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Droghe leggere: una follia lunga quarant’anni

19 novembre 2009

• da “La Voce di Romagna”

di Simone Mariotti

Sabato scorso al congresso dei Radicali Italiani è intervenuto Rudra Bianzino, sedici anni, una delle vittime colpite con più crudeltà dal nostro regime “antidroga”.

 

Se per una volta un caso ignobile come quello di Stefano Cucchi ha finalmente trovato un spazio adeguato sui media, non è stato sempre così. La storia di Aldo Bianzino, il padre di Rudra, non è molto diversa da quella di Stefano (forse ancora più mostruosa), ma da due anni è praticamente sotto silenzio. Entrambi sono entrati con le loro gambe prima in commissariato poi in carcere, e pochi giorni dopo, massacrati di botte (da chi non è ancora dato saperlo), sono morti.

 

Su queste due storie non dico altro, sperando che le indagini portino a qualcosa di vero. Ma su tante altre non abbiamo saputo mai nulla, e sono almeno una trentina le morti sospette in carcere negli ultimi 10 anni. Oggi ve ne racconto una meno nota, o dimenticata perché antica, un’antesignana, una di quelle che insanguinavano la penisola anni orsono. La civiltà che avanza!

 

La prendo in prestito da un libro di Guido Blumir di quasi 40 anni fa La droga e il sistema, del 1972, ripresa anche nel successivo Marihuana, uno scandalo internazionale (Einaudi, 2002). Blumir riporta il resoconto dell’attore americano William Berger sulla sua drammatica esperienza in Italia.

 

«Notte d’estate.

Sono in trenta, in borghese, alcuni armati. “Fermi tutti”. Nervosi, eccitati. Si muovono come in un film. Dicono di accendere le luci, ma le luci sono queste. Sono già accese. Allora girano con le loro torce e dopo due ore si esauriscono e batterie; finisce con le candele. “Dov’è la droga?” “Non c’è droga”. E questo odore, questo odore non è Marijuana? “E’ incenso”. E’ tardi. Molti degli ospiti stavano già andando a letto Vengono prelevati nelle rispettive camere. “Perché siete in abiti succinti? Perché dormite senza il pigiama? Cerco d spiegare che si può anche dormire senza il pigiama. “Stia zitto. E’ un’orgia, siete tutti drogati”. Vogliono trovare qualcosa a ogni costo. Si meravigliano di tutto. “Perché avete messo qui questo manifesto? E le pellicce per terra? E i cuscini? C’era una caramella in cucina. “E’ droga, vero?” “E’ una caramella, la mangi”. “Eh no. Io questa la sequestro”. (La mette in tasca). Un sacco di plastica pieno di farina. “E’ coca, vero?” (fosse stata coca, il sacco avrebbe avuto il valore di alcune centinaia di milioni di dollari” E’ farina, posso cucinarle qualcosa”. “Eh no, dobbiamo portarla via, analizzarla”. Prendono tutto, i cosmetici, il sapone, i detersivi, le medicine di Carol, anche il test per misurare il cloro nella piscina. Due enormi scatoloni pieni di roba. Si eccitano quando trovano le pizze dei film. “Pornografia, vero?” Mi costringono a proiettarli e tutti e trenta corrono nella stanza, aspettando ansiosi, impazienti. Il primo è un film della Rai, sulla morte di Mussolini; l’altro è “Agosto ’68”, un documentario che ho presentato al Festival di Venezia. Delusione diffusa. Piano piano escono tutti. Così che non mi accorgo di essere rimasto solo, con il ronzio del proiettore che continua a girare. Ne arrivano altri, in divisa, sono quasi cinquanta. Parlano tra di loro, discutono. Non sanno cosa fare. Non dicono che siamo arrestati ma ci portano via tutti.

Al commissariato.

Quando vengono a sapere che sono un attore, gli agenti mi stanno tutti attorno. Sento che parlano di “Sartana”. Mi sembra che qualcuno mi chieda l’autografo.

Io scongiuro di lasciare libera Carol. E’ malata. Mi battono sulle spalle, sorridono amichevoli. “Stai tranquillo, tranquillo”. “Volete farmi dire che la tabacchiera è mia? Lo dico, lo scrivo. Firmo tutto ma lasciatela libera. Perché prendete le siringhe, le iniezioni? Non è droga, chiedete al medico di Praiano, ha scritto lui le ricette. Sono le medicine di Carol”. “Tranquillo, sta’ tranquillo”».

 

Guido Blumir, raccontando un’altro po’ di questa storia allucinante, frutto di un’Italia che credevamo lontana, continua:

 

«Nella notte del 5 agosto 1970, a Praiano, l’attore americano William Berger e la moglie Carol, insieme a dieci persone loro ospiti (tutte straniere) furono arrestate dai carabinieri a caccia di marihuana. In carcere hanno aspettato il processo, imputati di detenere 0,9 grammi di “erba”. Carol afflitta da una grave malattia, non fu curata adeguatamente e mori dopo due mesi di manicomio giudiziario. Berger fu assolto dopo otto mesi di carcere».

 

Ci sono cose che non si possono quasi raccontare tanto sono immonde. Immonda è la follia collettiva che sostiene e subdolamente giustifica tutto nel silenzio, in nome di una “lotta” alla droga tanto stupida, quanto ingenua e drammatica.

 

Quella del caso di Carol Berger era l’Italia ultraproibizionista del 1967-1975, l’Italia che riempì le carceri con migliaia di giovani, con pene detentive minime di due anni, solo perché avevano dato un tiro a una canna. Grazie a Marco Pannella, che il 2 luglio 1975 fu arrestato dopo essersi auto-denunciato fumando in pubblico uno spinello alla presenza delle forze dell’ordine da lui convocate, il Parlamento ammorbidì un regime repressivo e oscurantista che era stato capace di moltiplicare per dieci il consumo di una sostanza straordinaria che per secoli e fino al 1954 era di fatto legale, presente nella farmacopea (dove ancora è), diffusa ovunque e usata per tanti scopi medici e industriali.

 

Ma la psicosi di massa, seppur indebolita, ancora resta. Il giovane fumatore di cannabis sembra comunque un piccolo mostro, rispetto al trangugiatore di “cuba libre”, quasi ritenuto un dritto, un fighetto. Il lavaggio del cervello è stato talmente forte, che quelli che hanno massacrato di botte Stefano Cucchi e Aldo Bianzino nella loro spregevolezza forse credono di aver fatto anche un buon lavoro. E come 40 anni fa, la cantina piena di stravecchio è un vanto e quattro piante di cannabis in giardino giustificano un massacro.



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