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Perù i due volti del paese metafora del mondo

• da a proposito dell?intervista di Don Verzè sul Corriere della Sera di oggi: del 6 luglio 2010

di Claudio Magris

Da Plaza de Armas, il cuore di Lima - sede del Palazzo del Governo e della Cattedrale ricostruita dopo il terremoto del 1746 - tempo fa è stata tolta e spostata in altro luogo, fra roventi polemiche, la statua equestre di Francisco Pizarro, il Conquistador che si era impadronito dell'impero degli Incas e aveva fondato Lima nel 1535. La Storia è anche un trasloco di statue, come quelle di Stalin distrutte o ammassate in oscuri depositi, e una continua revisione toponomastica; a Trieste l'absburgica corsia Stadion è ora via Battisti e la fascista piazza Impero è di nuovo largo Barriera Vecchia, nome che non può offendere nessuno. Le vicende di quel monumento sono l'esempio di un'incertezza e di una conflittualità identitaria ora più che mai presenti in quasi tutto il mondo. Rimuovere la statua di Pizarro significava rifiutare la violenza della Conquista spagnola del Perù e in genere dell'America Latina, una violenza spesso efferata, cui secondo Todorov «nessuno dei grandi massacri del XX secolo può essere paragonato». Degli 8o milioni viventi in America prima dell'arrivo degli europei, sessant'anni dopo ne restavano 1o, un genocidio attuato con lo sterminio fisico, la fame, le inumane condizioni di lavoro da schiavi e le malattie. 11 Perù era sinonimo di smisurate ricchezze - vale un Perù, si dice ancora - ma di oro insanguinato. La rimozione di quella statua rivela tuttavia anche il tentativo, patetico e ingiusto, di cancellare una parte della propria identità, quella spagnola, e di riconoscersi solo in quella india, oppressa e decimata. Contro questo tentativo di mutilare e falsare l'identità indio-ispanica del Perù si sono levate molte voci, a cominciare da quella di Mario Vargas Uosa, uno dei pochi veramente grandi scrittori del mondo e già un classico. Ogni civiltà è figlia di incroci, di conquiste, di violenze inferte e patite, che è necessario combattere quando avvengono, ma di cui è insensato voler sradicare il frutto depositato e trasformato per secoli nella propria storia. La Lombardia deve il suo nome ai Longobardi arrivati a suo tempo come barbari invasori, i francesi non sono soltanto Galli e i neri d'America non sono soltanto africani. Tutti sono Tutte le stirpi - come s'intitola il romanzo del grande scrittore peruviano José Maria Arguedas - che hanno contribuito a formarci. Arguedas, particolarmente sensibile all'oppressa cultura quechua del Perù, che portava in se stesso e che trasferisce anche con elementi linguistici e sintattici nei suoi romanzi, scrive in spagnolo, che è la sua lingua, così come quella spagnola è anche la sua cultura. Del resto anche il vinto, cui la sconfitta conferisce un'aura di purezza, è stato quasi sempre a sua volta un precedente violento oppressore di altri vinti: gli Incas, prima di essere travolti dagli spagnoli, avevano oppres- so altri popoli andini, anch'essi peraltro antichi duri padroni di altre popolazioni prima egemoni poi soggiogate - Wari, Moche, Nazca - e così via, in una regressione senza fine alla violenza originaria. Il richiamo dell'origine è sempre richiamo della foresta, della legge del sopravvivere identificato col predare. Certo, ci sono state conquiste - come quelle dell'antica Roma - che con la violenza hanno creato pure grandi civiltà e altre che sono state solo saccheggio e massacro - quelle «schifezze» di pura negatività, come Hegel, sgomento, chiamava quei momenti e quelle forze storiche radicalmente negative cui non riusciva a dar posto nel pur conflittuale processo creativo della Storia. Il tempo, che sbiadisce lentamente lo choc della violenza, smussa pure i monumenti e le targhe delle vie. Tamerlano ha anche elevato piramidi di teste, ma oggi si visita con affascinato rispetto la sua tomba a Samarcanda, e una «piazza Tamerlano» non farebbe scandalo come una «piazza Hitler». L'umanità e la libertà consistono pure nella duplice, difficile lotta contro l'oblio e contro l'ossessione rivendicativa; nella capacità di ricordare i milioni e milioni di vittime, perite nei millenni ma ombre presenti intorno a noi, e di vivere fraternamente insieme con i discendenti di quelle vittime e dei loro carnefici. Lo stupro originario è sempre bruciante e incancellabile, ma non può continuare a impedire l'amore. Il Perù è un esempio straordinario