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Telekom Serbia/Roma/Domani sesta udienza processo "Di Stefano contro Manfredi". Quel summit mafioso nel 1991 ... e una domanda all' on. Bocchino.

30 maggio 2010

Domani, lunedì 31 maggio, alle ore 11:00 (circa), presso il Tribunale di Roma (Piazzale Clodio, Aula 9), si terrà la sesta udienza del processo per diffamazione intentato dall’avv. anglo-molisano Giovanni Di Stefano (già amico e socio d’affari del criminale di guerra serbo “Comandante Arkan”, già membro dei  collegi di difesa di Slobodan Milosevic e di Saddam Hussein) nei confronti dell’esponente radicale Giulio Manfredi (autore del libro “Telekom Serbia – Presidente Ciampi, nulla da dichiarare?” – edizioni Stampa Alternativa/ Nuovi Equilibri, 2003).
 
Nell’udienza precedente, lo scorso febbraio, il giudice, Dr.ssa Roberta Di Gioia, aveva stabilito che il Di Stefano dovrà essere accompagnato coattivamente dai carabinieri, non essendosi presentato alle varie udienze (ed essendo già stato multato per tali assenze ingiustificate).
 
Sarà sicuramente presente all’udienza Giulio Manfredi (Comitato nazionale Radicali Italiani), come sempre assistito dall’Avv. Giuseppe Rossodivita (Direzione Radicali Italiani e consigliere regionale nel Lazio della Lista Bonino-Pannella).
 
Nel corso dell’udienza precedente era stato sentito un commissario della polizia postale di Campobasso che relazionò sull’oggetto della supposta diffamazione, un comunicato stampa di Giulio Manfredi, Benedetto Della Vedova e Gianfranco Dell’Alba (questi ultimi due erano allora europarlamentari radicali) del 15 settembre 2003 – pubblicato nel libro di Manfredi – in cui si riportava testualmente uno stralcio del libro “Falcone Borsellino Mistero di Stato” (Edizioni della Battaglia, Palermo, 2002), che faceva a sua volta riferimento al provvedimento dei magistrati di Palermo cosiddetto “Sistemi criminali” (proc. Pen. N. 2566/98 R. G. N. R.).
 
Tale provvedimento contiene il riassunto delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Pasquale Nucera (uno dei pochissimi “collaboratori” della ‘ndrangheta):
 “… Anche il collaboratore Pasquale Nucera ha riferito di un “piano politico-criminale” elaborato dalla criminalità organizzata nel 1991. In particolare, ha dichiarato che il 28 settembre 1991, in occasione della riunione annuale della ‘ndrangheta che si tiene presso il santuario di Polsi, cui egli partecipò quale rappresentante della famiglia Iamonte, avevano partecipato, oltre ai vari capi della ‘ndrangheta, anche alcuni rappresentanti di famiglie napoletane, esponenti mafiosi calabresi provenienti da  varie parti del mondo (Canada, Australia, Francia), tale Rocco Zito, in rappresentanza di “cosa nostra” americana e un personaggio di Milano, definito come “un colletto bianco” legato alla mafia siciliana e calabrese. Quest’ultimo, in particolare, dopo aver affermato che in Italia ci sarebbero stati degli “sconvolgimenti” (non meglio specificati) , aveva rappresentato la necessità di una “pacificazione” fra le cosche calabresi, perché i siciliani delle famiglie americane ci tenevano molto per poter meglio realizzare un progetto politico, consistente nella costituzione di un movimento politico di “cosa nostra” definito “partito degli amici” …” (pag. 63 e 64 “Sistemi criminali”).
 
In un interrogatorio del 23 agosto 1996 al P. M. di Palermo il Nucera individuava il “colletto bianco” nella persona di Giovanni Di Stefano (pag. 65, 69, 70 e 71 “Sistemi criminali”).
 
 
 
Manfredi ha nuovamente diffuso le 15 domande rimaste senza risposta dell’affaire Telekom Serbia.
 
