L’anti-intellettualismo, cioè il rifiuto d’organizzare la propria vita sulla base di concezioni astratte, come scrivevo esattamente cinquant’anni fa (per la precisione nel numero 5 del maggio 1958) su questa rivista, è la più radicata tradizione americana. In Europa vissuto come un dramma, negli Stati Uniti è una virtù. Uno Stevenson e un Kerry, che hanno pagato con la sconfitta elettorale il marchio d’essere egg-heads, ne sanno qualcosa. Potrebbe presto saperne qualcosa anche Obama, che rischia di perdere non tanto per via dei pregiudizi razziali e dei suoi certo non rivoluzionari progetti di riforma, bensì perché raffinato intellettuale. Non si tratta d’una filosofia, che sarebbe un’altra forma d’intellettualismo, né di qualunquismo o populismo becero. Si tratta d’un riflesso del sentimento ugualitario, profondamente radicato nell’anima americana, che si traduce in un appello al common sense, una tradizione che viene dall’empirismo britannico. Con la conseguenza che l’intellettuale americano sente di vivere in un ambiente che - quando non gli è avverso, come gli succede di regola (non si pensi ai grandi centri culturali che in certa misura costituiscono delle eccezioni nel panorama americano) - gli è ostentatamente indifferente. Un atteggiamento difficilmente comprensibile all’europeo continentale, erede bene o male d’una forma mentis sistematica.
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Questo fenomeno risale ai primi tempi della nazione americana. Non che le persone che fanno dell’anti-intellettualismo una specie di abito mentale siano esistite soltanto negli Stati Uniti; ma il carattere non monolitico, popolare e anti-autoritario della vita politica di quel paese e il suo svolgersi entro uno schema di valori che è accettato più o meno da tutti hanno dato loro una possibilità maggiore che altrove di esprimersi e di trovare consenso. Tale atteggiamento, prima blando, è andato trasformandosi in una forma mentis. Ogni società ha bisogno in misura maggiore o minore d’avere un capro espiatorio, su cui proiettare la propria ombra. Nel corso dei decenni di storia americana si sono cercati e trovati vari capri espiatori: dai tories, e cioè dai filo-inglesi, ai massoni, dai cattolici agli afro-americani, dagli ebrei agli irlandesi, dai capitalisti ai socialisti. In tutte queste categorie attaccate come pericoli pubblici c’erano, naturalmente, degli intellettuali, ma pochi, e comunque non attaccati come tali, cioè come categoria, per la semplice ragione che fino all’inizio del 900 non ne costituivano una. Dagli anni 30 in poi, però, essi si sono trovati a prendere il posto delle minoranze etniche e religiose di cento anni prima. Queste ultime con il passare degli anni si sono irrobustite e hanno raggiunto un grado di coesione tale che un attacco agli ebrei, agli italiani o agli irlandesi, per non parlare dei cattolici, è semplicemente impensabile. Gli intellettuali, invece, hanno tutto quello che occorre per essere un buon bersaglio: abbastanza importanti per attirare l’attenzione, abbastanza deboli per essere facilmente individuabili e abbastanza impratici per non riuscire a rispondere efficientemente agli attacchi.
