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Ma noi il bavaglio non ce lo mettiamo

• da Il Giornale del 9 luglio 2010

di Vittorio Feltri

 

Perché il Giornale è in edicola nonostante lo sciopero dei giornalisti? Perché siamo contrari agli scioperi, specialmente se inutili come questo indetto dalla categoria per reclamare libertà di stampa, secondo molti minacciata dalla regolamentazione delle intercettazioni («legge bavaglio»). A noi la contraddizione pare evidente. Come si fa a chiedere libertà di stampa rinunciando volontariamente alla libertà di stampare i quotidiani? Più che una contraddizione è un controsenso. Come se gli affamati facessero sciopero della fame contro chi gli dà poco da mangiare. Nel caso in questione inoltre, i giornalisti non ce l'hanno con gli editori, non sono coinvolti in una vertenza per ottenere più soldi o migliori condizioni di lavoro. Niente di tutto ciò. Vogliono so- lo dimostrare dissenso su un ddl inefficace e, per altro, destinato ad essere modificato prima di entrare in vigore. Un ddl preteso dal governo che notoriamente non è una controparte della corporazione dei cronisti, ma la guida del Paese. Ed anche un fanciullo sa che per contestare una decisione dell'esecutivo gli strumenti idonei sono i mezzi di comunicazione: giornali, radio, televisioni eccetera, grazie ai quali i cittadini possono venire a conoscenza dei motivi alla base di ogni contrasto. Se invece gli addetti all'informazione stanno zitti e non informano compiono una operazione autolesionistica, e fanno un favore al potere politico, da sempre amante del silenzio. Sono concetti semplici, diremmo elementari, eppure non entrano in testa ai nostri colleghi, abituati da anni, al primo mal di pancia, a ricorrere allo sciopero, senza ragionare. Se il sindacato alza un dito, la categoria scatta sugli attenti. Un riflesso condizionato. Il conformismo vince sempre forse perché aiuta a tirare a campare, evita l'obbligo di fare scelte che impegnino la coscienza. Si discutono allo sfinimento le nuove leggi, anche quelle non approvate, ma gli ordini del Grande Fratello Sindacato si eseguono pedestremente. Ripetiamo. Anche noi siamo perplessi all'idea che passi la regolamentazione delle intercettazioni così come è stata disposta. Ma anziché imbavagliarci, lo diciamo a chiare lettere. Non siamo d'accordo che ancora una volta i soli a pagare siano i giornalisti che pubblicano gli atti, mentre i magistrati che li producono, e non li custodiscono affinché nessuno possa attingervi, la passano liscia. Punire i terminali della filiera dello sputtanamento organizzato, trascurando il resto, è una profonda ingiustizia. Più opportuno sarebbe stato obbligare i pm a trattenere esclusivamente le intercettazioni indispensabili ai fini dell'inchiesta, e a distruggere tutte le altre, cioè quelle penalmente irrilevanti e che, se divulgate, violerebbero il sacrosanto diritto alla privacy. Quanto alla segretezza delle carte processuali sino alla conclusione delle indagini preliminari, saremmo favorevoli se queste avessero una durata, chessò, di tre/sei mesi come succede in vari Paesi. Siccome invece qui occorrono anni e anni per arrivare al dunque (ed è un mistero simile lentezza), è assurdo imporre la riservatezza su tutti i reati, anche i più gravi, in corso di accertamento. Invitiamo pertanto Berlusconi a riscrivere il ddl, correggendolo nei punti topici. Altrimenti la privacy non sarà tutelata e l'informazione ne soffrirà. Questa legge non raggiungerebbe mai gli scopi che si prefigge il legislatore.


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