Nelle prime due settimane seguite alla guerra con la Georgia, il regime russo era parso andare verso un’«escalation» dello scontro con i governi occidentali. Le aspre, grintose dichiarazioni di Putin e Medvedev, le accuse agli Stati Uniti in puro stile anni Cinquanta, e soprattutto la sfida alla comunità  internazionale lanciata con l’immediato riconoscimento dell’indipendenza dell’Abkhazia e dell’Ossezia meridionale, avevano fatto pensare ad una strategia d’attacco destinata a durare almeno sino all’insediamento del nuovo presidente americano.   Da qualche giorno i segnali che vengono da Mosca sono diversi, più sfumati. Gli uomini del Cremlino sembrano infatti incerti, titubanti, su ciò che gli convenga fare. Se insistere nella sfida all’Occidente (incoraggiati dalla relativa debolezza delle reazioni europee e dal vuoto politico che c’è negli Stati Uniti a causa della campagna elettorale), o se cominciare a calmare le acque. Certo: la decisione annunciata ieri di accasermare 7.600 uomini dell’esercito russo nelle due repubbliche secessioniste, non è un gesto conciliante, visto che negli accordi per il cessate il fuoco era previsto che il grosso delle forze entrate in Georgia si ritirasse sulle posizioni anteriori allo scoppio del conflitto, vale a dire in territorio russo. Ma esso è d’altra parte la conseguenza logica e politica del riconoscimento di Abkhazia e Sud Ossezia come repubbliche indipendenti, seguito, sempre ieri, dall’apertura di rapporti diplomatici con Mosca. E due repubbliche indipendenti (anche se tali soltanto per Putin e i suoi) possono chiedere aduna terza di contribuire alla loro sicurezza con l’installazione di basi militari.
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Resta tuttavia che aver deciso di mantenere una truppa così consistente su un territorio che le istituzioni internazionali considerano ancora georgiano, rappresenta da parte di Putin un ulteriore gesto di forza: il suggello della vittoria piena con cui la Russia è uscita dal conflitto di agosto, la conferma che i calcoli del Cremlino (secondo i quali nessun governo occidentale avrebbe mandato i suoi soldati a morire per Tbilisi) erano esatti.
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Allo stesso tempo, però, i russi sembrano adesso rendersi conto che è il momento d’allentare le tensioni. Perché se i loro successi nel Caucaso e nei confronti d’un Occidente che non poteva - e ragionevolmente non voleva - rompere con Mosca, sono indiscutibili, è anche vero che quei successi stanno comportando un costo non trascurabile.
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Per quanto euforici possano essere in questi giorni, gli uomini del Cremlino non possono infatti non tenere in conto che un solo paese, il piccolo e lontano Nicaragua, abbia sinora riconosciuto l’indipendenza dell’Abkhazia e dell’Ossezia meridionale. Dunque il rischio d’un preoccupante isolamento politico e diplomatico della Russia, magari soltanto a medio termine, non può essere escluso.
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Tanto più che da lì dove i russi s’aspettavano, dopo la guerra, comprensione e solidarietà - la Cina e i paesi dell’Asia centrale riuniti nella Shanghai cooperation organisation -, sono venuti più riserbo che non sostegni. Né l’isolamento diplomatico, la situazione al limite del comico di trovarsi spalleggiati dai soli sandinisti nicaraguensi, è il solo motivo di disagio e preoccupazione. Più forti del previsto, la guerra del Caucaso sta producendo infatti vari contraccolpi economico - finanziari.
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La Borsa di Mosca, che sino al giugno scorso, quando già l’Occidente era in piena crisi finanziaria, procedeva di rialzo in rialzo, è adesso pressoché esangue. Lunedì scorso c’è stato un rimbalzo, come in tutte le Borse mondiali, grazie al salvataggio delle finanziarie Fannie Mae e Freddie Mac da parte del governo di Washington. Ma in due mesi e mezzo le perdite ammontano al 32 per cento, più della metà  delle quali in seguito alla guerra con la Georgia. Il rublo s’è fortemente indebolito (la Banca centrale ha già dovuto impiegare 56 miliardi di dollari per sostenerlo), ed è bruscamente calato anche il prezzo del petrolio. Ma il segnale più allarmante è la fuga di capitali, russi e stranieri, che a detta degli esperti finanziari moscoviti somiglia a quella dell’agosto di dieci anni fa, quando la Russia di Boris Eltsin dovette dichiarare la bancarotta.
