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I 150 miliardi che imbarazzano il "Corriere"

• da Il Giornale del 31 maggio 2010

di Vittorio Feltri

 

L’ultima cosa che vorrei fare è polemizzare con Ferruccio de Bortoli, direttore del Corriere della Sera, non solo perché siamo amici da una vita, abbiamo lavorato nello stesso giornale, ne abbiamo viste di tutti i colori e condiviso gli anni più belli eccetera eccetera, ma anche perché la cosa su cui non concordiamo non riguarda né lui né me, nel senso che parliamo di una vicenda in cui i nostri personali interessi non c’entrano neanche di striscio.
Mi riferisco al pasticcio Rizzoli del quale il Giornale si è occupato a lungo e con una serie nutrita di articoli, e il Corriere ha cominciato a occuparsi da meno di una settimana. Per esempio ieri, pubblicando una letterona di Angelo Rizzoli e una rispostona dello stesso Ferruccio de Bortoli piuttosto imbarazzata.
Il lettore si domanderà che importa a noi di certe beghe fra ricchi. Il problema è che c’è di mezzo il Corriere ossia non un quotidiano qualsiasi, bensì uno strumento di informazione talmente potente da essere diventato un simbolo: chi lo possiede conta, e chi non lo possiede non può considerarsi arrivato, sicché tutti brigano per conquistarne il controllo.
Si dà il caso che un trentina di anni fa il simbolo in questione fu scippato al padrone legittimo, cioè Rizzoli, con una manovra che definire poco chiara è riduttivo. Basti pensare che il suddetto Rizzoli, affinché non rompesse le scatole, fu trasferito dalla sua bella casa in una prigione, dove trascorse tredici-mesi-tredici. Nel frattempo i furbetti del salotto buono (buono per la tappezzeria e non per il resto) attuarono un piano per irrompere pressoché gratis in via Solferino con tanti saluti allo stile che amano attribuirsi. Già. Trent’anni sono parecchi. Quanti ce ne sono voluti alla mirabile giustizia italiana per stabilire che Angelo Rizzoli è innocente, fu quindi incarcerato per errore, e che l’azienda gli fu soffiata in modo disinvolto e meritevole di essere riesaminato, per usare termini gentili. La vittima dell’errore giudiziario, ottenuto il certificato di innocenza, cerca a questo punto di riavere quanto gli fu tolto. Allo scopo è riuscito a far sì che la sua storia sia oggetto di un’inchiesta parlamentare. E ora a qualcuno ballano i cerchioni perché la commissione, dovendo fare chiarezza e stabilire chi ha torto e chi ragione, scartabellerà numerosi fascicoli e ascolterà tutti i testimoni. Il rischio è che saltino fuori cose turche e si scoprano altarini. Ecco perché alcuni personaggi all’improvviso sono passati dalla calma dei forti al nervosismo dei deboli. Difatti, finché Rizzoli cantava vittoria per esser uscito a testa alta dai tribunali, poco male, era un suo diritto; ora però, avendo avviato un procedimento perché gli venga riconosciuto il danno subito, il clima intorno a lui è mutato. Che vuole questo signore? Non penserà mica ad un indennizzo?
É un dato che il Corriere, zitto fino a pochi giorni fa, a commissione di inchiesta istituita ha attaccato a parlare, affidandosi - come è evidente - anche agli avvocati. Prima un articolo di Bocconi. Poi la risposta di Angelo Rizzoli cui ha replicato, appunto, Ferruccio de Bortoli. Da tutta questa roba, lo dico con rispetto, non si capisce niente. La materia è ostica e solo gli specialisti la sanno maneggiare. Ma se depurata dai tecnicismi si riduce a questo. Il Banco Ambrosiano, per effetto di un aumento di capitale, doveva versare a Rizzoli 150 miliardi o giù di lì. L’accordo è documentato. Peccato che di quella montagna di quattrini non c’è traccia. Probabilmente non è mai stata versata oppure è stata versata ad altri anziché al destinatario. Sta di fatto che l’Ambrosiano non ha uno straccio di carta per tappare la bocca ad Angelo che, invece, dimostra di non aver ricevuto una lira. Tutto qua. Il resto sono «ciacole». D’altronde quanto accaduto alimenta sospetti a non finire. Anche qui vado giù piatto evitando le tortuosità tipiche delle liti in campo civile. La sostanza è la seguente. Angelo è spedito in galera, accusato di varie nefandezze.
L’opinione pubblica si persuade che l’editore ne abbia combinate di ogni colore. L’azienda è pronta per andare in amministrazione controllata. Angelo è estromesso completamente. Chi subentra in breve tempo risana il gruppo che evidentemente era già sano, altrimenti sarebbe morto, e una volta riassettato viene consegnato su un piatto d’argento a Gemina e ai soliti ricchi bravi a fare i ricchi coi soldi degli altri, da sempre. Il concetto è semplice. I famosi 150 miliardi sono spariti. È naturale che qualcuno li abbia intascati, ma questo qualcuno non è Rizzoli. Chi? Il Banco Ambrosiano (che poi ha assunto altre denominazioni a causa delle note vicende Calvi e soci) non ha le prove di aver pagato. È invece accertato che il Corriere a prezzo di realizzo sia stato acquisito da quelli che con un linguaggio suggestivo vengono chiamati poteriforti.
Rizzoli, per ricorrere a un’espressione resa famosa da D’Alema, vada a farsi fottere. Sennonché lui non ci sta e questo fa imbufalire il banchiere Bazoli che col Banco Ambrosiano ha avuto che fare e col Corriere pure. E De Bortoli? Pedala in salita che sembra Basso, la maglia rosa. Però la prende alla larga. Inizia dalla P2. Rimprovera a Rizzoli di essersi iscritto alla loggia segreta predisponendosi a pigliarsela in saccoccia perché quel club era pieno di mariuoli. Come dire: Angelone caro, potevi frequentare gente migliore. Farei tuttavia presente a Ferruccio che la responsabilità penale è personale; che la P2 non è stata condannata per associazione a delinquere; che Angelo Rizzoli è pulito come l’acqua Sangemini e che è stato derubato di 150 miliardi. Lui non pretende l’aureola né il diploma di martire. Chiede solo gli sia restituita la refurtiva. Se ciò non avverrà subito, provvederà la commissione parlamentare a sputtanare chi nasconde il bottino.


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