della vita che nasce pure dalla morte, di incroci dovuti a un'iniziale violenza ma a loro volta fecondi di umanità, di civiltà, di cultura. Già ai tempi della Conquista è un meticcio, metà inca metà spagnolo, Garcilaso de la Vega, a scrivere un capolavoro poetico-storiografico quale i Commentari reali degli Incas - in cui c'è la cultura andina e c'è quella spagnola - e a frequentare la letteratura, la lirica e la filosofia del Siglo de oro, a tradurre, ad esempio, testi neoplatonici di Leone Ebreo. Ma Garcilaso non è un caso isolato di un meticciato che inizia presto a dare frutti culturali; si potrebbero fare altri esempi, l'inca liti Cusi Yu-Panqui che diviene Diego de Castro o l'indio ispanizzato Felipe Waman Puma de Ayale, che scrive al re in difesa delle culture andine preincaiche. Come ha detto Vargas Llosa, la più alta letteratura peruviana non è né quella inquinata dallo sciocco orgoglio di purezza ispanica e dal disprezzo per la primitività india né quella indigenista, ingenuamente e regressivamente convinta che la cultura india sia l'unica autentica e legittima, bensì quella letteratura consapevole della propria pluralità e dei vari filoni che alimentano la letteratura di lingua spagnola capace di esprimere questo mondo. Quest'identità plurale e pure unitaria la si avverte già nei lineamenti della gente. Certo, in un Paese ancora scosso da turbolenze politiche e sociali recenti - dai vari governi autoritari al forsennato terrorismo di Sendero Luminoso - le gerarchie sociali sono ancora dure e variamente collegate al colore della pelle. Nella Conversazione nella Cattedrale Vargas Llósa ha genialmente catalogato gli strati di questa gerarchia social-razziale, dal bianco al serrano al cholo. Ma sono categorie che iniziano a sgretolarsi nella mescolanza. Untempo, scrive ancora Vargas Llosa, vivendo a Lima si poteva ignorare l'esistenza degli indios; oggi, nella metropoli di otto milioni di abitanti, si vedono tutte le stirpi, tutte le classi sociali. Un crogiolo di disuguaglianze, ingiustizie, miserie, ma anche la gestazione inquieta e difficile, talora violenta, di un mondo migliore. Un momento creativo di contraddittoria crescita, quasi di nuova nascita. Forse la città meriterebbe oggi il poema celebrativo barocco che le dedicava secoli fa un letterato manierista, Juan de Espinosa Mediano Barnuevo, Lima fundada. ¦ «Lima la horrible» dice un verso del surrealista César Moro. p un buon segno - segno di libertà e di grandezza - quando una città o un paesaggio vengono evocati, da chi loro appartiene, con quella durezza impietosa che proviene dalla severità dell'amore. Una delle più belle e affascinanti città del mondo, Praga, è stata celebrata dalle invettive dei suoi più grandi e innamorati figli poeti. Il colore locale declassa un luogo a idillio sentimentale perché non è sicuro del suo valore, mentre una grande realtà permette, anzi impone di sferzare i suoi difetti e si arricchisce di questi strali. Lima non si può definire bella, ma è un teatro del mondo - che, appunto, non è certo armoniosamente bello. Per questo può diventare uno scenario insieme particolarissimo e universale, un luogo di Ognuno, come accade nella Conversazione nella Cattedrale, in cui essa è un dedalo di gironi danteschi, uno specchio del caos vitale e delittuoso del mondo, un serraglio universale che mette in scena il potere, il segreto, il terrore, l'eros, il vizio, la tenerezza. La crescita disorganica e cancerosa di una metropoli in cui balenano il senso e la pena di vivere. «Incantevoli piazze coloniali e labirinto di strade fatiscenti» come è stato scritto; smog e garúa, la pioggia quasi nebbia che sale dal Pacifico; una torpida malinconia tropicale che induceva Melville a definire Lima una delle più tristi città della terra. Tristi tropici, incanto e insidia di quest'accidia. «A Lima sta piovendo» dice una poesia di César Vallejo, il grande, classico lirico in cui il doloroso sentimento di orfana solitudine esistenziale si traduce pure in impegno politico radicale. Ma la città è anche brulicante, traffico affannoso, vitale lotta quotidiana di milioni per sopravvivere, che stimola una vivacità intellettuale. Dopo i governi più o meno autoritari, classi dirigenti corrotte e terrorismo micidiale, la vita civile dà segni di ripresa. Un dibattito su cattolicesimo e capitalismo, in una delle università di Lima, rivela un clima culturalmente fervido e inquieto; è anche dagli ambienti cattolici e pure ecclesiastici che provengono analisi