "Da qualche tempo, indulgendo pericolosamente a quella necrofilia che a giusto titolo amava denunciare come cara al neofascismo italiano, `Il Mondo' non manca occasione per proclamare che `il Partito Radicale è morto'. A ciascuno i suoi metodi di lotta, le sue preferenze stilistiche, i suoi stati d'animo. Che questi ultimi, in Pannunzio o Cattani, siano prevalenti e funerei è comprensibile e, in un certo senso, giustificato. Ma tanto accanimento masochistico del settimanale già radicale verso la cosa più seria che possieda: il suo passato, e coloro che lo continuano, ha ragioni pratiche e contingenti. Alla radice della crisi radicale dalla quale tanto faticosamente stiamo risorgendo fu proprio la svolta a destra imposta dal gruppo dei notabili che nel partito faceva capo a Pannunzio e Piccardi, che sembrò ridurre i radicali a mosche cocchiere dell'incontro fra cattolici e socialisti, e

che lasciò alla sola minoranza del PR il compito di continuare a battersi per una alternativa democratica alla DC". "Oggi, si accorgono di avere una volta di più sbagliato. Tornare nel Partito? E' soluzione che la superbia non consente. Riconoscere che la minoranza divenuta maggioranza del PR ha avuto ragione; ammettere la giustezza delle nostre posizioni; tornare a lavorare per l'affermazione di un partito nuovo, forte, intransigente, unitario, anticlericale, nella sinistra italiana, tutto questo non è nemmeno immaginabile per gli amici del `Mondo'. Così dovendo riprendere un atteggiamento di opposizione, ritengono di dover anch'essi dare direttamente una mano a quanti cercano in ogni modo, nel paese, di nascondere all'opinione pubblica il lavoro e la lotta del Partito Radicale".

La tesi della continuità fu ribadita fin dalla prima assemblea del `nuovo' partito nell'aprile del '63 (13): "Noi riteniamo che tra le nostre posizioni, oggi, i nostri temi, la nostra azione e quella della classe dirigente radicale di 10 anni fa ci sia assoluta continuità, pur nella evoluzione di molti giudizi. Riteniamo che soltanto i limiti di una formazione che si attardava troppo sulle origini da una parte liberale, dall'altra antifascista, non ha permesso a quella vecchia classe dirigente radicale di capire che la strada delle nostre battaglie doveva subire una evoluzione, doveva trovare nuovi schemi di giudizio, doveva riconoscere le nuove realtà sia della società; sia delle forze politiche italiane".

Quasi dieci anni più tardi, in quel dibattito sulla stampa di cui sono stati riportati i passi più significativi, Pannella affermava (14): "Si tenta ora di contrapporre la `dignità' di Ernesto Rossi alla `irresponsabilità' criminale (secondo C. Casalegno) dei radicali di oggi". "A costo di essere accusato di provocazione, dirò che non diverso è stato l'atteggiamento del regime, della sinistra, del centro, della destra nei confronti di Mario Pannunzio e Ernesto Rossi, da quello che oggi si riserva ai Mellini, ai Cicciomessere, agli Spadaccia". "Le grandi battaglie di questo giornale (`Il Mondo' ndr) contro il clericalismo, la corruzione, la barbarie confessionale erano considerate già allora anacronistiche, irresponsabili e folli".

La sostanziale diversità di vedute fra chi era restato e chi se n'era andato stava, in fondo, proprio in questo stesso fatto: la corrente di sinistra, diventa maggioranza, non poteva non sentirsi continuatrice di un partito del quale era stata una notevole componente in sede congressuale e al quale aveva fornito certamente la maggioranza, se non più, dei militanti. Gli "altri" uscivano da una esperienza nella quale avevano profuso energie e speranze; e non si dimentichi che in molti avevano già vissuto una vicenda simile lasciando il PLI nel 1955; col passare del tempo, ritenuto fallito l'obiettivo - il centrosinistra - sul quale, per realismo politico, erano ripiegati, era assai difficile, soggettivamente, riconoscere che v'erano altri che non demordevano dall'originario obiettivo dell'alternativa alla DC.

Ma per dimostrare la tesi della continuità occorre intendersi proprio sul termine "continuità". Quale continuità e con che cosa?

Non sembra superfluo ricordare che continuità è cosa diversa da identità o uguaglianza. Il concetto di continuità è indissolubile dal contesto storico nel quale operano le due realtà che si vogliono confrontare. Occorre esaminare non solo il pensiero e l'azione ma anche il ruolo, sia quello che i protagonisti si attribuiscono sia quello che viene attribuito loro dagli altri concorrenti politici. Sotto questa luce si possono esaminare anche gli altri partiti politici: c'è continuità, e quale, tra il PSI del 1978 e quello del 1908? e fra il PCI di oggi e quello delle tesi sul "socialfascismo"? è possibile affermare che il PCI oggi svolge il ruolo che il PSI svolgeva 70 anni fa? Come si vede il problema è molto complesso e non è possibile delinearlo con precisione geometrica. Per questo qui si afferma che gli elementi di continuità fra `vecchio' e `nuovo' PR sono "prevalenti" su quelli di frattura.

Occorre mettere, innanzitutto, in chiaro una cosa: non bisogna confondere il Partito Radicale con `Il Mondo' (come sembra fare F. Compagna); non v'è dubbio che la maggior parte dei dirigenti del partito scrivessero autorevoli articoli sul settimanale, ma non si può affermare l'inverso, anche se per molto tempo si accreditò il giornale come organo e specchio del PR. D'altronde la natura del partito di allora, assai vicino a quella d'un movimento d'opinione e culturale, favoriva l'equivoco. `Il Mondo' non era monocorde, e questo fu uno dei suoi pregi maggiori; il campo dei collaboratori spaziava dalla destra ultra-atlantista di un Vittorio de Caprariis, che si firmava anche con gli pseudonimi di Federico Gozzi e Turcaret, ai giovani, pacifisti e `unilateralisti', di `sinistra radicale' come Angiolo Bandinelli e Aloisio Rendi.

Nessuno avrebbe potuto, e fors'anche voluto, monopolizzare una eredità così composta.

Si esaminino, invece, gli obiettivi che il partito, nei suoi documenti ufficiali, si proponeva, li si confrontino con quelli degli anni successivi al 1962; ne risulterà una larga coincidenza tra le proposte dei `vecchi' e quelle dei `nuovi'. Certo, non mancano differenze dovute sia a effettive divergenze di vedute, sia all'esaurirsi di alcune questioni e al sorgere di nuove.

La "Relazione programmatica per il I congresso nazionale" (15) rappresenta, secondo le parole del suo estensore, Mario Boneschi, un `digesto' dei precedenti programmi "formulati... in maniera non organica, per circostanze occasionali, per battaglie, per impostazione di singoli problemi". Egli si riferiva, in particolare, al programma diffuso in occasione delle elezioni amministrative del 1956 (16), allo "Schema o indice generale", presentato dal `Comitato Studi' al Consiglio nazionale del PR nel luglio 1957, al `volantone' per le elezioni politiche del 1958 (17).

E' interessante notare una premessa alla `Relazione' che è direttamente collegata a quella che sarà negli anni successivi la polemica dei radicali contro i programmi ideologici ed omnicomprensivi: "Non è inopportuno rilevare che la eccessiva fiducia nelle precisazioni programmatiche, considerate come prova di omogeneità mentale e ideologica, presenta il pericolo di esaurire le energie in discussioni. D'altra parte, creare le maggioranze attorno ad un programma potrebbe dar luogo a false occasioni, destinate ad indebolirsi al primo mutamento di situazione, o all'insorgere di nuovi problemi" (18). Così venivano illustrati solo alcuni punti, quelli essenziali. Era questa una delle indicazioni di maggior rilievo venuta dal convegno costitutivo del partito tenutosi il 9 dicembre del 1955 a Palazzo Bancani in Roma: "(problemi) che possono essere affrontati immediatamente e avviati a soluzione nel giro ragionevole di quattro o cinque anni". (19)

Col `senno del poi' si può dire che se c'era un errore in questa impostazione esso stava nell'eccessiva sopravalutazione delle proprie forze rispetto agli obiettivi che i `vecchi' radicali si proponevano. Ciò non toglie che venisse indicato un metodo, sviluppato fino in fondo dopo il '62: "La ricerca della omogeneità morale ed intellettuale per la lotta comune sta più che nella formazione del programma... nella creazione della mentalità comune, in quella abitudine ad un metodo comune di ricerca e di analisi, e successivamente di azione". (20)

Fra i primi punti indicati dalla "Relazione" c'è quello della `attuazione della Costituzione': "La forma della mentalità reazionaria è tale che l'applicazione della Costituzione costituirebbe oggi una autentica". (21) Così, in tema di libertà civili, si proponevano l'espurgazione delle leggi fasciste dall'ordinamento giuridico, totale revisione delle leggi di PS, delle norme vessatorie nei confronti degli stranieri, la soppressione di tutti i reati d'opinione, la prevenzione e la repressione degli abusi di funzionari pubblici. Dopo il '62 queste proposte si concreteranno nei "Comitati per una repubblica autenticamente costituzionale", nelle proposte di referendum abrogativo di numerose norme del codice Rocco, del T.U.L.P.S., delle norme ristrettive sulla libertà di stampa.