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Aggrediti d’improvviso alla fine della seconda guerra mondiale dalla destra repubblicana, sostenuta dai circoli militaristi, dalle chiese e dalle sette, sperduti di fronte all’incalzare di avversari fanatici e senza scrupoli, essi hanno mostrato le medesime reazioni dei gruppi precedentemente perseguitati, ritirandosi timorosamente da parte, rinunciando alle finalità ritenute qualificanti della propria vocazione nei vari campi, inclini a prestarsi ingenuamente ai ricatti e alle manovre intimidatorie, abbassandosi ad amare critiche reciproche e ad atti di contrizione e d’auto-accusa. Il momento più macroscopico, fino ad oggi il più terribile per la democrazia americana, di questa ondata d’isterismo fu al tempo di MacCarthy.Â
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Tuttavia, è importante non lasciarsi fuorviare da una critica superficiale. Che i liberals, quintessenza dell’intellettualismo, siano guardati con sospetto dall’uomo della strada, è comprensibile in un sistema dove egualitarismo e libertà come valori regnano sovrani e nell’immaginario collettivo sono considerati “naturali”. Che bisogno c’è d’introdurre misure tendenti a modificare il corso delle cose per aumentare la sfera della libertà ? si chiede l’americano medio, influenzato certo dalla manipolazione mediatica, ma anche perplesso di fronte ad interventi che aumentano il potere dello stato, sempre temuti (anche se poi invocati di fronte a catastrofi finanziarie come le attuali). Â
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A parte l’isterismo anti-comunista, inoltre, per spiegare le ragioni che hanno permesso d’emarginare ancor oggi l’intellettuale sfruttando la psicologia di massa basta ricorrere ai due fattori che stanno alla base della sua effettiva preminenza: l’esperienza tecnica e l’ideologia. Ambedue sono cose ingrate e all’uomo della strada e al politico, che in certo modo si sentono inferiori di fronte a chi le possegga. Kissinger e la Rice sono stati e sono tollerati in quanto funzionali a chi gestisce il potere, non come autori d’una linea politica. Si pensi, invece, al ruolo svolto in Gran Bretagna da intellettuali tipo Giddens nell’elaborare la linea di Blair. Il sogno popolare americano si fonda sulla fede nella capacità di ognuno di discutere e risolvere i problemi che man mano si affacciano, senza dover ricorrere all’esperto.
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Tale sogno entrò in crisi soprattutto con il New Deal, allorchè gli intellettuali cominciarono ad avere facile accesso alla Casa Bianca; accesso che non soltanto si accentuò, pur senza diventare un dato acquisito dall’opinione pubblica, ma divenne indispensabile nell’epoca successiva, da Kennedy a Clinton.
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Dal punto di vista dell’opinione pubblica di massa, l’intellettuale resta uno sbandato perdigiorno e ricorda l’atteggiamento snob degli aristocratici. Peggio: è ritenuto un seminatore d’idee la cui utilità non soltanto non è dimostrata, ma la cui capacità di turbare l’ordine pubblico e corrodere la morale corrente è fin troppo nota per poter essere messa in dubbio. L’americano medio, estraneo com’è a una tradizione di lotte ideologiche, paragona la propria condizione con le condizioni precarie dei paesi europei, che vede senza soluzione di continuità : un tutt’uno dalle guerre di religione e dinastiche fino al nazismo e al comunismo, e considera l’intellettuale come un elemento reazionario, appartenente piuttosto al modo di vita del Vecchio Continente che a quello americano, improntato al principio del “vivere e lasciar vivere”.
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Dal canto loro, il posto che gli intellettuali americani riservano a se stessi nella società è idealmente ancora quello di cui godevano al tempo del New Deal: un posto cui l’opinione pubblica in larga misura guardava con una certa fiducia e simpatia e, comunque, con tolleranza. In ciò, essi commettono un errore di prospettiva, perché, scomparse le circostanze eccezionali e l’uomo eccezionale che le aveva affrontate, l’esperimento del New Deal, che non era che parzialmente un esperimento tipicamente americano, fu lentamente, ma inesorabilmente assorbito negli schemi tradizionali. Allora vi fu un tale bisogno d’intellettuali, nella duplice veste di esperti e di ideologi, che questi cominciarono a credere che i movimenti di riforma fossero la loro sede naturale, il gran pubblico il loro alleato e i grandi interessi costituiti i loro nemici.
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Al contrario, l’anti-intellettualismo americano è sempre stato un fenomeno popolare, di cui i reazionari hanno saputo valersi: una delle più venerabili tradizioni del paese. Lo sa bene Fox-News, che riesce a far apparire antipopolare l’intellettuale e popolare chi difende i privilegi della borsa. Le sue eredità , infatti, sono da ricercarsi nei movimenti religiosi di revivalism e di fundamentalism, che qualcuno ha visto come la base del successo di Bush nel 2004, mentre in realtà non sono che epifenomeni dell’anti-intellettualismo, di cui si trovano tracce perfino nelle critiche rivolte al clero puritano colto : il “grande risveglio” del XVIII secolo e le successive ondate di revivalism da esso nascevano ed esso hanno tenuto vivo. Coloro che dal punto di vista religioso hanno maggiormente impressionato le masse si sono sempre affrettati ad attaccare la cultura come principale nemica della Fede. Sapevano dove pescare.
