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L’inquietante, drammatico, caso Bianzino

23 ottobre 2007

di Francesco Pullia

Si può morire in carcere in circostanze misteriose subito dopo essere stati arrestati per una coltivazione di marijuana? Sembra proprio di sì. E’ successo in Umbria.

Il caso di Aldo Bianzino, quarantaquattrenne falegname di Pietralunga, finito nel penitenziario perugino di Capanne venerdì 12 ottobre e trovato senza vita in cella all’alba di domenica 14, fa rabbrividire.

Adesso è scattata un’indagine da parte del pubblico ministero per ricostruire con esattezza le ultime ore dello sventurato ma lo sconcerto è forte ed ha fatto molto bene il radicale Tommaso Ciacca a chiedere che si faccia piena luce sull’angosciosa vicenda.

Bianzino viene rinchiuso in cella perché nei pressi del casolare sperduto tra le verdi colline dove vive con la sua compagna e Rudra, il figlio quattordicenne, sono rinvenute e sequestrate, stando a quanto riportato dalla stampa, numerose piantine, alcune nel terreno, altre in fase di essiccazione.

La gente lo dipinge come un tipo tranquillo.

I giornali, come al solito incompetenti quando devono occuparsi di qualcuno che non è cattolico, lo definiscono genericamente come un “arancione”. In realtà è uno shivaita che si ispira ai principi del maestro Babaji.

Tradotto, dunque, nella casa circondariale, non uscirà vivo.

Poco trapela sulle cause del suo decesso. Gli esami autoptici sembra abbiano riscontrato lesioni massive al cervello e all’addome e addirittura un paio di costole rotte anche se all’esterno non sono stati riscontrati ematomi o contusioni. Le bocche sono cucite.

Certo qui si va ben oltre la cattiva amministrazione della giustizia e si ripropone, con urgenza, il problema di una nuova legge sulla droga che faccia una differenza sostanziale tra vari tipi di sostanze e sottragga alla detenzione chi coltiva per uso personale.

Occorre, ed in fretta, prima che altri drammi vengano ad aggiungersi a questo e ai tanti altri che si conoscono, una radicale revisione dell’impianto che sostiene l’attuale normativa proibizionista fortemente, accanitamente, difesa dai capi di strutture comunitarie divenute ormai imprese immobiliari, fondiarie, holding, imperi capaci di orientare e condizionare le decisioni di schieramenti parlamentari.

La magistratura vada avanti nell’espletamento delle sue funzioni e faccia quanto prima chiarezza sulla scomparsa di Branzino. E’ giunto però il momento, anche in questo ambito, di una coraggiosa svolta riformatrice, liberale.


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