La responsabilità per questo stato di inciviltà giuridiche era da attribuirsi, in massima parte, - secondo i radicali - alla DC: "Non si può trovare titolo di condanna più irrefutabile della democrazia cristiana e dei suoi alleati, che il fatto di non aver trovato, in tutta la legislazione ereditata dal fascismo, una sola norma, una sola disposizione, una sola espressione che suonasse contrasto con la Costituzione vigente". (22)

Su questa continuità fra fascismo e democrazia cristiana, evidenziata dall'uso e dal consolidamento di leggi e istituzioni ereditate da quel regime, insisteranno in modo particolare, incessantemente, i radicali dopo il '62 giungendo a formulare, nel Congresso di Torino del 1972, l'equazione DC=PNF. (23) Ovverosia che il modello democristiano era, per i tempi presenti, l'equivalente del modello fascista per gli anni '20.

La "Relazione" individuava anche pericoli futuri: "Bisogna che determinate misure giuridiche e soprattutto riforme di costume mettano al coperto il paese dalla trasformazione dello Stato italiano in Stato di partito". "Si deve battere sull'abuso dello Stato ai fini di partito. E' il punto centrale della nostra battaglia". (24) Negli anni successivi i radicali elaboreranno il loro statuto proprio per proporre un "partito della società" contrapposto al modello abituale di "partito dello stato".

Dalla posizione di minoranza combattiva i radicali si rendevano conto che il sistema politico italiano non era disposto a consentire l'espandersi di forze nuove, di concorrenti nuovi, nei programmi e nei metodi: "Chi esiste ha diritto di esistere, ma forze nuove non devono affermarsi. Si crea un ambiente limitato con il quale il potere stabilisce sempre dei `modus vivendi"'. (25)

E' quello che i radicali, `vecchi' o `nuovi' che siano, chiameranno il `regime': un sistema in cui non vi sia possibilità di ricambio della classe dirigente ed a ciascuna forza è assegnato un ruolo cui si deve attenere. E, invece, la "Relazione" chiedeva con nettezza "il cambiamento della classe dirigente se questa non è capace di emendarsi". (26)

Perché si realizzi questa circolazione nei gruppi politici dirigenti, bisogna estendere la partecipazione alle decisioni a coloro che non sono `politici di professione': "E' da studiare un sistema di istruttoria delle leggi con l'aiuto delle forze del paese fuori dai partiti. ...Una rete di associazione e di centri... i cui pareri siano ufficialmente esaminati dal Parlamento e presi in considerazione per quel che valgono, e non perché espressione di maggioranza o di categorie potentemente organizzate". (27) E' il rapporto fra `società civile' e `società politica' che i radicali si posero come obiettivo quando elaborarono il nuovo statuto nel 1967.

I nuovi, rivoluzionari, strumenti di questo `regime' sono i mezzi di comunicazione di massa, e il loro uso per fini e interessi esclusivi dei gruppi dirigenti: "Non è esagerato affermare che il principale strumento di regime oggi in Italia è costituito dalla televisione". (28) E se per porre fine a questa situazione nel '59 i radicali proporranno un progetto di legge di riforma della Rai, negli anni successivi agiranno con manifestazioni, occupazioni, digiuni e referendum.

Se sugli obiettivi economici un raffronto è possibile solo in maniera parziale non è tanto perché gli esponenti della corrente di sinistra avessero una concezione difforme dai tradizionali canoni liberali e liberisti, o perché disdegnassero il momento economico (anzi la prima loro battaglia dopo il '62 è proprio contro l'ENI ritenuto monopolistico e corporativo), ma perché i `nuovi' radicali ritennero che le battaglie sui diritti civili avessero, in quel preciso momento, un effetto più dirompente rispetto agli equilibri politici esistenti e fossero un settore su cui poter concentrare, senza disperderle in mille rivoli, le loro scarse forze. Lo stesso può dirsi per la politica scolastica ed universitaria dalla quale, dopo una intensa attività nell'ADESSPI tra il '62 e il '65 e l'impegno per la costituzione di un sindacato degli insegnanti democratici, isolarono la battaglia contro il confessionalismo nelle scuole pubbliche e i finanziamenti a quelle gestite da religiosi, in collegamento con la lotta anticonco

rdataria.

E, come dice la "Relazione", "ogni singolo problema rifluisce su questo". "Il problema della difesa dello stato democratico contro qualsiasi concezione teocratica e soprattutto contro un risorto potere temporale della Chiesa, è una lotta sempre attuale" (29). Partendo dalla convinzione che "la lotta contro il clericalismo è la continuazione della lotta contro il fascismo", la "Relazione" (30) indicava i seguenti obiettivi:

1) Denuncia del Concordato

2) Netta separazione fra Stato e Chiesa secondo il principio di "libera Chiesa in libero Stato".

3) Legge sul divorzio

4) Revisione del diritto di famiglia

5) Revisione della legislazione sull'istruzione e sull'assistenza

6) Abrogazione del divieto di propaganda anticoncezionale.

Tutti punti che saranno una costante della battaglia radicale, in tempi lontani come in quelli vicini.

Non si deve pensare però che sul settimanale di Pannunzio e nei convegni da esso organizzati venissero fatte analisi e proposte completamente diverse, tali da smentire quanto si affermava nei programmi del partito. Anzi, da uno studio delle annate dal 1959 al 1962, la tesi della continuità di ideali trova numerose conferme. E, si noti bene, si tratta dell'arco di tempo meno favorevole per questo confronto, perché fu proprio in quel periodo che il PR (e `Il Mondo') passò dalla linea di intransigente opposizione alla DC a quella della `collaborazione con i cattolici', allargando così i contrasti fra il gruppo dirigente e la corrente di sinistra.

Dall'esame dei singoli argomenti viene fuori il quadro che si cercherà di delineare nei punti seguenti. E' solo il caso di osservare che non si intende in questo modo dimostrare la identità di vedute (totale o parziale) fra il PR e `Il Mondo', bensì indicare quanto del patrimonio ideale dei radicali vi sia espresso, tanto da legittimare appieno il richiamo che i radicali fanno, oggi, a quell'esperienza.

1) `Regime' e strategia della sinistra.

"Obiettivamente il regime semi-dittatoriale di De Gaulle, votato dal popolo, è più simile all'attuale `democrazia' italiana che la regime spagnolo imposto dalla guerra civile" afferma nel 1960 Paolo Pavolini. (31) Mario Boneschi definisce (1959) `regime' "una forma moderna di assolutismo, basato sul dominio costante e fisso di una parte politica, la quale si è assicurata stabilmente il potere, e lo esercita secondo concezioni ed interessi di parte, senza possibilità di libero ricambio" (32); e denuncia: "Vi sono uomini influenti che non appartengono al partito dominante i quali concordano nel ritenere non esservi altra alternativa che o la soggezione, che essi chiamano collaborazione, con la parte stabilmente detentrice del potere, o l'avvento del comunismo". (33) Non diversamente scriveva nello stesso periodo la voce `ufficiale' del `Mondo', il `Taccuino': "La sinistra italiana ha soltanto una strada di fronte a sé: ed è l'opposizione democratica, l'alternativa politica, il rifiuto di prestarsi ancora al di

sastroso giuoco delle mezze qualificazioni altrui e delle proprie interne sconfitte". (34)

E sotto il titolo "Netta opposizione", all'indomani della consultazione del maggio '58, il giornale affermava ancor più drasticamente: "Con il Parlamento uscito dalle ultime elezioni i partiti laici non hanno altra scelta: occorre pertanto che si preparino a cinque anni di decisa opposizione alla DC e a chiunque voglia sostenerla". "Assolutamente vano sarebbe aspettar lumi dai democristiani per tutto ciò che riguarda programmi, riforme, innovamenti tecnici o amministrativi". "I partiti di democrazia laica e socialista hanno la strada segnata, la strada dell'opposizione. Un'opposizione netta, senza mezze misure, senza voti negati e poi dati sottobanco, senza `astensioni'. Agendo in questo modo, formando una valida e ampia alternativa di sinistra democratica, laica e socialista, alla Dc, potranno essere affrontati in modo degno gli avversari bramosi di voler condurre il paese verso un regime inaccettabile". (35)

"La marcia verso il regime non passa più attraverso le teste rotte - continua Boneschi - le sedi distrutte, gli omicidi ed i campi di concentramento. La sua fase potenziale lascia funzionare istituti, ma li va svuotando di ogni forza, così che li potrà ridurre a mera parvenza, come vorrà". E richiamandosi alla polemica di Calamandrei, prosegue: "Noi lamentiamo che non siano stati attuati o che siano stati malamente attuati quegli istituti che la Costituzione ha previsti per articolare la democrazia nella vita di ogni giorno, e non solo della giornata elettorale". (36) Si potrebbe continuare di questo passo per pagine e pagine, lunghe e dettagliate quanto la relazione di Boneschi a quel convegno.

