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Dall'Europa le «brigate intemazionali» in soccorso del Pkk

• da Corriere della Sera del 29 ottobre 2007, pag. 16

di Guido Olimpio

David Rouiller ha salu­tato i genitori in un giorno di dicembre del 2001 ed è uscito dal suo appartamento di Losanna: «Vado a Parigi per una vacanza». Non lo hanno più visto né sentito fino al 2004, quando David ha telefonato a casa. Dal Kurdistan. Da quasi tre anni si era unito ai guerri­glieri del Pkk con il nome di Tolhildan, che si­gnifica «vendetta per i martiri». Figlio di un giudice di Losanna, cresciuto nell'agio, Da­vid ha scelto di es­sere dalla parte dei più deboli. Amico di molti at­tivisti curdi, ha partecipato, nel 1998 a Roma, alle manifestazioni in favore di Abdullah Apo Ocalan, il leader del Pkk. Un primo passo verso la militanza armata. Tre anni dopo raggiunge le montagne curde diventando un peshmerga. La vi­cenda è diventata celebre perché un regista ha deciso di fare un'film sulla sua storia. Lo stesso autore ha poi aiutato la mamma di David, Ursula, a compiere un avventuroso viaggio fino in Kurdistan per rivedere il fi­glio.

 

La presenza di David con­ferma, in parte, le affermazio­ni della guerriglia sulla pre­senza di volontari stranieri nei ranghi del Pkk. Almeno tre inglesi, tede­schi, russi, greci, iraniani si sono uniti agli in­sorti che dall'84 lottano contro la Turchia. La minilegione internazionale — secondo quan­to ha rivelato ieri il Sunday Times — sarebbe nascosta nei rifugi dei monti Qandil, i possibi­li obiettivi dell'annunciata offensiva turca.

 

Il movimento curdo gode in Europa di una vasta popolarità negli ambienti di sinistra. Gli uomini del Pkk hanno appoggi tra le forze politiche parlamentari così come nella realtà dei centri sociali. Un robusto network di associazioni curde — presenti in tutti i Paesi del­l'Unione — oltre a raccogliere fondi conduce un'intensa attività di propaganda. Manifestazioni, cortei, iniziative per denunciare la re­pressione dei curdi. Una cassa di risonanza per i separatisti che la Turchia condanna sen­za tregua. Gli europei, è l'accusa, non collabo-rano nella lotta al terrorismo. In questa atmo­sfera non è difficile per il Pkk catturare con­sensi che possono talvolta trasformarsi in un coinvolgimento diretto da parte di giovani occi­dentali affascina­ti dall'ultima guer­riglia comunista vicina all'Europa. A indicare il sen­tiero di guerra c'è l'esempio di Andrea Wolf, altra icona della ribel­lione. Ricercata in Germania per terrorismo — era legata alla Raf (Br tedesche) —, si è rifugiata nel 1996 tra i curdi con il nome di battaglia di Ronahi. È morta in uno scontro a fuoco con le truppe turche nel 1998: secondo una versio­ne era stata catturata viva in una   specie   di   caver­na-bunker ma i guardiani dei villaggi l'avrebbero giustizia­ta. Un destino non diverso da quello di Barbara Kristel. Cit­tadina svizzera, membro di «Soccorso rosso», si unisce agli estremisti del Tkp-Ml, fazione maoista re­sponsabile di molti gravi attentati in Tur­chia. Viene arrestata una prima volta nel 1991, finisce in carcere mentre i suoi due com­plici vengono uccisi. Espulsa, torna in clande­stinità nel Kurdistan. Barbara Krystel cade con il Kalashnikov in pugno a Tunceli, nel gennaio 1993.I suoi compagni di allora la ri­corderanno nominandola membro d'onore del Comitato centrale del Tkp, quelli di oggi la celebrano come un'eroina.


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