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La supplenza dei giudici

• da La Repubblica del 17 ottobre 2007, pag. 1

di Umberto Veronesi

Con la sentenza che riapre il caso Englaro si ri­pete nel nostro Paese una situazione capo­volta, in cui sono i giudici a sopperire alla po­litica. Non è la prima volta che la nostra magistratu­ra dimostra una fedeltà ai principi della Costituzio­ne e un'apertura ai nuovi valori e bisogni dei cittadi­ni, che purtroppo non sa esprimere la classe politi­ca.

 

Politica che appare invece arenata in una fase di incapacità di decidere sui grandi te­mi che stanno a cuore della popolazione. Sta così ai giudici supremi della Cassazio­ne ricordare al Paese che «la salute dell'individuo non può essere oggetto di imposizione autoritativo-coattiva» e che «il diritto all'autodetermina­zione del paziente non incontra un limite nel sa­crificio del bene della vita», non facendo altro che ribadire l'articolo 32 della Costituzione, che san­cisce il diritto alla salute e impone di non som­ministrare alcun trattamento ad un malato con­tro la sua volontà, e l'articolo 13, che tratta della libertà personale di tutti i cittadini.

 

Su queste basi, dice la sentenza, si può quindi riconsiderare la possibilità di staccare il sondino che tiene in una vita artificiale Eluana Englaro da 15 anni, a patto che coesistano due presupposti: che lo stato di coma vegetativo permanente sia irreversibile e non vi siafondamento medico per l'ipotesi di un recupero della coscienza, e che sia dimostrato il rifiuto di tale stato da parte di Elua­na, perché non corrisponde alle sue convinzioni personali, alla sua personalità e al suo modo di concepire l'idea di dignità della persona.

 

Quindi possiamo, credo, essere fiduciosi che verrà finalmente accolta l'istanza di Beppe Englaro, che chiede da anni di interrompere l'ali­mentazione forzata di Eluana, proprio per rispettare amorevolmente il desiderio della ragazza, espresso ai suoi cari quando era giovane feli­ce e in piena salute, di non dover mai subire la sorte, per lei indegna, di un'esistenza artificiale sospesa in eterno. Ma quante Eluane ci sono nel nostro Paese? Decine? Centinaia? Non lo sappia­mo, con certezza. Quante persone hanno espres­so, per caso o per volontà, il proprio pensiero cir­ca una possibile vita artificiale? Quanti padri de­cidono di uscire allo scoperto e dedicare quasi in­teramente la propria vita a una battaglia che è d'amore, ma anche di principio? Che faremo con tutti loro, se i presupposti di questa sentenza di­ventano, come speriamo, criteri per le altre?

 

Sicuramente non ci sono problemi sull'appli­cazione del primo presupposto, perché la scien­za con procedimenti rigorosi è in grado di stabi­lire l'irreversibilità del coma e la perdita defini­tiva della coscienza di sé. Ma il dibattito si ac­cende sul secondo presupposto: come conosce­re il pensiero del paziente, nel caso in cui non possa più esprimerla personalmente, come av­viene appunto nei casi di coma vegetativo per­manente.

 

È ovvio che per rispettare — o non rispettare perché mancano altri presupposti l'espressio­ne di volontà indipendente del paziente dobbia­mo avere uno strumento obiettivo per acquisir­la. Questo strumento esiste ed è il Testamento Biologico: la semplice dichiarazione scritta, rilasciata in stato di salute e lucidità mentale, circa la propria volontà di essere mantenuti artificial­mente in vita. Se la giovanissima Eluana avesse messo per iscritto la sua determinazione assolu­ta a non vivere una vita artificiale, invece che confidarlo al padre e agli amici, oggi Beppe En­glaro non sarebbe nella drammatica situazione di dover peregrinare da una Corte all'altra per esaudire il desiderio della figlia circa la sua stes­sa vita. Il Testamento Biologico potrebbe in realtà essere considerato valido nel nostro Pae­se, in base alla Convenzione di Oviedo e come lo­gica estensione del Consenso Informato alle Cure; ma certo una legge che stabilizzi le volontà del cittadino e le renda vincolanti, sarebbe auspica­bile.

 

La sorte di questo documento, per il quale, at­traverso la mia Fondazione mi sono impegnato in una campagna di sensibilizzazione nel nostro Paese, è ormai nota: migliaia di richieste e adesioni spontanee di cittadini, decine di proposte di legge, comunità medica divisa nella paura di perdere la propria capacità discrezionale, scon­tri ideologici e partitici e fondamentalmente nul­la di fatto. Sappia però il Parlamento che, anche in assenza di una legge, il movimento della so­cietà civile a favore del Testamento Biologico non si fermerà e i cittadini potranno comportar­si come se la legge esistesse, sapendo di essere giuridicamente protetti dalla Costituzione e da una Magistratura che dimostra di avere la forza di difenderla.


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