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"E’ l’unico modo per aiutare chi soffre"

• da La Repubblica del 6 settembre 2007, pag. 3

di e.d.

«Nessuno vuole usa­re questi embrioni per produr­re bambini chimera. Obiettivo degli scienziati inglesi è solo prendere le cellule staminali, metterle sotto al microscopio e studiare finalmente malattie come Alzheimer, il Parkinson e sclerosi laterale amiotrofica». Per Giuseppe Novelli, profes­sore di Genetica medica all'u­niversità romana di Tor Verga­ta, l'allarme intorno all'esperimento inglese è eccessivo.

 

La commistione fra uomo e animale ci impressiona.

«Nessuno di questi embrioni finirà nell'utero di una donna. Non ne nascerà alcun bambino a metà fra uomo e mucca. Le incompatibilità tra il nucleo del­la cellula e la parte circostante, il citoplasma, sono troppo grandi: il feto non si svilupperebbe mai. L'obiettivo dei ri­cercatori inglesi è solo quello di ottenere staminali. È per que­sto che gli scienziati si sono po­sti il limite dei 14 giorni, termi­ne oltre il quale impedire lo svi­luppo dell'embrione. L'uso de­gli ovociti animali è imposto dalla carenza di quelli umani».

 

Ma è cosi importante per la scienza disporre di staminali simili?

«Se oggi volessi studiare l'Alzheimer per capire le basi biologiche della malattia, di quali strumenti disporrei? Ho il

paziente, ma non posso fare sperimentazioni su di lui. Po­trei analizzare le cellule del suo sistema nervoso, ma come ottenerle? Non posso certo entra­re nella sua testa e prelevarle dal cervello. La realtà è che non esiste alcun modello su cui stu­diare l'Alzheimer, e questo ovviamente ostacola la messa a punto di una cura».

 

Perché sono state scelte queste malattie, e non altre?

«Le malattie di origine gene­tica che possono trarre benefi­cio dalla ricerca sulle staminali sono molte, ma Alzheimer, Parkinson e sclerosi laterale amiotrofica hanno la caratteri­stica di svilupparsi in età adulta. Non possiamo quindi studiarle sugli embrioni umani. Essendo questi ancora sani: non saremmo capaci di identi­ficarli».

 

Ricerche simili potrebbe estendersi anche in Italia?

«Una decina di laboratori avrebbero le competenze adat­te, ma la legge in Italia vieta di seguire l'esempio britannico. Questo ci penalizza, perché siamo costretti a importare sta­minali dall'estero e siamo ta­gliati fuori da molti progetti finanziati dall'Unione Europea. La mia opinione è che la ricerca non dovrebbe mai fare paura. Quando c'è, questa paura è dettata dall'ignoranza».


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