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La Camorra a Roma e nel Lazio: “Narcomafie” dà ragione a Rita Bernardini. E ora i tanti che accusarono i radicali di ingiustificato allarmismo, diranno qualcosa?

7 gennaio 2008

di Valter Vecellio

Ve le ricordate le polemiche che scoppiarono quando la segretaria di Radicali Italiani Rita Bernardini denunciò che il centro di Roma era preda degli “appetiti” della criminalità organizzata, e segnatamente di camorra e ‘ndrangheta? Si scatenarono in tanti, a difesa di quella che definirono un’ingiusta criminalizzazione, un immotivato allarmismo, un “al lupo al lupo” infondato. Due per tutti: Domenico De Masi, che sulle pagine romane del “Corriere della Sera” svillaneggiò i radicali; il “Corriere” poi non pubblicò una nostra replica, salvo, qualche giorno dopo lamentare, con Maria Latella (che cura la rubrica di colloquio con i lettori romani) lamentare che sulla vicenda era calato il silenzio. Memorabile, poi, una trasmissione sulla terza rete, la mattina, dove Michele Mirabella si produsse in un duetto non meno sfottitorio, sempre con l’impareggiabile Domenico De Masi.

 

Il prefetto Achille Serra, persona equilibrata, poliziotto capace e di grande esperienza, assicurò che Roma (o almeno il centro storico) non è preda e depredata dalle organizzazioni criminali camorristiche e mafiose. Affermazioni in stridente contrasto con quello che da tempo sostiene per esempio Luigi De Ficchy, magistrato della Direzione Nazionale Antimafia: “Quando sento affermare che la situazione è sotto controllo, mi vengono i brividi. Non nego che tutti stiano facendo il massimo, purtroppo però la situazione in questi ultimi anni è sempre peggiorata”.

 

Poi, davvero, il silenzio. Naturalmente nessuna persona dotata di buon senso e di passabile raziocinio può e vuole colpevolizzare napoletani e campani in quanto tali. Si cadrebbe nell’errore degli americani che per anni identificavano chiunque portava un cognome italiano con la mafia. Ciò non toglie che i mafiosi in America avevano (e hanno un cognome italiano). Così come si onora la Sicilia ricordando che siciliani erano Falcone e Borsellino, Boris Giuliano e Ninnì Cassarà, Terranova e Chinnici e tantissimi altri martiri della lotta al crimine organizzato, il modo per offendere davvero i tantissimi napoletani onesti e vittime della delinquenza organizzata, è quello di tacere e nascondere la testa sotto la sabbia come finora si è fatto e si continua a fare.

Il timore e il sospetto – forse non solo timore e sospetto – era ed è che anche a Roma accada e sia accaduto quello che da anni avviene a Napoli, a Salerno e in altre città della Campania: vale a dire un vorticoso cambio di proprietà di attività commerciali che non hanno altro scopo se non quello di trasformare il denaro illecito in "pulito" e riconvertirlo in immobili e proprietà "immacolate". Per avere una conferma dell’allarmante fenomeno basta leggere l’ultima relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia che denuncia una “silente infiltrazione in campo economico e finanziario con accordi strategici che hanno portato sul territorio romano ingenti capitali con progressivo inquinamento di interi settori economici”. E' del resto accaduto anche in altre metropoli, New York, Berlino, Parigi, Londra; ed è attività, per esempio, che oltre alle "nostre" organizzazioni criminali, vede in prima fila impegnati da tempo le triadi cinesi.


Per averlo detto e sostenuto i radicali sono stati sbertucciati, irrisi; additati come coloro che “parlavano male di Garibaldi”. E va bene. Però ora leggete quanto segue. E’ un articolo di Bianca La Rocca, pubblicato nel numero di novembre di “Narcomafie”, il mensile realizzato in collaborazione con “Libera”, e collegato al Gruppo Abele di don Luigi Ciotti, e diretto da un magistrato. Livio Pepino. L’articolo si intitola significativamente: “Mafie in Lazio? Scopriamo gli altarini”. 

 

Chissà, ora, se i De Masi e i Mirabella bisseranno i loro sarcasmi, le loro irrisioni.

