A conclusione delle visite nelle carceri di Perugia-Capanne e di Viterbo, la deputata radicale Maria Antonietta Farina Concioni ha rilasciato la seguente dichiarazione, che costituisce un primo “rapporto” sulle visite ispettive effettuate:
Nell’ambito della giornata di mobilitazione sulla questione carceri-giustizia ho visitato il carcere di Perugia-Capanne e il penitenziario di Viterbo, dove è istituita anche una sezione per i detenuti sottoposti al regime speciale conosciuto come 41/bis, e dove, anche di recente, si sono verificati alcuni suicidi di detenuti.
Lo scandalo del carcere di Perugia-Capanne. Carceri sovraffollate, padiglioni inutilizzati.
Intendo richiamare l’attenzione – e la cosa sarà oggetto di prossime iniziative parlamentari – sulla scandalosa situazione del carcere di Perugia-Capanne. Questa struttura, pur ultimata, per anni è rimasta inutilizzata: un carcere costruito con moderni criteri, dotato di tutte le necessarie e moderne infrastrutture, “semplicemente” chiuso. Per alcuni anni l’unico uso che si è fatto di quel carcere è stato farne la sede del processo per il delitto di Mino Pecorelli che vedeva imputato tra gli altri il senatore Giulio Andreotti. Dopo decenni, la situazione è a dir poco paradossale: solo uno dei due padiglioni è operativo e ospita 243 detenuti – in celle che originariamente concepite per un detenuto ne ospitano due – mentre l’altro padiglione è chiuso per…mancanza di personale penitenziario! Secondo la pianta organica dovrebbero essere assegnati 339 agenti, in realtà sono operativi 246 agenti, con tutte le conseguenze del caso: sia per quanto riguarda la sicurezza che le iniziative per il reinserimento e la socializzazione del detenuto e il suo recupero: iniziative che sono le prime ad essere penalizzate. Una carenza di personale che di fatto obbliga il personale a pesanti turni e a lavoro straordinario: se, infatti, il personale si attenesse solo a quello che prevede il contratto di lavoro, immediatamente la situazione del carcere di Perugia diverrebbe ingovernabile e ingestibile.
La situazione nel carcere di Viterbo.
Stesso discorso si può fare per la situazione del carcere di Viterbo: un istituto che dovrebbe ospitare 433 detenuti; ve ne sono invece 578: 421 “comuni”; 108 sottoposti a regime di “alta sicurezza”; 49 sottoposti al regime 41bis. Nel carcere di Viterbo inoltre si sono registrati nel solo 2008 due suicidi: quello di Claudio Tomaino, accusato della strage di Caraffa (nella quale vennero uccisi lo zio, la zia e due cugini); e Mihai, un giovane romeno, che doveva scontare una breve pena per una tentata rapina. Nel carcere di Viterbo, secondo i dati che abbiamo acquisito, i condannati con sentenza definitiva sono 319; gli altri sono in attesa di giudizio o appellanti. I tossicodipendenti sono 170, e solo 15 sottoposti a trattamento metadonico; per gli altri ci si affida alle strutture del carcere, che sono quelle che sono.
Il regime speciale 41bis.
Per quanto riguarda il 41bis, fatta salva la buona volontà dell’amministrazione penitenziaria, si ricava la conferma si tratta di un regime di “tortura democratica”, incompatibile con quanto prescrive la Costituzione. Non c’è dubbio che le esigenze della sicurezza vanno garantite e tutelate, ma questo deve avvenire senza che il detenuto sia annichilito: quale che sia il reato di cui si è macchiato, si tratta comunque di una persona titolare, come tutti, dei diritti garantiti dalla Costituzione.
La cronica carenza di personale.
Da questa come da altre visite, si ricava che i problemi del carcere sono essenzialmente due: carenza di organici per quel che riguarda la polizia penitenziaria; sovraffollamento dei detenuti. Se invece di misure demagogiche e di nessun effetto pratico come la dislocazione di poche decine di militari in ogni città italiana in funzione di ordine pubblico, si “investisse” nelle carceri e nelle sue strutture, e si provvedesse a rinforzare gli organici della polizia penitenziaria, assicurare una adeguata rete ausiliaria costituita da medici, personale infermieristico, psicologi, educatori, assistenti sociali (spesso ci si affida al solo cappellano); e si cominciasse a creare tutta quella “rete” di socializzazione e opportunità di reinserimento per il detenuto, anche le esigenze legate alla sicurezza ne ricaverebbero un indubbio beneficio; e si offrirebbe un’alternativa credibile e concreta al detenuto.
Il caso Aldo Bianzino.
Voglio infine richiamare l’attenzione su una vicenda tutta ancora da chiarire: quella della morte di Aldo Bianzino, arrestato per detenzione di alcune piantine di canapa indiana. Bianzino è entrato sano in carcere, quarantotto ore dopo è morto, in seguito, sostiene la famiglia di Bianzino, per lacerazione traumatica del fegato ed altre lesioni. Il caso in un primo momento è stato archiviato, poi la famiglia ha ottenuto la sua riapertura. I radicali umbri da tempo chiedono che sia fatta piena luce su questa vicenda. Nel momento in cui lo Stato priva della sua libertà un cittadino e lo rinchiude in carcere, si fa massimamente garante della sua incolumità. Dunque continueremo a seguire con la massima attenzione questa vicenda, e non tralasceremo iniziativa perché sia fatta piena luce e chiarezza.