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No, per Putin e i suoi il costo dell’affermazione russa nel Caucaso - e dello scossone che essa ha provocato sugli equilibri geopolitici mondiali - non sono trascurabili. Un costo per ora minore, certo, rispetto ai profitti che ne ha ricavato il regime, ma che getta un’ombra pesante sul futuro dell’economia russa. C’è un episodio, del resto, che illustra chiaramente le preoccupazioni del Cremlino e i suoi tentativi, adesso, di mostrarsi più conciliante verso la business community internazionale.
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Durava da mesi una violenta contesa attorno alla più grossa joint-venture russo-occidentale, la Tnk-Bp, che estrae un terzo del greggio prodotto in Russia. Visti rifiutati ai dirigenti Bp, e persino all’amministratore delegato della compagnia mista, continui contenziosi fiscali, perquisizione degli uffici da parte dei servizi di sicurezza: una pressione asfissiante che faceva legittimamente temere un secondo caso Yukos, vale a dire un intervento a metà tra lo Stato e gli oligarchi più vicini a Putin per liberarsi della partecipazione Bp. Ebbene: qualche giorno fa, improvvisamente, velocemente, la contesa è stata risolta, con qualche vantaggio per la parte russa ma senza troppi danni per la Bp. Il segno che il regime ha avvertito il pericolo d’una fuga massiccia degli investitori stranieri dai loro uffici di Mosca, ed è perciò corso ai ripari.
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La soluzione del caso Tnk-Bp, e il rimbalzo avant’ieri della Borsa, non hanno tuttavia acquietato gli investitori internazionali. I loro capitali stanno rientrando, i negoziati in corso vengono rinviati, perché l’imprevedibilità  della condotta del regime, l’irruenza con cui ha sfidato in queste settimane l’intero Occidente, la durezza dei discorsi antiamericani, è tutto ciò che gela, inquieta, allontana gli investitori. Portare soldi a Mosca, dicono da giorni gli uomini d’affari, è una «roulette russa».
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Qualcuno può salvare la pelle, qualcun altro la pelle cela lascia. Quando Medvedev diceva, nei primi giorni dopo la fine del conflitto, «Se l’Occidente rompe ogni collaborazione, pazienza: niente ci fa paura, neppure la prospettiva d’una nuova Guerra fredda», parlava ad uso interno. Per fomentare il nazionalismo russo e rafforzare i consensi attorno al regime. Ma la verità dei fatti non à questa. La partita che Putin ha giocato tra le montagne del Caucaso e il Mar Nero, non poteva - questo è certo - concludersi meglio. Lo spazio ex sovietico sta tornando russo, una modifica dell’equilibrio globale del potere a favore del regime moscovita c’è stato, anche se è ancora difficile dire se essa è venuta dalla forza russa o dalla debolezza americana.Â
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Ma senza una collaborazione con l’Occidente, un paese come la Russia, dove la popolazione decresce di 800.000 unità all’anno a causa dello stato disastroso della sanità pubblica e delle abitudini di vita tipiche dei paesi poveri, non può uscire dalla sua arretratezza. Per non restare un petro-stato forte soltanto dei suoi idrocarburi, di carri armati ed aerei vecchi di trent’anni, e dell’arroganza nazionalista degli ex ufficiali dei servizi segreti che la dirigono, non può fare a meno d’una interdipendenza con le economie occidentali. E l’impressione è che almeno una parte degli uomini del Cremlino, tutto questo lo sa benissimo. II mussolinismo del regime russo, petto in fuori e parole grosse, è molto probabilmente destinato ad esaurirsi.