Forse nessuno aveva avvertito Giulio Tremonti di rileggersi Harry Truman, secondo il quale «il politico è chi sa governare mentre lo statista è un politico morto da almeno quindici anni». Avrebbe forse evitato di togliere tanto prontamente la patente di statista a Massimo D’Alema, dopo avergliela concessa solo qualche mese fa in uno stucchevole slancio di generosità . In realtà il teatrino televisivo tra i due rimanda a un uso tutto italiano di una categoria che appare e scompare regolarmente dal nostro gergo quotidiano. E che discende non solo dallo stato di salute di questo o quel politico, ma soprattutto dalla sua vitalità : dalla sua capacità di accendere i nostri sentimenti, di dividere l’opinione pubblica, di mostrare un carisma niente affatto consensuale. Detta altrimenti: dalla sua capacità di «fare sangue», possibilmente sulla pelle dei nemici politici. Ed è solo quando quella capacità scompare che si ha diritto alla patente.
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Oggi chi mai negherebbe il titolo di statista ad Aldo Moro? Nessuno. E non solo in virtù della sua tragica fine o del segno che portavano le mani che lo uccisero.   Né tantomeno per pura dimenticanza della durissima lotta politica di cui Moro fu attore combattivo lungo tutto l’arco della vita, portando su di sé in piena consapevolezza il peso della parte (e non del tutto) che aveva scelto. Perché al di là  dei concreti risultati del suo curriculum di governo, nella sua figura abbiamo via via identificato il segno di un’intera epoca che è ancora nostra senza essere più intossicata dalle nostre passioni. Un’epoca recente ma già chiusa, con le sue ferite e le sue cicatrici. E con una buona dose di rimpianto per un ordine del conflitto di cui sentiamo evidentemente la mancanza. Così come oggi tutti noi, tranne i soliti giapponesi rimasti nella foresta, guardiamo a Bettino Craxi con lo stesso sentimento che si deve agli statisti. Che nel suo caso non è solo pietà per la morte di un esule né solo il riconoscimento per una stagione di governo destinata a essere sempre più rivalutata. Ma piuttosto la scoperta che, in fondo, la nostra infinita transizione ci condanna a rivivere gran parte dei dilemmi politici che dominarono i suoi anni senza più avere le passioni né del craxismo né dell’anticraxismo.
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Se quello per Moro e Craxi è il rispetto che nasce anche dalla stanchezza, dall’autocommiserazione che anima una stagione della politica italiana che non ha un’alta opinione di sé, le passioni che sostengono Silvio Berlusconi gli impediscono di accedere al diploma di statista. Un diploma che neanche i più sfegatati sostenitori sarebbero disposti a concedergli. Preferendo di gran lunga quello di capo, guida, nocchiero o ispiratore di un movimento vivo e vitale che non ha ancora bisogno di essere messo a riposo tra le lapidi degli statisti. E se in questi albori del regno di Silvio il Magnanimo lo spirito vitale e sovversivo del populismo berlusconiano comincia a farsi sempre più compromissorio e arcitaliano, è ancora lontano il momento in cui i suoi ideologhi si batteranno perché sia riconosciuto al gran capo il titolo di statista. Perché a quel punto sarà chiaro anche per loro che un’epoca è finita, che le passioni che lo sostennero si sono fatte più deboli, che si avvicina il momento del passaggio di mano.
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E allora vediamolo in positivo, quel teatrino televisivo. Chissà che D’Alema non si sia sentito sollevato mentre Tremonti gli toglieva la patente. Perché in quel gesto che voleva essere tanto impietoso avrà  forse visto il riconoscimento di una tenace vitalità , ad onta del tempo e delle sconfitte. Mentre si sa che gli statisti godono di unanime rispetto ma una cosa non possono certo fare: dare una mano, mettersi a disposizione, darsi una mossa.