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La ricerca c'è e si vede

• da Corriere adriatico del 31 maggio 2010

di Fulvio Cammarano

 

Non possiamo e non dobbiamo rassegnarci all’idea di una manovra finanziaria e di una politica di contenimento della spesa pubblica basate su uno spirito di ipocrita equità. Non si tratta solo dell’ovvia constatazione che togliere poco a chi ha poco è molto meno giusto del togliere qualcosa a chi ha molto. Il problema del dove tagliare la spesa pubblica (tralasciando quello altrettanto importante del dove e come valorizzarla) va affrontato dal punto di vista della qualità e della resa degli investimenti e, dunque, del fatto che non tutti gli investimenti sono eguali. Per una classe dirigente di alto livello, qualità e resa si misurano anche col metro della tenuta sociale, che si ottiene con quegli investimenti e non solo con quello della produttività economica. Cassare un milione di euro dal bilancio di un settore pubblico può benissimo non essere la stessa cosa in un’ottica di giustizia e razionalità del togliere un milione da un altro. Il potere politico è tale solo in quanto riesce a proporre delle priorità e questa difficile scelta ha poco a che fare con il taglio orizzontale, che sembra democratico a prima vista, ma in realtà finisce per essere esattamente il contrario.
 
Ogni tipo di decurtazione nei finanziamenti pubblici deve sempre essere basata sul merito. La scure, cioè, per utilizzare un’immagine di cui stiamo abusando molto in questo periodo, si deve abbattere senza incertezza ovunque l’investimento di denaro pubblico non restituisce ricchezza sotto forma di miglioramento della qualità della vita dei cittadini. Quelle sono spese improduttive, che il più delle volte servono solo alle persone e agli enti che le fanno. In questo senso, una particolare attenzione è dovuta al settore, sempre sotto l’occhio del ciclone, della cultura, dell’istruzione e della ricerca. E’ quello, infatti, il vero tessuto connettivo della nostra identità nazionale e, anche se si sta logorando, non possiamo certo accettare di vederlo del tutto annientato.
 
Nessuno può permettersi di trasformare l’Italia in un deserto disseminato di banche e discount, perché questo significherebbe, tra l’altro, condannare a morte, nel breve periodo, una notevole parte della nostra attività industriale, artigianale e commerciale radicata, molto più di quanto saremmo disposti ad ammettere ed immaginare, sulla cultura. Dunque i tagli a quel settore sembrano facili e comunque vengono percepiti come misure per “colpire” il superfluo; in realtà, demoliscono la nostra essenza ultima, la natura profonda della nostra specificità italica. Se, come sembra, la manovra costringerà alla chiusura oltre duecentotrenta istituti culturali che vivono in gran parte di finanziamenti pubblici, ci troveremo di fronte, per due ordini di motivi, ad una grande ingiustizia. La prima, come detto, è di metodo: non si può procedere a chiudere i rubinetti senza distinguere tra chi fa e chi non fa. Alcuni di queste fondazioni, enti, archivi, promuovono iniziative importanti e spesso curano e gestiscono documenti e volumi, un impegno di grande importanza in un Paese sempre più dimentico dei propri patrimoni librari ed archivistici. La seconda è quasi elementare nella sua tristezza, per non dire sconsolante. La scomparsa o quasi di queste strutture, che in molti casi (non in tutti) operano per migliorare il tono della cultura nazionale, comporterà il risparmio della astronomica cifra di venti milioni di euro. Capperi, si potrebbe esclamare, che bella cifra! Peccato, però, che quel gruzzoletto si ridimensiona immediatamente se lo paragoniamo al costo, ad esempio, delle auto blu circolanti sulle strade patrie: 621 mila automezzi che incidono sulla spesa pubblica per 21 miliardi l’anno.
 
Basterebbe fermarne un migliaio per far quadrare il cerchio. Se poi si vuole infierire, allora diciamo che i venti milioni che daranno il colpo di grazia alle istituzioni culturali corrispondono al costo di un chilometro della Salerno – Reggio Calabria. Il che è ancora un investimento lungimirante se pensiamo che con quei venti milioni si compra un’ala di un Eurofighter, aereo che abbiamo ordinato a dozzine e che costa la modica cifra di 63 milioni. Sì, decisamente dovremmo tornare a pensare la politica come l’arte delle scelte e delle priorità.
 


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