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La cultura delle regole

• da Corriere adriatico del 28 giugno 2010

di Fulvio Cammarano

 

La gravità del caso Brancher non è solo nella palmare evidenza di una nomina a ministro finalizzata a evitare il processo Bpi-Antonveneta che lo vede imputato insieme alla moglie per appropriazione indebita e ricettazione. Politicamente, tra l’altro, la decisione di Berlusconi, di affidargli il ministero “per l’attuazione del federalismo”, ha provocato non pochi malumori tra le fila della maggioranza e una presa di distanza non solo del Presidente della Camera, Fini, ma anche dello stesso Bossi, alle prese con il dissenso della base leghista sempre piuttosto sospettosa sulle manovre “romane”. Si conferma, anche in questa vicenda, la tattica leghista del “fiancheggiamento senza coinvolgimento”, attraverso cui ridurre l’impatto negativo della partecipazione ad un governo “sopportato” e certo mai amato. Il vero problema, tuttavia, per chi è interessato alle sorti del Paese e al mantenimento di un minimo di cultura delle regole, è che l’assurda invocazione, da parte del neo-ministro, del legittimo impedimento per sfuggire ai giudici (a causa della necessità di organizzare il ministero, hanno scritto i suoi legali, dimenticandosi che si tratta di un ministero senza portafoglio e dunque privo di struttura organizzativa), ha provocato, non solo l’ovvia irritazione del magistrato milanese che si è sentito “preso in giro”, ma soprattutto una dura reprimenda del Capo dello Stato. La nota scritta da Napolitano, con cui si contesta la possibilità di far ricorso, in questo frangente, alla legge sul legittimo impedimento, è stata dettata dalla necessità di fugare ogni sospetto di “collusione” da parte del Quirinale.
 
Tuttavia, non si biasimerà mai abbastanza il moltiplicarsi di fenomeni ed esigenze imposte dal personalismo politico che caratterizza la quasi totalità dell’azione di questo esecutivo e che spinge il Presidente della Repubblica ad esporsi politicamente, sia pure attraverso argomentazioni tecniche e giuridiche. Con questo suo intervento, infatti, Napolitano entra nel merito della questione, tanto che il senatore Pdl Luigi Compagna può contestarlo, argomentando che non tocca al Presidente “decidere se ricorrono le condizioni di richiedere il legittimo impedimento. Qualche altro critico delle fila del centro-destra definisce irrituale l’intervento del Capo dello Stato, adombrando una tentazione presidenzialista e persino una volontà di “commissariamento dei poteri propri dell’esecutivo”. Ecco, dunque, in cosa consiste la gravità del caso Brancher, ultimo episodio di una stagione politica che dietro il paravento della forma sta cercando di risolvere un’enormità di conflitti d’interesse privati: costringere la massima carica della Repubblica, spesso attaccata per ragioni opposte come troppo “silenziosa”, a intervenire sempre più spesso nelle zone di confine assegnategli dalla Costituzione. Se quelle zone di confine, presenti in ogni costituzione, si popolano di conflitti, si rischia la disintegrazione del sistema.
 
Gli interventi del Presidente, quindi, nel segnalare un abuso possono diventare un rischio, presentandosi comunque come uno degli inevitabili esiti della risposta alla costituzione “materiale” impostasi in questi anni, tesa a scardinare alcuni principi di quella “formale”. Se è consentita una metafora, nell'attuale clima di disfatta calcistica, Napolitano assomiglia sempre più ad un portiere di una squadra costretto in misura crescente ad intervenire di piede fuori dalla sua area perché la difesa è troppo debole o distratta. Un’azione rischiosa, ma necessaria benché scomposta, che però alla lunga potrebbe favorire distorsioni non solo creando precedenti ed abitudini ma, soprattutto, permettendo ai responsabili di gravi errori politici di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica sui temi della polemica costituzionale.
 


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