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Urlatori di Dio

• da Il Foglio del 1 giugno 2010

di Luigi Manconi

 

Devo dire: io, sulle questioni di bioetica (così come su altre tematiche), ho le medesime convinzioni dei Radicali. C’è, tuttavia, una differenza notevole nelle motivazioni che mi portano ad assumere
quelle stesse posizioni pubbliche: nel senso che io vi arrivo attraverso un percorso che cerca costantemente di affidarsi anche a una fondazione morale delle scelte valoriali e, in ultima istanza delle opzioni politiche. Mentre i Radicali privilegiano una logica argomentativa concentrata prevalentemente sul piano razionale-utilitaristico (nel significato che la filosofia contemporanea attribuisce a quest’ultima formula). Sarà forse la peculiarità del mio approccio-che tenta di rifarsi, appunto, a un sistema di valori. eticamente costituiti - che mi rende sensibile, o comunque non indifferente, all’accusa più bruciante che mi viene rivolta. E’ un’accusa dettata, in genere, da un calcolo strumentale, e tesa a produrre un effetto di suggestione, che consiste nell’attribuire a chi sostiene posizioni come le miele nostre, una "tentazione eugenetica". Il fatto di sapermi totalmente estraneo a quel rischio non riesce a tranquillizzarmi e questo, oltre a produrre pericolosi travasi di bile, suscita in me quel disdicevole sentimento di avversione morale verso, nell’ordine. Eugenia Roccella, Maurizio Gasparri, monsignor Elio Sgreccia, il prof. Francesco D’Agostino e, nonostante tutto, Giuliano Ferrara (risparmio solo Gaetano Quagliariello in ragione di una trascorsa familiarità, che mi rende immotivatamente indulgente verso il più colpevole tra tutti). Eppure, il fatto di replicare - come so e come posso - a quell’accusa e ritorcerla contro chi la muove a finì esclusivamente ideologicodemagogici, non mi rasserena: e proprio perché so bene quanto le questioni di bioetica e, in particolare, quelle che intersecano categorie come la continuità e la intangibilità della vita umana, si affaccino sull’ignoto e sfiorino l’inaudito.
E so bene quanto simili questioni siano drammaticamente controverse: tali da non consentire letture semplificate e soluzioni nette. Pressoché tutte le grandi questioni di bioetica infatti si presentano, nella forma del dilemma che oppone due diversi diritti, entrambi legittimi ed entrambi degni di trascrizione giuridica. Si può dire, in estrema sintesi, che la bioetica opera nella sfera pubblica in quanto chiamata a dirimere il conflitto tra quei differenti diritti.
Quando quelle questioni si proiettano sul piano legislativo, la politica - che reclama in genere decisioni semplici tende a risolvere la tensione tra i due diritti, privilegiando l’uno e sacrificando l’altro. Rinunciando con ciò alla scelta, più ardua ma più equa, di elaborare - per quanto faticoso possa risultare - una mediazione virtuosa e una convivenza pacifica tra domande in contrasto. Non a caso, la "soluzione politica semplice", con gli effetti regressivi che produce, tende a presentarsi -nella cultura della destra, oggi maggioritariamente clericale - come la più fedele traduzione pubblica di un precetto enunciato solennemente dalla chiesa cattolica: quello che afferma "la sacralità della vita dal concepimento fino alla morte naturale".
Dov’è chi parla di deriva eugenetica? Dico tutto ciò per porre un quesito: che relazione c’è tra quella "sacralità" e la delibera numero 851 (31 marzo 2009) della regione Veneto? Quella dove si stabiliscono "controindicazioni assolute al trapianto d’organo" in caso di "danni cerebrali irreversibili" e "ritardo mentale con quoziente intellettivo inferiore a 50"; e si oppongono "controindicazioni relative" per chi presenti "un ritardo mentale con quoziente intellettivo inferiore a 70".
La questione è di eccezionale e drammatico rilievo e può adombrare una terribile spirale etica. Sorprende, pertanto, che il foltissimo esercito dei "difensori della vita" e della "tutela della dignità umana sempre e comunque" osservi un rigoroso silenzio. A sollevare il caso sono state, meritoriamente, le deputate radicali Maria Antonietta Farina Coscioni e Rita Bernardini, e il Corriere della Sera di sabato 29 maggio.
Ma dove son tutti quelli che urlano alla "deriva eugenetica" anche solo quando si parla di fecondazione assistita? La delibera della regione Veneto solleva una fondamentale questione di etica pubblica e una, altrettanto cruciale, di equità.
A differenza degli urlatori di Dio, non dirò che il provvedimento della regione Veneto è"nazista"; e penso che quanto scritto da Margherita De Bac sul Corriere, seppure non condivisibile, rappresenti un interrogativo serio: "Non potrebbe configurarsi come accanimento terapeutico il fatto di imporre un trapianto. e le pesanti conseguenze dei farmaci antirigetto, a un malato che non è in grado di comprendere la cura?". Ma ciò che lascia davvero scandalizzati sono le parole dell’assessore regionale alla Sanità Luca Coletto: "II nostro è un sistema d’avanguardia. E’ bene riflettere su questi interrogativi per non utilizzare in modo improprio le risorse". Le risorse? Dio lo perdoni: e, intanto, si affidi, quel Coletto, alle cure amorevoli di Maurizio Gasparri e di monsignor Elio Sgreccia.


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