Non si tratta delle posizioni personali di un "arrabbiato" come Pavolini o di un polemista come Boneschi, il quale non a caso, anni dopo, si ritroverà nel `nuovo' partito. Sono giudizi diffusi come dimostra quest'altra citazione da un "Taccuino" (37): "Il fascismo della nostra epoca è un fascismo adulto, silenzioso e quasi invisibile". E ancora: "Non sono più i tempi del fascismo digrignante, occorre un fascismo elusivo e sorridente, che assicuri la sostanza senza imporre la forma. A questo provvedono il partito di maggioranza e le dichiarazioni dei suoi principali dirigenti". (38) Infine: "L'inserimento nella vita pubblica italiana del movimento unitario dei cattolici... ha assorbito esperienze e volontà che ebbero altre volte altra espressione, in maniera tale che dal movimento cattolico, non dal MSI, parte oggi il pericolo" (39). E parole non dissimili, seppure meno aspre, pronunciava Leopoldo Piccardi al convegno "Verso il regime". (40)

Ne conseguiva anche un modo diverso di intendere l'azione antifascista, come risulta da questa lettera di un collaboratore del `Mondo', Giorgio Moscon, ad un anno dalla caduta del governo Tambroni: "Ben più pericoloso (del fascismo del MSI) è l'altro fascismo, quello dei `padroni del vapore', quello nascosto - e neppure troppo - nelle strutture dello Stato e nella stessa DC". Per questo si dichiarava contrario allo scioglimento del MSI: "In pratica poi, sciolto un MSI se ne fa un altro: e facilmente si creerebbe un'aria di martirio che, complice l'ignoranza e la passionalità della gioventù missina, aureolerebbe i vari Almirante i quali altro non cercano se non crearsi finalmente a buon mercato fama di eroismo". "Pertanto ancora una volta è questione di educazione e di convincimento verso quella gioventù (missina) colpevole soprattutto di non sapere". (41)

Undici anni più tardi, intervenendo nella polemica sul cosiddetto `bando Almirante', Pannella esprimerà concetti pressoché analoghi in un articolo dal titolo "Noi siamo contro i repubblichini d'oggi". (42)

2) Anticlericalismo

Non sembra il caso di riportare qui la costante polemica anticlericale del `Mondo', cui gli articoli di Ernesto Rossi davano il `la'. E che non si trattasse di generico "laicismo" lo conferma Nicolò Carandini in un articolo sul congresso del PR del '61: "L'aggettivo `anticlericale' è stato rivendicato dall'anima del partito come antitesi ad un fatto altrettanto preciso, cioè la presenza di una invadenza `clericale"'. (43)

Semmai, se v'è una differenza tra l'anticlericalismo del `vecchio' PR e quello del `nuovo' è quella rilevata da Spadolini: "C'è stata un'infiltrazione di utopismo con accenti e trasalimenti cristiani, post-conciliari, nonostante l'ostentato, clamoroso laicismo di molti seguaci del PR e della LID". "Due esperienze (Capitini e Dolci ndr) cui si è aggiunta, poi, la svolta del Concilio vaticano secondo. Non a caso Pannella ha confessato a Pasolini, in una recente intervista al `Mondo', ...una specie di debito ideale verso papa Giovanni, un'ammirazione non distaccata verso il grande pontefice". (44)

In realtà le ragioni della differenza stanno nelle diverse esperienze dei giovani radicali rispetto agli anticlericali delle generazioni più anziane; i primi si erano formati nel confronto quotidiano fra l'UGI e l'Intesa (l'organizzazione degli universitari cattolici) riuscendo, proprio grazie alla loro intransigenze laica, a rendere in più d'una occasione concreta la teoria dell'autonomia dei cattolici (in quanto credenti) dalla Dc e dalla gerarchia ecclesiale. (45) A questo s'aggiunga l'influenza su non pochi di essi della rivista `Esprit' e del `personalismo' di Emmanuel Mounier. E' quest'ultimo un aspetto che non si potuto approfondire in questa sede, ma che non poteva essere ignorato.

Ma questa differenza cui si è accennato non intaccò minimamente l'intransigenza delle posizioni. Come controprova si può citare il giudizio dei clericali, per la precisione, del quotidiano senza dubbio alcuno più clericale d'Italia, ieri come oggi.

Scrive l'Ordine di Como a proposito del II congresso del PR: "l'astiosità, la presunzione, l'irriducibilità hanno costituito il clima del congresso radicale di Roma. ... L'assemblea, volendo essere moderna, è stata quanto di più rancido e sorpassato si possa trovare in Italia... Un anticattolicesimo che è il midollo del partito, un ateismo che è vanto di autosufficienza dei leaders più decisi, una fissazione distruttiva che è nella critica e nella calunnia dei più incalliti pubblicisti". (46) Concetti che da quel giorno sono stati ripetuti in occasione di ogni congresso radicale.

3) Politica estera, pacifismo, neutralismo

Su questo punto le posizioni non potrebbero essere più divaricate. In realtà la politica estera era l'elemento di maggiore contraddizione nella stessa classe dirigente radicale '55-'62, come risulta anche dalla già citata "Relazione". Mentre il gruppo di estrazione liberale (Pannunzio, Carandini ecc.) era su posizioni di intransigente filo-atlantismo, quello proveniente da "Unità popolare" (ad es. Piccardi) era più vicino al neutralismo nenniano. In posizione autonoma, contro i `patti' e per il disarmo, era Ernesto Rossi. La `Sinistra' puntò costantemente su questo contrasto nella maggioranza per cercare di minarne la solidità. Sollecitò ripetutamente (e invano) un dibattito in Consiglio Nazionale e propose le sue tesi (pacifismo, antimilitarismo, disarmo unilaterale) in ogni istanza del partito. (47)

Di fronte a questa varietà di posizioni, `il Mondo' fu decisamente filo-atlantista. De Caprariis aveva sostenuto tesi sostanzialmente filo-colonialiste in occasione della guerra d'Algeria, prima ancora il settimanale aveva appoggiato la spedizione di Suez. Ciò non toglie che vi filtrasse indirettamente la tesi pacifista soprattutto attraverso le numerose foto dei primi "capelloni" inglesi con al collo cartelli sandwich "unilateralisti" (verrebbe voglia di osservare ironicamente che per `Il Mondo', se si era inglesi, ci si poteva permettere di essere perfino antimilitaristi!). E Achille Battagli poteva scrivere (1960): "Da molto tempo non è più vero che si fanno gli eserciti perché esistono le guerre: è vero, al contrario, che si fanno le guerre perché esistono gli eserciti. E anche le menti più pigre si sono accorte di questo rovesciamento e della necessità di rovesciare anche l'antico detto romano, ripetendo, con Briand, `si vis pacem, para pacem"'. (48)

4) Stampa e Rai-Tv

La generazione che si è formata culturalmente negli anni del `Mondo' ha ben presente l'assoluta diversità del settimanale di Pannunzio dal resto della stampa. Ne desse un giudizio positivo o negativo, ne definisse i contenuti profetici o provocatori, sacrosanti o dissacratori, doveva riconoscerne l'originalità e la serietà. `Il Mondo' ne era ben cosciente, costante fu la polemica contro il resto della stampa, grigia e asservita. "Un paragone fra i giornalisti italiani del primo periodo fascista e i giornalisti italiani di oggi è addirittura umiliante per questi ultimi". "Appaiono più che evidenti le responsabilità personali e dirette dei giornalisti che hanno scelto volontariamente di divenire veri e propri funzionari del regime" scrive Pavolini in un articolo intitolato, appropriatamente, "La stampa di regime". (49)

Aggiunge il "Taccuino" (50): "Varrebbe la pena, un giorno o l'altro, di fare una piccola ricerca sull'atteggiamento che la stampa, la radio e la televisione, gli uomini politici, chiunque aveva modo di essere in contatto con il pubblico, mantenne in quei giorni (luglio '60 ndr). Ecco un tema per i sociologi della `comunicazione di massa'. Ecco un esempio a portata di mano per studiare la dinamica di regime in una società come la nostra, cui formalmente non manca nulla per essere definita liberale e democratica".

Sulla Rai-Tv che meglio comprese la sua importanza per l'affermazione di una democrazia sostanziale fu Ernesto Rossi il quale non solo tenne una apposita relazione al convegno "Verso il regime", ma stese anche uno schema di progetto di legge di riforma della Rai che fu poi presentato al Presidente del Consiglio.

