Caro Menichini, caro Orlando,
basta ora parlare di Veltroni, almeno nei termini in cui se ne parla, se ne scrive. Il problema, piuttosto è il partito che non c’è, il partito che, a quanto pare, non si sa neppure immaginare… Doveva, voleva essere il Partito Democratico: l’organizzazione politica “altra” e alternativa al modello tradizionale di partito. Nei fatti si è tradotto in una sommatoria di convenienze, pochi ideali, idee-forza che non si sono tradotte in proposta e iniziativa politica, occupazione di postazioni di potere fine a se stessa. Quando si farà la storia di questi mesi, e si analizzeranno scelte e comportamenti, se ne ricaverà un quadro avvilente e sconcertante: lascia basiti la quantità di errori, le innumerevoli scempiaggini e corbellerie di cui si è stati capaci. Giudizio severo, liquidatorio?
Ma come definire il fatto che l’idea stessa di “partito democratico” è stata, nei fatti, nel concreto e nel quotidiano, dilapidata? Doveva, poteva essere una formazione aperta, capace di favorire aggregazioni; dove potessero convivere sensibilità le più diverse, come accade nei paesi anglosassoni. Niente di tutto ciò: logiche spartitorie e barattiere hanno creato solchi, fratture, allontanato energie. Si è riusciti mirabilmente a coniugare il peggio del “vecchio” col peggio del “nuovo”; e il gioco al massacro continua: basta sfogliare le cronache politiche di queste ore.
Se il problema è il “che fare?”, e gli strumenti, gli “utensili” da utilizzare, ancora una volta – consapevoli del possibile e dell’improbabile – su tutti noi, spetta il compito, e grava la responsabilità , di indicare la possibile strada e possibilità di uscita da una situazione la cui gravità è sotto gli occhi di tutti.
Se le “forme” sono anche “sostanza”, e se la “forma” è la durata delle cose, senza false modestie credo che i radicali debbano, ostinati e duri di cervice come sanno essere e sono, continuare a proporre come base di riflessione per il Partito Democratico quegli elementi di forma statutaria che da cinquant’anni li governa; in particolare alcuni punti fondamentali: iscrizione accolta senza possibilità che possa essere rifiutata; esplicita rivendicazione della positività della doppia e plurima tessera; nessuna possibilità di poter essere escluso dal partito, perché non ci sono i probiviri e altri meccanismi di espulsione; congresso a data fissa, aperto agli iscritti, che hanno, tutti, indistintamente, possibilità di candidarsi alla guida del partito, proporre e votare documenti; autonomia dei gruppi parlamentari e degli eletti…Perché non avviare un confronto serio, su questi temi? Perché non invitare i Gianfranco Pasquino, i Michele Salvati, i Luigi Manconi, i Fulvio Cammarano, a ragionare e dibattere su queste “follie”? E siamo proprio sicuri,, poi che si tratti di “follie”? Sicuri che la scommessa del Partito Democratico non passi anche da qui?
Poi certo: mancano, sono mancate – si sono accuratamente evitate, verrebbe da dire – le occasioni di confronto e di dibattito, anche di scontro duro su temi urticanti e questioni che possono risultare laceranti, come quelle che oggi s’usa definire “eticamente sensibili”, e che sono null’altro che i diritti civili: testamento biologico, dignità della vita, quando comincia e quando finisce e chi può decidere se e quando non ha più senso di essere vissuta…Ma per dire: c’è un qualche motivo valido che induce a ritenere che il mondo cattolico si identifichi solo in Paola Binetti o Luigi Bobba? Ignazio Marino, non è cattolico al pari dei teo-Dem? C’è un “Partito del silenzio” che è tale perché è silenziato, ignorato, negato. Un “partito” che chiede – grida - di potersi esprimere, partecipare, decidere. Quando gli si darà voce, rappresentanza, ci si deciderà a ri/conoscerlo?
Questo è il nucleo attorno al quale si può e di dovrebbe ragionare, quando si parla di Partito Democratico. Su questa base sarebbe utile, ma anche necessario e urgente, avviare una riflessione teorica e non astratta; su queste basi si potrebbero certamente costruire unità “laiche” nel senso più autentico del termine: da sempre si sostiene la necessità di processi politici che favoriscano l’unità laica delle forze, in luogo della sterile e vagheggiata unità delle forze laiche. Certo: poi si dovrà fare i conti anche con i radicali, con Marco Pannella e con Emma Bonino, presenze scomode e ingombranti. Ma davvero si ritiene conveniente continuare ad esorcizzarli con un “niet”, come ha fatto Goffredo Bettini, con una liquidatoria intervista che non gli fa davvero onore, e rivela piuttosto una miopia politica che, evidentemente, ha generato ben altri disastri? Non è preferibile una onesta lealtà a un’acritica, servile, fedeltà ? Anche di questo discuteremo e ragioneremo, la prossima settimana, al congresso italiano del Partito Radicale Trasnazionale a Chianciano. Con voi, è sperabile, augurabile.