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La paura di essere solo al mondo. E' questo lo sbaglio del mio amico Israele

• da Corriere della Sera del 3 giugno 2010

di Benard-Henry Lèvy

 

«Ebrei contro Israele», titola il quotidiano francese Libération a proposito del convegno che ho aperto a Tel Aviv e che, sotto l’egida congiunta del giornale Haaretz e dell’ambasciata di Francia in Israele, intende riflettere sull’ideale democratico comune ai nostri due Paesi; quel titolo riguarda anche l’appello di J-Call, da me firmato insieme con altri, nel quale noi affermiamo come la solidarietà di principio e, nel suo principio, incondizionata, con lo Stato degli ebrei non possa esistere senza libertà di parola di fronte
a eventuali errori dell’uno o l’altro dei suoi governanti. Il titolo di Libération è assurdo, certo. Totalmente e malauguratamente assurdo. Infatti, non è «contro», ma «per» Israele che si sono mobilitati i firmatari dell’appello. Come Alain Finkielkraut, infaticabile avversario di chi biasima Israele. Come Elie Barnavi, uno dei più brillanti ambasciatori in Europa del poco sospetto Ariel Sharon; come Avi Primor, uno dei più illustri pionieri della molto sionista Agenzia ebraica. Come il sottoscritto, vostro servitore, che nell’estate del 2007, fin dal primo giorno della guerra voluta e scatenata dagli «iranosauri» di Hezbollah, tenne a condividere, sulla linea del fronte nord, la vita quotidiana dei cittadini israeliani bombardati.
I firmatari dell’appello sostengono due semplici cose. Che l’«appoggio incondizionato» senza il dialogo non è democrazia né, ancor meno, sionismo. Inoltre, che esistono situazioni in cui, per riprendere il titolo di un famoso libro di Amos Oz, occorre aiutare i popoli a divorziare: non si tratta certo di «imporre» qualcosa; tanto meno (ho passato la vita a lottare contro questo) di immaginare chissà quale boicottaggio; ma di proporre ambasciatori, agevolatori di pace, mediatori di buona volontà: gli Stati Uniti di Obama, o la Francia di un altro amico di Israele, Nicolas Sarkozy, o l’Europa. Mentre mi trovo a Tel Aviv, apprendo della calamitosa operazione di abbordaggio condotta dalle unità di Tsahal (l’esercito israeliano, ndr) contro le sei navi partite dalla Turchia che pretendevano di forzare il blocco di Gaza. Sono sicuro, presto sapremo che quella «flottiglia umanitaria» di umanitario aveva solo il nome; che tra i suoi
obiettivi aveva un colpo mediatico - con i suoi segni, i suoi simboli - più che la miseria di un popolo; e che il ramo turco dei Fratelli musulmani, magari anche un partito di governo in Turchia, all’origine di questa provocazione, aveva buone ragioni di rifiutare, come gli era stato proposto, di fare scalo nel porto israeliano di Ashdod affinché fosse verificato quel che veramente contenevano le stive delle navi. Ma sono ugualmente sicuro che lo Tsahal che io conosco, lo Tsahal economo in vite umane e adepto della purezza delle armi, questo esercito non solo ultra-sofisticato ma profondamente democratico, di cui ho onorato tante volte il comportamento in tempi di guerra, aveva altri mezzi di agire piuttosto che provocare un bagno di sangue.
Se avessi avuto anche una sola esitazione sull’opportunità di una vigilanza doppia da parte nostra, che siamo amici di Israele; se mi fosse rimasto un solo dubbio sull’importanza dell’appello di J-Call e sulla duplice necessità del sostegno incondizionato a Israele e della critica, se fondata, delle cattive azioni di un cattivo governo, ebbene oggi dovrei fugarli entrambi: questo blitz, al tempo stesso sciocco, irresponsabile, criminale e, per Israele stesso, disastroso, avrebbe finito col risolvere la questione.
Lutto. Tristezza. E anche collera, di fronte alla tentazione, che conosco bene in certi dirigenti israeliani, di
credersi soli al mondo, comunque reietti, e di agire in conseguenza. L’autismo non è una politica. Né, ancor meno, una strategia. È necessario dirlo. E con forza.

traduzione di Daniela Maggioni


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