 

«La ’ndrangheta sul litorale “convive” in una apparente “pax mafiosa” con la camorra e con le stesse famiglie mafiose. Una situazione di pericolosità criminale composita, quella nel Lazio, che non ha riscontri in altre zone del Paese e che, data anche la sua pervasività negli appalti e nella politica locale, ha un alto grado di capacità eversiva».
L’analisi di Italo Ormanni, procuratore aggiunto e coordinatore della Direzione distrettuale di Roma, è tratta da Le mani della criminalità sulle imprese, decimo rapporto di Sos Impresa-Confesercenti presentato lo scorso 22 ottobre proprio a Roma, e potrebbe essere considerata una risposta al dubbio espresso circa due mesi prima dalla segretaria dei Radicali Italiani, Rita Bernardini, durante una conferenza stampa a montecitorio: «Ho l’impressione che vi sia un grande riciclaggio di denaro sporco, derivante dal traffico di stupefacenti, proprio intorno ai Palazzi della Politica». In quell’occasione la denuncia della Bernardini aveva scatenato una polemica tra “innocentisti” e “colpevolisti”, se così si può dire, anche a proposito della stessa esistenza di infiltrazioni mafiose nel territorio laziale. Eppure su questo punto voci autorevoli si erano espresse da tempo, evidentemente inascoltate.
La portaerei del malaffare. Già nel 2006, il Procuratore Nazionale Antimafia, Luigi De Ficchy, davanti alle Commissioni regionali Criminalità e Lavori Pubblici in seduta congiunta, aveva affermato: «Sempre più emergono fenomeni di infiltrazione criminale conclamata nel territorio del Lazio. Bisogna prenderne atto e farla finita con atteggiamenti negazionisti che creano solo le premesse per ulteriori penetrazioni criminali». E nell’ultima relazione di minoranza della Commissione parlamentare antimafia si legge che il Lazio è considerato dalle grandi organizzazioni mafiose attive nel traffico di stupefacenti una sorta di “portaerei”, «un punto nevralgico, nel quale si può garantire la buona riuscita degli affari solo se si conta su solide basi».
Su queste “basi” si concentra l’attività investigativa della Dia, che nell’ultima relazione conferma come in Lazio non manchino attività dirette ad intraprendere il controllo occulto di diversificate attività imprenditoriali, usufruendo di collaudate reti di contatto tra imprenditori ed esponenti di famiglie mafiose, inquinando appalti pubblici e mostrando una consolidata professionalità nei metodi di riciclaggio anche nel traffico di titoli con paesi stranieri.

Beni confiscati. Quasi 1 su 5 è in Lazio. Le mafie presenti sul territorio laziale sono in parte autoctone, in parte straniere. E non è solo il peso crescente della criminalità straniera (russa, cinese, albanese, rumena) a preoccupare, ma anche formazioni criminali che ciclicamente si ricostituiscono intorno ai noti gruppi dei Nicoletti, dei Fasciani, dei Terribile, dei Casamonica, rafforzati anche da esponenti di organizzazioni criminali delle regioni meridionali. A Roma, infatti, sono state segnalate formazioni di matrice ‘ndranghetista, in collegamento con clan camorristici e le famiglie catanesi di Cosa Nostra.

Le attività di base sono l’usura e l’estorsione, con le quali le mafie si garantiscono, oltre a lauti guadagni, anche il controllo delle attività commerciali e imprenditoriali. Nel Lazio la criminalità mafiosa ha sempre fatto buoni affari, come testimonia il fatto che il 17 per cento del patrimonio immobiliare confiscato alla criminalità organizzata si concentra proprio nella Regione. Nel solo 2006, i beni immobiliari confiscati sono stati 322, di cui 4 nel viterbese, 25 nella Ciociaria, 46 nella provincia di Latina e 247 nella provincia di Roma. Sempre nello stesso anno, varie indagini patrimoniali hanno portato al sequestro di varie moto ed autovetture (tra cui tre Ferrari), c/c bancari riconducibili a cui cinque affiliati della ‘ndangheta calabrese, un autosalone in viale Mazzini a Roma, un panificio, un albergo, una società di affari, un solarium con annessa palestra fitness a Genzano, località dei Colli Albani romani, ed un’altra palestra a Roma, un grande appartamento con terreno a Sacrofano, una villa di lusso ad Anzio, una a Grottaferrata ed una a Rocca di Papa.