critiche dello strapotere del mercato, ispirate non a bolse ideologie terzomondiste, bensì a una visione liberale e umanista, preoccupata dell'onnipotenza - anche extraeconomica - del mercato e della sua trasvalutazione di tutti i valori. Del resto già nel Cinquecento è un gesuita, Blas Valera, che in Perù difende gli indios e non è un caso isolato. In Brasile, alla stessa epoca, il gesuita Miguel García rifiutava di dare l'assoluzione e l'Eucarestia ai proprietari di schiavi, considerandoli, in quanto proprietari di schiavi, in peccato mortale. Un segno di questa crescita etico-politica è il Lugar de la Memoria, il Museo della Memoria, che sta nascendo per risarcire moralmente le vittime della violenza che negli anni passati ha insanguinato il Perù (70 mila morti). A presiederlo sarà Vargas Llosa il quale, pur sottolineando con forza come la massima responsabilità di questa mattanza vada ascritta al terrorismo di Sendero Luminoso e di altri gruppi estremisti pseudo rivoluzionari, ha voluto portare sul banco degli accusati pure le esecuzioni sommarie, le torture e i crimini commessi dalle Forze armate e dalle squadre della morte sostenute dal governo di allora. In tal modo si ribadisce il principio secondo il quale uno Stato di diritto non può mai ammettere violazioni dei diritti umani. E così quel museo diverrà realmente, come egli ha detto, la «casa di tutti i peruviani». Dunque anche il Perù può finalmente valere un Perù. Nell'Auditorium della Biblioteca Nacional, a Lima, il dibattito con Mario Vargas Llosa, vicino al teatro che gli è dedicato e porta il suo nome. L'incontro è organizzato dall'Istituto italiano di cultura, diretto da Renato Poma; un istituto che svolge un eccellente, vitale lavoro di promozione della cultura italiana e di dialogo con quella peruviana, in un reciproco arricchimento; un istituto che non solo ha quasi raddoppiato il numero degli studenti di italiano (quasi cinquemila, cifra assai alta in un Paese come il Perù) ma è divenuto, grazie alla creativa iniziativa di chi lo dirige e dei suoi collaboratori, un punto di riferimento per la cultura peruviana, a differenza di altri nostri istituti che si chiudono in una serra endogamica. Grande affabulatore e lucidissimo critico etico-politico-letterario, Vargas Llosa riesce a conciliare, pur in una rigorosa distinzione immune da compromessi, la fedeltà poetica ai propri demoni e la responsabilità civile nei confronti della causa pubblica. Scrittore fra i pochissimi veramente grandi del Novecento e del presente, egli ha avuto un percorso politico assai impegnato (sino a sfiorare anni fa la presidenza della Repubblica), dall'iniziale adesione al comunismo - allora la più credibile resistenza a tante iniquità del mondo latino-americano - alla maturazione liberale che lo induce a combattere ogni confusa ideologia terzomondista, ogni coatto antiamericanismo, ogni dittatura e «l'irresponsabile frivolezza del progressismo occidentale», come egli scrive, così pronto a flirtare con regimi totalitari ammantati di rivoluzionarismo. Ma se le sue inesorabili polemiche, ad esempio contro il castrismo e tanti altri populismi, lo hanno messo in urto anche con alcuni suoi amici scrittori di sinistra, egli non si è lasciato indurre a posizioni reattive. Così come continua ad amare e ad ammirare ad esempio Cortazar, pur contestandolo politicamente, da vero liberale ha denunciato l'illibertà dovunque l'abbia vista, come la dittatura di Trujillo a suo tempo appoggiata dagli americani, o di Pinochet, e ha criticato fortemente la politica israeliana nei confronti dei palestinesi, senza minimamente indulgere a quell'enfatico e stolto partito preso contro Israele che caratterizza tanti intellettuali e scrittori anche grandi. E ora sta scrivendo un romanzo sull'inumano trattamento dei raccoglitori di caucciù, fra Otto e Novecento, e sulla figura di Roger Casement che si è battuto per aiutarli. Vargas Llosa ha pagato il suo debito di cittadino alla Polis, ben consapevole peraltro - come emerge nei suoi saggi e anche nelle sue parole, amabili ma nette e ferme - che, se la politica è l'arte del possibile, l'arte esige invece l'impossibile e che se i doveri verso la causa pubblica entrano in conflitto con i demoni del proprio cuore, è a questi ultimi che bisogna essere fedeli. Con la sua letteratura, Vargas Llosa s'immerge negli abissi della vita, vissuta come «infermità incurabile»; in quei gorghi di passione, violenza, infamia, coraggio e delirio che si scontrano con