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La casta dei ?radical kitsch?

• da Corriere della Sera del 6 luglio 2010

di Gillo Dorfles

Che il Partito radicale - quello originario, non ancora compromesso da snobismi politico-intellettuali - avesse una connotazione «chic», è cosa ben nota: questione di impostazione dottrinaria o non piuttosto di appartenenza sociale? Ebbene, anche se di uria questione di «caste» più o meno elevate si trattava, è indubbio che, nel giro di pochi anni, l'impronta mondana e vagamente sinistrorsa andò tosto scomparendo, pur rimanendo come una sorta di attestato nobiliare. Non è dunque un caso se il recente saggio di Massimiliano Parente (La casta dei radical chic, Newton Compton, pp. 279, €12,90) insiste sul concetto di casta nella sua accusa contro la mediocrità culturale, contro lo snobismo e il «provincialismo del tragicomico Paese nel quale viviamo: cialtrone, snob e finto buonista». Sicché, già dalla copertina dello stesso volume, possiamo ammirare un esempio indovinato dei rapporti tra radical chic e radical kitsch: le famose «poltrone Proust-Mendini», oggetto simbolico di come una connotazione volutamente kitsch possa assumere, la valenza del miglior radical chic. In realtà il conformismo contro il quale da sempre ci siamo schierati, molto spesso si estende - ancora aggravato - a un anticonformismo; anzi al conformismo di chi crede di combatterlo ed è proprio in questi casi che mi sembra molto azzeccato parlare di radical chic: molte delle accuse rivolte all'uomo della strada con insopportabile arroganza, le vediamo riemergere, ampliate, in molti di coloro che si considerano particolarmente raffinati, con pulsioni elitarie, con disgusto per i luoghi comuni della villeggiatura, della cucina, del vestiario. Mentre non basta per essere à la page una casetta a Capalbio o un appartamentino a Celerina (per chi non fosse di area lombarda si tratta di un paese dell'Engadina ormai più «in» di St. Moritz). Mi è accaduto spesso che alcuni amici e conoscenti «intellettuali» - certamente alieni da ogni conformismo culturale - assumessero un atteggiamento «di casta» che li rendeva immediatamente intollerabili. Non basta cioè - come si fece all'epoca del Gruppo 63 - scrivere e parlare con sufficienza di Moravia o di Guttuso per diventare immediatamente up to date. E accadeva spesso che le preferenze letterarie e artistiche sostitutive fossero tutt'altro che esemplari per la loro mediocrità (sia pure «elitaria»). In altre parole il radical chic, come il «conformismo dell'anticonformismo», è spesso un personaggio pericoloso perché, anziché combattere i veri nemici (culturali e politici), finisce per dar forza a chi non dovrebbe averla. Il saggio di Parente è una spietata denuncia di tutti i luoghi comuni della nostra società, a partire dalle spesso insensate trasmissioni televisive, alle operazioni artistiche e letterarie: dunque un'accusa al Grande Fratello come alla Biennale di Venezia, all'isola dei famosi come al Salone del libro di Torino. Certo è più facile biasimare che cercare di «salvare qualcosa»; e, in effetti, piuttosto che condannare alcune iniziative «ufficiali» e pubbliche, secondo il mio avviso, andrebbero biasimate le persone che accettano e si beano delle stesse. In altre parole è il «manico» che andrebbe raddrizzato e dunque quella mancanza di conoscenza e di «gusto» che permette poi il primeggiare di tante mediocri manifestazioni più o meno intellettuali. In altre parole: prima di inneggiare al radical chic - anzi di biasimare coloro che del radical chic sono diventati i vessilliferi - credo che sarebbe opportuno chiedersi come mai assistiamo a un conformismo dilagante anche nelle situazioni più modeste o meno pericolose? Come mai vediamo, in questi ultimi tempi, un dilagare di giovanotti e ragazze tutti rivestiti di nero: giacche, piumini, «divise» tutte immancabilmente prive di ogni colore? Ma gli esempi potrebbero essere infiniti. E tutti quanti parliamo un'acquiescenza totale e quella che è la nota dominante del momento. Ma non è certo questo tipo di conformismo che può preoccuparci: tanto più che nei giovani tenebrosi non sono indubbiamente né radicali né chic; (sono tutto al più kitsch; e non è mai il «cattivo gusto» a nuocere alla società). Invece, ripeto ancora una volta a mo' di conclusione, è quanto sia grave che tanti «intellettuali di sinistra» (per non parlare di quelli di destra, se esistono) siano sempre pronti ad atteggiarsi a icone del «bene etico ed estetico», quando ne sono, molto spesso (per fortuna non sempre), lontani mille miglia.
 



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