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Intercettazioni telefoniche e ambientali. Qualche piccola riflessione a margine

11 giugno 2008

di Valter Vecellio

Sulla questione delle intercettazioni telefoniche e ambientali che continuano a tenere banco, Marco Valerio Lo Prete con il suo commento pubblicato su “Notizie Radicali” del 9 giugno, ha centrato il cuore del problema. Quelle che seguono, dunque, sono poco più di note a margine.

 

Leonardo Sciascia, una volta, propose che i magistrati dovessero trascorrere qualche giorno da detenuti nel carcere palermitano dell’Ucciardone o in quello napoletano di Poggioreale: per provare in corpore vili che cosa significa essere reclusi in attesa di un giudizio che non si sa quando arriverà: perché la giustizia italiana è (a volte) inesorabile, ma – soprattutto – è (sempre) lentissima. Proposta, quella di Sciascia, sul filo del paradosso, ma non privo di una sua logica. E sul filo di questa logica e di questo paradosso si potrebbe immaginare quale turbinio di sentimenti proverebbe un magistrato che vedesse spiattellate su giornali e televisioni il contenuto di sue privatissime conversazioni: gli sfoghi, i furori di quando una giornata è andata storta; le malignità nei confronti di un collega; il racconto di un’avventura piccante… Insomma, tutto quello che a chiunque può esser capitato di dire per telefono; cose che non hanno alcuna rilevanza penale e che dovrebbero restare confinate nel “privato”; e spesso invece, diventano di pubblico dominio. Si potrebbe provare, per vedere – come dice la canzone – che effetto che fa.

 

Il problema delle intercettazioni, dell’uso che ne viene fatto, ad ogni modo, c’è tutto. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è augurato soluzioni condivise, che sulla questione sia possibile raggiungere larghe intese: “E’ una questione che prima si risolve, meglio è”. Sulle larghe intese, non si scommetterebbe; e meno ancora sul fatto che si trovi una soluzione accettabile. Venerdì prossimo vedremo che cosa emergerà dal consiglio dei ministri.

 

La situazione è stata “fotografata” da un recente rapporto dell’EURISPES, secondo il quale due italiani su tre sarebbero vittime di controlli e intercettazioni più o meno legali. Un Grande, Enorme, Orecchio che controllerebbe tutto, altro che il Grande Fratello raccontato da George Orwell. Un dato che appare incredibile, da prendere con beneficio d’inventario; anche a volerlo dimezzare, sarebbe qualcosa comunque di mostruoso: sia per le dimensioni, che per i costi economici che la cosa comporta. Se così fosse, si può immaginare che ogni “controllato” comporti una squadra composta da almeno tre “controllori”. Ai tre poi bisognerà aggiungere chi si incarica di dare un senso al materiale ricavato. Insomma, un paese dove o si controlla o si è controllati, un mondo simile a quello raccontato in “Das Leben Der Anderen” (“La vita degli altri”), il bel fim si Florian Henckel von Donnersmarck sul mondo da incubo nella Germania comunista e il sistema di sorveglianza della Stasi.

 

Fatte salve le esigenze investigative, resta da chiedersi come mai in Italia il fenomeno abbia assunto dimensioni così abnormi; come mai in altri paesi questo strumento sia utilizzato con molta più parsimonia. Forse negli altri paesi magistrati e investigatori non perseguono, con la stessa determinazione dei colleghi italiani, il crimine e il malaffare? La cosa, evidentemente, non è sostenibile. Come sia, il problema è soprattutto dell’uso distorto che di queste intercettazioni viene fatto. Se un magistrato dispone un’intercettazione telefonica o ambientale, può avere le sue ottime ragioni, e si conosceranno nel processo. Ma il contenuto dell’intercettazione non dovrebbe finire sulle pagine dei giornali. Se non ha rilevanza penale perché si rischia di pregiudicare l’esito di un’indagine, se questa non è conclusa; se la rilevanza penale non c’è, diventa un fenomeno di guardonismo che va scoraggiato e combattuto.



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