Con la sentenza che riapre il caso Englaro si riÂpete nel nostro Paese una situazione capoÂvolta, in cui sono i giudici a sopperire alla poÂlitica. Non è la prima volta che la nostra magistratuÂra dimostra una fedeltà ai principi della CostituzioÂne e un'apertura ai nuovi valori e bisogni dei cittadiÂni, che purtroppo non sa esprimere la classe politiÂca.
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Politica che appare invece arenata in una fase di incapacità di decidere sui grandi teÂmi che stanno a cuore della popolazione. Sta così ai giudici supremi della CassazioÂne ricordare al Paese che «la salute dell'individuo non può essere oggetto di imposizione autoritativo-coattiva» e che «il diritto all'autodeterminaÂzione del paziente non incontra un limite nel saÂcrificio del bene della vita», non facendo altro che ribadire l'articolo 32 della Costituzione, che sanÂcisce il diritto alla salute e impone di non somÂministrare alcun trattamento ad un malato conÂtro la sua volontà , e l'articolo 13, che tratta della libertà personale di tutti i cittadini.
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Su queste basi, dice la sentenza, si può quindi riconsiderare la possibilità di staccare il sondino che tiene in una vita artificiale Eluana Englaro da 15 anni, a patto che coesistano due presupposti: che lo stato di coma vegetativo permanente sia irreversibile e non vi siafondamento medico per l'ipotesi di un recupero della coscienza, e che sia dimostrato il rifiuto di tale stato da parte di EluaÂna, perché non corrisponde alle sue convinzioni personali, alla sua personalità e al suo modo di concepire l'idea di dignità della persona.
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Quindi possiamo, credo, essere fiduciosi che verrà finalmente accolta l'istanza di Beppe Englaro, che chiede da anni di interrompere l'aliÂmentazione forzata di Eluana, proprio per rispettare amorevolmente il desiderio della ragazza, espresso ai suoi cari quando era giovane feliÂce e in piena salute, di non dover mai subire la sorte, per lei indegna, di un'esistenza artificiale sospesa in eterno. Ma quante Eluane ci sono nel nostro Paese? Decine? Centinaia? Non lo sappiaÂmo, con certezza. Quante persone hanno espresÂso, per caso o per volontà , il proprio pensiero cirÂca una possibile vita artificiale? Quanti padri deÂcidono di uscire allo scoperto e dedicare quasi inÂteramente la propria vita a una battaglia che è d'amore, ma anche di principio? Che faremo con tutti loro, se i presupposti di questa sentenza diÂventano, come speriamo, criteri per le altre?
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Sicuramente non ci sono problemi sull'appliÂcazione del primo presupposto, perché la scienÂza con procedimenti rigorosi è in grado di stabiÂlire l'irreversibilità del coma e la perdita definiÂtiva della coscienza di sé. Ma il dibattito si acÂcende sul secondo presupposto: come conosceÂre il pensiero del paziente, nel caso in cui non possa più esprimerla personalmente, come avÂviene appunto nei casi di coma vegetativo perÂmanente.
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È ovvio che per rispettare — o non rispettare perché mancano altri presupposti l'espressioÂne di volontà indipendente del paziente dobbiaÂmo avere uno strumento obiettivo per acquisirÂla. Questo strumento esiste ed è il Testamento Biologico: la semplice dichiarazione scritta, rilasciata in stato di salute e lucidità mentale, circa la propria volontà di essere mantenuti artificialÂmente in vita. Se la giovanissima Eluana avesse messo per iscritto la sua determinazione assoluÂta a non vivere una vita artificiale, invece che confidarlo al padre e agli amici, oggi Beppe EnÂglaro non sarebbe nella drammatica situazione di dover peregrinare da una Corte all'altra per esaudire il desiderio della figlia circa la sua stesÂsa vita. Il Testamento Biologico potrebbe in realtà essere considerato valido nel nostro PaeÂse, in base alla Convenzione di Oviedo e come loÂgica estensione del Consenso Informato alle Cure; ma certo una legge che stabilizzi le volontà del cittadino e le renda vincolanti, sarebbe auspicaÂbile.
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La sorte di questo documento, per il quale, atÂtraverso la mia Fondazione mi sono impegnato in una campagna di sensibilizzazione nel nostro Paese, è ormai nota: migliaia di richieste e adesioni spontanee di cittadini, decine di proposte di legge, comunità medica divisa nella paura di perdere la propria capacità discrezionale, sconÂtri ideologici e partitici e fondamentalmente nulÂla di fatto. Sappia però il Parlamento che, anche in assenza di una legge, il movimento della soÂcietà civile a favore del Testamento Biologico non si fermerà e i cittadini potranno comportarÂsi come se la legge esistesse, sapendo di essere giuridicamente protetti dalla Costituzione e da una Magistratura che dimostra di avere la forza di difenderla.