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Stanzani Sergio - 22 aprile 1989
35· Congresso di Budapest(3) Relazione del primo segretario
Sergio Stanzani

III.

IL PARTITO DEL PARLAMENTO EUROPEO. LA PROPOSTA DEGLI STATI GENERALI D'EUROPA. LA CAMPAGNA ANIMATA DAL PARTITO RADICALE. LA SORDITA' DEI VERTICI INTERGOVERNATIVI. IL PREVALERE DI UNA POLITICA ANTICOMUNITARIA ED ANTIFEDERALISTA. NON E' COLPA DELLA SIGNORA THATCHER. LE RESPONSABILITA' DEGLI ALTRI PAESI.

SOMMARIO: Nel terzo capitolo della relazione presentata dal Primo segretario del Partito radicale al Congresso di Budapest, Sergio Stanzani illustra le iniziative del partito per l'integrazione politica della Comunità europea e i successi realizzati dai deputati radicali nel Parlamento europeo in particolare per quanto riguarda l'approvazione della Dichiarazione solenne sugli Stati generali d'Europa.

(35· Congresso del Partito Radicale, Budapest 22-26 aprile 1989)

Non deve meravigliare se il primo dei temi indicati dal Congresso di Bologna come terreno della nostra iniziativa politica sia stato quello della ripresa e dell'accelerazione del processo d'integrazione politica della Comunità Europea in direzione della costituzione degli Stati Uniti d'Europa.

L'utopia di un governo mondiale del pianeta rimarrà tale e non diverrà concreta prospettiva storica e politica se non avremo la capacità, in tempi politici e non storici, e quindi nei tempi propri della nostra generazione, di concepire la nuova società di diritto e di prefigurare e realizzare i nuovi stati federali regionali ed interregionali, che sono, senza alcun dubbio, necessari per uscire, con la forza della libertà, dalla crisi del disordine internazionale e nazionale dominante oggi nel mondo.

Al mito ottocentesco dell'indipendenza nazionale ed alla realtà di fatto di imperi prima coloniali e poi politici, prima europei e poi extraeuropei, di alcune superpotenze che si dividevano e si dividono il mondo, bisogna contrapporre con urgenza il valore dell'interdipendenza fra i popoli e fra gli stati: interdipendenza che consenta insieme il governo delle rispettive autonomie nazionali e lo sviluppo delle particolarità etniche e culturali ed il governo democratico sovranazionale e federale dei grandi problemi e dei grandi interessi comuni.

Dobbiamo impedire che il mutare di alcune forme politiche, o l'entrata in crisi dei sistemi di governo di una potenza mondiale possa produrre - anziché forme più alte di convivenza, di governabilità e di democrazia - forme regressive di maggiore disordine e di ingovernabilità, com'è accaduto quando entrò in crisi l'impero austro-ungarico e le classi dirigenti sconfitte della seconda guerra mondiale non seppero contrapporre al mito della frantumazione nazionalistica un progetto di evoluzione e di cambiamento in senso federale e democratico.

Per diverse ragioni noi riteniamo che la Comunità degli Stati dell'Europa occidentale abbia oggi la responsabilità d'indicare agli altri la strada di soluzioni federali e sovranazionali.

In primo luogo, perché si sono aperti, per primi, ad un'esperienza comunitaria, concependo e concordando, se non forme statuali federali, almeno istituti sovranazionali e realizzando, con un grande mercato comune, una notevole forma d'integrazione delle loro economie, che ha facilitato in questo modo il loro sviluppo ed un alto livello di benessere.

In secondo luogo, perché al grado di potenza economica raggiunta deve corrispondere un analogo livello di responsabilità politica internazionale.

Infine, perché, se il processo d'integrazione comunitaria va avanti senza raggiungere forme superiori di diritto e di democrazia, se ne avrà un contraccolpo antidemocratico, giacchè il passaggio di un numero sempre maggiore di competenze dagli Stati alla Comunità svuota dei rispettivi poteri di controllo i Parlamenti nazionali, senza che gli stessi poteri siano trasferiti al Parlamento europeo.