"Intendo richiamare la vostra attenzione - affermò - sui pericoli che corrono le istituzioni per il fatto che le trasmissioni radiofoniche e televisive sono fatte da una unica società, controllata esclusivamente dal governo, e sono, in conseguenza, al servizio esclusivo della DC e del Vaticano" (51). E citando il `New Statesman', proseguiva: "Le battaglie politiche del futuro saranno vinte da coloro che sapranno meglio profittare della possibilità che la TV offre di parlare all'elettore, da uomo a uomo, nell'intimità della sua casa" (52). La Commissione di Vigilanza "è una commissione truffa", una delle tante porte dipinte sui muri della nostra pubblica amministrazione, con sopra, a grandi caratteri luminosi, la scritta: "Supremo organo di controllo". Servono a mascherare le responsabilità, consentendo ai ministri di rispondere a chi protesta: `Ha sbagliato uscio: si rivolga al piano di sotto"' (53). E concludeva: "Noi proponiamo che i partiti che presentano candidati in tutte le circoscrizioni abbiano duran

te la campagna elettorale, eguale disponibilità di tempo per le trasmissioni, e quelle che presentano candidati solo in una parte... delle circoscrizioni abbiano un tempo proporzionalmente minore. Soltanto una regola del genere... metterebbe tutti i partiti in una posizione di partenza uguale rispetto alle possibilità offerte dalla Rai-Tv, mentre un qualsiasi rapporto proporzionale all'importanza relativa dei diversi partiti... tenderebbe a consolidare le posizioni acquisite e a chiudere la strada agli uomini nuovi e alle nuove formazioni politiche" (54).

`Il Mondo', da parte sua, dedicava ampio spazio alla sentenza della Corte Costituzionale sulla Rai-Tv del '60 e alla conseguente domanda d'accesso (ovviamente insabbiata e respinta) dell'ADESSPI (55).

5) La `disobbedienza civile'

E' già stata ricordata l'importanza della "filosofia del dialogo" di Calogero nell'elaborazione teorica dei `nuovi' radicali. Nei "Quaderni" che settimanalmente apparivano in ultima pagina sul `Mondo' si ritrovano molte delle concezioni che ispireranno la teoria del `partito laico' e della `disobbedienza civile'.

"La diversità fra l'uomo del dialogo e l'uomo dell'obbedienza - scriveva Calogero nel '60 - non sta nel fatto che questo obbedisce e l'altro no: perché obbediscono entrambi. La differenza sta nel fatto che l'uno deriva il dovere del dialogo dalla legge dell'obbedienza. Quest'ultima dice: `Debbo capire gli altri, ma solo perché devo obbedire a chi mi ordina di farlo'. L'altro dice: `Debbo obbedire a certe autorità, ma solo in quanto le ho costituite per assicurare una migliore comprensione di tutte"' (56).

Questo concetto viene sviluppato alcuni numeri dopo (57): "Opposta è la situazione di chi disobbedendo eccezionalmente a un comando, conferma la sua adesione all'ordinamento costituzionale, da cui quel comando proviene, col suo stesso accettare le sanzioni previste per la propria disobbedienza". "E qui si può solo aggiungere che l'intrinseca costituzionalità di un simile atteggiamento è confermata non solo dall'accettazione della condanna per disobbedienza, ma anche dal fatto che si presenta esso stesso solo come caso d'eccezione, come manifestazione di emergenza, la cui normalità è tanto più giustificata quanto più serio è il prezzo che per essa si paga". "Lo stesso carattere di eccezionalità o di emergenza è del resto proprio anche di quelle speciali forme di pressione sull'opinione pubblica, di cui in fondo avvertono l'esigenza coloro che variamente si appellano al `diritto di insubordinazione' o al `diritto di resistenza' e insomma all'una o all'altra delle varie forme di `obiezione di coscienza"'. E, so

llecitano il riconoscimento giuridico dell'obiezione di coscienza, Calogero indica quello che sarà il punto chiave delle rivendicazioni degli obiettori antimilitaristi nonviolenti: "Si respinga qualunque forma di inquisizione sui motivi per cui un individuo chieda di valersi del diritto di opzione per il servizio civile in luogo del servizio militare" (58).

Vivissima anche la polemica contro la sterile riflessione filosofica e ideologica. In questi casi viene portato come esempio agli intellettuali italiani Bertrand Russell che in quei tempi era promotore e animatore di uno dei più attivi comitati anti-atomici e pacifisti e di recente si era perfino fatto arrestare per atti di `disobbedienza civile'. "E se noi, in Italia, avessimo avuto maestri di pensiero e di critica del tipo mentale e del vigore di un Bertrand Russell, invece che altri maestri, assai più intrinsecamente conservatori nel fondo, hegelianeggiante o marxisteggiante, della loro mentalità (evidente il riferimento a Croce, ndr) avremmo oggi meno da combattere contro una situazione in cui i più sembrano ancora non avere altra scelta che entro una terna di teologie dialettiche antiquate (quella del cattolicesimo, quella del marxismo e quella dell'idealismo), mentre le forze conservatrici stanno tranquillamente al potere" (59).

Nelle pagine precedenti si è cercato di individuare alcuni solidi legami ideali fra `vecchio' e `nuovo'. Ma, come s'è detto, non è sul solo piano delle idee che bisogna esaminare la continuità. Il metodo, le forme della lotta sono altrettanto importanti.

Quando Cofrancesco, nel saggio già citato (60) fa il paragone dei due quadri uguali in tutto tranne che nel tono dei colori è evidente che si riferisce all'immagine esterna del Partito Radicale. Ora, quei colori "tenui e delicati" del `vecchio' Pr sono i colori naturali dell'impostazione grafica del `Mondo', dell'ordine dei Convegni degli amici del `Mondo' e della compostezza del loro pubblico. Il settimanale e i convegni erano l'immagine esterna del partito anche perché erano praticamente le uniche forme nelle quali si esprimeva la lotta radicale di quegli anni. Privati del settimanale e di ogni finanziamento, abbandonati dalle `teste d'uovo' protagonisti dei convegni, cos'altro potevano fare i `nuovi' radicali se non sviluppare quei metodi, dai colori "indiscreti e violenti", che avevano già sperimentato, per esempio, nella marcia per la pace Perugia-Assisi del '61 ed appreso nei loro frequenti contatti con i pacifisti inglesi e gli anti-colonialisti francesi?

Ma non si tratta solo di aver fatto di necessità virtù. Come si vedrà più avanti, il problema del trasformare parole, idee, progetti in fatti, del rendere concretamente operanti diritti, istituti, leggi è fondamentale per ogni democrazia e richiede, per la sua soluzione, non solo un elemento soggettivo - una fortissima volontà - ma anche uno oggettivo - un metodo vincente. Ora, del gruppo dirigente radicale preso come corpo politico, non come somma di singole prestigiose personalità, si può riferire questo recente giudizio di Silvio Pergameno (61): "Parecchi dei vecchi radicali, non tutti certamente - non certo Ernesto Rossi - erano, a ben vedere, dei `liberali', ma non erano dei `democratici', perché credevano nella libertà come fatto di coscienza e si mettevano a posto la coscienza scrivendo l'articolo sul `Mondo'. Mancava loro, in altri termini, la consapevolezza dell'individuo come parte della società, dell'individuo che opera e fa politica nella società... E la libertà che non opera, che non produce con

tutti e per tutti non è democrazia".

A ciò si aggiunga la contraddizione del fatto che, mentre le battaglie radicali di allora avrebbero potuto, potenzialmente, coinvolgere milioni di persone (si pensi ai diritti civili, alla difesa del consumatore e del contribuente), esse erano rivolte a poche migliaia. Mancava la consapevolezza che il solo consenso dell'intellighentia era del tutto insufficiente per travolgere consolidate resistenze conservatrici.

Lo poterono, amaramente, constatare quanti avevano cercato di fornire al centro-sinistra nascente il meglio del loro impegno programmatico. Delle grandi battaglie radicali solo quella sulla nazionalizzazione dell'energie elettrica andò in porto e in forme tali da suscitare l'immediata critica di Ernesto Rossi che ne era stato uno dei più accesi sostenitori.

I giovani radicali erano coscienti di questo pericolo e fin dal 1958 avvertivano che "dopo tre anni di vita, il PR più che vivere, vegeta e sopravvive. Le migliori energie, volontà e buone volontà in esso poste dai migliori suoi uomini... non sono purtroppo riuscite ad imprimere al piccolo (assai piccolo) numero di radicali iscritti, un'apprezzabile forza espansiva... Alcuni pensano che il vivo nucleo di una forza politica in formazione ed evoluzione, abbia finito per essere il bacino di raccolta di una fluida opinione politica già esistente, cui offre di fatto solo un leggero quadro organizzativo, utile - e neppure troppo - ad evitare intempestive dispersioni a destra e sinistra" (62).

Se c'è dunque qualcosa che più delle altre distingue i `nuovi' radicali da coloro i quali in tante cose erano stati i loro `maestri' è la tenacia e il metodo con cui inseguirono gli obiettivi prefissati, riuscendo, alla lunga, a raggiungerli.

