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Il liberismo di Einaudi può parlare anche al Pd

• da Europa del 10 giugno 2010

di Pier Paolo Segneri

 

Luigi Einaudi è uno dei punti di riferimento imprescindibili dei Radicali di Marco Pannella. Speriamo che lo possa diventare presto anche per tutto il Partito democratico e non solo per la cosiddetta area liberal. Sarebbe un segnale positivo, di visione politica, di cultura politica da parte dell’attuale classe dirigente del Pd. Purtroppo, però, la filosofia e il metodo liberale, finora, non hanno avuto diritto di cittadinanza dentro l’amalgama tra gli ex-popolari e gli ex-diessini. Le idee liberali sono rimaste marginali all’interno del Pd e, invece, avrebbero dovuto rappresentare l’essenza e il cuore pulsante di un soggetto politico che volesse essere degno del nome che orgogliosamente e giustamente porta. Certo, abbiamo avuto l’eccezione della candidatura di Emma Bonino che, non a caso, durante la campagna elettorale per le regionali, ha più volte fatto cenno al suo essere liberista, "nel senso einaudiano". Ma nessuno l’ha seguita su quel terreno di libertà. Qualcuno è rimasto indifferente, altri hanno storto la bocca, la maggior parte ha scelto il silenzio.
Un giorno o l’altro, però, bisognerà pur spiegare che il vocabolo "liberista", come ci hanno insegnato Luigi Einaudi ed Ernesto Rossi, non è un’offesa, non è una parolaccia e non ha alcuna accezione negativa. Parliamoci chiaramente: anche su questo fronte, il Pd si è fatto schiacciare sulle posizioni della sinistra massimalista e post-comunista, che ha saputo imporre all’opinione pubblica e ai "democratici" una tale distorsione della parola "liberista". Nel liberismo di Einaudi, è ora che qualcuno lo scriva, sono già insiti tutti quei correttivi sociali necessari alla realizzazione della libertà economica dell’uomo e dell’individuo. Lo stesso Einaudi ha sempre ripetuto che il liberismo vive di regole e di rispetto delle regole, cioè l’esatto contrario di quanto si è soliti credere a causa delle continue distorsioni che vengono fatte a discapito del concetto einaudiano di libertà economica, quindi di quella responsabilità che connota ogni liberale e di cui il liberismo vive. Le distorsioni e le manipolazioni, insomma, sono usate a danno della parola "liberista" così da reiterare, nel tempo e nel dibattito politico, un’idea sbagliata del termine, così da falsarne il significato e impedire che nella società possa affermarsi quel principio di libertà e di responsabilità espresso e promosso dal liberismo. Einaudi, a tal proposito, ricordava spesso che «la scienza economica è subordinata alla legge morale»: questo è il liberismo. Il liberismo, dunque, è l’esatto opposto della corruzione, del malaffare e delle speculazioni oggi dominanti. Il liberismo è tutta un’altra cosa rispetto alle ingiustizie sociali che gli vengono artificiosamente attribuite e non ha niente a che vedere con la falsa cornice costruita intorno al vocabolo. Infatti, alcuni mistificatori hanno dovuto aggettivare il liberismo definendolo "selvaggio" oppure ribattezzandolo "neo-liberismo" o "ultra-liberismo". Ma il problema, ora, è capire se il Pd ha la forza di essere consequenziale con il lascito politico di Einaudi e se riuscirà a porre al centro del dibattito sulla "crisi" anche l’attualità e l’urgenza del progetto degli Stati Uniti d’Europa. Partendo proprio da come lo aveva descritto Einaudi già subito dopo la prima guerra mondiale e al cui modello si ispirarono anche Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi per scrivere il Manifesto di Ventotene. Diciamola tutta: il problema non è scegliere fra il ritorno all’indipendenza delle nazioni o se costruire l’Unione europea come soggetto politico, non è scegliere tra la sovranità degli stati nazionali e l’Europa politica che ancora non c’è, ma decidere se vogliamo esistere uniti e federati o se vogliamo condannarci a scomparire.
La scelta è, come direbbe Pannella, tra «la patria europea e l’Europa delle patrie». Quindi, tra il dare vita al federalismo europeo o il perire sotto i nazionalismi, i secessionismi, i razzismi, i fanatismi ideologici e religiosi, gli integralismi di ogni genere, le miserie umane ed altre probabili guerre. Infatti, il progetto politico per gli Stati Uniti d’Europa, di cui parlava Luigi Einaudi, si compone di due aspetti, tesi ad impedire ingestibili catastrofi e distruzioni di popoli: mi riferisco alla federazione europea, che è uno strumento, e all’approccio politico liberale, che è la base su cui il progetto degli Stati Uniti d’Europa necessariamente deve poggiare. Mi riferisco al metodo liberale, alla forma liberaldemocratica, all’abito liberale che dobbiamo dare all’Europa e di cui il federalismo europeo è un imprescindibile accessorio. Insomma, il federalismo europeo sognato e descritto da Spinelli e Rossi, essendo basato su una piattaforma liberale, è l’opposto di un dogma, casomai è un mezzo o uno strumento e, in quanto tale, si batte «contro il mito dello stato sovrano» rifiutando il pericoloso «dogma della sovranità».
Il federalismo europeo è una macchina. L’orizzonte liberale è, invece, la strada su cui la macchina del federalismo europeo può camminare, anzi: senza la strada liberale, è ovvio che la macchina non può procedere.


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