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Russia, Manfredi e Boni: complimenti al senatore Paolo Guzzanti, l’unica voce fuori dal coro russo in Forza Italia. I liberal dove sono?
Nel Partito Democratico, da segnalare la presa di posizione del senatore Tonini

Roma, 10 ottobre 2008

• Dichiarazione di Giulio Manfredi e Igor Boni (Radicali Italiani)

L’intervento del senatore della PDL Paolo Guzzanti su “Il Giornale” di oggi è il classico sasso nello stagno: finalmente, un autorevole esponente di Forza Italia ha il coraggio di criticare pubblicamente, sul giornale di riferimento della PDL, sia la deriva filoputiniana di Silvio Berlusconi sia la mancanza di dibattito, di confronto all’interno di Forza Italia, su questo argomento e sul resto.

Le parole accorate di Guzzanti, la sua lucida analisi sia dei fatti accaduti in Georgia sia dello stato della democrazia interna a Forza Italia, possono costituire l’eccezione che conferma la regola, ma resta intatta la loro pregnanza: qualcuno ha osato gridare “il re è nudo”, altri oseranno.

Sarebbe, per esempio, cosa buona e giusta se i cosiddetti “liberal” di Forza Italia trovassero anche loro il coraggio per criticare, naturalmente con il loro linguaggio forbito e involuto, il loro leader maximo, che parla di Putin definendolo “il nostro grande Vladimir”.

In attesa di altre buone nuove dal centrodestra, portiamo a casa anche un buona presa di posizione del senatore del PD Giorgio Tonini (“Riformista” di ieri), di critica puntuale alla deriva filorussa del governo Berlusconi.

Finora, avevamo dovuto accontentarci delle dichiarazioni di Casini; constatiamo che vi sono altri politici che mettono in discussione il processo di “gazpromizzazione” della politica e dell’economia italiana. Il problema che si porrà è di riuscire, su questo punto, a mettere insieme le forze.

Manfredi (348/5335305)

Io, il Pdl, Putin e Berlusconi. Vi dico tutto


• da Il Giornale del 10 ottobre 2008, pag. 10


di Paolo Guzzanti


Caro Silvio,

tutti hanno ieri sottolineato il fatto che io abbia scritto sul mio blog la parola «vomitare» e l’hanno usata per farmi dire ciò che non ho detto, e cioè che tu mi provochi la nausea. Questo è falso. Ciò che mi ha provocato nausea è il modo in cui tu fai incombere sulla politica e la vita pubblica italiana il rapporto personale e allarmante fra te e Vladimir Vladimirovic Putin. E mi ha provocato disagio anche fisico averti sentito ripetere facendola tua la versione dell’uomo che chiami «il nostro grande Vladimir» parlando della prima invasione armata di un paese europeo dal 1939 quando Hitler invase la Polonia da una parte e Stalin dall’altra.
Da ieri tutti mi chiedono se abbandonerò il partito, se mi dimetterò dal gruppo, se lascerò il Parlamento, se tu mi hai telefonato, che cosa penso di coloro che sono stati comandati di compilare penose ingiurie nei miei confronti sulle stile delle guardie rosse: nessuno osi criticare il grande timoniere. Le nostre riunioni pubbliche del resto non sono state mai dei congressi, il diverso parere non è gradito e di fatto non è ammesso. Io ho inventato la formula, da te spesso ripetuta, di un partito monarchico e anarchico. Ma se la monarchia diventa pensiero unico e l’anarchia viene schiacciata, allora il partito monarchico-anarchico diventa una anomalia democratica per rispondere alla quale non è sufficiente la convocazione del congresso di febbraio, che di fatto sarà soltanto una kermesse di fusione fra le due componenti, An e Fi. Andarmene? Non ci penso neanche. Mi aspetto invece rispetto e gratitudine per aver introdotto sacrosanti motivi di riflessione su questioni di importanza internazionale, nazionale e morale. Se tu avessi parlato soltanto in termini di realpolitik, non avrei forse provato nausea. Ma tu hai sposato e diffuso come dati oggettivi le bugie di un uomo al quale centinaia di storici e di analisti politici, fra cui io stesso, attribuiscono gravissime violazioni dei principi fondamentali della democrazia e dei diritti dell’uomo.
Ritengo poi falso che un Paese debba impiegare molti anni per passare dal totalitarismo alla democrazia come tu hai detto per giustificare Putin e la sua dittatura del Kgb che ha coperto il parlamento e ogni livello intermedio, sostituendo il partito unico comunista con il partito unico della polizia segreta. Che non occorrano anni è dimostrato dal passaggio dalla dittatura alla democrazia di paesi come la Polonia, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, le Repubbliche ceca e slovacca, i casi del Cile, della Spagna, del Portogallo, della stessa Italia e della Germania, che di totalitarismi se ne è beccati due.
Ma il problema dei problemi è che oggi tu sei all’apogeo del consenso, hai una maggioranza di ferro, il tuo governo non corre alcun rischio e dunque è ora di spalancare le porte della discussione e delle libertà cui è intitolato questo partito perché nessuno può essere accusato di «remare contro».
Colgo oggi l’occasione per dire poi che non voglio essere più trattato, come oggi accade a quasi tutti i membri del parlamento, come una pecora, o una scimmia addestrata a spingere tasti, tacere e ritirare lo stipendio alla fine del mese essudando per di più gratitudine per l’alto livello sociale raggiunto e il guiderdone rispettabile. Questi sono criteri inaccettabili e purtroppo te li ho sentiti illustrare. Io ho da dare qualcosa al mio Paese e sento il dovere di darlo essendo, casualmente, un patriota. Ho scelto di servire il mio Paese, non di diventare un vassallo di qualche satrapo straniero. Io sono stato testimone e in un certo senso un coprotagonista della ripresa della Seconda Guerra Fredda lanciata da Putin. Tony Blair te ne può fornire, come Gordon Brown, ogni dettaglio: quando la procura della Regina ha incriminato nel 2007 l’ex tenente colonnello Andrei Lugovoi come probabile assassino del mio collaboratore Alexander Litvinenko, la reazione di Putin è stata quella di far levare in volo i bombardieri strategici russi che giacevano arrugginiti e impolverati negli hangar dal 1991. Blair e poi anche Brown hanno dovuto più volte far levare in volo i loro caccia per proteggere i confini aerei. Il governo di Putin ha minacciato di bombardamento nucleare la Polonia per aver accettato lo scudo spaziale americano e oggi la flotta russa armeggia con le truppe di Chavez. Io personalmente ho udito a Washington qualche settimana fa l’ambasciatore soviet… pardon, russo, dire forte e chiaro alla televisione C-Span «We are back, noi siamo tornati, noi rivendichiamo le zone di sicurezza che costituivano l’ex Unione Sovietica e non intendiamo mollare di un millimetro».