La prima riguarda l’on. Italo Bocchino (PDL), che ancora una volta, nella trasmissione televisiva “Annozero” di giovedì scorso, ha ribadito l’esigenza di rendere la politica “una casa di vetro”:
 
1) Per quale destino cinico e baro una parte dei proventi dell’intermediazione riguardante l’affaire Telekom Serbia finirono nella disponibilità dell’on. Italo Bocchino, all’epoca dei fatti deputato di Alleanza Nazionale, membro della commissione parlamentare d’inchiesta sull’affaire e accusatore implacabile di Prodi e compagni (tranne Ciampi)?
Dall’ordinanza di archiviazione del Tribunale di Torino (9 maggio 2005, pag. 30): “…Ciò che costituisce una singolare emergenza messa in luce dalle indagini riguarda la destinazione di una parte delle risorse di Vitali (Gianfrancesco Vitali, uno dei due “facilitatori” dell’affaire, ndr), a loro volta, come è stato reiteratamente chiarito, provenienti dall’affare Telekom Serbia. In effetti, Bassini (Loris Bassini, titolare di una società finanziaria di San Marino, la Fin Broker S.A., a cui il Vitali aveva affidato la gestione di 22 miliardi di lire, fra cui i compensi percepiti per l’affaire Telekom Serbia, ndr) erogò, nel corso del 2001, 1,8 miliardi di lire ad una società, Goodtime Sas, di cui socia accomandataria era Gabriella Buontempo, moglie dell’on. Italo Bocchino, successivamente componente della commissione d’inchiesta Telekom Serbia; e 2,4 miliardi di lire alla società Edizioni di Roma, di cui socio e Presidente del Consiglio di Amministrazione era lo stesso on. Bocchino…”.
Nel giugno 2007, il tribunale di San Marino condannò Loris Bassini a restituire a Gianfrancesco Vitali i soldi ricevuti. Una domanda sorge spontanea: l’on. Bocchino e sua moglie hanno restituito a loro volta a Loris Bassini la somma ricevuta in prestito?
Leggendo il “Fatto Quotidiano” dell’11 marzo scorso (“Telekom Serbia e quell’assegno alla moglie di Bocchino”,di Marco Lillo), parrebbe di no: “... L’ufficiale giudiziario il 5 novembre scorso ha bussato alla porta dell’appartamento intestato a Bocchino, in Corso Vittorio, a Roma, per tentare un pignoramento presso terzi. L’appartamento appartiene al deputato ma la moglie ne è usufruttuaria e proprio contro di lei Bassini ha messo in moto la giustizia. Il finanziere vanta un credito di 800 mila euro verso la società di produzione Goodtime Sas di Gabriella Buontempo ...”.
On. Bocchino, facciamo finalmente chiarezza?
 
2) Perché il governo Prodi non rispose all’interrogazione parlamentare (4-06641 del 25 giugno 1997, presentata dall’unico parlamentare radicale dell’epoca, il senatore Piero Milio) che, appena quindici giorni dopo la conclusione dell’affaire, chiedeva spiegazioni su un’operazione economica che aveva rafforzato il regime di Milosevic? L’8 luglio 1997, l’allora Ministro per gli Affari Regionali, Giorgio Bogi, trasmise per competenza la suddetta interrogazione all’allora ministro del Tesoro (Carlo Azeglio Ciampi), che deteneva il 61% delle azioni di Telecom Italia; anche il ministro delle Poste e Telecomunicazioni, Antonio Maccanico, ricevette la suddetta interrogazione.
Né Ciampi né Maccanico risposero, né allora né dopo.
 
3) Perché le prime trattative con il governo serbo furono intraprese a partire dal novembre 1994, mentre era vigente un embargo ONU nei confronti del regime serbo (sospeso solamente nel novembre 1995 e revocato un anno dopo) che vietava qualsiasi rapporto economico con Milosevic?
 
4) A tal proposito, cosa ci faceva a Torino, il 28 novembre 1994, una delegazione d’affari serba di altissimo livello? Dopo aver incontrato i vertici della FIAT – come risulta da documenti trasmessi dai radicali alla Procura della Repubblica di Torino e alla Commissione parlamentare d’inchiesta su Telekom Serbia – i serbi incontrarono anche i vertici di Telecom Italia (la cui sede legale era allora a Torino) per gettare le basi dell’affaire Telekom Serbia?
 
