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Misure-spot e grida d'aiuto

• da La stampa del 8 luglio 2010

di Michele Brambilla

Mai Berlusconi si sarebbe immaginato che alla lunga fila dei suoi nemici - la sinistra, i magistrati, i giornalisti, i finiani, i «poteri forti» e via di seguito - avrebbe dovuto un giorno aggiungere la categoria dei terremotati. «Ingrati!», avrà probabilmente pensato ieri dei cinquemila aquilani che hanno sfilato per Roma fino ad arrivare sotto le sue finestre a palazzo Grazioli. L'intervento all'Aquila era stato fatto passare come il fiore all'occhiello di questo governo, più ancora della rimozione dei rifiuti accumulatisi a Napoli dopo anni di ignavia delle amministrazioni di sinistra. A pochi mesi dal terremoto il premier aveva consegnato, radioso come nei tempi migliori, le prime case agli sfollati. Moderne, antisismiche, ben arredate, «più belle di quelle che avevano prima», diceva Berlusconi mentre si faceva fotografare accanto a famigliole sorridenti. Quelle immagini erano diventate il miglior spot per il governo, una grande prova di efficienza, di «politica del fare». Perfino gli oppositori più incalliti per qualche tempo si erano trovati a balbettare, e i sondaggi assicuravano che la popolarità del premier era più alta che mai. Ecco, immaginare allora che dopo meno di un anno quasi il dieci per-cento della popolazione aquilana si sarebbe riversata a Roma per gridare «vergogna» al capo del governo sarebbe stata una follia. Eppure è successo. Ed è difficile, se non impossibile, spiegare la manifestazione di ieri come una manovra politica dell'opposizione, della sinistra, dei soliti antiberlusconiani in servizio permanente ed effettivo. A protestare, per le strade di Roma, c'era gente comune, di sinistra come di destra; commercianti, partite Iva, perfino preti e sindacati di polizia. Com'è potuto accadere? Chi è stato all'Aquila lo può capire. Intendiamoci bene. Sbaglia, e si rende responsabile di un altro tipo di spot, chi sostiene che il governo non ha fatto niente. Per quanto riguarda l'emergenza abitativa, è stato fatto molto più che in altri terremoti. Gli sfollati erano un'enormità: 67.000. In poco tempo, quasi quindicimila hanno ricevuto case nuove e più che dignitose; altri le cosiddette «Map», le casette di legno fatte dagli alpini, anch'esse molto meglio delle tende o di quei container ancora presenti, ad esempio, in alcuni paesi dell'Umbria; altri ancora sono stati sistemati sulla costa in alberghi a tre o quattro stelle. Nessuno ha passato l'inverno al freddo: e questo è stato, se non il miracolo sbandierato dal governo, sicuramente un successo. Ma il trionfalismo con cui è stato «venduto» questo successo ha fatto credere a buona parte del Paese che L'Aquila fosse, se non rinata, almeno ripartita. Invece L'Aquila è una città morta. Le nuove case prefabbricate sono tutte nelle frazioni, la gente che ci vive è sradicata, senza più i riferimenti e i vicini di sempre. Il centro storico, che poi è la vera città, è un luogo di fantasmi. Non una casa è stata riaperta, non un albergo, non un ristorante, non un'attività commerciale. Delle 2.300 imprese artigiane, mille hanno dovuto chiudere. Le ore di cassa integrazione in provincia, che erano 800 mila nel maggio-giugno del 2008, nello stesso bimestre del 2009 sono diventate sette milioni e mezzo. Insomma è successo questo: gli aquilani pensano che, dopo un'emergenza gestita bene, il governo si sia fermato. Che si sia dimenticato di loro. Perché la ricostruzione non parte e perché - con un'economia ancora a pezzi - si chiede di riprendere a pagare le tasse e di ricominciare a restituire quelle sospese per poco più di un anno. Anche qui bisogna sforzarsi di essere il più possibile obiettivi. Ricostruire L'Aquila - un capoluogo di provincia con 70.000 abitanti e 28.000 studenti residenti - è un'impresa titanica, per la quale non bastano certo gli slogan che ieri Bersani urlava in mezzo ai manifestanti con parole scandite: «le risorse vanno tro-va-te», «occorre un intervento stra-or-di-na-rio». Né sono utili i toni barricaderi e i discorsi farfugliati di Di Pietro e di Pannella, anch'essi precipitatisi tra i dimostranti per cavalcare la protesta. Accanto alla demagogia del miracolo del governo, ce n'è pure una dell'opposizione. Ma è proprio contro questa politica degli spot che la gente dell'Aquila ha protestato ieri a Roma. Gente comune, né di déstra né di sinistra, la quale vorrebbe che ai problemi reali non si rispondesse con la politica degli annunci e con operazioni-lampo che giovano solo all'immagine di chi le promuove. È un desiderio, anzi un bisogno, di tutto il Paese, non solo dei terremotati.



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