Negozi in pieno centro. Nel luglio 2007, la DIA ha sequestrato alcuni immobili a Roma nell’ambito dell’operazione contro la cosca criminale calabrese dei Crea di Rizziconi. Tale gruppo criminale, secondo quanto emerso dalle indagini, avrebbe reinvestito i capitali accumulati con le estorsioni proprio nella Capitale. Tra l’altro sono stati sequestrati due negozi che la cosca aveva acquistato in via Sistina, nel pieno centro di Roma, oltre ad alcuni edifici in altre zone. Non bisogna poi dimenticare che l’attività estorsiva aveva preso di mira la società proprietaria del centro commerciale “Porto degli Ulivi” di Rizziconi, uno dei più grandi di tutto il meridione, dove sono ubicati circa 400 esercizi commerciali.

Sempre nello stesso periodo, è stata scoperta e smantellata un’organizzazione criminale attiva nella Capitale e lungo il litorale dedita alla commissione di truffe aggravate, estorsioni, riciclaggio, usura e trasferimento fraudolento di valori, mediante intestazione di beni alle cosiddette “teste di legno”. Quattordici le persone denunciate, di cui alcune già note agli organi inquirenti, il cui elevato tenore di vita (auto e barche di lusso) era visibilmente sproporzionato rispetto alla situazione reddituale ufficiale. Ed è stato proprio alla ricostruzione dei flussi finanziari che il GIP del Tribunale di Velletri ha disposto il sequestro preventivo dei beni degli indagati, quali immobili, una sala giochi, veicoli di grossa cilindrata e, come sempre, numerosi c/c bancari, per un valore di oltre due milioni di euro.

La mappa dei clan. Quelle riportate sono solo le ultime operazioni di polizia tra le tante condotte ogni anno. E basta andare a rileggersi le varie relazioni della DIA degli ultimi anni per comprendere che il Lazio, al pari di tante altre regioni, è un territorio sul quale l’illegalità è diventata, per usare un termine alla moda, “sistema”.

Nella relazione del secondo semestre 2003 della DIA è indicata una forte presenza di elementi collegati alle famiglie mafiose siciliane dei Privitera e Cursoti, stabilitisi nella parte meridionale del Lazio e nell’intero tratto costiero. Clan camorristici legati ai Cozzolini e ai Contini, invece, sono stati individuati tra Fiumicino ed Anzio. Sempre nello stesso rapporto viene evidenziata la presenza di elementi collegati alle cosche calabresi dei Morabito-Mollica e dei Fallace-Novella, originari del soveratese. Una presenza che ha radici antiche riconducibili alla guerra di mafia del 1986-1991, quando diversi fuoriusciti del territorio reggino trovarono rifugio a Roma e nel suo hinterland. Tracce delle famiglie Mollica e Morabito si rivelano anche in alcuni centri del Nord della Capitale, in particolare a Rignano Flaminio, Morlupo e Sant’Oreste, dove si ritiene che siano entrati in contratto con il faccendiere Enrico Nicoletti ed i suoi figli.

L’operazione “Cobra” del 2002 ha visto l’arresto, tra gli altri, dei fratelli gelesi Antonio e Salvatore Rinzivillo, vicini al boss mafioso Giuseppe Madonna. Questi, trasferitisi a Roma, si sono impegnati nell’aggiudicazione di appalti, soprattutto nel settore nautico e carcerario della zona di Civitavecchia. Nella vicenda vennero coinvolti, tra gli altri, anche numerosi noti esponenti della Confindustria siciliana.

Risultati: povertà e disoccupazione. Ma tutto il litorale laziale, che comprende i comuni di Anzio, Pomezia, Ardea, Lanuvio ed Albano, è infiltrato dalla criminalità organizzata. In un’intervista a “Il Caffé” del settembre 2005, il procuratore della Repubblica di Velletri ha parlato di infiltrazione a carattere camorristico e mafioso, aggiungendo: “le forze dell’ordine ci hanno presentato dei quadri abbastanza precisi della situazione riguardante commistioni tra pubblica amministrazione e malavita”.

