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Equivoci clericali

• da Il Foglio del 8 luglio 2010

di Angiolo Bandinelli

Titolo a tutta pagina, su un noto foglio quotidiano, per un collage di articoli sui problemi della chiesa di,oggi: "Ridotti allo stato laicale". L'espressione si riferisce, come è noto, alla perdita dei diritti propri dello stato clericale, della dignità e dei compiti ecclesiastici e alla esclusione dall'esercizio del sacro, ministero, due pene comminate al sacerdote resosi colpevole di determinati comportamenti. La chiesa è sempre restia ad adottare una misura così pesante, ma adesso sembra essersi convinta che il solo modo per placare i risentimenti e i sospetti circa le sue responsabilità nella vicenda dei preti pedofili sia infliggere immediatamente e drasticamente la dura sanzione al prete denunciato dalla vittima - o dall'abile avvocato - senza più dare l'impressione o alimentare il sospetto di voler sminuire, coprire, insabbiare. Stando ai competenti in materia, la dimissione obbligata dallo status di sacerdote (che, peraltro, non toglie del tutto tale qualifica, in quanto l'ordine sacro non è mai invalidabile) non può essere correttamente definita una "riduzione allo stato laicale". Tecnicamente sarà così, non sono in grado di giudicare né tanto meno di discuterne con quei competenti, e tuttavia l'espressione ha raggiunto. in questi giorni, una tale vastità di diffusione che merita qualche noterella, forse non del tutto inutile. Dalla sua stessa formulazione, si evince che lo stato "laicale" è uno stato inferiore a quello "clericale" o, più adeguatamente. "sacerdotale", Si è “ridotti” allo stato laicale, dunque si regredisce, si discende, si perde qualcosa, in termini di sostanza e/o di prestigio. Lo stato sacerdotale resta lo stato di eccellenza del cristiano, del credente, anche quando non possa direttamente accedervi e deve rassegnarsi a essere un semplice "laico", uno del "laos" (da cui discende laico, appunto), anonimo membro del "popolo" della comunità. Si dice, e credo sia vero, che si deve al cristianesimo la distinzione tra clero e laos-popolo, e dunque si porta a vanto del cristianesimo la "invenzione" del laicato, della laicità. Penso sia un vanto ambiguo e ampiamente contestabile. Mi pare di aver letto, non una sola volta, che è proprio una delle specificità del cristianesimo rispetto alle altre religioni del mondo antico, l'aver organizzato le sue comunità attorno a un clero, un selezionato gruppo sacerdotale, dotato di diritti (e forse di privilegi) ai quali il laico, il semplice "quidam de populo", del "laos", non aveva accesso, e che nella chiesa occupava il recinto del presbiterio, nel quale aveva luogo la cerimonia sacra, cui il popolo assisteva dalla navata. Parliamo della chiesa già dei primi secoli, non quella di oggi, della quale si denuncia il prepotere, il distacco delle gerarchie dalla grande massa dei credenti come se fosse un regresso. una falsificazione, una corruzione della primitiva, mitica chiesa, quella pre-costantiniana, cui tutti i riformatori religiosi si rifanno. Non è la chiesa a essere sotto assedio Insomma, lo stato laicale è il rango "inferiore" con il quale l'individuo sta nella chiesa, E tuttavia oggi, da tutte le parti, si invoca la crescita del dialogo tra credenti e laici, e se ne parla come di un dialogo tra pari. Mi pare che manchino i presupposti perché questo giudizio abbia un senso. Il chierico, l'uomo di chiesa, già in partenza, per definizione, è considerato e si sente superiore al laico, al semplice "quidam de populo", non ammesso ai segreti del presbiterio, ecc. Dunque, come potrà esservi, tra i due, un dialogo alla pari? E' vero che, scorrendo l'ampia pubblicistica dedicata in questi anni alla faccenda, non si avverte mai una reazione risentita dei laico in difesa delle proprie prerogative, Il laico, o il supposto tale, accetta senza discutere le condizioni imposte, più o meno scopertamente, dalla controparte, condizioni che si riassumono nel seguente apoftegma: "Occorre, ormai, rivedere il concetto stesso di laicità". Mai una volta che il chierico (figurarsi poi quel laico lì) dica che magari, sì, d'accordo. ma occorrerebbe ripensare anche, se non prima di tutto, i concetti di fede, di religione, o anche di chiesa. La chiesa e i chierici gridano a gran voce che la chiesa è oggi "sotto assedio". Per quel che ne posso capire io sono i laici ad essere, senza nemmeno volerlo ammettere e forse senza accorgersene, "sotto assedio": colpevolizzati, frustrati, ecc. Purtroppo la loro risposta non è precisamente commendevole: invece di avanzare proposte positive. creative, aperte prospetticamente al inondo, si chiudono in considerazioni subalterne, prudenti ed accomodanti, attente a non interrompere un dialogo che somiglia sempre più a un monologo: insomma, i laici dialoganti in questi ambigui e insoddisfacenti schemi mi sembrano ridotti a una parte secondaria, soddisfatti di una difesa in fondo settaria, in qualche modo, dunque, clericale. Almeno in Italia, chissà perché.



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