Ma, in fondo, che cos'era questo modo di essere radicali se non seguire l'auspicio di Mario Ferrara, espresso tanti anni prima, nel 1951, sulle colonne del `Mondo' (63) sotto il titolo: "Date un matto ai liberali"? Senza questo matto - scriveva - i poveri liberali non riusciranno più ad essere liberali, perché non si convinceranno più che la libertà è una pazzia e che loro conviene fare di conseguenza cose da pazzi". E come non collegare queste parole a quel ragionevole sregolamento dei sensi" di Rimbaud, tante volte citato da Pannella come norma di comportamento per una politica davvero `radicale'? (64)

E' essenziale chiarire, nella ricerca della continuità fra `vecchi' e `nuovi' radicali, che ci fu una svolta netta nella storia dei primi, le cui conseguenze, oltre che esiziali per la compattezza di quel gruppo dirigente, hanno per lungo tempo reso confusa o equivoca la reale immagine di quel partito.

La svolta fu, come si è già accennato, il passaggio dalla strategia dell'alternativa alla DC a quella della collaborazione con essa.

Scrive Teodori: "Dalla fine del 1958 in poi, il Partito Radicale scelse dapprima con riluttanza e poi progressivamente accettò... di subordinare alla `ragion politica' di ciò che si chiamò centro-sinistra, quelli che erano i suoi propri contenuti specifici e il modo del tutto singolare con cui si poneva di fronte alla politica del paese".

"Nel periodo che corre all'incirca dalla metà del 1959 alla fine del 1961... i radicali, attraverso la loro classe dirigente, mutarono sostanzialmente atteggiamento nei confronti della DC e della prospettiva di centro-sinistra" (65).

L'esattezza di questa affermazione la si può riscontrare dalle pagine del `Mondo'. Se nella primavera del '59 vi si leggevano ancora, in prima pagina, frasi come questa: "Dopo tre anni di attività del Partito Radicale, nei movimenti della sinistra democratica nessuno parla più di dialoghi e di colloqui con la Dc, né di incontri ai vertici, alla base, o a mezza strada, come si faceva una volta" (66), già qualche settimana dopo, cassando senza mezzi termini la proposta di Pannella per un'alternativa di tutta la sinistra, comunisti compresi, alla Dc, si rivolgeva ai democristiani un esplicito invito a non fare governi troppo di destra (erano i tempi del governo Segni con appoggio monarchico e missino) altrimenti i "laici" erano spinti, come Pannella, fra le braccia dei comunisti (67).

La crisi del luglio '60, anziché riportare sulle antiche posizioni il PR che vedeva confermate dal governo Tambroni tutte le sue analisi politiche sul fascismo e il regime della Dc, lo sospinse ancor più rapidamente verso il centro-sinistra, visto quasi come l'ancora di salvezza della democrazia. Così, Federico Gozzi (uno degli pseudonimi di Vittorio De Caprariis) poteva scrivere nell'ottobre di quell'anno: "L'affermazione (del PCI) che il nemico da battere è `tutta la DC' contiene una polemica appena sottintesa contro i partiti della sinistra democratica... che si rifiutano di considerare la stessa DC come un blocco monolitico tutto reazionario" (68).

E dopo il Congresso del '61 che sanciva formalmente la svolta, Nicolò Carandini poteva confinare l'alternativa alla Dc fra i sogni: "Una soluzione di alternativa integrale alla DC sarebbe il più accarezzato sogno per noi radicali, ma la risposta che continuano ad avere i nostri appelli per la leva in massa della sinistra democratica relegano questo ambizioso disegno fra le speranze di un dubbio avvenire" (69). Era, tutto sommato, un modo molto elegante per dire che il PR, ormai, era a rimorchio di altre forze, il PRI e il PSI, i cui fautori si combattevano già all'interno del partito.

Piccardi, da parte sua, sosteneva che non era cambiato nulla nella strategia del partito, solo nella tattica: "Lo strumento concreto di una politica di sinistra democratica è stato ed è ancor oggi quella linea di azione che ha preso ora il nome di alternativa, ora quello di apertura a sinistra". "Non esiste un'alternativa nel potere che ne possa escludere la DC: vi è solo una politica alternativa a quella del partito di maggioranza relativa" (70).

La verità è che c'erano solo due strategie possibili per costituire una alternativa alla DC: la prima, classicamente terzaforzista, su cui si era basato il partito alla sua fondazione abbisognava di una netta espansione elettorale ai danni di DC e PCI. La sua fragilità si era manifestata con le elezioni politiche del '58 che videro l'insuccesso delle liste PRI-PR.

L'altra era coinvolgere il PCI nel processo democratico a somiglianza di quanto era avvenuto con il PSI; ma il superamento dell'anticomunismo si rivelava un ostacolo ancor più insuperabile della vischiosità del corpo elettorale. E mentre si abbandonava la `grande traversata' verso l'alternativa per il `piccolo cabotaggio' di centro-sinistra, si liquidava perentoriamente la proposta di `Sinistra Radicale' lanciata da Pannella al Congresso del '59 e ripetuta sulle colonne del `Paese' (71). Dapprima definita l'"alleanza dei cretini", questa proposta fu da allora nel mirino degli articoli del `Mondo': "L'avvento al potere di una sinistra unitaria, della quale i comunisti siano, come è fatale, il fattore determinante, non può prospettarsi se non come un avvenimento irrevocabile, gravido di conseguenze d'ordine interno e internazionale, e comunque necessariamente non rispondente alle aspirazioni di chiunque creda nella possibilità di un sviluppo democratico del paese" (72).

Scriveva Piccardi, in sintonia con De Caprariis: "Nelle esigenze della nostra lotta democratica, nell'esigenza cioè di isolare la destra sovversiva o conservatrice e in quella di tenere ben ferma la distinzione tra la sinistra democratica ed i comunisti, non v'è nulla di mutato: la lotta è, oggi come ieri, una lotta su due fronti. E riuscirà vittoriosa solo se si manterrà tale" (73).

Eppure lo stesso Piccardi doveva constatare che le battaglie civili radicali erano sostenute in Parlamento assai più dal PCI che dai partiti laici.

"E' triste, ma doveroso dire, - scriveva in occasione dell'approvazione della legge, fascista, sulla revoca della cittadinanza (1961) - che ancora una volta la difesa dei principi di libertà ai quali si ispira il nostro ordinamento costituzionale è stata lasciata alla sinistra socialista e comunista, mentre liberali e socialdemocratici, insieme ai neo-fascisti hanno prontamente aderito all'iniziativa democristiana e i repubblicani si sono limitati a riserve che hanno trovato espressione in una astensione dal voto. Abbiamo così potuto constatare con quanta facilità, per iniziativa della maggioranza democristiana e con la connivenza di forze che amano vantare un primato di fedeltà alla democrazia, si possa tentare con forti possibilità di successo, di inserire in una legge di questa nostra Repubblica democratica norme di schietta ispirazione fascista" (74).

La `Sinistra' si sforzava di evitare la svolta `realista' in tutti i modi. L'alternativa della sinistra, tutta la sinistra, rimarrà l'architrave della sua costruzione politica. Sul quotidiano comunista "Il Paese', Pannella scriveva: "Sono le cose, in Europa, a porre in modo drammatico l'interrogativo: se sia possibile l'alleanza della sinistra democratica e di quella comunista per la difesa e lo sviluppo della democrazia. Chi come me ritenga di rispondere affermativamente, ha il dovere di non ignorare le difficoltà ed i rischi di questa politica e di dichiararli perché si superino". "Proporre in questo lavoro (di alternativa ndr) una corresponsabilità del PCI, operare senza ipocrisie e senza paura in questo senso, è compito serio della sinistra democratica, cosciente della propria irriducibile autonomia non meno che del proprio diritto a porsi come forza che si candida al potere". "Diciamo subito che nei confronti del PCI rifiutiamo la via della richiesta di `garanzie' e di `chiarezze' artificiose e antistor

iche". "Iniziare a discutere una comune politica, fra comunisti e democratici, è comunque urgente. Nessuna confluenza, nessuna soluzione è mai scontata nella storia, e nella politica la logica delle cose di per sé non è creatrice: quella degli uomini deve animarla, secondarla, dirigerla" (75).

Ma l'anticomunismo era troppo radicato e ai fatti d'Ungheria troppo recenti perché la classe dirigente radicale potesse, non accettare, ma perfino comprendere questa proposta. `Il Mondo' la definì la "tesi di un radicale che ripete per caso su un giornale comunista le tesi che il PCI cerca di diffondere da anni. Meglio discutere, nonostante tutto, con l'on. Togliatti" (76). Non riuscendo a distinguere quanto essa si differenziasse dalle usuali teorizzazioni frontiste.

In realtà si stava verificando un processo che `Il Mondo' aveva analizzato, riferendolo però agli avversari di destra del PR: "Chiunque minacciasse la vita di questi governi, chiunque li tribolasse con critiche, manifestazioni d'insoddisfazione, richieste di mutamenti o di coraggiose revisioni, è entrato a far parte della categoria degli `utopisti'... Si comincia come `velleitario' per diventare poi `sinistrorso' o `azionista'; dopo un po' di tempo `incoerente'; poi si è promossi ad `irresponsabile' e finalmente si va in pensione come `cripto-comunisti"' (77).