5) Perché chi, in primis Romano Prodi, sostiene che il governo Prodi aveva disciplinato secondo un principio di “non intervento” i rapporti fra il Ministero del Tesoro e le società da esso controllate non ha mai esibito un decreto ministeriale, una circolare, un atto di indirizzo che accrediti questa obiettiva “rivoluzione” nei rapporti fra il Tesoro e le società partecipate?
 
6) A tal proposito e a fortiori, è vero o no che nel 1997 era ormai in vigore da tre anni la legge 30 luglio 1994, n. 474 sulle privatizzazioni, che riconosce un potere speciale del Governo perfino sulle società ex statali e poi privatizzate (è il caso della Stet), riservando al ministero del Tesoro un’azione d’oro (golden share), cioè un potere di intervento, condizionamento e perfino veto su alcune decisioni, del tutto indipendente dalla quota azionaria detenuta dallo Stato?
 
7) Il Romano Prodi che assiste impassibile al closing dell’affaire Telekom Serbia (9-10 giugno 1997) è lo stesso signore che il 18 gennaio 1997 trasmette alla Presidenza della Camera la relazione semestrale del governo “Sulla politica informativa e della sicurezza” in cui si parla della “grave crisi politica innescatasi a Belgrado”, delle “imponenti manifestazioni di protesta dopo l’annullamento delle elezioni amministrative” e si prevede che “l’aspirazione popolare alla completa democratizzazione del Paese non sia reprimibile a lungo, anche se la dirigenza di Belgrado non sembra disposta a cedere il potere. Ne potrebbe derivare un prolungato periodo d’instabilità politica …” ?
 
8) Il Romano Prodi di cui sopra è sempre lo stesso signore che il 1° agosto 1997, ovvero cinquanta giorni dopo la conclusione dell’affaire, trasmette alla Presidenza della Camera la relazione semestrale in cui è scritto, fra l’altro, che “in Serbia diviene più aspro il confronto tra il governo e l’opposizione, in vista delle elezioni repubblicane che si terranno entro fine anno” e si denuncia anche “la precarietà della situazione in Kosovo” ?
 
9) Come si concilia l’affermazione di Piero Fassino (trasmissione “L’alieno”, Italia Uno, 3/12/03), all’epoca dei fatti sottosegretario agli Esteri con delega ai Balcani, secondo il quale l’affaire Telekom Serbia fu “una trattativa fra due aziende …(per cui) …non vi era nessuna ragione per cui un sottosegretario agli Esteri se ne occupasse” con quanto scritto dai Pubblici Ministeri torinesi nell’ordinanza di archiviazione dell’inchiesta su Telekom Serbia (9/05/05): “…Si è così accertato in primo luogo che l’intero prezzo pagato per Telekom Serbia giunse nella disponibilità del Governo serbo …Il risultato di questa parte dell’indagine spiega anche il motivo per il quale l’opposizione interna a Milosevic era contraria alla vendita di Telekom Serbia; e conferma altresì le dichiarazioni dell’Ambasciatore Bascone (che aveva portato a conoscenza del Ministro degli esteri Dini e del sottosegretario Fassino l’esistenza dell’affare e la contrarietà ad esso di ambienti politici serbi avversi a Milosevic). E’ infatti evidente che la disponibilità di cospicue risorse economiche da parte di quest’ultimo e l’utilizzazione di esse per scopi sociali e di sostegno all’economia si risolveva in un rafforzamento della sua posizione e in una probabile vittoria nelle elezioni che si sarebbero tenute di lì a poco, cosa che infatti poi avvenne …”?
 
10) Riassumendo, on. Fassino, una delle due aziende da Lei evocate (Telecom Italia) era controllata per il 61% dal Ministero del Tesoro della Repubblica Italiana; l’altra, Telekom Serbia, era stata creata ad hoc da Milosevic una settimana prima della conclusione dell’affaire per incamerare i soldi dei cittadini italiani e greci (rispettivamente 456 e 328 milioni di euro); aver rafforzato Milosevic proprio nel momento in cui il suo regime era traballante, avergli permesso di assicurarsi il consenso sociale per vincere le elezioni, non era una ragione sufficiente affinché il sottosegretario Fassino, debitamente informato dal suo ambasciatore a Belgrado, se ne occupasse ed impedisse il vergognoso affaire?
 