Abbiamo tentato di rimettere in moto il processo di unità politica della Comunità europea, lanciando la proposta di convocazione, per il 1989, a Parigi, di una grande assise parlamentare che significativamente abbiamo voluto chiamare "Stati Generali d'Europa". In coincidenza con il secondo centenario della Rivoluzione francese e all'indomani delle terze elezioni del Parlamento europeo, questa grande assemblea solennemente avrebbe potuto dare il via ad una nuova grande stagione costituente degli Stati Uniti d'Europa, attraverso: 1) l'attribuzione al Parlamento europeo dei poteri costituenti; 2) l'elezione diretta da parte di quest'Assemblea parlamentare del Presidente della Commissione esecutiva della Comunità, fin qui sempre nominato dal vertice intergovernativo della CEE; 3) l'elezione di un Presidente permanente del Consiglio Europeo (costituito dai Capi di Stato e di Governo dei paesi membri) che, essendo espressione di una maggioranza dei Parlamenti europeo e nazionali, avrebbe rafforzato le caratteristi

che sovranazionali di quest'organismo.

Questa proposta ed iniziativa radicale è presto divenuta iniziativa e proposta dell'intero Parlamento europeo. Una maggioranza assoluta di 278 parlamentari si è infatti in essa riconosciuta firmando e votando una "dichiarazione solenne del Parlamento europeo".

A Bruxelles ed a Strasburgo i tre eurodeputati radicali, non soltanto in questi sedici mesi, hanno in effetti costituito, almeno potenzialmente, quel modello di partito transnazionale e transpartitico che il Congresso di Bologna aveva indicato come necessario per lo sviluppo democratico in Europa. Essi hanno spesso costituito un punto di convergenza e di coagulo di vaste maggioranze politiche comprendenti parlamentari di ogni nazionalità e di ogni schieramento partitico.

Nel giugno del 1988, la maggioranza del Parlamento europeo ha sottoscritto un'altra Dichiarazione, per l'indizione, in coincidenza con le prossime elezioni europee, di referendum consultivi nei dodici paesi membri per l'attribuzione di poteri costituenti al Parlamento Europeo.

Nel settembre del 1988, 303 deputati europei hanno sottoscritto una risoluzione per l'attribuzione dell'elettorato passivo, nelle elezioni per il Parlamento Europeo, ai cittadini di qualsiasi paese membro della Comunità.

Una quarta Risoluzione è stata adottata dal Parlamento Europeo, sempre con l'adesione della maggioranza assoluta dei suoi componenti, per impedire qualsiasi modificazione delle leggi elettorali negli ultimi sei mesi della legislatura del Parlamento Europeo.

Le solenni deliberazioni e richieste di un Parlamento europeo che è espressione diretta dei popoli della Comunità, sono stati ignorati dai vertici dei Capi di Stato e di Governo di Hannover e di Rodi.

Questa paralisi politica dell'Europa non è solo colpa della signora Thatcher. Al Primo Ministro britannico va almeno riconosciuto il merito di non aver mai nascosto la propria ostilità all'unità politica ed all'attribuzione di poteri democratici e costituenti al Parlamento europeo. Ben maggiori ci appaiono le responsabilità di quegli stati e di quegli statisti che continuano a proclamare il loro europeismo e a praticare politiche nella sostanza anticomunitarie. Prima l'economia e poi la politica, prima il mercato unico- con la grande e vuota retorica sul 1992, anno mitico della sua entrata in funzione - questa sembra essere la parola d'ordine dei Governi di Bonn e di Parigi, di Bruxelles e dell'Aja, a cui sembrano allinearsi, dopo il loro iniziale entusiasmo comunitario da neofiti, anche quelli di Madrid e di Lisbona e a cui sembra ormai allinearsi anche il Presidente della Commissione esecutiva della Comunità, il quale chiede:"tutto l'atto unico, nulla di più e nulla di meno dell'atto unico".

L'atto unico è stato lo statuto della convergenza antifederalista che due anni fa i Governi della CEE hanno contrapposto al progetto di nuovo Trattato che il Parlamento europeo aveva proposto e sollecitato ai Governi e ai Parlamenti dei paesi membri.

A questa politica noi non ci stiamo. Non crediamo a "prima l'economia e poi la politica". Non è affatto detto che se si realizzerà il mercato unico poi verrà anche l'unione politica. E' più probabile che la mancanza di passi avanti nell'unità politica faccia crollare anche l'unità economica. Ma se si realizzasse sarebbe una giungla senza governo, senza leggi e senza controlli democratici.