Anche una rivista solitamente attenta ad evitare schematismi e luoghi comuni come `Tempi Moderni' scriveva: "La vera e propria sinistra... si è sempre battuta su una posizione filocomunista, invocando il mito dell'unità della sinistra', affiancandosi ai `carristi' del PSI" (78). Concordando in questo con il giudizio di Paolo Ungari secondo cui la `Sinistra' "dilatava a mito di unità delle sinistre alcune pratiche di organismi neofrontisti tollerate negli ultimi tempi dal partito (radicale) sull'altare dei rapporti con i socialisti, e tanto meno commendevoli in quanto strumentali" (79).

Proporre l'alternativa di sinistra era, invece, trarre le logiche conseguenze da quanto si era fino ad allora detto sulla natura della DC, sul ruolo dei suoi alleati di governo, sulle riforme da compiere, sui soggetti sociali che ne dovevano essere i protagonisti e beneficiari. Significava volere in concreto l'attuazione del principio dell'alternanza tra maggioranza e opposizione, tanto cara agli `anglomani' radicali. Significava, oltretutto, confrontarsi da una posizione di forza con il PCI, non lasciandogli il monopolio dell'opposizione, stimolandolo, proprio attraverso l'azione comune, a modificare i propri comportamenti, che in quegli anni risentivano ancora molto delle pratiche staliniste, in senso autenticamente democratico, anziché favorirne tatticismi e strumentali adeguamenti.

Ma a questi tentativi della corrente di sinistra, la maggioranza rispondeva non solo con colonne di piombo ma anche con l'assai poco elegante estromissione della forte minoranza (30%) dagli organismi direttivi del partito al congresso del '62, in modo tale da far scrivere a `Tempi Moderni' che questo era il risultato sostanziale di quel congresso (80).

A ben poco serviva che Carandini cercasse di idealizzare l'operazione, scrivendo che "il solo rilevante slittamento (nel Congresso) è stato circoscritto ad una minoranza del gruppo giovanile mossa da un sentimento violento, ma anche commovente di inquietudine e di insofferenza. Fenomeni di impazienza, di ricerca angosciosa di verità sfuggenti e di novità avventurose che esulano dalla limpida linea del partito" (81).

Nonostante tutto, `Sinistra Radicale' cercò di impedire quello che già era prevedibile; già prima del II Congresso, su `Tribuna Radicale', sotto il titolo "Soluzione unitaria", Pannella scriveva: "Siamo intenzionati ad impedire il fallimento finale, disposti a solleciti a richiedere una nuova linea e una nuova direzione. Sappiamo che questo congresso si presenta almeno in parte preordinato, ma non vogliamo che questo sia l'ultimo congresso radicale e chiediamo una segreteria e una direzione unitaria perché questo divenga possibile" (82).

`Sinistra Radicale' puntava soprattutto su Ernesto Rossi indicando in lui la personalità che avrebbe potuto trarre il partito dall'equivoco moderatismo e dalla conflittualità personalistica in cui si era insabbiato. "Una sola persona può garantire e rendere fertile l'unità di tutti i radicali: l'uomo politico di maggiore statura di cui il partito (che non ne manca) disponga è Ernesto Rossi; egli stesso, se sarà come è sempre - pur nella modestia sua solita - rigoroso e sincero con se stesso e con gli altri, finirà per rendersene conto. Allora molte cose cambieranno" (83).

In Rossi i `nuovi' radicali trovavano e attingevano due elementi soggettivi che si sforzarono di porre come guida della loro azione politica: il "non mollare", quali che fossero le avversità da superare, e l'intransigenza, che non era ottusità ma reazione alla prassi di deteriori compromessi delle forze democratiche italiane. Così su `Notizie Radicali' lo ricordavano a un anno dalla morte, avvenuta nel febbraio 1967. "Ci sembra giusto sottolineare ciò che soprattutto abbiamo tratto dall'insegnamento di Ernesto Rossi: è l'esempio del "non mollare", la stretta unione che c'è sempre stata in lui tra pensiero ed azione, la fiducia nella prassi che lo spingeva sempre a creare e a gestire - umilmente, puntigliosamente, responsabilmente - i propri anche modesti strumenti di azione politica. Rossi non ha mai delegato ad altri l'azione politica. Sapeva che questa non consiste nel dare una risposta a tutti i problemi, ma nello scegliere di volta in volta i propri obiettivi e nel perseguirli tenacemente, avendo fermi

alcuni principi fondamentali. Il dissenso con gli altri era sempre misurato con ciò che lui stesso riusciva a realizzare, senza mai esaurire il proprio lavoro intellettuale e politico in una sterile contestazione delle altrui posizioni e delle strutture esistenti". "Dietro tutta la sua vita e dietro ogni episodio di essa c'è questa costante fiducia nella propria azione come qualcosa che comunque non andrà perduto e non sarà inutile, per quanto grandi siano gli ostacoli e le difficoltà: c'è questa costante capacità di lotta di cui ha dato prova fino agli ultimi giorni della sua esistenza. Per questi motivi, fra tutti gli uomini della sua generazione, noi radicali abbiamo visto in Ernesto Rossi non soltanto un maestro, ma un autentico e grande leader politico" (84).

E non erano frasi da panegirico. Nel '62, insistendo perché "non mollasse" il partito già abbastanza dissanguato, Pannella gli scriveva: "Caro Rossi, una volta per tutte, per l'ultima volta: lei è la sola persona, in tutto l'ambiente radicale, ad essere un `politico'. C'era anche qualche politicante e non c'è più" (85).

E' interessante notare come fin d'allora si metteva in luce, come distintivo dal resto della dirigenza radicale, la questione del metodo e della volontà, anziché quella della linea politica.

Ma le cose andarono diversamente dalle loro speranze. "La direzione - scriveva `Sinistra Radicale' - riferendo lo svolgimento della crisi del partito tra il '61 e il '62 - si sta dividendo fra una posizione di accentuato filosocialismo e una posizione di attenuato lamalfismo senza che da una parte o dall'altra si riesca a definire al di là delle preoccupazioni tattiche e di schieramento (valide ma relative), le ragioni di una consistente autonomia del PR. La verità è che l'unità di un gruppo dirigente è sempre unità politica di intenti e di vedute e non può resistere a lungo come semplice connivenza di potere" (86).

Secondo `SR' il fallimento della dirigenza radicale nella creazione di un partito vigoroso e in crescita era dovuta al fatto che "la storia di una gran parte dei nostri amici di provenienza liberale è storia di `moderati' nel senso più preciso e storico della parola... La logica dei loro atteggiamenti è serrata e non si smentisce. Con una sola eccezione, che ci interessa da vicino: la battaglia `radicale', che però resta, lo ripetiamo, anomala rispetto al loro passato, alla loro cultura, ai loro interessi civili... Ma il tempo è trascorso, semmai è esistito, nel quale un'autentica battaglia di libertà, in Italia e in Europa e nel nostro tempo, può essere condotta da moderati". "Per i moderati radicali, in politica interna, così come in politica estera, l'unica battaglia che resti da fare è quella fra mondo occidentale e mondo comunista, a costo di ignorare in questa schematica contrapposizione, il destino della libertà nell'occidente, a costo di ignorare i fascismi e tutte le negazioni della libertà che si s

viluppano nell'occidente così accanitamente difeso". "E' con queste spinte psicologiche e politiche, nella errata speranza di vedere una base radicale fatta di ex liberali (piuttosto che di democratici intransigenti stanchi anche degli opportunismi e dei compromessi passati e futuri dei partiti classici della sinistra italiana) che fu possibile a dei moderati combattere per 2 anni una battaglia destinata a minacciare il sottile gioco di equilibri e di tranquille abitudini polemiche che sino ad allora aveva unito intimamente nel Paese maggioranza e opposizione" (87).

Rimane solo da accennare a quella che fu certamente la pagina più brutta nella storia pur illustre di quella classe dirigente. Il "caso Piccardi" non fu altro, occorre dirlo, che un pretesto politico, ammantato da un assai meschino moralismo, per colpire il gruppo filo-socialista, il quale dopo il relativo successo del connubio elettorale alle amministrative del '60 aveva aumentato notevolmente il suo peso all'interno della maggioranza. Era stato Piccardi stesso a sottoporsi volontariamente nel '45 ad una commissione di epurazione che lo aveva scagionato da ogni addebito relativo alla sua partecipazione ad attività connesse con la legislazione antiebraica. Semmai ci sarebbe stato da ridire sul suo passato di ministro badogliano, ma non c'era proprio nulla di antifascista nelle accuse di collaborazionismo rivoltegli dal gruppo del `Mondo'; prova ne sia la difesa che il più antifascista di loro, Ernesto Rossi (13 anni di carcere e confino) prese di Piccardi, giungendo a dimettersi dal settimanale cui collabora

va dalla fondazione.

