L’Aids non si combatte con gli slogan pubblicitari e la distribuzione dei condom che anzi «aumentano i problemi». All’inizio del viaggio in Africa, Benedetto XVI usa (per la prima volta in una dichiarazione pubblica) la parola «preservativo», chiede ai governi cure gratis per i malati di Aids e indica come uniche soluzioni efficaci «un comportamento morale corretto e un risveglio spirituale e umano». Quindi, il rimedio anti-Aids non è il condom bensì «l’educazione, la formazione culturale, l’umanizzazione della sessualità , la consapevolezza dei valori». Il Papa condanna «l’imposizione di modelli culturali che ignorano il diritto alla vita di chi non è ancora nato» e contrappone la «civiltà dell’amore».
Parole che hanno scatenato durissime proteste, ma che vengono precisate da Olimpia Tarzia, organizzatrice della Conferenza mondiale sui diritti delle donne. «Considerare il preservativo come la panacea nella lotta all’Aids denota ignoranza o malafede - spiega -.Con l’uso corretto del condom, la possibilità di contagio da Hiv è del 30%. Sono in gioco i potenti interessi economici che stanno alla base della produzione e distribuzione dei contraccettivi. Ma è tutto un inganno che induce la gente a una falsa sicurezza».
Il no del Papa (che ha parlato anche della solitidine, definendola «un mito che mi fa sorridere») ha dato il via a una raffica di accuse. «E’ incredibile indurre i cattolici a non usare il preservativo», insorgono i Comunisti italiani. Un atto «grave e irresponsabile», «sconsiderato», una «cattiva informazione sull’Aids» reagiscono compatte le associazioni di omosessuali. I Radicali deplorano una «linea cinicamente antiscientifica, irresponsabile e dolosa, foriera di ulteriori incalcolabili lutti e sofferenze». E don Andrea Gallo: «Mi addolora ascoltare imposizioni che non hanno nulla a che fare con il messaggio di misericordia di Cristo».
Ma è più ampio il ragionamento di Benedetto XVI secondo cui l’Africa ha bisogno di giustizia, non dei preservativi e l’Aids è una tragedia che non può essere risolta solo con il denaro. «In un tempo di globale scarsità di cibo, di scompiglio finanziario, di modelli disturbati di cambiamenti climatici, l’Africa soffre sproporzionatamente - evidenzia -.Un numero crescente di suoi abitanti finisce preda della fame, della povertà , della malattia. Essi implorano a gran voce riconciliazione, giustizia e pace, e questo è proprio ciò che la Chiesa offre loro».Per raccontare l’Aids in Africa non bisogna usare le cifre. Le cifre in Africa ingannano, ed è una fortuna perché altrimenti il continente sarebbe già una vasta necropoli spopolata, mentre continua a sopravvivere e lottare. Bisogna raccontare storie individuali, andare nelle townships di Johannesburg, ad esempio, Alexandra e Soweto, nomi di antiche e nuove disperazioni. Qui l’Aids è onnipresente e nello stesso tempo invisibile, imperversa minaccioso e opaco. Ci sono i malati e ci sono tra quelli che ti passano accanto coloro che non sanno di esserlo, visto che un terzo degli adulti è sieropositivo. In Sud Africa ogni giorno un migliaio di persone muore di epidemia e si calcola che entro il 2013 le vittime saranno cinque milioni. Il municipio della città ha già comperato mille ettari di terreno per seppellire i suoi morti. Non basteranno. Sta trattando con le società minerarie per trasformare le gallerie abbandonate in immense catacombe.
A Soweto si poteva incontrare, un anno fa, Joseph; e forse oggi è già morto e la sua è una storia da scrivere al passato. Joseph era un vecchio, e poi scoprivi che aveva solo 43 anni. Il male aveva succhiato il suo corpo fino all’ultima briciola. Una vita passata come uomo di fatica nelle fattorie dei farmer bianchi. Lo facevano dormire in una baracca sudicia, con gli altri operai. La sera li chiudevano dentro, perché dicevano «non andassero in giro a rubare e a ubriacarsi». Era lì, in quel tugurio, che la domenica il padrone faceva venire giovani prostitute affamate, dalla città vicina: così potevano «divertirsi un po’». E’ una di loro che l’ha contagiato. Il preservativo? Il padrone non glielo dava e lui guadagnava troppo poco per comprarli. I pochi soldi bastavano appena per pagare quelle ragazze disperate. Il padrone lo ha cacciato senza dargli un soldo quando ha scoperto all’ospedale che era malato di Aids. Da allora non ha più trovato lavoro, aspettava solo di morire; gli regalavano un po’ di cibo il fratello e la sorella, che però lo hanno chiuso in una capanna lontano dalla casa. Avevano paura di lui.
Chissà se è ancora viva Margaret, che ha cominciato a lavorare quando aveva quattordici anni e aveva allora un marito e un figlio. E pensava di essere felice nonostante la miseria. Poi il bisogno l’ha spinta in città , donna di servizio nelle case dei ricchi. E la sua vita si è spezzata in tanti frammenti popolati di uomini diversi. Nessuno di loro voleva sentire parlare del preservativo. Uno l’ha infettata. E’ tornata al villaggio, ora. La sfamava una sorella che crede ancora all’amore e alla pietà . E sapeva sfidare la convinzione africana che chi è malato di Aids è punito per aver commesso gravi peccati, e deve essere cacciato e isolato.
Jospeh e Margaret non guardano la televisione nei loro tuguri. Non vedono le campagne per la diffusione del preservativo. Come milioni di africani che non hanno la televisione, internet. Non sanno che il ministro della sanità sudafricano, una donna, ancora poco tempo fa annunciava che il preservativo non serve a nulla, bastano le virtù dell’aglio, delle barbabietole e dell’olio di oliva per fronteggiare la pandemia. E non sanno che il futuro presidente, Zuma, in tribunale dove lo processavano per lo stupro della figlia, sieropositiva di un vecchio compagno di lotta contro l’apartheid, ha spiegato che non aveva corso rischi, perché dopo aveva fatto una doccia accurata.
Lo Swaziland è uno di quegli stati fantoccio che il Sud Africa ha inventato per dare l’illusione che «lo sviluppo separato» dei neri funzionava. Lee ha tredici anni, vive nelle strade, sdraiato su un cartone. Ogni giorno inala una droga ottenuta con la colla che distrugge inesorabilmente il cervello. La compra prostituendosi. In questa parte dell’Africa si è diffusa l’orribile convinzione che si possa guarire dall’Aids avendo rapporti sessuali non protetti con bambini. Lee è un orfano dell’ Aids. Sono tanti qui, un bambino su dieci, in questo paese dove la metà del milione di abitanti è sieropositiva e la speranza di vita è la più bassa del mondo, 32 anni. Suo padre aveva quattro mogli, perché qui la poligamia è legale ed è una delle cause maggiori del contagio. Lee non lo sa ma il re Mswati terzo è andato in tv per negare con vigore che questa usanza sia legata alla diffusione del contagio. Il re infatti ha nove mogli, ma è giovane e raggiungerà certo suo padre, Sohuza terzo, che ne aveva 120 secondo la biografia ufficiale.