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Berlusconi 2013

• da Liberal del 2 luglio 2010

di Errico Novi

 

Quale anno? Il 2013? Sul tranquillizzante orizzonte centroamericano Silvio Berlusconi vede il futuro, i prossimi tre anni che «dovevano essere gli ultimi», quelli conclusivi del suo lungo viale del tramonto. E invece non sarà così: perché nel 2013, appunto, non si compirà forse la profezia dei Maya sulla fine del mondo (quella per la verità sarebbe in calendario per l'anno precedente) ma una reincarnazione del Cavaliere, quella, ci sarà eccome. Almeno secondo la linea che il premier immagina dal Canale di Panama, appunto. Dove due giorni fa ha indicato tra il provvidenziale e il fatalista il futuro della Repubblica: «Avevo già programmato di ritirarmi dalla vita politica fra tre anni ma con questo obbligo di essere qui per festeggiare il nuovo Canale mi vedo costretto a continuare». E si staglia una nuova data, il 2014, quella entro cui la Impregilo dovrà consegnare il nuovo istmo che congiungerà il Pacifico e l'Atlantico. «Noi ci saremo», assicura dunque il presidente del Consiglio. E Fini? E Bossi? Ci saranno anche loro? Soprattutto, ci staranno? Asseconderanno il disegno panamense del grande capo? Si direbbe che nella previsione fatta mercoledì la veste che Silvio immagina di indossare in futuro sia ancora quella di Capo del governo. Eppure, come suggerisce a liberal il politologo bolognese Gianfranco Pasquino, «la sua evoluzione preferita lo porta al Quirinale, dove tra l'altro realizzerebbe la sua condizione ideale, quella che gli consente di andarsene in giro, viaggiare, rappresentare il Paese ma soprattutto se stesso». E una nuova forma, l'ultima fase del berlusconismo: sul Colle più alto. Approdo scontato, in effetti, nei pronostici di tutti gli osservatori, di amici e avversari, già dall'inizio dell'attuale legislatura. Ma come si combina una simile riconversione istituzionale con l'idea, chiaramente trasmessa da Silvio dalle sponde del Canale, di restare «in sella», sulla cresta dell'onda? Intanto l'interrogativo affascina - e inquieta, a seconda della condizione di chi osserva tanto più che viene posto quasi inaspettatamente. In pochi hanno notato la comunicazione di servizio, pur decisiva per il destino del Paese, fatta da Berlusconi durante il suo passaggio latinoamericano. Uno stringato ma puntuale resoconto sul Corriere della Sera di ieri, e poco altro, Pochi si sono accorti che il Cavaliere, nel clima a lui più congeniale, ha fatto un annuncio politicamente così essenziale. Non hanno bisogno di annunci evidentemente Gianfranco Fini e i parlamentari a lui vicini. La loro missione, la loro priorità, come raccontano fonti ben informate del Pdl, «è proprio scongiurare l'incubo». Cioè «evitare di trovarsi nel 2013 con un Cavaliere ancora in grado di decidere per tutti praticamente da solo». E i berlusconiani? Chi tra loro è dotato di autoironia si descrive «pronto ad abbandonarmi dolcemente tra le braccia strette del Cavaliere». Secondo un plot narrativo che Pasquino inquadra perfettamente: «Non avrà alcun problema, l'attuale premier, a riproporsi in una nuova veste, e nello stesso tempo a modificare drasticamente l'istituto del presidente della Repubblica». Nel 2013 «o magari un anno prima», dice Pasquino, «Berlusconi si troverà ad essere nello stesso tempo padrone del destino degli eletti e nello stesso tempo Capo dello Stato. Eserciterà il mandato quirinalizio dunque in condizioni assai diverse da qualunque predecessore: a nessuno è mai toccato in sorte, infatti, di farsi eleggere sul Colle più alto mentre era ancora nel pieno esercizio di una leadership politica». Precursori? Nessuno, appunto. «Avrebbero potuto, voluto esserlo Craxi, Forlani e Andreotti. Uno di loro tre, nel '92, sarebbe diventato presidente della Repubblica mentre deteneva il pacchetto azionario di maggioranza, se non ci fosse stato il crollo della Prima Repubblica», dice il professore di Scienza politica dell'università di Bologna, «sarebbe dunque la prima volta». E la sequenza stessa sarebbe inedita: «Si può immaginare un Berlusconi che si presenta alle prossime Politiche ancora in qualità di candidato premier, conquista un'ampia maggioranza in Parlamento e grazie a quella sale al Quirinale». Anno 2013, cose mai viste. Torna il quesito: ma Bossi e Fini cosa faranno da grandi, all'epoca in cui Silvio darà l'assalto al primato del generale De Gaulle? «Fini non può sfilarsi prima, ha truppe scarse e alcuni dei suoi non hanno un passato del tutto limpido, rischiano di scontare sul campo qualche inciampo pregresso. È all'interno del Pdl che il presidente della Camera può condurre la propria battaglia, con la consapevolezza, purtroppo per lui, che nello schema previsto dal cofondatore non potrà mai diventare Capo del governo». Perché la sequenza finale del film immaginato davanti al tramonto panamense è questa, secondo Pasquino: «Si fa eleggere al Colle con i voti conquistati personalmente in campagna elettorale e poi lui stesso, Berlusconi, nomina il primo ministro. Certo non sarà Fini». Sarà invece una Costituzione materiale nuova, «senza il bisogno di passare per qualche riforma: il Cavaliere d'altra parte è troppo impegnato e distratto da intercettazioni, lodi, riforme della giustizia, per badare a realizzare una nuova forma di governo». E questo segna l'inesorabile distanza tra lui e De Gaulle, seppure l'analogia anagrafica, nel 2013, risalterebbe clamorosamente: «Mais non, mais non, direbbe il generale: il quale si ritirò dopo il referendum perduto nel '69, con sdegno, a 79 anni. Sì, forse il paragone può starci sul piano anagrafico: con la differenza che De Gaulle era un grande, un combattente vero che non confondeva lo Stato con gli interessi personali, né si macchiò mai di scandali, pubblici o privati che fossero. Berlusconi ha avuto sì l'opportunità di diventare il De Gaulle italiano, di cambiare la Costituzione, ma il tentativo nel 2006 è naufragato. Forse per l'inadeguatezza dei suoi collaboratori, forse perché l'unica battaglia che lo interessi, e che combatterà anche nei prossimi anni, sarà quella contro la magistratura. Ma in realtà il vero punto è che lui non ha un'idea di Italia nella testa, come invece ce l'aveva De Gaulle, anche con le sue irremovibili visioni da Stato centralista. A Berlusconi manca anche quella, come gli manca la vocazione liberale che qualcuno, vedi il Corriere, cerca di risvegliare in lui. Difficile che l'esperimento, con un duopolista come il Cavaliere, possa avere successo».


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