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L?inquinamento degli invasi e il ?disegno criminoso?

22 giugno 2010

Intervento pubblicato in prima sull'edizione lucana della Gazzetta del Mezzogiorno

 

 

Di Maurizio Bolognetti, Direzione Nazionale Radicali Italiani
 
In queste ore si fa un gran parlare dell’inquinamento dell’invaso del Pertusillo. E’ sceso in campo anche il WWF, che attraverso il suo Presidente regionale Vito Mazzilli ha dichiarato:
“La vicenda dimostra quanto siano fallaci e poco rassicuranti le dichiarazioni scritte e orali degli organi preposti al controllo e al monitoraggio dell’integrità dell’habitat del lago. Dalle analisi microbiologiche fatte dall’Agrobios su campioni estratti da sei punti del lago risulta una moderata contaminazione microbiologica dovuta a escherichia coli, coliformi totali e strepotococchi fecali”.
La Ola(Organizzazione lucana ambientalista) dalla pagine del suo sito ricorda che l’invaso del Pertusillo è ubicato“al centro di un campo di estrazione petrolifero e situato vicino al Centro Oli ENI  di Viggiano in cui sono state rinvenute sostanze tossiche come il bario e il boro.”
Sulle pagine del Blog “estremo centro Puglia”, Antonio Di Matteo scrive: “Tutti si ostinano a dirci che la responsabilità di tutto è dell’alga cornuta, cioè che essa sia causa e conseguenza. Ma pensare questo è da idioti, soprattutto conoscendo i precedenti. Molti sono ciechi o finti ciechi, non vedendo che la causa di questa situazione è l’inquinamento perpetuato per anni…”
Peccato che nessuno ricordi, in queste ore, quanto avvenuto tra gennaio e febbraio 2010, quando il sottoscritto, per aver sollevato dubbi sulla qualità delle acque invasate nelle principali dighe lucane, fu sottoposto ad un autentico linciaggio, con l’ex assessore regionale all’ambiente Vincenzo Santochirico che ripetutamente minacciava denunce per procurato allarme.
A gennaio 2010 abbiamo commissionato delle analisi al Laboratorio Biosan di Vasto(Ch). Le analisi hanno confermato la presenza di merda negli invasi del Pertusillo, della Camastra e di Montecotugno, ma soprattutto dalle analisi svolte dalla Biosan è emersa una presenza di Bario superiore ai limiti previsti dal DLGS 152/2006. Il Bario, gioverà ricordarlo, è utilizzato dalle industrie petrolifere. A tal proposito può risultare di un certo interesse leggere quanto riportato dal sito lenntech.it: “I composti di Bario sono usati dalle industrie di gas e petrolio per fare fango perforante. Esso facilita la perforazione attraverso le rocce lubrificando la trivella.”
Procurato allarme? E allora leggete cosa scrive l’abruzzese Maria Rita D’Orsogna, docente universitaria in California: “L’inquinamento del sottosuolo e dell’aria sono realtà comuni, anche in quei paesi in cui i controlli verso le attività estrattive di gas e petrolio sono maggiori ed i limiti più severi rispetto all’Italia. E si rilasciano inquinanti in tutti gli stadi, purtroppo anche nella fase esplorativa, non corrispondendo per nulla al vero che ne sia immune, come sembra voglia far intendere la Gas Plus. Nell’atmosfera vengono rilasciati: benzene, toluene, metano, idrogeno solforato, nitrati, particelle fini, formadehyde e diossido di zolfo. Alcune di queste sostanze sono tossiche e cancerogene. Le sostanze che invece vengono a contatto col sottosuolo, sono quelle usate per trivellare, i cosiddetti fanghi perforanti. Sono composti di acqua mista ad additivi chimici, sali, metalli e a volte anche di componenti radioattivi. La Gas Plus elenca una lunga serie di sostanze chimiche, fra cui flocculanti e deflocclulanti, viscosizzanti ed alcalinizzanti e la barite. Mai, però, elenca esattamente cosa ci sia dietro le sigle elencate. Di cosa siano fatti esattamente i polimeri che costituiscono gli avapoly, visto che finiranno nel sottosuolo dei lucani, compreso quello degli amministratori pubblici, che spesso minimizzano le problematiche legate alla perforazione/estrazione. Visto che accade abbastanza frequentemente che queste sostanze penetrino nelle falde acquifere (in New Messico le trivelle hanno di recente contaminato quasi 750 pozzi di acqua potabile), sarebbe buona norma monitorare lo stato delle acque del sottosuolo nei siti trivellati. In Basilicata è mai stato fatto un monitoraggio del genere? E se non è stato mai fatto, come fa la Gas Plus ad essere così sicura che le sue attività non avranno conseguenze sullo stato di salute delle falde idriche lucane? Le falde idriche della Basilicata seguono forse principi fisici diversi da quelle americane?”
Belle domande quelle poste dalla prof. D’Orsogna. Domande che, temo, nell’Italia della “peste” e della mancata applicazione della convenzione di Aarhus sulla diffusione e accessibilità dei dati in materia ambientale, sono destinate a rimanere senza risposta.”