L’invasione della Georgia era stata pianificata da anni e la parte operativa era pronta ad aprile con aeroporti, ferrovie e l’ampliamento di un enorme tunnel. In agosto una grande parte della flotta del mar Nero era pronta per una missione di combattimento. Le truppe di terra, le truppe aviotrasportate e i marines erano pronti a muoversi. Durante le esercitazioni Kavkaz-2008, terminate il 2 agosto cioè una settimana prima della guerra, era stato completato il dispiegamento di aviazione, marina e esercito in località vicine alla frontiera georgiana. Intanto, sempre ai primi di agosto, in Abkhazia era stata completata la riparazione della ferrovia usata per muovere i carri, l’equipaggiamento pesante e i rifornimenti per la forza di circa diecimila uomini che ha invaso la Georgia occidentale senza una scusa o una ragione formale. La propaganda di Stato russa intanto preparava la popolazione alla guerra, descrivendo un attacco georgiano come inevitabile e spiegando come gli Usa e l’Occidente - che non avevano nessun interesse a una guerra nel Caucaso - fossero dietro la minaccia georgiana. È impossibile mantenere truppe e flotta pronte al combattimento 24 ore su 24 per lungo tempo. La seconda metà di agosto era il limite ultimo per iniziare una guerra contro la Georgia. L’invasione, come quella di Hitler alla Polonia del 1939, è stata giustificata da inesistenti «massacri» di cittadini russi nell’Ossezia, mentre è provato che la reazione di Saakashvili è stata scatenata da una serie di bombardamenti con mortai da 120, calibro proibito dagli accordi del 1992 che autorizzavano tuttavia scambi di colpi con armi leggere. Gli americani non hanno fermato il presidente georgiano dalla sua reazione contro la regione ribelle, sicuri che la Russia non avrebbe invaso una nazione europea, dal momento che le sue truppe non erano mai uscite dai confini nazionali dopo la guerra in Afghanistan. Il calcolo era sbagliato perché la Russia intendeva provocare la guerra, procedere all’invasione e mettere la Georgia in una posizione tale da render quasi impossibile il suo ingresso nella Nato.
Ma poi abbiamo la caterva di morti in Russia: i giornalisti uccisi sono circa 40 soltanto dal 2000. Anna Politkovskaya in un suo libro tradotto solo in inglese dice: «Viviamo in uno stato di polizia, siamo arrestati e uccisi, le nostre radio e i nostri giornali vengono chiusi, poi arriva Berlusconi a Mosca, va in televisione e ci spiega che siamo in una splendida democrazia e che Putin è un sincero democratico». Anna Politkovskaya è stata assassinata due anni fa, nello stesso giorno in cui tu sei venuto a parlare. Anna era amica di Sasha Litvinenko. E io ho pianto per i miei morti, moralmente insepolti: sentire il tuo tono da intrattenitore indulgente, ridente, astuto, ammiccante mentre parlavi della mia gente morta ammazzata mi ha fatto realmente sentire male. Tornato a casa ho vuotato il mio stomaco con un senso di disperazione e liberazione. Cartesio pensava che nella ghiandola pineale in mezzo al cervello fosse la connessione fra anima e corpo. Io ho pensato, reagendo fisicamente all’orrore, che fra il piloro e il diaframma risieda la coscienza. E quella è il mio solo giudice e metro.