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Mentre il conflitto tra il clero istruito e quello non istruito ci fornisce le prove dell’esistenza d’una corrente d’anti-intellettualismo risalente fino ai primi tempi, i successivi sviluppi dello spirito laico, dopo l’avvento del darwinismo, hanno contribuito a intensificare l’ostilità verso la cultura. Quando un fondamentalista degli anni 20 chiedeva durante un comizio: “Chi mai ha visto un uomo di studio che sia stato anche un genio in un campo qualsiasi di attività umana?”, in sostanza contribuiva a tener viva una tradizione destinata restare operante fino ai nostri giorni, soprattutto nei circoli religiosi. E’ qui che va ricercata la causa principale della sconfitta di Kerry, il cui linguaggio riusciva ostico alla gente comune, mentre quello di Bush non soltanto era chiaro, ma infondeva certezze e spronava al coraggio, come fa McCain: virtù tipica della mentalità pionieristica rimasta ben viva oltre Atlantico (non a caso la candidata alla vice-presidenza è stata scelta in Alaska, terra sentita ancora come di confine).
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Quindi, l’anti-intellettualismo è identificabile non soltanto con l’estrema destra, ma con la protesta popolare contro i privilegi. L’ideologia democratica americana ha sempre avuto una tinta anti-intellettuale, anche fra quei leaders che in realtà erano esenti da ogni dichiarato anti-intellettualismo, per esempio Jefferson. Non che Jefferson fosse un anti-intellettuale, al contrario; tuttavia, nella sua predilezione per la saggezza spontanea (“prendete un professore e un bovaro, e metteteli di fronte a un caso da risolvere: questi ci arriverà più direttamente, perché la sua mente non è ingombrata dall’astrattismo che si annida nel cervello dell’altro”), si possono già scorgere i germi di quell’atteggiamento che scoppiò ai tempi di Jackson in un filisteismo popolare militante e a cui più tardi diede un ulteriore incremento William Jennings Bryan con le sue agitazioni per il libero conio dell’argento. Il movimento Jacksoniano, con il suo disprezzo per gli intellettuali, il suo odio per la centralizzazione, il suo desiderio di scalzare le classi possidenti e la sua teoria che tutte le funzioni pubbliche sono abbastanza semplici per poter essere espletate dall’uomo della strada, diede il primo serio ed esplicito avvio all’anti-intellettualismo elevato a forma mentis in America. L’evento simbolico del declino dell’intellettuale nella vita politica è rappresentato dalla sconfitta di John Quincy Adams e dall’elezione di un uomo così diverso come Andrew Jackson, in una campagna caratterizzata dallo slogan
John Quincy Adams who can write
                                                 Andrew Jackson who can fight.
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Adams non era attaccato soltanto, o principalmente, come uomo di lettere, bensì come amante d’un certo fasto e della vita comoda; tuttavia, delle virtù di Jackson si celebravano ed esaltavano proprio quelle che si opponevano all’intellettualismo del suo avversario. Jackson fondò, infatti, la sua campagna sull’attacco contro la cultura, vista come tendenzialmente conservatrice, e sulla lode della praticità , virtù che tutti possono raggiungere : in altre parole, sulla subordinazione del pensiero all’azione, e fu di fatto salutato come il campione del sano buon senso contro l’accademismo stantio e inutile.
