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int. a Wole Soyinka - L'etica di un impolitico

• da Il Sole24 Ore del 6 luglio 2010

di Lara Ricci

 
Straordinario poeta, drammaturgo fra i pi√Ļ grandi viventi di lingua inglese, Wole Soyinka non √® solo il primo africano ad aver ricevuto il Nobel per la letteratura, √® anche un eroe. Pensatore indipendente armato di una prosa affilata da rara lucidit√†, da decenni si batte per portare la democrazia e il rispetto dei diritti umani nel suo paese, la Nigeria, e altrove. Per aver cercato di evitare la guerra civile che port√≤ alla crisi del Biafra, fu incarcerato due anni. Lo abbiamo incontrato a Parma Poesia, dove una folla di ammiratori si √® radunata nel cortile della Pilotta per ascoltarlo recitare i suoi versi.
In Clima di paura (Codice), libro tratto dalle Reith Lectures del 2004, descrivete il mondo attanagliato da una morsa di paura in costante evoluzione. Un'atmosfera che non fate partire dall'11-9-2001, ma dal 1989, quando un aereo con 170 passeggeri della Uta precipit√≤ in Niger per un sabotaggio. E una riflessione ancora attuale. Da allora il suo pensiero √® mutato? √ą attuale, e cambia in continuazione. Nel 2004 la natura della paura era molto poco focalizzata, era multidirezionale. La paura, arma di chi vuole creare il terrore, viene dall'insicurezza, dall'incertezza. Dal sapere che ci sono dei pazzi a piede libero, senza poter prevedere da che parte arriveranno. Sono completamente irrazionali e la loro percezione di ci√≤ che √® sbagliato pu√≤ essere legata a cause attuali o storiche. Per esempio, una delle strane spiegazioni portate dai terroristi che provocarono le esplosioni nelle stazioni ferroviarie spagnole risaliva a diversi secoli addietro, al fatto che la Spagna non si fosse ancora scusata per certe cose commesse contro i musulmani. Questo gruppo di persone che vive nel modo contemporaneo, guarda dunque nei secoli passati per trovare la motivazione per infliggere atrocit√† alle generazioni attuali, innocenti. Non si trattava dunque solo di un sentimento di vendetta indirizzato male ad aver contribuito a quella diffusa e imprevedibile stagione di paura. E oggi siamo testimoni di un certo spostamento nell'enfasi: il senso di paura diffuso non √® sparito, anzi, ma √® stato rafforzato incidentalmente. Penso alla Corea del Nord e all'Iran, una teocrazia totalitaria che comincia a prendere la sua parte nel mondo, penso alla pazzia che viene dal sentirsi invisibili: √® un altro aspetto, "colore", della paura che va a sormontare i precedenti e che si comincia a considerare nei calcoli universali sull'insicurezza. C'√® ora un senso di competizione nel dare prova di se stessi contro tutti gli altri.
Dare prova di se stessi con il potere della paura. Si, attraverso un senso di dominazione, non con la creativit√†, lo sviluppo, la scienza o l'esplorazione spaziale. Bens√¨ dicendo ¬ęsono pi√Ļ forte dite: posso portare la paura nella tua vita¬Ľ.
La paura crea altra paura, e il meccanismo tende a rinforzarsi .Come fermare questo processo? √ą molto difficile. Uno dei modi √® andare alle radici, o infiltrarsi per vie diplomatiche, o far capire che tali condanne al terrore sono accettate come parte della comunit√† mondiale. Ma si ha a che fare con ego molto grandi, e a volte questo metodo viene interpretato come una conciliazione, un segno di timore, non come un tentativo di regolamentare le relazioni. √ą un lavoro per uno "psicologo globale" quello di avere a che fare con la follia collettiva che vediamo nei governi dei paesi prima citati.
La sua Nigeria ha una cultura antica e ricchissima. Eppure da decenni non trova pace e stabilit√†. Cosa la avvelena? Come diverse ex-colonie soffre i postumi della sbronza dell'esperienza coloniale. Ma nessuno ha pi√Ļ il diritto di continuare a usarla come scusa. Quando gli inglesi lasciarono la Nigeria fecero s√¨ che il potere andasse alle parti politicamente meno sofisticate del paese. Il senso di dover guidare, di dover mantenere il potere in modo permanente, ha creato molte tensioni sociali e una continua destituzione del processo elettorale. Cos√¨ gli eredi di quello strascico coloniale hanno continuato a governare. Poi la scoperta del petrolio ha peggiorato le cose. Non √® stato usato con giudizio, a beneficio delle, persone. Ha creato un'enorme cupidigia, una corruzione sistematica nella leadership. Ed √® lo sforzo di correggere questa stortura che provoca tensione. Ecco perch√© c'√® molta militanza nel delta del Niger, l√† dove si produce il petrolio. Vedono quanto sono poco sviluppati e poveri, vedono il denaro andare ai privati mentre il loro territorio √® completamente degradato dallo sfruttamento. Le terre agricole sono inquinate, le aree di pesca pure. La corruzione del potere politico avvelena la Nigeria. Quando dico "postumi da sbronza coloniale", non √® assolutamente una scusa per questa leadership. √ą un fatto storico. Non solo gli inglesi hanno manipolato le prime elezioni, ma addirittura il censo, per dare la maggioranza alle parti pi√Ļ retrograde del paese. √ą una lunga storia, ma non giustifica ci√≤ che accade. √ą tempo di correggere le anomalie del passato. E un paradosso di molti paesi africani: la terra √® ricchissima, ma le popolazioni locali poverissime. √ą proprio cos√¨. Perch√© la leadership √® alienata. Si √® messa esattamente nelle scarpe del potere coloniale quando se ne √® andato: stessi privilegi, la stessa distanza dalla gente normale, lo stesso contegno. E la gente non lo accetta a lungo. Cos√¨ c'√® tensione, guerre civili. √ą la storia di gran parte dell'Africa postcoloniale.
Il Nobel sudafricano Nadine Gordimer dichiarò a questo giornale che Mandela e Gandhi sono le due figure veramente grandi del secolo passato. E d'accordo? Sì, è un'affermazione molto giusta. Dovrei pensare molto a lungo per riuscire ad aggiungerne una terza. Sono stati due giganti, creature di un altro mondo.
Ha molto lottato per la Nigeria. Se le chiedessero di guidare il paese, accetterebbe? Me lo hanno chiesto pi√Ļ volte. Ho rifiutato. Non per principio, ogni volta capivo che mi mancava il temperamento. Ci vuole un'indole particolare per la politica, e richiede dedizione assoluta. Non si pu√≤ continuare a scrivere, l'esperienza di V√†clav Havello dimostra. Risponderei ancora no.



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