L’Arpa Basilicata dice di effettuare monitoraggi sulla qualità delle acque invasate nelle dighe lucane, ma non uno dei monitoraggi effettuati è stato mai reso pubblico.
Questo fino a Gennaio 2010, quando a divulgare alcuni dati ci pensano i radicali, non sospettando che di lì a poco quella che ritenevano essere un’operazione trasparenza provocasse l’intervento della Procura della Repubblica di Potenza.
Prima di parlare di certi provvedimenti presi dalla Procura di Potenza, forse gioverà cedere nuovamente la parola alla Prof. Maria Rita D’Orsogna, che nel 2009, intervistata da Enzo Palazzo, dichiara: “Le sostanze chimiche utilizzate per perforare restano nel terreno e si infiltrano nelle falde acquifere, inquinandole con materiali tossici. Anche perché l’opera di estrazione necessita di molta acqua ad alta pressione, che molto spesso e’ caratterizzata da presenza di idrocarburi, composti organici, metalli, sali e altre sostanze chimiche di lavorazione. La sua elevata salinità può’, inoltre, cambiare la composizione chimica del terreno, riducendone qualità e fertilità. Senza parlare dei rischi da fanghi e fluidi perforanti che, a causa di incidenti, mal funzionamenti o perdite, possono riversarsi nei terreni attorno ai pozzi. Esempi di contaminazione di laghi, fiumi e terreni non mancano nel resto del mondo, con il conseguente aumento di tumori, aborti spontanei, morie di pesci, malattie respiratorie e alla pelle. In Basilicata esistono posti dove l’acqua non è più potabile, a causa dell’attività estrattiva, come ad esempio presso le sorgenti ‘Acqua sulfurea’, ‘Acqua la Vecchia’ e ‘Acqua Piano la Cerasa di Calvello’ a Calvello (Pz). In quella località’ il sindaco vietò il consumo di acqua dai rubinetti. Anche la zona del parco nazionale ‘Acqua dell’Abete’ è’ allo stato attuale sotto sequestro per inquinamento: c’è chi pensa sia dovuto a causa di infiltrazioni di sostanze tossiche dal vicino pozzo estrattivo Cerro Falcone, dell’Eni.”
Ma allora perché a Gennaio 2010 si scatena un autentico fuoco di fila teso a screditarmi e farmi passare per una sorta di visionario?
E perché in Basilicata nessuno interviene in mia difesa, con la sola eccezione dell’ambientalista materano Pio Abiusi e del segretario provinciale del PRC Ottavio Frammartino? Muta Legambiente e muto, spiace dirlo, anche il WWF, di cui apprezziamo le dichiarazioni di queste ore, e di certo mute le forze politiche di maggioranza e di opposizione.
Quando si è scatenata “la caccia al radicale” abbiamo provato a difenderci ricordando le inchieste della forestale sulla depurazione, gli sversamenti di percolato nelle dighe, il sequestro della sorgente acqua dell’abete. Tutto inutile: dall’Università della Basilicata, passando per AQL e il Dipartimento ambiente, è un tiro al bersaglio senza diritto di replica reale, se non attraverso i microfoni di Radio radicale.
A Marzo 2010 vengo convocato in caserma e per un attimo mi illudo che vogliano ascoltarmi sulle denunce che ho inviato alla Procura di Potenza su Tito, Fenice, Val Basento, Arpab. Errore: la Procura di Potenza vuole conoscere la mia fonte sulla vicenda dighe. Provo a fare “resistenza”, ma il sostituto procuratore dottor Colangelo, dopo un’ora e mezza di attesa trascorsa in una sorta di stato di fermo presso la stazione CC di Latronico, dispone un decreto di perquisizione e sequestro della mia abitazione, che è anche sede dell’associazione Radicali Lucani.
Il 25 maggio 2010, i Carabinieri di Latronico consegnano presso la mia abitazione “Un avviso all’indagato di conclusione delle indagini preliminari”, mittente la Procura della Repubblica di Potenza.
Nell’avviso c’è una frase che, sia pur di rito, fa indubbiamente sorridere: “Perché con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso…”
La Procura ha deciso di rinviare a giudizio il sottoscritto e il tenente della Polizia Provinciale Giuseppe Di Bello, uno di quelli che da sempre è abituato a guadagnarsi lo stipendio. Un vecchio motto recita: “colpirne uno per educarne cento”. Ancora oggi non ho compreso quale sarebbe il “disegno criminoso”. Far conoscere ai cittadini dati che dovrebbero essere pubblici è un delitto? Onorare la convenzione di Aarhus, il diritto a conoscere per deliberare e il dettato costituzionale è criminale? Resta la convinzione che in terra di Basilicata le indagini si preferisca farle su chi indaga e su chi racconta e denuncia. Se poi a denunciare è un radicale, allora forse c’è ancora più gusto. Prima o poi me lo toglieranno il vizio di parlare, ma finché dura…..
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