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Bisogna render giustizia a questi attacchi, perché sta di fatto che durante la maggior parte della storia americana coloro che avevano studiato si sono schierati in modo prevalente dalla parte del denaro, del privilegio e, quindi, del conservatorismo. E nell’immaginario collettivo tali sono rimasti a tutt’oggi. E’ vero che tutti gli uomini che iniziarono movimenti di riforma o di protesta (Bryan stesso, che era uno studioso di Jefferson) venivano dall’elite intellettuale; però bisogna riconoscere che per lo più gli intellettuali si tennero in disparte nei confronti dei bisogni popolari, soprattutto nei periodi precedenti la Guerra Civile e la fine del secolo, in particolare delle tre categorie che maggiormente avevano bisogno d’aiuto ed attenzione, la gente di colore, i contadini e gli immigranti. Quando prendevano un’iniziativa, era pur sempre per motivi di natura privilegiata, quali, per esempio, l’istituzione di una procedura regolare nell’assunzione del personale amministrativo o la riduzione delle tariffe doganali; e se s’interessavano al riordinamento urbanistico, ciò non era per ragioni umanitarie, bensì tecniche o di prestigio o estetiche, sicchè è naturale che a tutelare gli interessi delle masse si facessero avanti dei politicanti. Questi, com’è facile immaginare, non avevano alcuna simpatia per gli intellettuali, considerati incapaci di adeguarsi alle esigenze elettorali del partito. “Se i leaders di Tammany Hall (il centro fino a qualche decennio fa del Partito Democratico di New York) fossero tutti dei topi di biblioteca – dichiarava il senatore George Washington Plunkitt, uno dei più celebri boss newyorchesi oltre che importante uomo politico a cavallo tra il XIX e il XX secolo - Tammany vincerebbe le elezioni una volta ogni quattromila anni. La maggior parte dei leaders sono gente semplice, che viene dal popolo e vive in mezzo al popolo e ha l’educazione che è sufficiente per fischiare gli effeminati. Io sto bene tra la gente comune del rione. Quando vado in mezzo a loro, non cerco di sfoderare la conoscenza della grammatica o della Costituzione o comunque di mostrare che ne so più di loro. Non mi tollererebbero. Alcuni poveri giovani pensano di apprendere l’arte della politica sui libri e si riempiono la testa d’ogni sorta di porcherie. Non potrebbero fare uno sbaglio più grosso. La cultura sarà buona per altre cose, ma non per la politica. Chi ha studiato è handicappato fin dal principio”.
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L’accenno agli intellettuali riformatori e radicali, liberals, come a degli “effeminati” tocca anche il sospetto, sottile, ma tenace e largamente diffuso fin dall’inizio, che “questi ricucitori di carte geografiche” – come li chiamava un altro boss del XIX secolo, il senatore Roscoe Conkling – siano non solo dei conservatori snob, ma anche degli impotenti sessuali, se non addirittura degli omosessuali. Questi accenni presagiscono i successivi attacchi contro i funzionari del Dipartimento di Stato d’ispirazione filo-britannica, considerati appunto snob e conservatori, e le accuse, mosse ad altri, di perversione sessuale. Al tempo dei due citati boss era comune, infatti, gettare il discredito sugli uomini di cultura e sui riformisti associandoli con gli impotenti, i conservatori, gli snob di tipo britannico; e Theodore Roosevelt, che proveniva appunto dalla categoria degli intellettuali, si preoccupò dal primo giorno di lasciar trapelare attraverso la stampa popolare le sue imprese dongiovannesche. Non v’è dubbio che uno dei segreti della sua straordinaria carriera consistette nel presentare se stesso come un laureato di Harvard che era capace di cavalcare meglio di un cowboy, di cui non disdegnava la compagnia, allo stesso tempo che come un fortunato cacciatore di donne, bisonti e spagnoli. Quando si recò a Harvard nel 1894 per parlare agli studenti, il titolo del suo breve discorso fu Merito e Mascolinità in Politica e in esso incoraggiò i suoi giovani ascoltatori a non essere soltanto “uomini onesti”, ma anche “uomini-uomini” di modo che non soltanto ai disonesti si continuassero ad attribuire tutte le buone qualità dei maschi! E Clinton, com’è noto, non incorse nelle critiche perché donnaiolo, bensì perché aveva mentito pubblicamente.
