D'accordo, nessuno ha la soluzione. D'accordo, non esiste una formula miracolosa per far cedere la giunta militare che, una volta ancora, ha represso nel sangue la rivolta dei bonzi di Rangoon. Ma c'è una cosa almeno che bisognerebbe smettere di dire e che, ripetendola di continuo, diventa francamente insopportabile.
È il ritornello delle «sanzioni-che-non-servono- a-niente-e-che-in-realtà-danneggiano-soltanto- coloro-che-vogliamo-aiutare». In primo luogo, c'è qualcosa di troppo facile nel parlare così, si intuisce troppo bene la scaltrezza di chi, comunque, non vuole fare niente, soprattutto non vuole tentare niente e ancor meno vuole complicarsi la vita, ed è fin troppo contento di poter ripetere, instancabilmente, senza verifica né riflessione, come un orologio a cucù fuori registro: «Le sanzioni non servono a nulla... le sanzioni non servono a nulla».
Poi, il pretesto che il povero popolo sia il primo ad andarci di mezzo quando si puniscono i suoi dirigenti, il pretesto dell'angelo che fa la bestia e della dialettica delle intenzioni che si capovolgono, nel caso specifico, è particolarmente fuori luogo: il 75 per cento della popolazione birmana vive di sola agricoltura in un regime quasi autarchico; buona parte di questo 75 per cento vive nascosta nelle foreste per sfuggire a una repressione di cui abbiamo appena intravisto la costante e assoluta brutalità; i monaci stessi, letteralmente bhikku, mendicanti, vivono in una condizione di frugalità che è l'essenza del loro essere; il resto dell'economia, quella di un certo peso, è stata accaparrata da una cricca di ufficiali assassini che la controllano direttamente; insomma, siamo di fronte a un caso esemplare in cui, al contrario, se le sanzioni fossero applicate, andrebbero dritte al bersaglio, senza rischio di sbagliarlo, e indebolirebbero immancabilmente la gang del generale Than Shwe. Infine, per quanto riguarda il nocciolo della questione, cioè se le sanzioni servano o meno a qualcosa, se sia facile stabilirle, se sia facile attuarle e come attuarle; per quanto riguarda il tipo di meccanismo che conviene usare, di volta in volta, affinché esse funzionino, bisognerà finalmente dire le cose come stanno: le sanzioni non funzionano quando una parte del mondo le applica e l'altra parte ne approfitta, sia per violarle sia per occupare il posto (vedi Cuba ai tempi del defunto grande fratello sovietico); finiscono sempre per funzionare, invece, quando la comunità internazionale (vedi, fra gli altri, il Sud Africa) riesce a mettersi d'accordo e a contrapporre all'infamia un fronte pressoché unito di resistenza e di rifiuto. La Birmania rientra nel primo caso.
È evidente che né gli appelli di Condoleezza Rice a irrigidire i toni né quelli di Nicolas Sarkozy a congelare gli investimenti nel Myanmar (il nuovo nome del Paese dopo che l'Ubu locale ha deciso di ribattezzarlo) saranno efficaci finché gli interessati vivranno nella certezza che: a) gli indiani continueranno a commettere bassezze per ottenere la concessione delle riserve di gas al largo della costa Rakhine; b) i russi ce la metteranno tutta per rendere operativo l'accordo di cooperazione nucleare firmato con la giunta lo scorso maggio; c) la China National Petroleum Corporation, al minimo segno di cedimento di Total o di Chevron, prenderà allegramente il loro posto nei consorzi incaricati di sfruttare colossali riserve di gas e petrolio; d) tutti i consumatori di oppio ed eroina del pianeta continueranno a rifornirsi in quello che è anche il primo «narco-Stato» del mondo.
Ma è proprio ora che la diplomazia ha da dire la sua. È a questo punto che dobbiamo pretendere qualcosa da quella diplomazia dei diritti dell'uomo che, durante la campagna elettorale, ci ha fatto balenare davanti agli occhi promesse e meraviglie. La Francia ha una grande voce. La Francia, con gli Stati Uniti, è la più grande voce che ci sia al mondo. E non si può non pensare che sia giunto il momento, ora o mai più, di consentire a questa alleanza rinnovata, a questa amicizia riallacciata, quasi rigenerata, di esprimersi.
Non ho consigli da dare al mio amico Bernard Kouchner. Ma è vero che da lui ci attendiamo uno di quei discorsi di cui so che ha il segreto: un discorso pieno di immaginazione, ispirato, generoso con le vittime, intransigente con gli assassini. Ed è vero, egli lo sa quanto me, che di fronte a situazioni simili, certe parole pesano come atti: per esempio se si decidesse di congelare i beni all'estero dei generali; se si prendesse il rischio di un braccio di ferro diplomatico con gli amici indiani; o se si lasciasse intendere ai cinesi — come facevamo insieme Kouchner ed io a proposito del Darfur — quanto sia difficile concepire che le Olimpiadi abbiano luogo nella capitale di un Paese che incoraggia un regime il cui sport nazionale sembra sia diventato quello di prendere al lazo, picchiare, deportare, torturare e, alla fine, assassinare uomini che hanno, come unica arma, una ciotola di lacca nera rovesciata.