Se l’Italia preferisce Putin a Bush


• da Il Riformista del 9 ottobre 2008, pag. 1


di Giorgio Tonini (senatore PD)

E’ dall’inizio della legislatura che si vanno moltiplicando gli indizi di uno slittamento del tradizionale baricentro euroatlantico della politica estera italiana, verso un inedito asse Roma-Mosca. Tra domenica e martedì scorsi è probabilmente arrivata la "smoking gun", la prova regina che questa è effettivamente la precisa e determinata intenzione del governo Berlusconi.

Parlando a braccio, in una sede informale come la cena di chiusura della festa nazionale del Pdl, il presidente del Consiglio, come riferiscono le agenzie di stampa, ha attribuito per intero la responsabilità della crisi georgiana al governo di Tbilisi, assolvendo da qualunque addebito Vladimir Putin. «Tra donne sgozzate e violentate e gravissimi fatti di violenza - ha detto domenica sera l’onorevole Berlusconi Putin si era trovato in una situazione tremenda».
Il presidente georgiano, approfittando delle Olimpiadi, aveva preso l’assurda decisione di svolgere un attacco inusitato. La reazione di Putin è stata logica, andando a Tbilisi contro un presidente che si è macchiato di questi gravissimi fatti di sangue. L’esercito russo si è fermato a quindici chilometri dalla capitale georgiana evitando così di tornare a prima della Guerra fredda».

Ove non smentite, e non risulta che lo siano state, le parole del presidente del Consiglio sollevano due gravi interrogativi. Il primo riguarda il ruolo dell’Italia nella crisi georgiana. Fino ad ora, il ministro degli Esteri si era sforzato di presentarlo come un ruolo di mediazione equidistante tra le due parti in conflitto: anche se, fin dalla prima audizione in Parlamento, a fine agosto, avevano colpito molti esponenti sia dell’opposizione che della maggioranza i toni più che concilianti usati nei riguardi di Mosca da parte del ministro Frattini. La posizione assunta dal presidente del Consiglio, con il discorso della Festa del Pdl, cambia radicalmente la linea dell’Italia, che si schiera decisamente con una delle parti in causa.

Il secondo, ancor più grave interrogativo nasce dalla considerazione della forte vicinanza del governo georgiano all’Amministrazione Bush, la stessa con la quale il precedente governo Berlusconi aveva stabilito un rapporto di "special relationship", a fianco di Blair, Aznar e Barroso. E vero che in quegli stessi anni il governo Berlusconi aveva lavorato per associare la Russia alla Nato. Ma è altrettanto evidente che oggi, in un passaggio critico nelle relazioni tra Mosca e Washington, il governo italiano ha finito per collocarsi più vicino alla Russia che agli Stati Uniti.

L’interrogativo a questo punto riguarda il carattere tattico o strategico di questo riposizionamento, che finisce per collocare l’Italia in una posizione assolutamente inedita.

Martedì pomeriggio, davanti alle commissioni Esteri e Difesa del Senato, che discutevano sull’invio di nostri osservatori in Georgia, nell’ambito della missione europea, ho proposto questi interrogativi al rappresentante del governo e ai colleghi della maggioranza. Mi ha risposto, con la consueta cortesia e onestà intellettuale, il presidente della commissione Difesa, il senatore Giampiero Cantoni, uno degli uomini da sempre più vicini al presidente Berlusconi. Cantoni, che era presente alla cena di Milano, non solo ha confermato che quelle riportate dalle agenzie erano le parole del presidente del Consiglio, ma le ha fatte sue e ha dato loro un significato di posizionamento strategico. Le notizie di questi giorni, con la drammatica crisi dei mercati, ha detto Cantoni, ci dicono che viviamo in un mondo segnato dalla «crisi della leadership americana» e dall’emergere di nuovi protagonisti come la Cina, l’India e la Russia. «In tale contesto - così riporta le parole di Cantoni il diplomaticissimo resoconto sommario del Senato - le relazioni con la Russia non possono non essere considerate con speciale attenzione, anche alla luce di fattori come la comune appartenenza continentale e la dipendenza energetica dell’Italia». Dalla "special relationship" con Bush, alla "relazione speciale" con Putin.

Sono tra quanti, da lungo tempo, auspicano una condivisione bipartisan delle linee di fondo della politica estera italiana. Ma se questa è la linea di politica estera scelta dal governo Berlusconi, sarà difficile non aprire un nuovo fronte polemico tra maggioranza e opposizione. Per la prima volta nella storia italiana, avremo un centrodestra che guarda a Mosca e un centrosinistra che guarda a Washington. E non solo se, come fortemente spero, Barack Obama sarà il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America.



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