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Tuttavia, furono proprio Theodore Roosevelt e i nuovi leaders del periodo chiamato “progressive” a gettare per la prima volta, in quasi un secolo, un ponte tra la vita pratica e quella intellettuale dell’America. Robert M. La Follette, per esempio, smentì la propaganda e i convincimenti di un Plunkitt quando utilizzò i suoi colleghi di scuola per mettere insieme una macchina politica che si rivelò efficientissima; ed è a lui ancora che si deve l'origine del cosiddetto “brain trust” (successivamente entrato nell’uso comune in senso dispregiativo), cioè un gruppo di consiglieri del Presidente, scelti sulla base delle loro qualifiche intellettuali. E ciò, non soltanto in grazia alla collaborazione, effettivamente operante, da lui realizzata tra l’Università del Wisconsin e il governo di quello stato, ma soprattutto in considerazione della grande deferenza di cui godeva il piccolo gruppo di collaboratori che aveva portato con sé a Washington, quando fu eletto senatore. Se Theodore Roosevelt mostrò che l’intellettuale non è privo di virilità , La Follette mostrò che può anche esser utile.
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Successivamente, lo sviluppo della legislazione sociale e delle commissioni d’inchiesta, promosse in quel medesimo periodo, contribuirono a rompere ulteriormente l’isolamento in cui vivevano politica e cultura. Il progressivismo inaugurò un periodo di un certo rispetto per gli intellettuali, che cominciarono ad entrare nella vita politica in numero maggiore di quanto non avessero fatto per l’innanzi. Wilson era certo un intellettuale, e Theodore Roosevelt, come abbiamo appena visto, seppe circondarsi del loro aiuto effettivo. Naturalmente, ambedue dovevano ubbidire alle leggi della politica elettorale, e non deve pertanto stupire di ritrovare in discorsi e messaggi qualche accenno a questa vecchia tendenza. Wilson, per esempio, che era professore a Princeton (dove aveva conseguito il dottorato: caso rarissimo e forse unico tra i politici americani di successo), non si peritò di affermare: “A che cosa saremmo ridotti se un piccolo gruppo di esperti dovesse prendersi la briga di amministrare i nostri affari sulla base che essi soli ne sono competenti? Perché, se si dovesse ammettere che ciò è vero, che ciò è ragionevole, cioè che noi non sappiamo come prender cura dei nostri affari, allora noi non saremmo un popolo di uomini liberi, dovremmo rinunciare alle nostre istituzioni e andar a scuola da qualcuno che ci spieghi quello che dobbiamo fare”. E Theodore Roosevelt, nel 1897, aveva dichiarato ancora più crudamente: “Sono sicuro che ognuno di noi ha conosciuto degli uomini di vasta cultura, che però in cuor suo si augura di vedere quanto meno è possibile. Alcuni degli uomini che hanno lasciato un ricordo esecrando nella storia erano uomini di grande cervello...Una sana moralità e una buona dose di buon senso contano di più di un gran cervello".
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Anche quando il New Deal introdurrà gli intellettuali nella vita politica in modo inusitato ed inequivocabile, tale stato d’animo, fatto di empirismo e di senso pratico, sopravvivrà nel fondo dell’anima americana. L’averlo dimenticato, e l’essersi affidati a una situazione che era in sé eccezionale, ha fatto si che gli intellettuali del dopoguerra si siano trovati in una situazione falsa, determinata dalla credenza che la vita politica americana avesse, con Franklin Delano Roosevelt, assunto definitivamente un’impronta diversa dalla tradizionale. Il trionfo di Reagan e poi soprattutto di George W. Bush, che l’ha superato nell’arte del governo del malaffare legato ad interessi clientelari e affaristici e malgrado ciò il trionfo l’ha ottenuto, ambedue palesemente l’opposto dell’intellettuale, mostra che non è così.
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Pertanto, non v’è niente di strano che i conservatori cerchino di far leva sul sentimento che “l’eroico soldato” McCain sia più adatto di Obama e la “cacciatrice di elci” Palin sia più adatta di Biden. Non v’è alcuna stranezza in tutto ciò: fa parte di questa che in certo senso si può chiamare “la più nobile, antica e radicata” tradizione americana. Non sarà facile per Obama far breccia in essa, malgrado tutto sia a suo favore sul piano economico ed internazionale, dopo la disastrosa amministrazione Bush, destinato a passare alla storia come il peggiore presidente degli Stati Uniti, cui grazie a una politica folle e criminale ha fatto perdere su scala mondiale la stima e la simpatia che li circondavano da sempre.