Il Basso Lazio, un territorio che si estende dalla provincia di Latina (soprattutto il litorale Pontino ed i territori di Formia-Minturno-Gaeta-Fondi) a quella di Frosinone, in particolare il Cassinate, si trova, da anni, in uno stato di vera “emergenza criminalità”, evidenziata in tutti gli atti e le dichiarazioni delle varie Commissioni Parlamentari Antimafia, della Direzione Distrettuale Antimafia, dei Procuratori della Repubblica.

La situazione nel territorio della provincia del frusinate, sul piano della sicurezza e della presenza di organizzazioni criminali mafiose, è molto simile a quella esistente nella provincia di Latina, dove operano gli stessi clan. Ed anche nel frusinate la criminalità organizzata ha puntato al controllo di sempre più ampi settori economici. Non è un caso, inoltre, se tale provincia è afflitta da una crisi industriale che ha prodotto, tra il 2002 e il 2004, oltre duemila disoccupati, in un’area che registra un forte aumento della povertà che confina con il casertano, l’area con il più alto indice di criminalità in Europa. Sono molti i segnali preoccupanti, come la ricca presenza di centri commerciali, autosaloni, finanziarie e banche, malgrado la grave crisi finanziaria che ha investito il territorio. Non solo. Sono aumentati, negli ultimi anni, acquisti di immobili tramite aste giudiziarie da parte di soggetti campani che, apparentemente, non avrebbero alcun interesse in questa provincia.

Soltanto tra il 2002 e il 2003 sono state 89 le persone arrestate collegate a vario titolo ad organizzazioni mafiose, anche straniere. Tra il 2005 e il 2006, altri 22 soggetti affiliati alla camorra sono stati arrestati dalla Squadra Mobile di Frosinone e, nell’ambito delle indagini, sono emersi elementi che collegano i clan napoletani e casertani al territorio laziale. Tra i nomi più noti, quello di Nicola Del Villano, strettissimo collaboratore di Michele Zagaria, mentre negli anni passati è stata segnalata la presenza di affiliati al clan dei Casalesi, degli Esposito-Muzzone di Sessa Autunca, dei Belforte e dei Mazzacane di Marcianise, dei Lauro di Napoli, dei La Torre, dei Bidognetti e dei Venosa.

Rifiuti, banche e cantieri. Traffico di stupefacenti, controllo del mercato della prostituzione, usura ed estorsioni, contrabbando ed immigrazione clandestina, appalti, commercio, banche, finanziarie sono i business classici della criminalità in questo territorio. Sodalizi criminali campani, però, attraverso prestanomi, sono attivi anche nella gestione dei siti industriali per lo smaltimento di rifiuti tossici e speciali in maniera illegale, nonché sul riciclaggio del denaro sporco. E non può essere dimenticata la vicenda della Banca Industriale del Lazio, la cui apertura è stata bloccata da un intervento della Banca d’Italia, e che alcuni pentiti della camorra avevano indicato come strumento per il riciclaggio di denaro proveniente dal ciclo illegale della gestione dei rifiuti. Un’opera di infiltrazione che si è fatta più intensa in coincidenza dei lavori per l’ampliamento della A1 e per la costruzione della TAV laziale, i cui cantieri, soprattutto a Frosinone, venivano usato per lo smaltimento veloce di rifiuti di ogni genere.

Vicende che risalgono alla metà degli anni Novanta, ma che dimostrano quanto sia profondo il legame tra i gruppi mafiosi nel territorio laziale e come ancora questi continuino ad avere grossi interessi.

Perché stupirsi, quindi, se all’indomani della strage di Duisburg, in Germania, sono stati fermati Mario Di Bonito, che lavorava presso l’azienda agricola del padre all’Acciarella (località tra Latina e Nettuno) e Maria Rita Paole, residente a Campodicarne (comune in provincia di Latina), ritenuti fiancheggiatori del clan Pelle-Vottari, protagonista della lunga faida con il clan Strangio il cui ultimo grave episodio è stata proprio la strage di ferragosto?     


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