Il giornale di Pannunzio tenne durante tutta la crisi del partito e il "caso Piccardi" un comportamento da far invidia a quella stampa, di partito o `indipendente', da esso sempre, giustamente, attaccata per le censure e i silenzi. Non una riga, non un dibattito, niente di niente, su questa vicenda che pur coinvolgeva tanto, nemmeno quando la sua penna più prestigiosa, Rossi, si dimise, fino alla mattina del 3 aprile '62 quando i suoi lettori, fino ad allora informati dai malevoli resoconti del resto della stampa, poterono apprendere che "da alcuni mesi il Partito Radicale era in crisi" (88).

Si è riferito qui l'andamento di questa crisi e la sua assai poco felice, sotto tutti gli aspetti, conclusione perché da essa i radicali trarranno motivo di profonda meditazione sulla natura del partito politico, e su come, per dirla in due parole, fosse possibile che vicende simili, tutt'altro che infrequenti nella storia dei partiti italiani, non si manifestassero o si risolvessero in maniera positiva.

Osservazioni riassuntive

Volendo riassumere quanto si è finora esposto, la questione della `continuità' può essere vista sotto i tre aspetti degli elementi comuni ai `vecchi' e ai `nuovi' radicali, di quelli che li mettono in contrapposizione e di quelli `evolutivi' dei secondi rispetto ai primi.

ELEMENTI COMUNI

1) L'analisi della natura del governo democristiano e la definizione di `regime' dato ad esso. Il giudizio nettamente negativo su di esso. La denuncia della sua prassi di insabbiamento e violazione della Costituzione repubblicana e del suo rifiuto a svolgere qualsivoglia politica riformatrice. L'individuazione nell'estensione del potere clericale, attraverso il legame Vaticano-DC, del male più grave della politica italiana.

2) La tesi della `continuità' fra questo `regime' e quello fascista attraverso l'uso degli stessi strumenti legislativi repressivi, e il loro potenziamento, e lo sviluppo della politica corporativa degli enti `parastatali'.

3) La strategia della non-collaborazione e della alternativa di una forte coalizione democratica, laica e socialista alla DC come unica via per poter sperare di risolvere i gravissimi mali italiani.

4) L'anticlericalismo, inteso non come irreligiosità, o disprezzo dei credenti, bensì come rivendicazione di una chiara distinzione fra spirituale e temporale, fra quel che spetta a Cesare e quel che spetta a Dio, e quindi come rifiuto della trasformazione in legge di precetti che riguardano solo la coscienza dei cittadini. Conseguente denuncia del Concordato e affermazione del principio di `libera chiesa in libero stato', parità fra le confessioni religiose, abolizione dei privilegi finanziari, fiscali e materiali nel settore dell'istruzione, dell'assistenza e dell'urbanistica.

5) La richiesta di attuazione delle libertà costituzionali, in particolare quelle di stampa, espressione, associazione e manifestazione.

6) La riforma della Rai-Tv e l'accesso alle sue trasmissioni delle forze d'opposizione e di minoranza.

7) La concezione della famiglia e conseguente richiesta della riforma del diritto famigliare, del divorzio, dell'educazione sessuale e contraccettiva.

8) Lo scetticismo per i programmi ideologici e onnicomprensivi.

9) Il "non mollare" e l'intransigenza come espressa e vissuta da Ernesto Rossi.

ELEMENTI DI SOLUZIONE

1) Il superamento dell'anticomunismo, derivante da una duplice considerazione: la essenzialità dell'apporto del PCI per una politica democratica di alternativa alla DC e la necessità di non isolare i comunisti ma di favorire una loro evoluzione democratica.

2) L'antimilitarismo, come opposizione a tutti i blocchi militari, a tutti gli eserciti, a tutte le forme di violenza organizzata; il disarmo unilaterale come sua coerente conseguenze; l'anticolonialismo come rifiuto della imposizione a popoli extra-europei di modelli politici, economici e culturali di tipo occidentale.

3) La concezione più `democratica' che `liberale' della vita e della attività politica. Quindi lo stimolo alla partecipazione, la ricerca di consenso fra la gente anziché nei circoli politici e culturali, lo sviluppo della prassi e delle tecniche di lotta.

ELEMENTI EVOLUTIVI

1) Unità di tutta la sinistra per conseguire una maggioranza parlamentare che respingesse all'opposizione la DC.

2) La ricerca e l'adozione di nuovi metodi di lotta, sulla base di quanto era stato sperimentato da altri movimenti democratici all'estero.

3) Teorizzazione di un partito nuovo nelle sue strutture e nei suoi rapporti interni, capace di essere espressione della società e al tempo stesso immune dai rischi di burocratizzazione o di frammentazione e decomposizione interna.

Questa evoluzione era dovuta ad una serie di fattori:

a) Fattori generazionali: tra dirigenza radicale e gli esponenti della `Sinistra' vi era un divario di 15/20 anni se non di più; diversi, quindi, i periodi di formazione (il fascismo per gli uni, il dopoguerra per gli altri), le esperienze dirette, gli stimoli.

b) Fattori di `classe': la dirigenza radicale era composta di affermati professionisti (i direttori di giornale Benedetti e Pannunzio, gli avvocati Cattani e Piccardi, l'industriale Olivetti, gli ex-ministri Carandini e Villabruna); la `Sinistra Radicale' da giovani il cui ambiente era prevalentemente quello universitario o post-universitario.

c) L'esperienza negli organismi direttivi dell'UGI e dell'UNURI in costante e diretto confronto e contrasto con gli universitari cattolici e comunisti.

d) I rapporti con i nuovi movimenti politici sorti in quegli anni in Europa soprattutto sui temi del pacifismo e dell'anticolonialismo. Scrive in proposito Teodori: "Non si può comprendere il distacco del nuovo radicalismo dal vecchio se non lo si considera nel contesto della nascita di nuove opposizioni ai regimi moderati e, più in generale, delle situazioni di conservazione e di nuovo autoritarismo strisciante un po' dovunque in Europa. Tali opposizioni erano nuove anche perché, nate sia dal filone marxista che da quello liberale e cristiano, si posero al di fuori delle organizzazioni politiche delle due maggiori famiglie politiche della sinistra, la comunista e la socialdemocratica" (89).

e) La riflessione sul fallimento del `vecchio' partito e la consapevolezza, che si richiamava allo slogan con il quale il PR era nato, che per attuare una "nuova politica" occorreva un "partito nuovo".

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Note al CAPITOLO I

1) G. Spadolini, "La battaglia dei radicali", Corriere della Sera, 25/7/74 [AGORA' TELEMATICA - ARCHIVIO PR - testo n. 3453]

2) A. Barbato, "Pannella vuole arrestarmi", La Stampa, 16/4/77 [AGORA' TELEMATICA - ARCHIVIO PR - testo n. 3873]

2 bis) Più di una volta, nelle citazioni che verranno fatte, le osservazioni sembreranno rivolte al solo Marco Pannella. In realtà si tratta di una abitudine giornalistica tendente a personalizzare le vicende e le posizioni dell'intero PR attribuendole all'esponente che viene considerato il "leader carismatico".

3) A. Trombadori, "Il PCI replica a Pannella: troppo vittimismo", Corriere della Sera, 14/12/76 [AGORA' TELEMATICA - ARCHIVIO PR - testo n. 3795]

4) F. Ciafaloni, "Una sinistra liberale figlia del '68", su Argomenti Radicali n. 2, giugno/luglio '77 pag. 114 [AGORA' TELEMATICA - ARCHIVIO PR - testo n. 1383]

5) F. Compagna, "Pannella e l'eredità di Mario Pannunzio", Corriere della Sera, 20/12/76 [AGORA' TELEMATICA - ARCHIVIO PR - testo n. 3796]

6) I. Cofrancesco, "La libertà radicale", su Critica Sociale, novembre '74, pag. 532 [AGORA' TELEMATICA - ARCHIVIO PR - testo n. 3791]

6 bis) D. Cofrancesco, "La libertà radicale", su Critica Sociale, dicembre '74, pag. 588 [AGORA' TELEMATICA - ARCHIVIO PR - testo n. 3792]

7) U. Eco - P. Violi, "La controinformazione", in V. Castronovo - N. Tranfaglia (a cura di) "La stampa italiana del neocapitalismo", Laterza 1976, pag. 14

8) G. Russo, prefazione a "La sfida radicale" di F. Morabito, Sugar Co. 1977, pag. 9 [AGORA' TELEMATICA - ARCHIVIO PR - testo n. 2469]

9) M. Teodori e altri, op. cit., pag. 45 [AGORA' TELEMATICA - ARCHIVIO PR - testi n. 1319>1327]

