Caro Nino,
tanto per rassicurarti, voglio segnalare alla tua attenzione un mio intervento dal titolo “Il Mezzogiorno tra miseria e malaffare”(mi auguro che decidiate di pubblicarlo integralmente). A leggerlo con attenzione quell’intervento è un commento all’inchiesta “Toghe lucane”.
Un commento basato sulla descrizione di un contesto che denuncio da almeno 20 anni. Giustizia è fatta? Non ne sono affatto convinto. A volte verità storiche e verità processuali non coincidono, questo quando i processi si fanno, ovviamente. Con o senza “Toghe lucane”, i comitati d’affare e le consorterie che appestano la vita di questa regione esistono e, ahimè, continueranno ad esistere.
Questa è, e resta, in base ai dati diffusi dal Saet(Servizio anticorruzione e trasparenza) una regione ad alto tasso di corruzione.
E’ una corruzione sistemica, la corruzione prodotta da un sistema partitocratico corrotto e corruttore. In questi mesi abbiamo provato a divulgare un nostro dossier intitolato “La peste italiana”, una chiave di lettura di 60 anni di storia repubblicana, che sono stati 60 anni di tradimento del dettato costituzionale. Abbiamo descritto un sistema che per sua natura nega democrazia, giustizia, legalità , Stato di Diritto. La peste italiana produce corruzione e povertà in un rapporto di causa-effetto, e questo, a leggere tutti gli indicatori economici e sociali, è quanto mai vero per la nostra Basilicata.
Su una sola cosa hai ragione, anzi due: è davvero singolare che l’unico imputato di un’inchiesta denominata “Toghe lucane” resti il patron di Marinagri Vincenzo Vitale; è sconcertante il silenzio di certi moralizzatori a corrente alternata.
Quel Vitale che nel 1973 beneficiò dell’esproprio di 200 ettari di terreno per realizzare un’attività industriale della quale a Policoro e dintorni non c’è traccia.