Non crediamo alla politica dei piccoli passi. I problemi incombono e i passi che si devono compiere sono quelli che derivano dalle nostre responsabilità. La politica dei vertici governativi nazionali dei dodici paesi della Comunità elude ancora una volta queste responsabilità. Questo semplicemente significa la rinuncia ad avere una politica, che potrebbe essere risolutiva nei confronti, per esempio, di ciò che sta accadendo nell'Europa centrale ed orientale, di ciò che sta accadendo in medioriente, di ciò che sta accadendo, in termini di deterioramento delle stesse possibilità di sopravvivenza, nel mondo intero.

Possiamo rivendicare con orgoglio il fatto di essere stati in questi anni il "partito del Parlamento europeo". Lo siamo stati come momento d'iniziativa e di coagulo delle sue maggioranze politiche. Ma abbiamo tentato di esserlo, anche, con le nostre modeste energie, nei rapporti con le forze politiche, i partiti, i Parlamenti nazionali di almeno alcuni dei paesi membri.

Su questo terreno abbiamo dovuto registrare molti smacchi, molti rifiuti, molti "fin de non recevoir" da parte dei Governi, la possibilità di incontrare ed organizzare posizioni simili alle nostre nei Parlamenti e nelle opinioni pubbliche ed infine, pure - il che non è da sopravalutare, ma neppure da sottovalutare - abbiamo potuto contare qualche isolato successo.

Dei governi ho già detto. Delle opinioni pubbliche testimoniano periodicamente i sondaggi dell'"Eurobarometro": persino nella Gran Bretagna della Signora Thatcher, la maggioranza degli elettori si rivela favorevole a delegare a poteri comunitari alcune delle più importanti competenze dello stato nazionale (esteri, ricerca e tecnologia, ambiente, rapporti con il terzo mondo, difesa). Nei Parlamenti si può contare su alcune personalità di orientamento federalista ed è forse possibile costituire intergruppi transpartitici del tipo degli intergruppi federalisti che abbiamo costituito in Italia, per impulso del Movimento Federalista e dei parlamentari radicali, e di cui fanno parte democristani e comunisti, socialisti e repubblicani, socialdemocratici e liberali.

E' grazie a questi intergruppi parlamentari, e grazie all'iniziativa comune dell'MFE e nostra, di una legge d'iniziativa popolare, poi approvata dal Parlamento, che l'Italia è l'unico paese che ha deciso d'indire il 18 giugno, contemporaneamente alle elezioni europee, il referendum richiesto dal Parlamento europeo ed è anche l'unico paese ad aver accettato l'altra raccomandazione di attribuire il diritto di elettorato passivo ai cittadini degli altri paesi europei.

Non crediamo che questa scelta della quasi unanimità del Parlamento italiano possa costituire un segno negativo di isolamento rispetto alle altre cancellerie comunitarie. Crediamo al contrario che possa costituire un utile punto di riferimento per interrompere l'attuale paralisi comunitaria e riprendere la politica di unità europea. Ci auguriamo che possa aprire la strada che altri Parlamenti seguiranno rompendo gli indugi dei loro Governi. Questo speriamo che intanto avvenga nel Parlamento belga, che è il secondo Parlamento, dopo l'Italia, a discutere un progetto di legge per l'indizione di un referendum popolare.

Dobbiamo ora discutere se è possibile, e come, andare avanti.

Dobbiamo in particolare valutare se, rifiutata come iniziativa ufficiale degli Stati comunitari, quella degli Stati Generali possa essere ripresa ed organizzata da noi, in coincidenza con il secondo centenario della Rivoluzione francese e con l'apertura della terza legislatura del Parlamento europeo. Dobbiamo chiederci se abbiamo la forza e se esistono le condizioni per chiamare a raccolta le forze federaliste d'Europa e le componenti federaliste dei Parlamenti nazionali, oltre che la maggioranza del nuovo Parlamento.

Non sarebbe, io credo, solo una manifestazione di opposizione e di denuncia della politica oggi prevalente nei vertici governativi e comunitari. Sarebbe una straordinaria manifestazione di volontà e di forza, se riuscissimo a realizzarla, per creare le condizioni analoghe a quelle che duecento anni fa fecero nascere la costituente della nuova Francia.

 
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