Da ieri pomeriggio il mio cellulare è raggiunto da telefonate di giornalisti di quotidiani grandi e piccoli che mi chiedono di fare visita, nel carcere di Regina Coeli, ai due ultimi rumeni arrestati per lo stupro della Caffarella. Comprendo la frenesia dei giornalisti che le tentano tutte pur di avere notizie e particolari su un fatto di cronaca così grave, ma tengo a precisare che questo tipo di “visite” da parte dei parlamentari non rientrano in quelle previste dall’ordinamento penitenziario e dal suo regolamento.
In particolare, il regolamento (DPR n.230 del 2000) stabilisce che le visite devono essere rivolte alla verifica delle condizioni di vita dei detenuti e che non è consentito trattare con imputati argomenti relativi al processo penale in corso.
Ribadisco che la visita ispettiva che ho fatto insieme a Sergio D’Elia agli imputati dello stupro di Guidonia fu doverosa verifica perché ricevemmo, dall’interno del carcere, segnalazioni di pestaggi degli arrestati segnalazioni che non sono arrivate né per i primi due imputati della Caffarella (poi scagionati dalla prova del DNA), né per i due ultimi rumeni arrestati.
Constato, invece, con rammarico che poca attenzione è prestata dalle testate giornalistiche alle visite ispettive di carattere generale che come radicali facciamo di continuo nelle carceri italiane ormai giunte al collasso per sovraffollamento, tanto che lo stesso Ministro della Giustizia Angelino Alfano ha affermato – ed è la prima volta che avviene nella storia italiana – che sono incostituzionali. Una bella inchiesta su questo, no?