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Al Sud vince il familismo cinico

• da Il Sole 24 Ore del 10 aprile 2008, pag. 14

di Carlo Carboni

Il Mezzogiorno, la parte del Paese che potrebbe dare un decisivo contributo alla crescita nazionale, continua a non darlo. Certo, possiamo crescere ancora al Nord e al Centro, ma si tratta di economie regionali di benessere a standard europei o da "Germania del Sud", che difficilmente sono in grado di andare oltre una crescita percentuale contenuta. Invece, nel Mezzogiorno abbiamo un reddito pro-capite inferiore al Portogallo, una produttività di un quarto inferiore a quella nazionale (già depressa).

 

Spazio per crescere ce ne sarebbe. Ma la società meridionale, travolta dalla "monnezza" campana, da scandali e da delitti efferati, non sembra abbia "fame" di crescita economica. Anzi, a leggere le più recenti ricerche di sociologia politica, si ha come l'impressione che niente sia mutato in queste regioni meridionali dagli anni 80, da quando, cioè, la mafia iniziò un conflittuale "disimpegno" dalla presenza più diretta nelle istituzioni politico-amministrative locali. Infatti, nel frattempo, le mafie si erano professionalizzate nel mondo della criminalità internazionale a partire dai traffici di droga. È però incredibile come si sia ricreato, in meno di un trentennio (segnato da drammatici stragi), un equilibrio, seppur oggi indiretto, tra istituzioni e organizzazioni mafiose. Ed è ancora più sorprendente osservare che questo equilibrio si ristabilisce in forma latente grazie alla persistenza di reti tradizionali familistiche e localiste, cioè dei due più importanti collettori del mercato politico del consenso, ma anche due porte girevoli per accedere al clientelismo di stampo mafioso.

 

Nel Mezzogiorno l'economia è debole e distorta dagli aiuti pubblici "a pioggia" e il mercato politico surroga le debolezze economiche. Tutto questo può essere interpretato come una maliziosa dipendenza del Sud dal Nord, ma poi va considerato che il ceto politico meridionale finisce per influenzare in modo significativo le scelte di quello nazionale. In termini di élite locali, il Sud è dominato da un sistema panpolitico, in cui il governante è anche spesso datore di lavoro, erogatore di concessioni e licenze, di sussidi e quant'altro, e soprattutto è arbitro della gestione e della distribuzione della spesa pubblica mediante reti parentali politicizzate (con famiglie trasversaliste, trasformiste, con esponenti professionisti).

 

Il ceto politico meridionale ha assecondato una modernizzazione dimezzata senza industrializzazione, con una prevalenza del terziario, in particolare del settore pubblico. Gran parte delle famiglie vivono in dipendenza dai grandi aggregati politico-amministrativi e gli interessi di mercato sono deboli, mentre i poteri del crimine sono consistenti. Si vive di politica, ma manca una cultura del bene collettivo che ha ceduto il passo a una sorta di familismo cinico non troppo dissimile dal "familismo amorale" di Tianfield. Che tipo di élite ti puoi aspettare in una situazione di carenza di egemonie imprenditoriali e dominata dalle oligarchie familiste? Innanzitutto, smaccatamente governativa, specializzata, poi, come collettore di spesa pubblica, professionalizzata, infine, nella mediazione clientelare. Il ceto politico si avvale di partiti etichetta. Diversamente dai partiti di massa, sono un contenitore esclusivo in cui si ritrovano strettamente solo ceti locali ristretti.

 

Sotto le etichette dei partiti-élite si è formato un ceto politico autoreferenziale e trasformista, che si avvale nell'esercizio dell'autorità di meccanismi clientelari (in un deserto del merito) e della lealtà passiva espressa dal voto clientelare. Sezioni vuote, ma urne piene e, soprattutto, controllate con tessiture familiste spesso sconfinanti nelle clientele di stampo mafioso. Il mercato politico meridionale fa da principale regolatore della vita locale, con una bassa efficienza e un costo che assorbe una quantità ingente di spesa pubblica europea, nazionale, locale. È una rete dissipativa - uno svantaggio competitivo - che trattiene il Mezzogiorno in uno stato di sospensione e d'ibernazione.

 

Un primo passaggio importante della questione meridionale va collegato al basso rendimento delle istituzioni democratiche e amministrative locali, dovuto al networking clientelare sviluppato dai partiti politici e dalle organizzazioni d'interesse: un argomento di cui si è evitato di parlare in questa campagna elettorale. Chi ha coltivato il sogno dei sindaci eletti dal popolo, e poi quello degli istituti negoziali come i contratti d'area e i patti territoriali, ha in genere sottovalutato lo spessore sociale a carattere familistico e localistico che nei decenni si è formato nel mercato politico. Cinico il lamento meridionale per ottenere aiuti, ma ancor più cinica è la loro distribuzione clientelare. C'è quindi un primo problema istituzionale che si salda con una questione sociale, "complice" del mercato politico.

 

A questo primo svantaggio competitivo, spesso troppo sottovalutato, se ne somma un secondo collegato alla diffusione di poteri criminali mafiosi. Questi rispondono alle debolezze dell'imprenditoria di mercato con un fatturato che nel 2006 (Confesercenti) ammontava a 75 miliardi, il fatturato di due nostri grandi gruppi industriali messi insieme. È soprattutto questo mondo che tiene lontano il mercato, il turismo e che, gira e rigira, è sempre protagonista delle apocalissi meridionali. Al Sud, la democrazia rischia di morire per clientelismo politico, intolleranza mafiosa, ma anche per indifferenza dei meridionali e di noi italiani.

 

Il tema del rinnovamento dei ceti politici meridionali appare un punto cieco della coscienza nazionale che soprattutto i due partiti allo "stato nascente" (Pd e Pdl) dovrebbero affrontare, selezionando e rinnovando i propri ceti politici meridionali. Del resto, la questione non è né di destra né di sinistra: il clientelismo politico fa male al Sud e lo invischia con poteri mafiosi che tengono lontano il mercato economico e tolgono ossigeno al senso civico, impedendo così la crescita: una trappola, con un doppio svantaggio competitivo. Il duro contrasto al potere mafioso e al suo spessore finanziario (confisca dei beni mobiliari e immobiliari) va accompagnato da un'azione di riforma della pubblica amministrazione locale e soprattutto dalla selezione - in chiave generazionale e di genere - di una nuova classe dirigente in grado di ripristinare trasparenza nella società meridionale.



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