11) Accantonando per un attimo le considerazioni politiche, come si può definire se non disastroso un investimento che termina nel dicembre 2002, quando il nuovo proprietario di Telecom Italia, Marco Tronchetti Provera, rivende al sopraggiunto governo democratico serbo la partecipazione in Telekom Serbia per 195 milioni di euro (pari a 378 miliardi di lire, pagabili in comode rate fino al luglio 2008) contro gli 878 miliardi di lire consegnati sull’unghia a Milosevic?
 
12) Non era prevedibile un simile esito partendo dal presupposto che – come accertato sia dalla Procura di Torino sia dalla commissione parlamentare d’inchiesta – la “due diligence”, l’analisi economico-finanziaria dell’azienda Telekom Serbia, fu effettuata dagli uomini di Telecom Italia sulla base di informazioni e documenti forniti dai serbi e non verificati sul campo?
 
13) Non era addirittura previsto un simile esito se Tomaso Tommasi di Vignano, all’epoca amministratore delegato di Telecom Italia, spedì a Belgrado già il 24 giugno 1997 il Dr. Giovanni Garau, conosciuto in Telecom come “il bandito”, l’uomo duro, coraggioso, da impiegare nelle situazioni più difficili? Garau, prima dell’avventura serba, era direttore regionale Telecom in Campania e Basilicata; gestiva due milioni di abbonati con 5.000 dipendenti; in veste di vicedirettore generale di Telekom Serbia, si trovò a gestire lo stesso bacino d’utenza … ma avvalendosi di ben 13.500 dipendenti, non licenziabili per almeno cinque anni!
 
14) E’ normale che un grande gruppo come Telecom Italia paghi ben 30 milioni di marchi per spese di consulenza ad una sconosciuta società macedone, la Mak Environment, che ha per oggetto sociale principale la produzione di mangimi per animali e non ha comunque come mission l’attività di intermediazione? E ciò sulla base di un accordo siglato a ridosso del closing dell’affaire, il 5 giugno 1997, per consulenze svolte nei precedenti 16 mesi, come stigmatizzato dal Collegio sindacale di Telecom Italia nella sua “Memoria sull’acquisizione di Telekom Serbia” (12 giugno 2001) con queste parole inequivocabili: “…il conferimento dell’incarico dopo che lo stesso è stato svolto per lungo tempo non rispecchia le procedure in essere presso il Gruppo all’epoca dei fatti esaminati …”?E’ normale che il compratore (Telecom Italia) versi 17 miliardi e mezzo di lire ai consulenti finanziari e legali dei serbi? Di solito, ognuno paga i propri consulenti; semmai, è chi incassa i soldi (nel caso in specie, Milosevic) che dovrebbe pagare gli avvocati del compratore.
 
15) Perché né la commissione parlamentare d’inchiesta su Telekom Serbia né la Procura della Repubblica di Torino sono riuscite ad audire sulla vicenda il signor Mihalj Kertes, all’epoca dei fatti capo delle dogane serbe e “eminenza grigia” dei fondi neri di Milosevic, come si evince dal cosiddetto “Rapporto Torkildsen” (dal nome dell’analista finanziario norvegese che lo predispose nel 2002 per conto del Tribunale Penale Internazionale sull’ex-Jugoslavia)? I radicali consegnarono il “Rapporto Torkildsen” sia alla Procura della Repubblica di Torino sia alla Commissione parlamentare d’inchiesta, chiedendo ad entrambe di sentire il signor Kertes, cosa che non sarebbe stata impossibile visto che il suddetto, come si evince dal Rapporto, rese esaustiva e volontaria testimonianza sulle sue attività agli ispettori del Tribunale dell’Aja.
 
 
Roma, Torino, 30 maggio 2010
 
Manfredi (3485335305, manfredi61@hotmail.com)
 
Tutti i documenti citati sono reperibili qui: http://www.associazioneaglietta.it/serbia.html
 
Vedi anche:
 
“Telekom Serbia: Presidente Ciampi, nulla da dichiarare? – Diario ragionato del caso dal 1994 al 2003” di Giulio Manfredi (Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, 2003, postfazione di Marco Pannella)
 
 
“Telekom Serbia: l’affare di cui nessuno sapeva” di Francesco Bonazzi (2004, Sperling & Kupfer)


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