10) A. Benedetti, "Una voce contro l'ipocrisia", Corriere della Sera, 26/6/74

11) G. Calogero, "La doppia tessera", Panorama n. 326, 20/7/72

12) Agenzia Radicale, 19/8/64 [AGORA' TELEMATICA - ARCHIVIO PR - testo n. 3789]

13) "Note introduttive al dibattito tenuto nella sede del PR il 23/4/65" a cura della segreteria - ciclostilato

14) M. Pannella, "Signori, i pazzi siete voi", Il Mondo 8/8/74 [AGORA' TELEMATICA - ARCHIVIO PR - testo n. 1183]

15) "Relazione programmatica per il I Congresso nazionale del partito" (a cura dell'avv. Mario Boneschi) Roma 1959 [AGORA' TELEMATICA - ARCHIVIO PR - testi n. 2773 2774]

16) "Un programma radicale" (a cura dell'ufficio stampa del PR) Roma 1956

17) "Un programma radicale" (a cura dell'ufficio stampa del PR) Roma 1958

18) "Relazione programmatica ecc.", op. cit. pag. 3

19) ci. in F. Morabito: "La sfida radicale" Sugar Co. 1977, pag. 44

20) "Relazione programmatica ecc.", op. cit. pag. 4

21) ibidem, pag. 11

22) ibidem, pag. 6

23) v. Mozione dell'XI Congresso nazionale del PR in "Il partito dell'autogestione socialista e libertaria: le lotte radicali attraverso i documenti congressuali e lo statuto", Roma 1976 [AGORA' TELEMATICA - ARCHIVIO PR - testo n. 683]

24) "Relazione programmatica ecc.", op. cit. pag. 12

25) ibidem, pag. 13

26) ibidem, pag. 3

27) ibidem, pag. 7

28) ibidem, pag. 14

29) ibidem, pag. 33

30) ibidem, pag. 34

31) P. Pavolini, Introduzione a "Verso il regime" di M. Boneschi - L. Piccardi - E. Rossi, Laterza 1960, pag. 6 [AGORA' TELEMATICA - ARCHIVIO PR - testo n. 3993 (scheda)]

32) M. Boneschi - L. Piccardi - E. Rossi, op. cit. pag. 21

33) M. Boneschi e altri op. cit., pag. 22

34) Taccuino "L'eterno monocolore" su `Mondo', 24/2/59, pag. 2

35) Anonimo, "Netta opposizione", in `Il Mondo' del 17/6/1958

36) M. Boneschi e altri, op. cit. pag. 26-27

37) Taccuino "I figli dello scandalo", su `Il Mondo', 23/9/59, pag. 2

38) Taccuino, "La grande estate", su `Il Mondo', 21/6/1960, pag. 2

39) Taccuino, "Fascismo '60" su `Il Mondo', 16/2/60, pag. 2

40) M. Boneschi ed altri, op. cit., vedi in particolare pagg. 140/159

41) G. Moscon, "Lettere scarlatte", in `Il Mondo' del 22/8/1961

42) M. Pannella, "Noi siamo contro i repubblichini d'oggi", in `Notizie Radicali' del 29/3/1972 [AGORA' TELEMATICA - ARCHIVIO PR - testo n. 1066]

43) N. Carandini, "La polemica radicale", `Il Mondo', 6/6/61, pag. 1

44) G. Spadolini, op. cit.

45) V. per un quadro generale, B. Vigezzi: "L'Unione Goliardica Italiana", in `Il Veltro', febbraio-aprile 1964, opp. G. Urbani, "Politica e universitari", Sansoni 1966, opp. R. Parachini, "Storia della sinistra radicale dal 1952 al 1962", Tesi di laurea presso l'Università di Roma - rel. Prof. R. De Felice - AA 1977/78 - dattiloscritto

46) Taccuino, "Idrofobia", `Il Mondo', 20/6/61, pag. 2

47) V. ad es. "Progetto di risoluzione sulla politica del PR" presentato dai consiglieri M. Pannella e G. Rendi al C.N. del 20/11/60 - dattiloscritto [AGORA' TELEMATICA - ARCHIVIO PR - testo n. 855]

48) A. Battaglia, "Eserciti e utopia", `Il Mondo' del 6/10/60, pag. 1

49) P. Pavolini, "La stampa di regime", `Il Mondo', 19/5/59, pag. 1

50) Taccuino, "Neppure mille", `Il Mondo', 30/5/61, pag. 2

51) M. Boneschi ed altri, op. cit., pag. 247

52) ibidem, pag. 254

53) ibidem, pag. 263

54) ibidem, pag. 276

55) V. ad es. `Il Mondo', 31/1/61 e 7/2/61

56) G. Calogero, Quaderno "Il dialogo e l'obbedienza", `Il Mondo', 10/5/60, pag. 16

57) G. Calogero, Quaderno "Disobbedienze civili", `Il Mondo', 27/12/60, pag. 16

58) G. Calogero, Quaderno "L'obiezione di coscienza" `Il Mondo', 12/12/61, pag. 16

59) G. Calogero, Quaderno "Ancora su Russell, Croce e Cristo", `Il Mondo', 29/11/60, pag. 16

60) V. nota 6

61) S. Pergameno - S. Stanzani, "Problemi, intenzioni e tratti salienti del nuovo modello statutario" - Comunicazione al convegno "La teoria e la pratica del partito nuovo, socialista e libertario, e lo statuto e l'esperienza del PR nella società e nelle istituzioni", Roma 5/7 maggio '78 - dattiloscritto. [AGORA' TELEMATICA - ARCHIVIO PR - testo n. 2294]

62) Lettera circolare in vista del I Congresso del PR - ottobre '58 a firma (nell'ordine) G. Ferrara, T. De Mauro, M. Pannella, G. Rendi, F. Roccella, S. Rodotà, Gf. Spadaccia, S. Stanzani, A. Zampa - dattiloscritto

63) M. Ferrara, "Date un matto ai liberali", in `Il Mondo' del 26/5/1951

64) M. Pannella, "Noi siamo pazzi di libertà" - intervista di P.P. Pasolini su `Il Mondo' del 25/7/1974 [AGORA' TELEMATICA - ARCHIVIO PR - testo n. 1182]

65) M. Teodori e altri, op. cit. pag. 15

66) Anonimo, "I radicali a congresso, `Il Mondo' del 3/3/59, pag. 1

67) Anonimo, "L'alleanza dei cretini", `Il Mondo' del 7/4/59, pag. 1

68) F. Gozzi, "Socialisti e comunisti", `Il Mondo' 18/10/60, pag. 1

69) N. Carandini, "La polemica radicale", cit.

70) L. Piccardi, "Le idee e i fatti", `Il Mondo', 13/6/61, pag. 1

71) M. Pannella, "Sinistra democratica e PCI", Il Paese 22/3/59 - ripubblicato in `Argomenti Radicali' n. 2 giugno/luglio '77, pag. 58 [AGORA' TELEMATICA - ARCHIVIO PR - testo n. 326]

72) L. Piccardi, "Le idee e i fatti", cit.

73) Gozzi, "Il vento della crociata", `Il Mondo', 20/12/61, pag. 1

74) L. Piccardi, "I cittadini ad arbitrio di S.E.", `Il Mondo', 1/8/61, pag. 1

75) V. nota 49

76) Anonimo, "L'alleanza dei cretini", cit.

77) Taccuino: "I giornalisti e il regime", in "Il Mondo" pag. 61

78) Tempi Moderni, "Crisi del partito radicale" (di D. Berardi), n. 10 luglio-settembre '62 pag. 164

79) P. Ungari in "Partiti politici e strutture sociali in Italia" a cura di M. Dogan - O.M. Petracca - Comunità 1968, pag. 17

80) Tempi Moderni, "Congresso del Partito Radicale", n. 6 luglio-settembre '61, pag. 137

81) N. Carandini, "La polemica radicale", cit.

82) M. Pannella, "Soluzione unitaria", in `Tribuna Radicale', maggio 1961, pag. 4 [AGORA' TELEMATICA - ARCHIVIO PR - testo n. 3416]

83) Sinistra Radicale, "Crisi nella direzione", n. 2 novembre '61, pag. 2 [AGORA' TELEMATICA - ARCHIVIO PR - testo n. 3673]

84) Notizie Radicali, "Ricordo di Ernesto Rossi", 14/2/68

85) M. Pannella, Lettera ad Ernesto Rossi, datata Parigi 11/9/62 - dattiloscritto

86) Gf. Spadaccia, "Un dibattito non esplicito", `Sinistra Radicale', n. 2 novembre '61, pag. 3 [AGORA' TELEMATICA - ARCHIVIO PR - testo n. 3674]

87) Sinistra Radicale, "Storia di moderati", n. 3/4 gennaio '62, pag. 3 [AGORA' TELEMATICA - ARCHIVIO PR - testo n. 3358]

88) Taccuino, "I radicali", `Il Mondo', 3/4/62, pag. 2 [AGORA' TELEMATICA - ARCHIVIO PR - testo n. 4023]

89) M. Teodori e altri, op. cit. pag. 25

 
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