Mario Lozano non può essere processato nel nostro Paese. Per la Corte d'Assise di Roma, l'Italia non ha alcuna giurisdizione - nessun potere a giudicare - sul soldato americano che ha ucciso il 4 marzo del 2005, a Bagdad, Nicola Calipari mentre portava in salvo verso l'aeroporto Giuliana Sgrena.
Difetto di giurisdizione è la formula tecnica. Vuol dire che il nostro Paese ha accettato una risoluzione del Consiglio di sicurezza che, per gli uomini delle forze della coalizione, assegna quel potere esclusivamente "agli Stati di invio".
"Hanno ucciso Nicola per la seconda volta e stavolta in nome del popolo italiano", è stato il commento di Rosa Calipari. Si deve un grande rispetto alla sua amarezza e al suo dolore. Sarebbe tuttavia un esercizio di ipocrisia collettiva se ci nascondessimo - tutti - dietro il legittimo sentimento di chi ha subito un lutto irrimediabile. Quell'emozione, quella rabbia è concessa a Rosa Calipari, soltanto a lei e ai suoi figli. Tutti gli altri, che combinano risentimento e protesta inconcludente, farebbero meglio a riflettere, se non vogliono tacere. Tutti gli altri che, in queste ore, declinano l'identità nazionale come orgoglio ferito e rivendicativo - accade sempre quando posiamo a "patriottici" - non onorano la memoria di Nicola Calipari.
Si può comprendere la sinistra comunista ideologicamente antiamericana. Passi per Giuliana Sgrena che non sembra aver ancora capito che non sono stati gli americani a sequestrarla. Ma Fassino, Finocchiaro, Brutti o D'Alema - che, appena il 17 aprile, all'apertura del processo, sosteneva : "Si accerti la verità e si individuino le responsabilità. Questo è il compito della giustizia" - non fanno un buon servizio né a se stessi, né alle istituzioni che rappresentano né alla verità e alla giustizia che invocano.
Nicola Calipari è morto per mano di Mario Lozano. Per gli americani, il "caso" comincia e finisce qui. Si può essere d'accordo o no, ma è difficile contestare che per loro l'Iraq sia una zona di guerra e capita che in guerra si muoia per "fuoco amico". A quel posto di blocco di Bagdad, un'auto senza alcun contrassegno, non segnalata dal comando, si avvicina a velocità sostenuta o così appare a soldati spaventati e inesperti. Sparano. Uccidono. E' capitato (e capita) in migliaia di occasioni agli iracheni. E' capitato (e capita) finanche ai soldati americani. E' una guerra. Da questo approdo, Washington non si è mossa né si muoverà di un millimetro. Può dirsi soltanto rammaricata e chiedere scusa, come ha fatto. Se si vuole metterla con le spalle al muro, in nome della verità - ammesso che ci sia una sola possibilità - bisogna essere capaci di fare noi i conti, per primi, con quella virtù crudele e mettere a fuoco l'affare senza manipolarlo, senza nasconderci il rosario di circostanze e decisioni che hanno condotto alla liberazione di Giuliana Sgrena. Se si vuole imporre la ricerca della verità agli altri, bisogna imporla a se stessi.
Non si possono tacere i nomi e le responsabilità di chi ha condiviso - anche fuori dalle regole e dai compiti istituzionali, come la procura di Roma - le soluzioni avventurose che hanno aperto la strada alle drammatiche condizioni operative che hanno "costretto" Calipari e il maggiore Andrea Carpani ad affrontare in solitudine la notte di Bagdad a bordo di un'auto a noleggio. Non si può eliminare la decisiva e incontestata circostanza che, alleati fedeli, ci siamo mossi contro l'amico americano: fino a prova contraria, può piacere o meno, il padrone del campo in Iraq. Non si può dimenticare come Nicola e i suoi uomini fossero isolati nel Sismi, quasi degli "alieni".
Non condividevano né qualche metodo storto né le ragioni dei più influenti. Anche quella notte, ci fu chi (Pio Pompa) tentò di far pesare a Nicola questa differenza e l'"estraneità" invitandolo a spostarsi in un misterioso e imprevisto luogo di Bagdad. Richiesta così sorprendente che Calipari sbottò: "Accidenti, questi vogliono farci ammazzare!".
Forse erano possibili altre interpretazioni della legge che non quella accettata dalla Corte d'Assise. La lettura delle motivazioni ce lo dirà. Ma, per intanto, ci sono decisioni politiche che concretamente a Roma, non a dall'altro capo dell'oceano, possono scucire il velo che copre la morte di Calipari. Tre funzionari del Sismi (Pio Pompa, Giuseppe Scandone, Andrea Carpani), interrogati sulle trattative che hanno preceduto la missione di Nicola Calipari a Bagdad, hanno opposto il segreto di Stato al pubblico ministero.
Per quel che se ne sa, il governo non l'ha rimosso. Lo rimuova. Dica esplicitamente che, per la liberazione di Giuliana Sgrena e la morte di Nicola Calipari, non c'è alcun segreto di Stato. Se gli accordi con gli Stati Uniti umiliano la nostra dignità nazionale - e la umiliano - c'e una sola strada da percorrere: rivedere i trattati di collaborazione giudiziale con Washington. Lo si faccia. In assenza dell'una e dell'altra mossa, si dovrà credere che le sdegnate dichiarazioni di oggi sono ciance che offendono la memoria di un eccellente italiano morto per rendere il suo servizio al Paese.