quei valori morali in cui egli crede. Del resto, il vero illuminismo è quello che non si ritrae dalle tenebre. La sua narrativa è superba- mente all'altezza di quella che egli definisce l'impossibile necessità dell'arte, l'esigenza di rinchiudere in un libro l'illimitato. È quest'ultimo, l'illimitato e furioso oceano della realtà che urta, come onde infuriate, contro gli argini della sua superba forma narrativa. Anche il saggio, dice nel nostro incontro, si nutre di quell'oscurità che è in noi, ma delimita quel mare buio con dighe più chiare, mentre il romanzo è come la foresta della stupenda Casa verde, vita che germoglia prorompente facendo propria quell'oscurità e dandole così forma e chiarezza, senza reprimere né bonificare quell'oscuro proliferare. C'è molto dolore, nella sua epica, perché, come egli dice, «la materia prima della letteratura non è la felicità, ma l'infelicità umana e gli scrittori, come gli avvoltoi, si nutrono probabilmente di carogne», scoprendo che anche il male più abietto, quei mostri avidi di trasgressione e di eccesso sono rintanati nel più profondo del nostro essere e attendono solo di balzar fuori da quella loro, nostra ombra. Ma quel ritratto senza remore dell'«infermità incurabile» è un generoso, donchisciottesco tentativo di curarla, di protestare contro i mali del mondo. Quell'illimitato narrato e dominato nel racconto è anche il tempo senza limiti della narrazione. Vargas Llosa è un maestro del tempo romanzesco, che racchiude molti tempi nell'istante del narrare: il tempo vissuto, quello ricordato, sprofondato e riemerso. Nessuna storia appartiene a un tempo solo; si è svolta nel passato, si svolge mentre viene raccontata, si proietta nel futuro che verrà e che insieme la segna e ne è segnato. Dialoghi di tempi diversi si intrecciano l'uno nell'altro, gli eventi riluttano a comporsi in una storia, il racconto dello stesso evento è ogni volta diverso nel diverso contesto che gli dà nuovi significati. Come ogni grande narratore, Vargas Llosa non è padrone dei suoi personaggi, proprio per la vita che infonde in loro; gli può accadere che un personaggio pensato all'inizio come odioso diventi, nel corso del racconto, simpatico, come succede al suo tenente Gamboa. Anche Tolstoj diceva di aver perso il controllo su Anna Karenina, che orinai faceva quello che voleva lei. È questa l'universalità della creazione letteraria; un'universalità che affonda sempre le sue radici in una realtà peculiare, per poi trascenderla e allontanarsene continuando ad amarla. «Peruvianizziamo il Perù» scriveva un peraltro grande saggista, José Carlos Mariàtegui. Talvolta, dice invece Vargas Llosa - che ha fatto della lacerazione del suo Paese la struttura dei suoi romanzi - egli sente la necessità di dimenticare il suo Perù. È il modo più intenso e più libero di averlo presente. Quando Cortés conquistò il Messico, Montezuma gli propose di ospitare le immagini e statue cristiane nei templi aztechi, accanto o di fronte alle divinità azteche. E accaduto invece piuttosto che immagini e culti cattolici si siano sovrapposti a quelli indiani, quasi ricacciandoli nel profondo e crescendo su di essi. A Cuzco, l'antica capitale dell'impero inca, una guida molto preparata e intelligente indica continuamente quello che stava o che sta sotto un altare o una colonna della cattedrale; figure antiche ritoccate, che si possono leggere dietro quelle trionfanti venute dopo; geometrie ispirate ad arcaiche armonie cosmiche e dissimulate in proporzione della chiesa. Ogni vincitore è un albero che si nutre delle linfe nascoste del vinto, sino a finire in qualche modo per assomigliargli. Cuzco è molto bella e la celeberrima Machu Picchu ha tutto il fascino delle civiltà sepolte. Ma a Cuzco si ha la sgradevole sensazione di vivere non in una città, ma in una mostra. Come accade pure in alcune città tra le più belle del mondo - Praga, Venezia - sembra di trovarsi in una città fatta «per gli altri», non visitata ma occupata da turisti. Nella cattedrale, un quadro dì Marcos Zapata, artista quechua, raffigura L'ultima cena. Il porcellino d'India imbandito arrosto, al centro, ricorda che non c'è pasto, nemmeno sacro, senza l'oscuro dolore animale. I mapuche, una popolazione india, non credono scrive Vargas Llosa in un saggio - che vecchiezza e morte siano eventi naturali, bensì sciagure dovute all'insidia occulta di qualcuno. Certo, non è vero, però uno, col passare degli anni...



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